indice n.111

siria: “Ritirata degli aggressori”
Mosul (iraq): cosa nasconde la diga di Renzi
Grecia: Contro L’Europa dei lager e delle espulsioni
la battaglia di Calais
aggiornamenti dalle lotte dentro e contro i cie
lettera dal carcere di rebibbia (rm)
Lettera dal carcere di Sulmona (aq)
USA, furore giuridico: minorenni condannati all’ergastolo
lettera Dal carcere di Opera (mi)
Viva comunicazione al 7° piano del palazzo di giustizia di Milano
lettera dal carcere di terni
lettera dal carcere di bancali (ss)
lettera dal carcere di Massama (or)
lettera dal carcere di Montacuto (Ancona)
sul presidio al carcere di rovigo del 19 marzo
Lettera dal carcere di Livorno
lettera dal carcere di san vittore (mi)
sui processi in corso per il reato di “devastazione e saccheggio”
Sabato 27 febbraio: sul corteo a Padova
aggiornamenti dalla lotta no tav
sullo sciopero generale del 18 marzo
fidenza (pr):BORMIOLI ROCCO, DOMANI UN'ALTRO BLOCCO!
Lettere dal carcere di pescara
Palermo: blocchi di migliaia di lavoratori Almaviva


siria: “Ritirata degli aggressori”
Con il sostegno dell’aviazione russa, da parecchie settimane nelle province di Latakia e Idlib le truppe di terra siriane e paramilitari sono avanzate verso il nord e il nord-est in direzione di Aleppo, in direzione del confine con la Turchia. I gruppi militari islamici (Al Nusra Front), lo stesso “Esercito Libero Siriano” (ELS), le brigate turcomene penetrate in quei territori nel 2013, sono stati respinti e stanno parzialmente ritirandosi anch’esse verso quel confine. Tutti i soldati arrestati da quei gruppi sono stati giustiziati.
A terra le formazioni dell’esercito siriano (circa 10mila militari) sono sostenute da milizie iraniane e da 3mila combattenti Hizbollah provenienti dal Libano, come pure da consiglieri militari russi.
La popolazione turcomanna (circa 1,5 mln) che vive nel nord della Siria e in Irak, sin dal crollo dell’impero ottomano (avvenuto nella prima guerra mondiale 1915-1918), è dunque chiaramente sostenuta, protetta, armata dalla Turchia. In Siria la gran parte di questa popolazione vive nelle maggiori città, compresa la capitale Damasco.
Quando l’esercito siriano è riuscito a realizzare l’avanzata verso il nord quasi tutte le forze del fronte al-Nusra e dell’IS sono rimaste chiuse in una sacca-corridoio adiacente il confine con la Turchia. Un terreno che i kurdi siriani, che abitano ad est del fiume Eufrate, mirano, sebbene il governo turco abbia già dichiarato di impedire ai gruppi kurdi di oltrepassare la sponda est del fiume. Se ciò avvenisse nei fatti le conseguenze sarebbero il rafforzamento politico dei kurdi siriani e il naufragio della strategia turca diretta ad impedire l’autonomia della popolazione kurda in Siria poiché essa potrebbe essere d’esempio alle regioni kurde della Turchia.

Il ruolo della Turchia
L’abbattimento dell’aereo militare russo in Siria avvenuto il 24 novembre scorso è stato opera di uno scontro aereo fra velivoli turchi e russi, del sostegno alla Turchia da parte della NATO (di cui la Turchia è membro) che rifornisce di cannoni e carri armati.
Erdogan ha messo in piedi l’esercito turcomanno in Siria e Irak puntando sulla minoranza (turcomanna). Questa è la base sulla quale la Turchia propaganda, mette in pratica la protezione della popolazione turcomanna nei due vicini paesi. In Siria, Ankara si prende cura della preparazione politica e dell’addestramento militare.
Da queste connessioni è sorta la “Associazione Turcomanni della Siria” membro del “Consiglio Nazionale Siriano” di cui è parte anche l’ELS. Sin dal 2011 il governo turco ha favorito l’ingresso in Siria, nei territori abitati da popolazione turcomanna di miliziani neofascisti come i “Lupi Grigi”, di militari e poliziotti turchi… nonostante esista una risoluzione dell’ONU che vieta queste operazioni. Ankara ha persino permesso alle brigate turcomanne entrate in Turchia di operare dal territorio turco.
Siccome le brigate turcomanne agiscono anche nel nord dell’Irak, territorio abitato da popolazione kurda, si può supporre che la recente avanzata di unità turcomanne in quei luoghi non sia diretta a dare sostegno alla popolazione kurda, ma piuttosto a far si che la Turchia consolidi la sua posizione nel gioco diplomatico del dopoguerra che avvolge-sconvolge Siria e Irak.

L’abbattimento del caccia bombardiere russo Su-24
In quell’abbattimento, realizzato nel novembre scorso, Ankara ha mostrato ampiamente il suo ruolo di “quinta colonna”. Gli attacchi precedenti dei caccia russi sui gruppi di guerriglia turcomanni lungo il confine turco-siriano avevano seriamente disturbato le operazioni militari e le intenzioni strategiche di Ankara. L’aviazione turca ha colpito il caccia russo che aveva bombardato le più importanti strade per il rifornimento delle milizie, situato nell’est delle montagne turcomanne. Da qui la gelida reazione di Mosca, riferita non soltanto all’uccisione di un pilota, ma anche per rispondere alla questione se Ankara può assumere una posizione di supremazia nella regione.
Il pilota del Su-24 colpito e il co-pilota navigatore, sono riusciti a catapultarsi dall’aereo in fiamme caduto in territorio siriano a 4 km dal confine con la Turchia. Da terra i miliziani turcomanni hanno fatto fuoco su di loro mentre scendevano in paracadute. Gli spari che hanno ucciso il pilota Oleg Peschov, ancora in volo con il paracadute, sono stati eseguiti da un turco, militante dei “Lupi Grigi” inquadrato nelle brigate siriano-turcomanne.
La fermezza messa in campo dall’esercito siriano nel respingere il disegno di Erdogan, mostra che Damasco cerca una rapida soluzione militare. Ankara deve accettare che in Siria la politica della guerra mascherata, adottata finora, è naufragata. L’alternativa di un intervento militare della Turchia, paese NATO, con truppe regolari in cui viene coinvolta anche la Russia, una potenza nucleare, non è immaginabile. L’estensione della guerra in Siria conduce a pericoli incalcolabili che sfociano nell’accordo della Conferenza sulla Sicurezza (alla quale hanno preso parte NATO, Russia, Siria (Assad), ELS…) conclusasi di recente a Monaco di Baviera. L’accordo citato poggia sul “cessate il fuoco” accettato da tutte le parti.

Cessate il fuoco in Siria
Il governo di Damasco ha ufficialmente dichiarato di accettare il cessate-il-fuoco annunciato da USA e Russia. Il suo inizio è deciso per sabato 27 febbraio.
L’accordo di Monaco fa seguito all’incontro per la pace in Siria avviato a Ginevra sotto spinta dell’ONU. Le intese prevedono:
- un processo politico al quale prendano parte i “ribelli” assieme al governo di Damasco;
- l’inserimento di un governo di transizione;
- l’elaborazione di una nuova costituzione;
- nuove elezioni per il parlamento (che dovrebbero tenersi il 13 aprile prossimo).
Le milizie comandate da Sami Obeid hanno subito dichiarato che “questo cessate-il-fuoco è impossibile”; anche le monarchie del Golfo arabico hanno silurato la soluzione proposta; così la Turchia che, con il suo primo ministro, ha contrapposto all’accordo le consuete minacce di guerra. Il governo turco starebbe pianificando assieme all’Arabia Saudita addirittura un’invasione della Siria, e comunque ha delle “riserve” riguardo al ruolo della Russia in Siria; inoltre, Ankara si riserva il diritto della rappresaglia contro i gruppi combattenti kurdi (come l’YPG - Unità di Difesa Popolare) attivi nella Siria del nord – anche durante il cessate-il-fuoco…

I territori kurdi sotto bombardamento aereo
Nei giorni scorsi, informa l’agenzia di stampa Firat, due elicotteri “Cobra” hanno lanciato bombe a Idil (Turchia), città situata nella provincia di Sirnak confinante con la Siria e l’Irak. L’YPS (Unità di Difesa Civili) hanno eretto barricate per impedire la penetrazione di forze militari. In quelle Unità si sono organizzati assieme abitanti e militanti del PKK allo scopo di difendere il loro quartiere auto-amministrato dagli attacchi dell’esercito e della polizia, di annullare i “divieti”, i loro divieti.
Sono tre mesi che in quel quartiere sbirri e militari turchi vietano l’accesso a chi lo abita. Nelle settimane passate i carri armati dell’esercito turco avevano colpito, incendiato numerose abitazioni. Il governo turco definisce “terroristi” chi lo combatte.
A Idil, sono rimasti appena 2mila abitanti dei 30mila precedenti gli attacchi. Anche Sur, collocata nei pressi della grande città kurda di Diyarbakir, è sottoposta all’assedio dell’esercito turco. Centinaia di abitanti sono rimasti trincerati nelle loro case semidistrutte. Questi assedi, bombardamenti aerei e di altro tipo sono già stati impiegati nei mesi scorsi a Cizre dove in due scantinati sono state massacrate 165 persone.
Nella città di Van (Anatolia orientale) martedì 23 febbraio la polizia turca ha assaltato la moschea in cui la famiglia di Abdulbaki Somer aveva trovato riparo, ricercato perché con un’autobomba, il 17 febbraio ad Ankara, era riuscito a sventrare un convoglio militare; un’esplosione che aveva causato la morte di 29 persone. Quell’azione è stata rivendicata dai “Falchi della Libertà del Kurdistan” (TAK), organizzazione di guerriglia urbana nata da una divisione del PKK nel 2005.
Padre e fratello di Abdulbaki sono stati arrestati sotto l’accusa di “propaganda per un’organizzazione terrorista”. La moschea è stata ricoperta con foto e bandiere del morto e del PKK. Otto persone, fra le quali quattro bambini, sono state arrestate per aver preso parte alla cerimonia funebre. Il giorno successivo sono stati inoltre arrestati sette funzionari del Partito Democratico delle Regioni (DBP) di Van a causa della loro presenza nei giorni precedenti nella moschea di Van.
Anche Tugba Hezer, deputata parlamentare dell’HDP (Partito Democratico del Popolo), ha inviato le condoglianze. Un gesto che ha unito il primo ministro della Turchia, Ahmet Davutoglu, e Kemal Kilicdaroglu, segretario del partito socialdemocratico (all’opposizione), nel definire il gesto della deputata kurda “tradimento”. Secondo il primo ministro è chiarissimo che le unità dell’YPG hanno compiuto assieme al PKK l’attentato al convoglio militare. Il procuratore, infine, ha aperto un procedimento contro Hezer.

febbraio 2016, da jungewelt.de

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Il Pkk sugli attacchi di Lice e Ankara
In un'intervista rilasciata ai corrispondenti di Infoaut e Radio Onda d'Urto in Iraq, il comandante delle forze armate del Pkk nell'area di Mosul, Cemal Andok, ha commentato così l'attacco esplosivo che ha causato decine di vittime nell'esercito turco ad Ankara (capitale della Turchia): “Il Pkk è estraneo a questo attacco, ma esso è il risultato della crudeltà del governo di Ankara nei confronti dei civili e delle città curde del Bakur (regione curda della Turchia sud-orientale, ndr)”.
A poche ore di distanza dall'attacco di Ankara c'è stata un'altra azione di sabotaggio nei pressi di Lice. Sull'autostrada tra Bingöl e Diyarbakir, principale città del Bakur, un veicolo delle forze turche è stato fatto saltare in aria facendo sei morti tra i soldati.
“I curdi non possono stare a guardare mentre Erdogan uccide impunemente centinaia di civili e ne brucia i cadaveri, incendiando case e palazzi e soffocando o bambardando le persone nelle cantine”, ha continuato Andok. “I curdi, con questi due attacchi all'esercito, hanno provato a rispondere all'attacco della Turchia. Esiste un diritto curdo di rispondere agli atti di guerra e a proteggersi, combattendo tanto lo stato islamico quanto gli altri nemici”.
Nella giornata di ieri una rivendicazione dell'attacco di Ankara è arrivata dal gruppo Tak, “Falchi del Kurdistan per la Libertà”. Il comandante del Pkk ha fatto presente che “esistono molte organizzazioni che si battono per la causa curda e per la libertà curda, ad esempio Tak. Non c'è relazione militare tra Pkk e Tak, ciò che ci unisce è l'essere curdi”. I Tak, che avevano già rivendicato un'esplosione su un aereo della Turkish Airways all'areoporto Sabiha Gokcen di Istanbul alcune settimane fa, hanno dichiarato nel loro comunicato che l'azione di Ankara “è una risposta al massacro perpetrato dall'esercito a Cizre. Il silenzio su ciò che sta accadendo a Cizre è complicità”.
Il comunicato dei Tak prosegue identificando l'attentatore morto nell'azione di Ankara con Abdulbaki Sonmez, nato nel 1989 nella provincia di Van (Turchia orientale), combattente curdo dal 2005 e dal 2011 membro della loro organizzazione, e annunciando che la lotta proseguirà fino alla conquista della libertà per tutto il Kurdistan. In un primo tempo il governo turco aveva tentato di attribuire l'azione a un profugo curdo siriano presunto appartenente alle Ypg del Rojava, nel chiaro intento di giustificare atti di guerra contro i combattenti curdi in quella regione.
L'attacco di Lice è stato invece rivendicato dall'HPG (formazione armata del PKK) come risposta ai massacri che le forze speciali hanno perpetrato in queste settimane a Cizre, Sur e İdil.
Cemal Andok ha concluso l'intervista rilasciata ai nostri corrispondenti ricordando che “i curdi stanno colpendo obiettivi militari, non civili” e che “tutte le organizzazioni curde – dai Tak al Pkk, passando per il Pdk e l'Upk, hanno diritto di proteggere il popolo curdo”.

21 febbraio 2016, da infoaut.org


Grecia: Contro L’Europa dei lager e delle espulsioni
A Bruxelles, il 18 Marzo i 28 primi ministri dell’Unione Europea hanno ufficializzato l’accordo con il premier turco Davutoglu sulla gestione dei migranti. In base ai termini dell’accordo tutti i migranti arrivati in Grecia a partire dal 20 Marzo saranno deportati in Turchia, insieme alle persone già presenti in Grecia e catalogate come “migranti economici”. Si tratta in pratica della definitiva soppressione del già limitato diritto d’asilo: chi sfiderà le politiche della UE arrivando nelle isole non avrà nessuna possibilità di reinsediamento “legale”. Rimane solo la promessa dei paesi UE di ricollocare alcune migliaia di siriani direttamente dalla Turchia.
Dal giorno successivo all’accordo è cominciata l’evacuazione forzata dei migranti già presenti nelle isole, per far posto negli hotspot ai nuovi arrivi. La Turchia ha inviato suoi agenti negli hotspot sulle isole per coordinare le deportazioni, e la Grecia propri funzionari in Turchia nei luoghi dove avverranno gli sbarchi dei futuri deportati. Inoltre per effettuare le deportazioni è previsto lo schieramento di 250 poliziotti greci, 50 esperti di Frontex, 1.500 poliziotti dai paesi Ue al comando di Frontex, 1.000 militari e addetti alla sicurezza, 8 navi di Frontex da 400 posti, 28 bus.
Ieri, 24 Marzo, girava la notizia di 30 pakistani e afgani deportati in Turchia. Erano stati condotti dal campo autorganizzato “Better Days for Moria” prima all’hotspot di Lesbo con l’inganno e la promessa di poter fare domanda d’asilo, poi portati su un traghetto, ammanettati e chiusi dentro i furgoni della polizia, ed infine reclusi nel centro di detenzione di Corinto. Sono le prime persone espulse dopo la firma dell’accordo ma, dall’inizio dell’anno, già 800 migranti erano stati deportati verso la Turchia dai 7 centri di detenzione presenti nel paese, che hanno una capienza di 6.127 posti e dove sono recluse, al 23 Marzo, 1.187 persone: 231 ad Amygdaleza, 315 a Corinto, 161 a Petrou Ralli, 317 a Paranesti, 151 a Xanthi e 12 a Orestiada (oltre a migliaia di persone negli hotspot nelle isole).
La Grecia si trasforma così in un grande campo di concentramento ed espulsione. Malgrado la drammatica situazione, le lotte e le resistenze dei/delle migranti e solidali proseguono quotidianamente. Condividiamo e rilanciamo l’appello scritto da SoliConvoy a supportare la lotta delle e dei migranti a Idomeni e dappertutto, organizzando ed estendendo le proteste anche nelle nostre città e quartieri, sulle strade, ai confini. La frontiera è ovunque.
Di seguito una cronologia delle proteste avvenute in Grecia degli ultimi giorni, tratta dalle notizie diffuse da migranti e solidali.

Martedì 22 Marzo
Idomeni – Un gruppo di migranti ha trascorso la notte sui binari ferroviari, dove la protesta continua da ieri. La polizia greca li ha allontanati questa mattina con violenza, scatenando proteste ancora più grandi: centinaia di altre persone che si sono unite alle precedenti e hanno bloccato di nuovo e completamente la ferrovia. A un certo punto due persone esasperate si sono date fuoco, e sono state rapidamente portate con un’ambulanza in ospedale. Altri migranti hanno iniziato uno sciopero della fame, chiedendo al furgone della ONG Praxis di non consegnare il cibo al campo, e decidendo di non accettare cibo all’interno del campo, per protesta. Anche un cannone ad acqua ha partecipato alla repressione delle proteste.
Lesbo – Centinaia di migranti reclusi nell’hotspot di Moria oggi hanno protestato contro la loro detenzione. Appena sbarcati nell’isola, in base all’accordo tra la UE e la Turchia, sono stati immediatamente segregati nel centro di detenzione. Sono circa 600 i/le recluse, tra loro 130 minori, in condizioni disastrose. Nei cartelli esposti si poteva leggere “Vogliamo conoscere il nostro destino. Vogliamo andare ad Atene”. Ai giornalisti e ai solidali non è permesso entrare nel centro, nelle interviste effettuate attraverso le recinzioni i migranti chiedono risposte, vogliono sapere quale sarà il loro futuro e se gli saranno rilasciati i documenti.
Chios – I solidali nel pomeriggio si sono recati all’hotspot di Vian, per supportare e fornire cibo alle più di 1100 persone recluse nel centro di detenzione. All’interno era in corso una forte protesta dei/delle migranti. I solidali sono stati fermati e identificati, le loro auto perquisite, e in seguito portati e trattenuti per 5 ore alla stazione di polizia dell’isola, dove sono stati interrogati e filmati. In serata sono tornati all’hotspot, dove la protesta all’interno continuava. La polizia era in tenuta antisommossa, e un poliziotto con una pistola in mano ha di nuovo fermato i solidali per chiedergli i documenti. La polizia li ha perquisiti, così come la loro auto, e gli ha detto “non dovreste stare qui, questa ora è una prigione”.
Samos – Le circa 600 persone recluse nell’hotspot hanno organizzato una protesta per chiedere l’apertura dei cancelli del campo e permettere loro la libertà di movimento, l’accellerazione delle registrazioni dei documenti e la possibilità di poter mangiare, invece dello scadente cibo precotto, alla “Iokasti’s Kitchen”, dove fino a poco tempo fa le donne solidali di Samos preparavano dei pasti per i migranti.
Ritsona – Oggi corteo di centinaia di migranti dentro e fuori dal campo. Vogliono lasciare il posto e la Grecia, e chiedono l’apertura della frontiera .
Giannina – 770 persone sono presenti nel centro, gestito dai militari dell’esercito greco, che si trova presso l’ex aeroporto militare nel sobborgo di Katsikas, nella regione dell’Epiro. Da giorni i migranti sono in protesta, per il sovraffollamento, il freddo, le tende che si allagano quando piove, il cibo scadente, la mancanza di acqua calda ed elettricità, l’incertezza sul proprio futuro. Molti vogliono ritornare ad Atene, per ricongiungersi con amici e familiari dai quali sono stati forzatamente separati quando, arrivati al porto del Pireo, sono stati direttamente caricati sui bus e portati qui. Alcuni sono già riusciti a lasciare il campo. Oggi 200 persone si sono mosse in corteo per “lasciare l’inferno”.

Mercoledi 23 Marzo
Idomeni – In mattinata, come deciso nell’assemblea del giorno precedente, circa 100 persone si sono dirette lungo la strada che porta alla dogana di Evzoni, per chiedere l’apertura della frontiera con la Macedonia/FYROM. Un cordone di polizia li ha fermati, e la contrapposizione è durata alcune ore. Nel corso della giornata è ripreso pure il blocco della ferrovia che, malgrado le intimidazioni della polizia, è continuato durante la notte. Alcune persone continuano lo sciopero della fame.
Polykastro – Nel campo militarizzato di Nea Kavala (a 22 km da Idomeni) vivono 3.515 migranti in condizioni terribili, in tende allagate, senza acqua potabile né notizie sul loro futuro. Oggi circa 500 persone sono uscite dal campo per dirigersi verso Polykastro. Qui a partire dalle 11 del mattino hanno bloccato entrambe le carreggiate dell’autostrada che da Salonicco conduce alla frontiera greco macedone. A loro si sono aggiunti gruppi di solidali e altri migranti provenienti dall’accampamento di 2.000 persone che si trova presso la stazione di servizio di Polykastro. “Se bloccano la frontiera alle persone, allora noi la blocchiamo alle merci“ hanno affermato i manifestanti. Gli striscioni esposti recitavano in in più lingue “This is what EU looks like!”, “No Borders No Nation Stop deportation“, “open the borders”. Sono state allestite delle tende sul posto e il presidio è continuato nel pomeriggio. È arrivata la polizia antisommossa che ha tentato di allontanare i migranti, che non si sono lasciati intimidire disponendosi in cordoni. La polizia è stata costretta ad spostarsi a distanza e il blocco stradale è continuato fino alla mattina successiva.
Salonicco – I migranti presenti nella zona portuale della città hanno tenuto un presidio al molo 10 del porto, per reclamare l’apertura della frontiera.
Pireo – Questa mattina 160 migranti si sono rifiutati di salire sui bus che li avrebbero portati nei campi governativi. Nella zona del porto sono accampate più di 4.000 persone, e la maggior parte rifiuta di farsi segregare nei centri, per timore di essere bloccata ed espulsa. Per spingerle ad andarsene, in vista dell’inizio della stagione turistica che affollerà il porto di turisti stranieri, le autorità nazionali e locali non forniscono alcun tipo di supporto, che è invece assicurato, per quanto si può, dai gruppi di volontari e solidali. Nel pomeriggio si è tenuta un’assemblea tra il coordinamento dei solidali, di cui fanno parte anche lavoratori dei sindacati, e i/le migranti. In serata, come nei giorni precedenti, un corteo si è mosso lungo le strade del porto. Il 21 Marzo un altro corteo si era diretto, dopo l’assemblea, a protestare davanti gli uffici di Frontex.
Chios – Nell’hotspot di Vial sono ora recluse circa 1.100 persone, tra le quali molti minori. Molte dormono all’aperto, manca cibo, latte, acqua, elettricità, coperte. I solidali che nel pomeriggio si sono recati al centro detenzione, come nei giorni precedenti, per contattare e supportare i migranti, sono stati fermati e identificati dalla polizia, e di seguito allontanati. Nel centro era intanto cominciata una forte protesta e tutti gli operatori e la polizia erano usciti. Si sono anche verificate risse tra i migranti, con alcune persone ferite. Sembra che la polizia sia riuscita a rientrare nel centro solo in serata.
Lesbo – In tre hanno provato a dirigersi al porto per imbarcarsi su un traghetto e lasciare l’isola ma sono stati fermati da agenti olandesi di Frontex e reclusi nell’hotspot di Moria.
Ritsona – Nel campo dove vivono in tende 908 persone, senza luce, acqua corrente e con cibo insufficiente, sono continuate anche oggi le proteste. 4 persone sono da alcuni giorni in sciopero della fame. In una dichiarazione hanno affermato “Il nostro obiettivo principale è quello di andare in Europa. Ci hanno messo in un posto dove anche gli animali non sarebbero in grado di sopravvivere. Abbiamo deciso di iniziare uno sciopero della fame e ci fermeremo solo quando i confini saranno aperti. Abbiamo l’appoggio di tutti i rifugiati detenuti a Ritsona“.
Giovedi 24 Marzo
Lesbo – In mattinata la polizia ha tentato di chiudere la cucina solidale “No Border kitchen” e identificare le persone presenti. Al loro rifiuto, hanno minacciato di tornare in forze l’indomani per arrestarle. Alle 13.30, circa 300 persone hanno partecipato alla manifestazione in solidarietà con i migranti reclusi e in lotta nell’hotspot di Moria, contro le detenzioni e le espulsioni. Oltre alla polizia già presente nel centro, sono accorsi sul posto due plotoni di antisommossa. I migranti all’interno si sono uniti alla protesta ma il contatto con i solidali è stato possibile solo a distanza perché i poliziotti si sono schierati intorno alla recinzione. Ci sono state due brevi cariche della polizia e l’arresto di un membro del “Team Platanos”, accusato di aver scritto “Stop deportation now” sul bus della polizia. Successivamente si è tenuto un presidio alla stazione di polizia dell’isola, per chiedere il rilascio del compagno detenuto, e un volantinaggio tra la popolazione a Mitilene, in vista della prossima manifestazione al porto prevista per sabato.
Nea Karvali – I 738 migranti presenti nel campo governativo, vicino alla città di Kavala, dopo giorni di vessazioni da parte della polizia, che portava nella stazione di polizia chiunque si lamentasse della situazione nel campo, oggi hanno dato vita ad una manifestazione di protesta e a uno sciopero della fame, contro le condizioni di vita nel campo e per l’apertura delle frontiere.
Diavata – Nel campo che si trova vicino alla città di Salonicco sono ammassate 1.100 persone, in una zona industriale fatiscente vicino ad una raffineria di petrolio. L’ingresso è presidiato da polizia e militari. Oggi circa 100 persone sono riuscite a lasciare il campo e, con il supporto dei solidali, hanno dato vita ad un corteo che ha raggiunto il centro di Salonicco, in piazza Aristotele. Qui si sono accampati, determinati a rimanere finché non verranno aperte le frontiere. Un significativo striscione recitava “Non si vive di solo pane”.

25 marzo 2016, da hurriya.noblogs.org

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Grecia: MSF chiude le attività nell’hotspot di Lesbo
Medici Senza Frontiere (MSF) ha deciso di chiudere le proprie attività all’hotspot di Moria, sull’isola di Lesbo, una decisione presa a seguito dell’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia che porterà al ritorno forzato di migranti e richiedenti asilo dall’isola greca.
“Abbiamo preso la difficile decisione di chiudere le nostre attività a Moria perché continuare a lavorare nel centro ci renderebbe complici di un sistema che consideriamo sia iniquo che disumano” ha detto Michele Telaro, capo progetto di MSF a Lesbo. “Non permetteremo che la nostra azione di assistenza sia strumentalizzata a vantaggio di un’operazione di espulsione di massa e ci rifiutiamo di essere parte di un sistema che non ha alcun riguardo per i bisogni umanitari e di protezione di richiedenti asilo e migranti.”
Ieri sera MSF ha chiuso tutte le attività legate all’hotspot di Moria, compreso il trasporto dei rifugiati al centro, la clinica al suo interno e le attività legate alla fornitura di acqua e ai servizi igienici. A Lesbo MSF continuerà a gestire il proprio centro di transito a Mantamados, dove offre prima assistenza ai nuovi arrivati, le attività di soccorso in mare sulle coste settentrionali dell’isola, e le cliniche mobili per le persone che si trovano al di fuori dell’area dell’hotspot. [...]
23 Marzo 2016, da medicisenzafrontiere.it

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ABBATTERE LE FRONTIERE
SABATO 7 MAGGIO: GIORNATA DI LOTTA, MANIFESTAZIONE AL BRENNERO
Lo Stato austriaco ha annunciato che, con i primi di aprile, verrà ricostruita la frontiera del Brennero. Questo significa: barriere di acciaio, filo spinato sui sentieri, controlli sull'autostrada, sulla statale, sulla ferrovia e sulle ciclabili, pattuglie di militari e di milizie, container per i profughi. Esercito e filo spinato sono presentati ancora una volta quale "soluzione tecnica" per contenere e rinchiudere i poveri, il cui esodo è il risultato di guerre, devastazione ambientale, miseria.
Al di là delle rimostranze formali, le autorità italiane si adeguano, intensificando i controlli a sud del Brennero. Siamo di fronte a un passaggio storico.
Credere che muri e soldati siano riservati sempre e comunque a qualcun altro è una tragica illusione: a venire recintata, bandita e schiacciata è la libertà di tutti.
Dalla Palestina al Messico, dalla Turchia alla Francia, e ormai a due passi da noi, le barriere sono l'emblema del nostro presente. Accettarle rende disumani e complici. Cercare di abbatterle è l'inizio di una libertà possibile. Bisogna scegliere da che parte stare.
SABATO 7 MAGGIO: GIORNATA DI LOTTA, MANIFESTAZIONE AL BRENNERO
ore 14,30 (davanti alla stazione dei treni).
Per informazioni, iniziative, testi di riflessione: abbatterelefrontiere.blogspot.it

marzo 2016, Nave dei folli - Rovereto


la battaglia di Calais
Lacrimogeni, sassi, tendopoli in fiamme – dopo tre giorni (da lunedì 29 febbraio) di attacchi 500 poliziotti hanno sgomberato i campi profughi, le tendopoli di Calais (chiamati “jungle”). Le persone immigrate prese di mira, compresi i bambini, sono almeno 4.000, fuggite da paesi (Siria, Irak, Afghanistan e Nordafrica) aggrediti dalla guerra imperialista. Verso sera oltre 150 profughi sono riusciti a mettere in piedi una resistenza decisa, a lanciare sassi sulla polizia.
Il tribunale di Lilla (competente su Calais), qualche settimana fa aveva vietato lo sgombero. Il governo centrale di conseguenza ha ordinato direttamente alla polizia di eseguirlo, specificando che non era diretto all’ “espulsione” ma allo “spostamento” delle persone occupanti. Già lunedì sera la polizia aveva raso al suolo gran parte degli accampamenti. Gli scontri sono proseguiti per tutta la notte. Lo sgombero è proseguito il giorno successivo. Il governo ha comunque “spostato” centinaia di persone profughe nei loro paesi - soprattutto con i bus.
L’anno scorso in Francia sono entrate 62.700 persone profughe, tutte richiedenti asilo, provenienti in gran parte da Medio Oriente, NordAfrica. Di quelle richieste il governo ne ha soddisfatte appena 18.000; soprattutto si è premurato di sottolineare che le persone provenienti dai paesi considerati “sicuri”, quali Marocco o Kossovo vengono e verranno espulsi verso i paesi d’origine senza ulteriori esami. Insomma, la Francia non accoglierà più persone immigrate che hanno abbandonato il loro paese (solo) “per ragioni economiche”.
In Siria, Afghanistan, Mali e Africa Centrale dove la popolazione fugge dalla guerra civile, la Francia è presente-interviene in quelle guerre con circa 10.000 soldati. Particolare sostegno, inoltre, essa fornisce in Medio Oriente a Arabia Saudita e Qatar. Sempre la Francia, in Egitto se la fila con il nuovo dittatore Abdel Fattah Al-Sisi, con il quale ha stretto accordi riguardanti la fornitura bellica. Nel 2015 il complesso industriale-bellico in Francia poggiava su 200.000 posti di lavoro. Nel giugno scorso fra Francia e Arabia Saudita è stato concluso un accordo di fornitura bellica pari a 10,3 mld di euro. La società Dassault (il cui proprietario Serge Dassault, è senatore della destra conservatrice e padrone del quotidiano “Le Figaro”) produttrice, fra l’altro, di caccia-bombardieri forniti di missili di vario tipo; 24 di quei bombardieri sono stai acquistati dal Qatar, altrettanti dall’Egitto. Inoltre, nei mesi futuri è previsto che in Francia verranno addestrati 36 militari del Qatar al pilotaggio dei caccia.
Da dicembre, dopo le bombe esplose a Parigi, la portaerei militare (francese) “Charles de Gaulle” naviga nei pressi della costa siriana, la tiene sotto controllo, lancia caccia dal cielo della Siria per colpire le posizione dell’Isis. Dal gennaio 2011 sono fuggite dalla Siria circa 6 (sei) mln di persone a causa della guerra sostenuta dalla Francia contro il governo del presidente Bashar Al-Assad.
2 marzo 2016, da jungewelt.de

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Lo sgombero della jungle di Calais: cronologia della resistenza
Oggi, 3 marzo, la parte sud della jungle di Calais entra nel terzo giorno di sgombero, in un processo che, a detta delle autorità, richiederà tre settimane di tempo per concludersi. Riportiamo alcune azioni di resistenza organizzate dentro e fuori dal campo.
17 gennaio. Due veicoli utilizzati per effettuare gli sgomberi sono stati dati alle fiamme durante la notte.
24 gennaio. Sulle porte dell’ufficio Visti e Immigrazione del Regno Unito a Roma compare la scritta “Al fianco di chi lotta a Calais”.
22 febbraio. Calais Migrant Solidarity fa un appello per una giornata transnazionale di azioni solidali, nello specifico indirizzate contro le istituzioni francesi e britanniche e le compagnie coinvolte nell’attacco alla jungle. Stand up to Racism (SWP) organizza una manifestazione a Downing Street.
23 febbraio. In un’iniziativa organizzata in poche ore, 30-40 persone si riuniscono a Shoreditch, a Londra, per interrompere il lancio della campagna governativa francese “Creative France”, a cui partecipava l’ambasciatore francese. L’edificio è stato evacuato dopo che i solidali hanno lanciato fumogeni e spazzatura nell’atrio.
25 febbraio. La sfida legale contro lo sgombero è persa: esso andrà avanti con la presunta esclusione degli spazi sociali (edifici religiosi, biblioteca ecc.). Bernard Cazeneuve, ministro degli interni francese, afferma che non è nelle intenzioni del governo, e mai lo sarà, usare bulldozer per lo sgombero del campo. A Ventimiglia (a confine tra Italia e Francia) uno striscione viene calato da un ponte in solidarietà con le persone migranti di Calais.
26 febbraio. Alcuni dipendenti del Municipio si aggirano attorno al campo sollecitando le persone ad andar via. Arrivano autobus per portare la gente nei vari centri sparsi nel paese, ma sono costretti ad andare via quasi completamente vuoti facendo infuriare le autorità, che accusano i No Borders di scarsa capacità di comprensione.
29 febbraio. Lo sgombero della jungle inizia. Un’imponente operazione di polizia (circa 55 camionette) è lanciata alle prime luci del mattino. Bulldozer e operai della Sogea (una società della Vinci) distruggono i rifugi delle persone, in una vergognosa e palese contraddizione con l’annuncio di Cazaneuve della settimana precedente. Gli abitanti lanciano sassi verso la polizia antisommossa, ricevendo in risposta dei lacrimogeni. Le persone iniziano a occupare i tetti per resistere, e viene usato un idrante per cercare di spostarle da lì. Questo tipo di protesta continuerà a essere utilizzata anche nei giorni seguenti. Una donna si taglia un polso sul tetto, prima che la polizia possa trascinarla via. Un’altra manifestazione solidale viene organizzata a Downing Street da Stand Up to Racism (SWP). CMS (Calais Migrant Solidarity) denuncia altre due aziende (Baudelet Environnement, e Groupe SOS Solidarités) coinvolte direttamente nello sgombero.
Durante la notte, i migranti occupano l’autostrada per costringere i camion a fermarsi e dar loro un passaggio nel Regno Unito.
1 Marzo. 50 persone manifestano fuori dall’Institut Francais a Londra, partendo poi in corteo a Kensington, cantando, distribuendo volantini e raccontando dal megafono la situazione a Calais. Un abitante della jungle muore durante la notte, forse per un attacco di cuore. Il Ministro degli Interni, Bernard Cazaneuve, fa un discorso denunciando i No Borders di aver interrotto il procedere dello sgombero. Circa 100 persone, inclusi molti rifugiati, protestano in centro a Parigi contro la repressione a Calais, a dispetto dello stato d’emergenza e dei continui divieti a manifestare.
2 Marzo. Dodici iraniani che vivono nel campo iniziano uno sciopero della fame, parecchi di loro si cuciono anche le labbra, ricevendo telefonate e messaggi di solidarietà da altri attivisti iraniani in Europa. Il prefetto di Calais, Fabienne Buccio, dichiara - subito ripresa a pappagallo dai media - che “gli anarchici no borders” stanno incitando i “migranti più irriducibili” a reagire. L’idea che le persone potrebbero agire per fermare la distruzione delle loro case senza il bisogno di essere incoraggiate dall’esterno è chiaramente inconcepibile per queste persone.
Dei cinque cosiddetti “attivisti no borders” della jungle, presi in custodia negli ultimi due giorni, due erano iraniani che stavano difendendo i propri rifugi, due erano volontari dell’Auberge des Migrants, e uno era un volontario di Care for Calais. Gli iraniani e un’altra persona sono stati rilasciati nella jungle. Gli altri due sono comparsi davanti al Tribunale con l’accusa di incendio doloso, ma sono stati assolti.

4 marzo 2016, da hurriya.noblogs.org


aggiornamenti dalle lotte dentro e contro i cie
Rivolte nel CIE di Bari e Crotone e le lotte a Caltanissetta
In poco più di 2 settimane, dopo quello di Bari, le rivolte dei reclusi costringono alla chiusura anche il CIE di Crotone. A Bari il CIE è andato a fuoco due volte, tra il 24 e il 29 Febbraio. A Crotone, secondo la stampa locale, una rivolta è avvenuta nella notte tra il 5 e il 6 Marzo e ha reso inagibile la struttura sita in località Sant’Anna, riaperta da soli 6 mesi, nel Settembre 2015. Sempre secondo le fonti giornalistiche, i 27 reclusi sono stati alcuni rimpatriati e altri trasferiti nei CIE di Torino e Caltanissetta.
Della chiusura dei 2 CIE si è parlato poco o nulla sui media. Sono state quindi raccolte e diffuse via internet le testimonianze dei reclusi sulle rivolte a Bari e Crotone, e sulle resistenze e proteste a Caltanissetta. Segue una parziale trascrizione:
“A Bari non funziona niente, i ragazzi alla fine si sono organizzati perché sono arrabbiati […] tutto è stato bruciato. Ci hanno spinti fuori nel corridoio dove siamo rimasti fino alle 4 della mattina. Dopo questo non hanno dato niente di quello che chiedevano i ragazzi: si sono organizzati di nuovo e hanno fatto la stessa cosa, è stato bruciato di nuovo”.
“La metà è stata trasferita, noi siamo stati trasferiti a Crotone, altri ragazzi sono stati trasferiti a Caltanissetta. A Crotone è peggio di Bari, è come un campo di militari, tutti i giorni fanno perquisizioni più di 50/100 [della] polizia militare, entrano nelle stanze, [ci mettono] tutti quanti attaccati al muro […] come in guerra. Ad un marocchino che protestava hanno dato due schiaffi.”
“La rivolta: i ragazzi hanno deciso che lì la vita è insopportabile […] è un campo di concentramento. Hanno deciso di andare via da lì talmente tremendo, ed hanno acceso il fuoco. Eravamo 27, la maggior parte sono stati liberati ieri, 7 [espulsi] nel loro paese d’origine…”
“Qui a Caltanissetta stanno lavorando qui dentro mentre ci siamo pure noi […] manco si sa la sicurezza per noi, è una cosa assurda. Tante volte [i poliziotti] salgono sopra [i tetti, dove i reclusi resistono alle deportazioni] per rimpatriare, sono [stati] scesi due o tre con la forza, con le botte, i manganelli, di tutto […] rimpatriati con le manette proprio, ci stanno gente che hanno prese le botte e nemmeno riescono a camminare, e alla fine sono rimpatriati.”
“Le espulsioni: noi qui siamo tutti richiedenti asilo, e siamo dentro a un CIE che non c’entra niente con i richiedenti asilo. Due giorni fa sono entrati e hanno [preso] un ragazzo che ha fatto ricorso come richiedente asilo, c’era pure la data dell’udienza, e se lo sono portati via in Tunisia. E’ capitato tante volte, hanno portato gente richiedenti asilo e rimpatriati. E questo pure è fuorilegge. Tante volte chiamiamo gli avvocati, quelli dicono “Come mai, non è vero, non si può fare”[…] Nemmeno gli avvocati sono riusciti a fare ricorsi.”
“Io sto dal 2007 qua, io mi ricordo prima era 2 mesi, dopo sono aumentati a 6 mesi, dopo a 18 mesi, dopo 12 mesi. La cosa assurda è quella che stanno a fa questa legge di Bossi-Fini, questi fanno le leggi già loro fuorilegge. Qua in Italia non si capisce, come il terzo mondo, la giustizia del terzo mondo, uguale come al nostro paese”
“Tante volte pure gente dalla rabbia distruggono tutto, fanno apposta così loro lì mettono soldi di più là, perché tutto è di cooperative, perché la cooperativa che mette i soldi e tante volte pure loro c’hanno paura magari che si distrugga tutto e i lavoranti sempre lì chiedono non fate così perché sennò rimangono loro senza lavoro. […] Lui pensa solo per lui, però noi siamo qua sempre detenuti, peggio di galera […] per un documento ti prendono, condanna di un anno ma ti sembra normale”
“Entrano a vedere qua, rimangono con la bocca aperta a vedere come siamo. Ma tanti video, tante cose sono uscite, questi perché non li mettono sui giornali? per vergogna del governo o che? allora com’è non capisco. Per il CIE sono rimasti senza fare niente. Solo noi, noi siamo combattenti sempre. Già mi ricordo del 2010/2012, erano penso più di ventina [i CIE], mo’ sono rimasti solo 3. Trapani hanno chiuso a Novembre, è diventato come [l’ hotspot ] di Lampedusa diciamo. Sono stato nel 2012 a Trapani. Quelli del 2012 li chiamano “CIE di fuga”. Sono stato 2 mesi, entro due mesi sono scappate 600 persone, l’hanno chiuso per questa cosa. Sempre, ogni sera succede il casino con le forze dell’ordine… perché è contro i diritti umani.”

Torino. Nel CIE continuano gli episodi di ribellione e resistenza
Mentre il Cie di Bari ha momentaneamente chiuso i battenti, al Cie di Torino continuano gli episodi di ribellione e resistenza. La settimana scorsa  un ragazzo tunisino, preso durante una retata a San Salvario, è stato portato all’interno del Cie, per la seconda volta negli ultimi 6 mesi. Una volta condotto nell’isolamento, fra sabato e domenica ha bruciato la cella da due in cui era recluso, rendendola inagibile. Il motivo del gesto è legato alla protesta contro il suo imminente rimpatrio.A Malpensa, lunedì scorso, un ragazzo proveniente dal Cie di Torino ha resistito all’espulsione. Il volo che avrebbe dovuto, contro la sua volontà, portarlo in Senegal era un volo di linea, con altri passeggeri, molti dei quali probabilmente senegalesi, che potevano forse comprendere la sua situazione. Dopo aver minacciato più volte di urlare e provare a resistere una volta salito a bordo, gli agenti e il personale preposto al rimpatrio coatto hanno preferito riportare il ragazzo al Centro.Un altro recluso per paura di essere espulso ha ingoiato delle pile e perciò è stato condotto  con urgenza all’ospedale Don Bosco, dove è ancora ricoverato in pessime condizioni mentre i due ragazzi tunisini arrestati il 14 febbraio dopo la rivolta che ha portato alla chiusura di due stanze dell’area bianca e poi riportati all’interno del Cie, ancora oggi si trovano rinchiusi nell’isolamento a scopo punitivo.Fatto grave e da sottolineare è che dopo le proteste di febbraio a più reclusi che si trovano nell’isolamento è stato sequestrato il telefono. È certa la notizia di un ragazzo tunisino, trasferito nell’isolamento perché coinvolto nel tentativo di danneggiamento dell’area blu il 16 febbraio, a cui è stato sequestrato il telefono da due settimane.Intanto all’interno del Cie i gestori Gepsa e Acuarinto si stanno dotando di lavoranti di diverse nazionalità, o perlomeno delle nazionalità dei reclusi che più spesso transitano dal Cie torinese. Lavoranti  che conoscono alla perfezione una lingua e le sue sfumature dialettali. Marocchini, algerini, egiziani, tunisini e così via e non semplicemente arabofoni insomma. Sembra che ci sia bisogno di qualcosa in più di una semplice traduzione. Lo scopo di una tale approccio, oltre a garantire una maggiore fiducia tra carcerieri e reclusi, potrebbe essere quello di dare una mano alle forze di polizia per un’identificazione più rapida.A spiegare la situazione all’interno di Corso Brunelleschi, sia riguardo le magagne della struttura come la caldaia sempre rotta, sia riguardo la vecchia ma sempreverde abitudine di nascondere tranquillanti nel cibo, i soprusi delle guardie, e anche, lucidamente, il business legato alla detenzione nei Centri di Identificazione ed Espulsione, ci sono le parole dei ragazzi di corso Brunelleschi, che sono state raccolte e diffuse via internet.

Gradisca d’Isonzo. Solidarietà a Mohamed
È di questa mattina [18 marzo] la notizia dell’arresto di Mohamed Hamnia, un ragazzo ventottenne originario della Tunisia, accusato di essere tra i responsabili delle rivolte e dei danneggiamenti nel CIE di Gradisca durante l’estate del 2013.
Su di lui pendeva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Gorizia nel novembre del 2013 e, secondo quanto riportato dai media mainstream, sarebbe stato fermato mercoledì sera all’aeroporto di Malpensa mentre rientrava in Italia dalla Svizzera.
A Gradisca la sera dell’8 agosto i reclusi si erano rifiutati di entrare nelle camerate e la polizia decise di convincerli con manganelli e lacrimogeni: per non rimanere soffocati i reclusi spaccarono alcune barriere di plexiglass che circondano il cortile dell’aria. Tre giorni dopo nuove proteste e nuovi lanci di lacrimogeni: alcuni reclusi salgono sui tetti, tentando forse di scappare, ma due cadono. Uno, Mejid, si ferisce gravemente e morirà ad aprile 2014 dopo aver trascorso 9 mesi in coma.
Mohamed era riuscito a scappare dal lager etnico a fine estate 2013 in compagnia di altri due reclusi; i tre erano riusciti a divellere i pali metallici di sostegno dell’impianto antintrusione collocato sui tetti, rendendolo inservibile. Dopodiché, praticando un foro nella rete d’acciaio, si aprirono un varco verso la “zona rossa” e scendendo dal tetto e attraversando i campi circostanti si diedero alla macchia. A Marzo 2014 i compagni di fuga di Mohamed vennero fermati nel Lazio e arrestati. Nell’ottobre 2013 altre due persone erano state arrestate per quanto successo ad agosto nel lager di Gradisca.
Da ricordare che proprio in seguito alla determinazione dei reclusi che portarono avanti una lotta fatta di rivolte e danneggiamenti della struttura, ultimo l’incendio nel centro del 30 ottobre, a novembre 2013 il CIE di Gradisca venne definitivamente chiuso  e nonostante le voci di una sua riapertura a oggi continua ad esserlo.
In conclusione segnaliamo la notizia di una sentenza – del 2012 – del Tribunale di Crotone nei confronti di 3 immigrati senza documenti arrestati e accusati di danneggiamenti e resistenza per essersi ribellati alle condizioni di vita disumane del C.I.E. di Isola Capo Rizzuto. Sentenza che li assolve in quanto, vivendo queste persone in condizioni contrarie alla dignità umana, anche per le stesse leggi dello stato che ha costruito questi lager, la loro rivolta nel Cie è da considerarsi legittima difesa. 

Milano, marzo 2016
liberamente tratti da autistici.org/macerie e hurriya.noblogs.org


lettera dal carcere di rebibbia (rm)
Stimati compagni, …vorrei fare un’osservazione sull’emigrazione e i rifugiati politici.
Spazio in Italia ce n’è in sovrabbondanza. Normalmente abito in un paese del salernitano. Tutti i paesi sono quasi vuoti, c’è un’enormità di case vuote. In più la gente si fa delle case nuove e così ogni giorno ci sono più case vuote. Lasciando da parte l’egoismo, le milioni di persone (islamiche, yazide (zoroastriane), cristiane, coopte, laiche… che scappano dalle guerre darebbero nuova vita a questi centri abbandonati. Anche al centro e al nord ci sono paesi abbandonati.
Nella storia l’esodo a causa delle guerre religiose e non, ha sempre spinto in Italia arabi, albanesi, turchi… perciò è incomprensibile che si respinga oggi il flusso migratorio…
In risposta all’articolo sulle occupazioni delle case:
Illustro l’idea: parlavo un giorno (in carcere) con un compagno che aveva occupato; ad un certo punto mi dice: “senti, noi occupiamo le case, poi ti trovi che l’emigrato vende la casa (occupata) a un connazionale e se ne va in un’altra casa dove paga l’affitto.”
Mi spiego: non si può fare esproprio con (e per) chi ha mentalità di sotto-proletario, perché loro (i sotto-proletari) agiscono al fine dell’arricchimento individuale, votano per i partiti che mantengono il potere stabilito. Si finisce di alimentare il sistema con suoi nuovi servi che sfruttano le masse.
Si deve chiarificare che lottiamo per una società ugualitaria, dove si promuove il bene comune e dove tutti i beni e tutte le risorse si usano in questo senso. La lotta va diretta verso la creatività che forma la cultura e la cultura inclina l’intelletto verso la conoscenza, la formazione dialettica. C’è differenza tra la mentalità sotto-proletaria dominata dall’alienazione di classe e una coscienza di classe aperta, illuminata.
Il grande tradimento della sinistra nel mondo è stato nell’accettare l’agenda economica impostata in direzione dell’economia di mercato, dell’alienazione determinata dalla merce – compreso il denaro come il marxismo insegna.
E’ vero, il mondo cambia, certamente la congiuntura della “globalizzazione” scatena ulteriormente le contraddizioni di classe, ulteriore ragione per non perdere l’obbiettivo della lotta di classe.
“Ni un paso atras en nuestra lucha” (Non un passo indietro nella nostra giusta lotta).
Un saluto a pugno chiuso e in alto, Ernesto.

14 marzo 2016
Ernesto Elias, v. Bartolo Longo, 72 - 00156 Roma


Lettera dal carcere di Sulmona (aq)
Carissimi di Olga, l’opuscolo di gennaio 2016 l’ho ricevuto come i vostri libri che dire meravigliosi è poco. Non mi sono fatto vivo perché la vita è una guerra tutti i giorni in questi luoghi senz’anima e pietà.
[…] Tutti i paesi occidentali, a cominciare dall’America, si dicono “democratici” e allora, come possono tollerare la Turchia, l’Egitto…? Per convenienza?
L’Italia come processa i suoi cittadini? Senza garanzie, che sono solo scritte sulla carta… se poi hai sfiga di nascere in Sicilia – che pare un altro stato – le garanzie scompaiono del tutto. L’America e le sue carceri? In tanti stati degli USA oltre alla pena di morte calano l’ergastolo sui minorenni. L’Italia nel duemila ha sfornato l’Ordinamento Penitenziario: dove viene applicato? Le carceri sono illegali. La Francia ha bombardato la Siria, per quale conclusione? Bush figlio cos’ha fatto dopo l’11 settembre? Ha dato “fuoco” a mezzo pianeta…
Cari amici, per interessi stanno distruggendo il mondo… non bastano le lotte dei miei cari amici No Tav, dei miei compagni anarchici-rivoluzionari.
Come si fa a svegliare questo stato comatoso dei diritti umani? Nonché abolire l’immane 41bis, quanto meno attenuarlo di moltissimo. Dovete aiutarci a far rispettare la Costituzione, i diritti umani… impedire che la procura antimafia in qualche modo incida nel giudizio dei giudici…
Di me che dirvi? Non prendono in considerazione il provvedimento della corte d’assise (che mi ha condannato all’ergastolo) del mio ricovero in ospedale... comunque, purtroppo, c’è chi sta peggio di me. Mi hanno scritto da Radio Onda Rossa di Roma, mi hanno inviato un’agendina e un libricino interessante, anzi colgo l’occasione per salutarli. Saluto i No Tav di Torino, Radio Black Out, in particolare Marco che mi ha regalato-inviato il libro. Ho perso il tuo indirizzo, ma sei sempre stato nei miei pensieri… Saluto tutti quelli che soffrono per questa giustizia fascista! Cordiali saluti, Francesco.

21 marzo 2016
Francesco Di Stefano, via Lamaccio, 2 – 67039 Sulmona (L’Aquila)


USA, furore giuridico: minorenni condannati all’ergastolo
La Corte suprema degli USA alla fine di gennaio ha pronunciato una sentenza fondamentale, secondo la quale, la condanna all’ergastolo a prigionieri minorenni, senza la via d’uscita della sospensione condizionale della pena, è contraria alla Costituzione.
Con la sentenza emessa nel caso “Montgomery contro lo stato Louisiana” il tribunale ha ripreso una condanna del 2012. In contrasto al caso “Miller contro lo stato dell’Alabama”, nel primo caso è espressamente fissato che la sentenza ha valore retroattivo e deve essere adottata in tutte le condanne all’ergastolo emesse negli anni precedenti contro minorenni.
Quattro stati, Michigan, Florida, Minnesota e Pennsylvania avevano già deciso che la “sentenza Miller” non poteva avere alcun valore retroattivo. In Pennsylvania ci sono tanti prigionieri condannati all’ergastolo, quando ancora non avevano compiuto 18 anni, più che in ogni altro stato federale USA, persino più che in ogni altra giurisdizione del mondo. Più che in Cina, Russia, Arabia Saudita.
Perché è così? I bambini in Pennsylvania sono più cattivi o più criminali dei loro coetanei di altri luoghi di questo pianeta? Non credo sia vero, ma forse lo sono le teste politiche di questo stato. Lo stesso si potrebbe dire sui giudici della Pennsylvania; sui giudici della corte suprema di questo stato desidererei aggiungere – che loro assieme ai procuratori del ministero della giustizia (sempre della Pennsylvania) nel 2008 sono risultati coinvolti nello scandalo “Bambini contro orsi” (Kids vs. Bears), dove è emerso che i giudici avevano preso denaro dalle imprese che gestivano carceri private per minorenni, affinché condannassero un numero maggiore di minorenni.
Nell’ottobre 2013 la corte suprema della Pennsylvania decise che a 500 minorenni condannati all’ergastolo in quello stato non era applicabile la “sentenza Miller”, emessa dalla corte suprema degli USA. La motivazione era così articolata: “La definizione di una condanna adeguata per un minorenne colpevole di omicidio è una questione difficile, una sfida che coinvolge la morale e la politica sociale.” In ogni caso quella corte ignorò la questione centrale invece posta dalla “sentenza Miller” secondo cui “i minorenni devono essere giudicati in modo diverso”.
I tribunali in Pennsylvania sembrano però decisi a tramare una controrivoluzione per difendere le opinioni e gli interessi dei politici che spingono avanti la guerra contro la gioventù. Quella cerchia è composta da personaggi della cricca-Clinton quali Edward Rendell ex governatore della Pennsylvania, il suo successore Tom Ridge divenuto anche ministro (belle arti) degli USA, personaggi che hanno costruito in Pennsylvania più carceri che scuole, loro sono responsabili del vicolo cieco degli arresti di massa.
Negli anni 90 gli “scienziati” conservatori hanno divulgato una teoria completamente sbagliata sulla gioventù; taluni fra loro vedevano pericoli nell’avanzata dei “grandi animali rapaci”, cioè i giovani neri e bruni che, aizzati dal crack e dalla ribellione alla società, l’avrebbero attaccata fino a distruggerla. Questi incubi non si sono mai trasformati in realtà perché sono fondati su paure artificiose e fantasie razziste. Oggi si cercano invano quei “grandi animali rapaci”. Politici, giudici e scienziati sono chiamati ad interessarsi alla conoscenza-formazione, nel senso più generale, della gioventù.

Mumia Abu-Jamal
29 febbraio 2016, da jungewelt.de


lettere Dal carcere di Opera (mi)
Compagni/e un abbraccio fraterno a tutte/i voi. Eccomi con una lettera dove per l’ennesima volta sono riuscito a dissuadere un ragazzo a suicidarsi e vi allego la sua lettera per vedere se il 31 marzo lo porteranno al 2° padiglione e gli daranno il lavoro fisso e non di 80 euro, come hanno fatto a dicembre, dopo avergli tolto 52 euro per il “mantenimento”, lasciandogli 28 euro (di elemosina) per sopravvivere…
Ecco la schiavitù – il ricatto – le umiliazioni e le condizioni disumane, come vogliono occultarle. Sono andato incazzato dal capoposto e gli ho detto che mandavo la lettera sul web e che dovevano provvedere subito ad un lavoro per Nino, lo chiamiamo così.
Da oggi lavora come porta-vitto, ma non basta perché è ora di finirla con il “perbuonismo”, perché troppi suicidi sono annunciati e poi questi signori parlano di “carenza di personale”. Nino è stato in coma un mese per aver cercato di impiccarsi. La sua lettera dimostra che il menefreghismo a Opera è totale ed è molto più importante apparire con quel poco di buono che fanno e usare il 2° padiglione come un luogo di villeggiatura con regole scritte alle quali i detenuti devono attenersi e umiliarsi, mentre al 1° padiglione si suicidano, avvengono atti di autolesionismo. Questa è la disparità di trattamento che viola gli art. 1° e 3° della Costituzione.
Intanto si muore. Io lotterò sempre (sappiatelo). Un abbraccio a Valerio a Terni, con ogni bene, Maurizio.

Maurizio Alfieri via Camporgnago 40 - 20090 Opera (Milano)

***
Faccio presente alla S.V. Ill.ma che sto facendo una detenzione degradante e disumana, in quanto sono ristretto da oltre 5 anni: non ho mai lavorato né frequentato scuola o corsi di formazione, nonostante le mie numerose richieste.
Sono padre di due bambini di 10 e 4 anni, non ho nessuno che mi aiuta; le madri dei miei figli hanno fatto ricorso in tribunale per avere il mantenimento e per togliermi la patria potestà; mia madre è malata gravemente, mio padre non lavora, ma aiutano per il pagamento a sostegno dei miei figli, togliendosi loro da mangiare. Ho provato più volte a cercare di spiegare la mia situazione a psicologi, assistenti sociali, ispettori, ma senza esito.
Sono chiuso in una cella di 4mq, calpestabili 24 ore su 24, a marcire mentre i miei problemi non fanno altro che aumentare giorno dopo giorno. Sono arrivato al punto del suicidio per colpa di questo sistema carcerario che non funziona, anzi peggiora, perché invece di aiutare le persone che hanno bisogno di aiuto, le lasciano a marcire. Poi dicono “il reinserimento sociale”, cosa che io non ho mai visto, almeno nei miei confronti. Questa non è vita, quindi perché continuarla? Morire a 29 anni. In fede Kettaz Abdel.

18 febbraio 2016
Abdelmoughit Kettaz, via Camporgnago 40 – 20090 Opera (Milano)

***
Seguono stralci di due lettere, di febbraio e marzo, di Maurizio dall’isolamento.

[…] qui è uno schifo… su 25 celle due sono prive di tv e l’amministrazione non sta prendendo alcun provvedimento. 10 celle, siamo senza uno specchio e senza lampadine. Puoi immaginare i disagi provocati da questi fatti. Fino a 5 giorni fa più della metà delle celle erano prive di scope, spazzettoni, stracci, secchi e carta igienica. Per pulire la propria cella dovevamo chiedere in prestito a chi aveva tutta la fornitura. Intanto è partito il “progetto” (carcerazione “attenuata”, per esempio, significa anche apertura della celle fino alle 19.30, cella singola, possibilità di lavorare vincolata a lavori di sezione – nella gran parte ci vanno i ruffiani, prima di tutti).
Quando è salito in sezione l’ispettore per parlare con noi riguardo ai disagi, gli abbiamo fatto presente di tutti questi fatti. L’ispettore ha dato la colpa a noi, giustificandosi che ogni volta che viene vuotata una cella gli altri detenuti rubano tutto. Gli abbiamo ribattuto a queste sue parole, dicendo che se gli agenti, al momento di chiudere una cella, o quando ne aprono una chiusa, fossero presenti, questi fatti non accadrebbero. Lui ha ribattuto dicendoci che gli agenti hanno altro da fare. Ma ti rendi conto? Porca miseria, bastano due minuti per controllare ciò che c’è in una cella e ciò che manca, logicamente se nessuno controlla i detenuti a cui manca qualcosa che non si dovrebbe fare), si pigliano tutto. E’ come mettere un bambino in una stanza con una caramella, il bambino se la mangia, o no?!
Comunque, la riunione con l’ispettore si è conclusa in questo modo: chi vuole ciò che gli manca se lo deve comprare. Gli abbiamo detto che ci sono persone che non se lo possono permettere, e fra le altre, nella spesa ci sono scopa e spazzettone ma non i manici; non vendono specchi e secchi, le lampadine che ci vendono sono quelle che dovrebbero passarci loro gratuitamente, invece le vendono a 3 euro l’una: rapina aggravata. Sono lampadine da 40 watt, sottomarca che con 3 euro compri una confezione da 6 pezzi. Comunque, per farla breve: chi può compra e si sistema, chi non può si arrangia.
Oltre a celle devastate (che dovremmo ristrutturare appena ci danno la pittura), ci sono le docce in uno stato deprimente. Qualche giorno fa abbiamo grattato la muffa dai muri. Non ti dico lo schifo che abbiamo tolto; poi ci sono le stanze comuni dove dobbiamo fare i gruppi con gli operatori, ridotte in uno stato incredibile. Non ci sono le prese elettriche, tutti i fili sono scoperti e privi di protezione. Non ci hanno fornito nemmeno un semplice nastro adesivo isolante, niente, tant’è vero che l’educatrice quando ha fatto il giro delle celle e delle stanze comuni ha toccato dei fili scoperti prendendo una bella scossa. Subito lei si è messa in moto per prendere dei provvedimenti. Chissà che qualcosa cambierà.
Ora vorrei scriverti della mia indignazione nei confronti degli altri detenuti (quelli che non hanno firmato la petizione contro gli abusi ai quali veniamo quotidianamente sottoposti). Oggi si lamentano per i disagi sopracitati, ma quando c’è da lottare, anche con piccoli gesti, tipo una raccolta di firme, si nascondono tutti. Odio questo modo di fare e mi sono ritrovato a discutere con questi detenuti proprio su questo fatto. …
In conclusione vi informo che il compagno Maurizio è ancora in isolamento, non so il perché, mi hanno detto che ha litigato con un ispettore, colgo questa occasione per salutarlo con affetto.
Ti invio un forte abbraccio con affetto e stima a te e a tutti/e i/le compagne/i. In attesa della prossima tua, un saluto a pugno chiuso.

febbraio 2016

***
Carissimi/e compagni/e. Eccomi in isolamento dove sapevo che a giorni “questi vigliacchi” avrebbero cercato una scusa per portarmi alle celle, ed ora vi racconto cos’è successo. Avevo passato il pane e la frutta [Maurizio da alcune settimane faceva il lavorante portavitto, ndc], mi chiamano per andare dall’avvocato, nel frattempo vado a farmi la doccia (fredda) perché la direzione dopo la raccolta di firme e la battitura di protesta contro i loro abusi, da una settimana ha tolto l’acqua calda e spento i caloriferi.
Torno e mi accingo ad uscire dalla cella per andare al colloquio alle 13:30 - da premettere che erano le 13:15. Arriva un agente provocatore e mi chiude la cella, inizio a dirgli che deve finirla di darmi fastidio e provocarmi e, soprattutto, che doveva stare lontano da me perché mi aveva fatto due rapporti e se voleva provocarmi stavolta non gli facevo passare più niente.
Ecco che arriva un ispettore che mi viene con il viso contro la faccia e inizia a dire: tu non mi fai paura… chi ti credi di essere. Io avevo già l’incazzatura alle stelle perché un ispettore deve chiamarti per verificare cosa è successo con la guardia, così dopo che è venuto per la seconda volta con la fronte attaccata alla mia non ci ho visto più… gli ho messo la mano in faccia per allontanarlo e lui ha fatto il duro a farsi mantenere da altri due/tre agenti, così mi sono tolto il giubbotto per dimostrargli che con quelli come lui (che picchiano gli ammalati) è un piacere confrontarmi e affrontarlo. Però ha pensato bene di far chiudere il cancello perché come sempre un codardo non ti affronta da solo… un vigliacco provocatore che offendeva e sfidava.
Poi sono venuti e mi hanno portato alle celle. I compagni in sezione hanno fatto casino. L’affetto che hanno dimostrato verso di me mi ripaga delle nefandezze del sistema penitenziario e dei carnefici e sono fiero di lottare contro il sistema sporco che pensa di risolvere i problemi mandandomi in isolamento. Ma voglio ricordare a costoro che: quello che non ci uccide ci rafforza. [...]

Eccomi a raccontarvi cosa è successo ieri, lunedì 14, dove sono stato un giorno in cella liscia sino a poco fa. Il 26-02-16 mi hanno portato in isolamento dopo un diverbio con un agente e poi c’è stata l’istigazione dell’ispettore, che vi già raccontato, e dovevo stare in isolamento sino a sabato 12-03-16.
Sabato mattina mi chiama la direttrice, mi dice che vogliono darmi l’ “encomio” per gli aiuti che faccio a tutti i detenuti (* v.in fondo); io l’ho stoppata subito e le ho detto che non voglio niente da loro, e il bene che faccio ad altri non riguarda la direzione, e che sono bravi solo a fare abusi e a umiliare i detenuti; e le ho detto che per iniziare avevo buttato fuori il materasso, dove ci ho dormito 15 giorni, sporco di escrementi e pipì, e che loro devono interessarsi a questo non al bene che faccio agli altri. Le dico subito che avevo finito l’isolamento e che dovevo salire. La direttrice mi dice: Alfieri le propongo di andare al Centro clinico, avrà la cella singola, il lavoro ecc..
Le ho risposto che non sono malato e che lì ci sono i poveri cristi malati di AIDS-Epatiti-Tubercolosi Malati Terminali (poverini) e ci sono tanti collaboratori di giustizia (infami) e lì non puoi fare socialità, palestra, non puoi avere il fornello per cucinare, e (soprattutto) detenuti malati gravi sono in sezione su con noi per essersi (dimessi) dall’inferno del Centro clinico ecc. ecc.
Le dico subito che: o ritorno dove ero prima o mi trasferiscono dove vogliono loro, anche in Africa, perché non gli permettevo più un abuso nei miei confronti. Ecco che si gira verso il vice-comandante e gli dice: commissario Boi allora dobbiamo liberare la cella di Alfieri che c’è un tunisino dentro. A quel punto le dico che devono vergognarsi di avermi buttato le foto dei miei defunti genitori (accartocciate) dentro la pattumiera e che sono incazzato. Risponde che devono darmi la tv perché ho finito la punizione, io la rifiutavo. A questo punto ho detto va bene, aspetto lunedì che liberate la cella (promesse che puzzano di merda come loro).
Lunedì alle 8 chiamo l’ispettore, gli dico di farmi sapere a che ora salivo. Aspetto sino alle 12 (dopo 10 avvertimenti), chiamo (Caronte) e strappo la tv, dicendogli di chiamare l’ispettore che la buttavo fuori dalla cella se non mi davano una risposta.
Mi chiama l’ispettore e mi dice: Alfieri la direzione e il D.A.P. hanno deciso che lei può andare solo al Centro clinico oppure rimane in isolamento!!! Iniziavo ad innervosirmi… Dopo aver spiegato anche a lui le cose che ho detto alla direttrice, mi sento dire: Alfieri queste sono le ritorsioni per le cose che mandi su Internet, compresa l’inchiesta fatta aprire a Terni!!!
Non ci ho visto più; l’ho riempito di parolacce, ho preso un armadio e l’ho ribaltato, sono entrato nell’ufficio degli agenti e ho fatto volare una sedia per spaccare ogni cosa; poi sono andato nella mia cella, ho preso la tv e l’ho lanciata nel corridoio, urlavo di prendere i manganelli che non avevo paura e nel frattempo mi ero preso due pezzi della televisione per vedere se erano capaci a picchiarmi come fanno con i poveri cristi… arrivano i cavallerizzi a centinaia, e gli dicevo di farmi vedere come picchiavano ed urlavo offese al direttore e al comandante, anche in quel caso quelli che venivano per togliermi le cose dalle mani erano quelli più rispettosi e tanti li conosco da 20 anni, così mi sono calmato.
Un giorno in cella liscia, ma questo non mi intimorisce. Quello che pensano di fare è di isolarmi dai miei compagni che hanno rifiutato di rientrare in cella quando mi hanno portato in isolamento e, pensate, che sono stato io a calmare gli animi e a mandare un foglietto con l’ispettore in sezione, invece adesso (queste merde) cercano lo scontro. Quello che mi dà gioia è che dalle sezioni mi hanno chiamato tutti tutti tutti, mi hanno commosso con la loro solidarietà e li adoro tutti.
Ho sempre protestato e lottato per ogni compagno, ma stavolta che tutti si sono mobilitati per me mi riempie il cuore di gioia e di energia contro le prevaricazioni (delle merde) che pensano di riuscire a domare 22 anni di abusi (vaffanculo merde).
Ho saputo adesso che i compagni/e sono venuti qui fuori a manifestare per me (noi) e questo ha scaldato il mio cuore e voglio abbracciare una ad una, uno ad uno, tutti/e i compagni/e sorelle e fratelli che insieme a me lottano contro questi fascisti (topi di fogne) a cui non permetterò di isolarmi a costo di prendere tre 14bis. L’art. 27 (ord. pen.) dice che devono essere garantite le attività sportive-ricreative-culturali ecc. ad ogni detenuto. Che vadano a farsi fottere ‘sti vigliacchi, e se non salgo offenderò ogni settimana le loro famiglie sul web, e qui gli faccio vedere che con le prepotenze, con me, ottengono il contrario.
Ogni iniziativa per tutti/e i compagni/e di cuore e di coraggio darà voce alle infamie che questi aguzzini vogliono occultare; ed io lo so che non sarò mai solo insieme a tutte/i voi. E le sorelle e i fratelli uccisi da questi sporchi vermi (W le iene che hanno scoperchiato il vaso di Pandora) dello stato infame. Presto spero che le iene accettino l’intervista col mio avvocato, perché ho fatto anni e anni di isolamenti (come adesso) per ribellarmi contro l’illegalità e i crimini coperti da giudici collusi con questo sporco sistema.
A me qui a Milano hanno messo un magistrato di sorveglianza, Maria Grazia Moi, che è una vipera con 25 anni di p(ubblico)m(inistero); come può reinserire i detenuti dopo che gli ha comminato gli ergastoli, non concede benefici, ogni giorno mi blocca ogni lettera che scrivo!!! E a tutti gli abusi che le ho dimostrato nei reclami mi dà torto. Ha ordinato di non farmi acquistare i quotidiani e ieri, con la videoconferenza (per un reclamo a Spoleto), mentre le dicevo degli abusi che stavo subendo, ha detto: non me ne frega niente ed ha staccato il video proprio quando stavo per mandarla affanculo (ecco chi copre i crimini). Ecco le iene chi devono sputtanare, perché il mag. di sorv. ha l’obbligo immediato (art. 69 ord. pen.) di intervenire se un detenuto subisce abusi o torture fisiche e psichiche. Il pesce puzza dalla testa e certe persone hanno bisogno di sedute psichiatriche o di stare a casa loro a lavarsi i piatti e le mutande sporche, invece di (cercare) di voler rappresentare la giustizia e la legalità.
Vaffanculo a questo sistema e ricordatevi che con me potete farvi fottere e dato che non avete il coraggio di confrontarvi con la realtà e con quello che vi dico in faccia, che è la vera legalità, allora fatevi fottere. Sono fiero e orgoglioso di lottare contro voi da una cella di isolamento, ma sempre a testa alta Maurizio Alfieri.
(*) Dimenticavo di dirvi che ho mandato una domandina con lo stipendio di porta-vitto di febbraio (mio) con la busta paga di 122,55 euro, da devolvere in beneficenza ai detenuti dell’isolamento e del Centro clinico bisognosi e poveri – che avranno il tabacco gratis tramite gli assistenti volontari. Non voglio niente da questi schifosi; mi appaga fare del bene non i loro sporchi soldi che provengono da abusi, sfruttamento, ricatti, umiliazioni. I loro (encomi) devono darli a tutte le mamme che hanno avuto (un figlio ucciso) che saprebbero dove infilarli a questi sporchi criminali senza onore e dignità.
V.V.B. Baci anarchici e No Tav

Maurizio Alfieri via Camporgnago 40 - 20090 Opera (Milano)

***
Con molto piacere ho ricevuto la tua ultima lettera, alla quale rispondo con lieve ritardo perché mi è giunta a cavallo con la scadenza del periodo di isolamento del compagno Maurizio e volevo darti informazioni al riguardo, purtroppo non ci sono buone notizie, Maurizio si trova ancora in isolamento, con oggi sono 4 giorni in più oltre i 15 previsti, ho provato ad interessarmi ma dalle guardie non ottieni niente, da altri detenuti i fatti si diversificano da persona a persona, l'ultima cosa che ho saputo, tramite un detenuto marocchino che è stato in isolamento 2 giorni e ha visto Maurizio, è che Maurizio ha fatto casino e non vuole tornare in sezione, ma non so come stanno realmente le cose, dato che qui si ha la tendenza di capire male e riportare peggio le notizie.
[...] ti metto al corrente delle ultime novità, come prima cosa ti informo che i lavori del 3° padiglione sono ripresi e stanno viaggiando ad un buon ritmo, non so entro quando sarà pronto, però si stanno muovendo, resta il fatto che qui al progetto al quale partecipo, tutt'oggi ad un mese dall'inizio, nulla è cambiato, celle devastate, docce impraticabili, cavi elettrici scoperti, ecc... Meno male che questo progetto era, anzi è, molto voluto dal direttore dott. Siciliano, che si è fatto un giro per le celle vedendo con i suoi occhi il degrado nel quale viviamo, ha ordinato alle guardie di trovare un rimedio, ma dopo 2 settimane nulla è cambiato. [...]
Ora ti scrivo al riguardo di un incontro che abbiamo avuto con il commissario di reparto il giorno 9/3, niente di che dato che è venuto per comunicarci che per il momento non poteva raccogliere le 2 richieste che avevamo presentato, non perché non voleva ma bensì perché non poteva, ti ripeto non era nulla di importante, la prima riguardava il fatto che nella sala ricreativa abbiamo un televisore 37 pollici e quando ci sono le partite sui canali liberi ce le fanno vedere li, però chiusi dentro, noi abbiamo chiesto se, come al 2° reparto, quando ci sono le partite chiudono le celle alle 23.00, in modo che se uno deve andare in bagno o per qualsiasi cosa ha bisogno di andare in cella non deve aspettare la fine della partita, la risposta è stata no con varie motivazioni, comunque non abbiamo dato peso a questo rifiuto dato che ciò che abbiamo chiesto è in più.
Ma è sulla seconda richiesta che nasce una situazione ambigua, noi abbiamo chiesto se potevano sbloccare qualche canale televisivo in più, tipo quelli storici o di documentari, anche qui la risposta è stata negativa, ma il commissario ha espresso il suo forte desiderio di appoggiare questa nostra richiesta dato che lui per primo trova più utile inserire tali canali, qui cade l'asino, si perché come esempio di inutilità ha preso il programma delle Iene che era andato in onda la sera prima, dove c'é stato un loro intervento nel carcere di Asti, dove 2 ex detenuti denunciavano abusi di potere da parte della polizia penitenziaria, con tanto di minacce, percosse e torture psichiche e fisiche, io ho visto quell'intervento e le denunce fatte da parte di quei 2 ex detenuti mi hanno fatto rabbrividire, il commissario ha proprio parlato di quel fatto dicendo che non sono cose vere e che il corpo di polizia penitenziaria non fa certe cose, mi sono messo a ridere, proprio qui qui ad Opera ci sono certe prepotenze verso i più deboli, qui ho capito che l'intento di quella riunione non era per comunicarci la risposta alle nostre richieste ma bensì per buttarci fumo negli occhi, poi ha concluso comunicandoci che da quel giorno non ci sarebbe più stata la chiusura delle celle dalle 15.30 alle 16.30, vero, peccato che sia durata solo 2 giorni, da sabato la chiusura ha ripreso, a noi non ha cambiato la vita perché ne eravamo abituati, quello che ci ha dato fastidio è l'aver saputo che alcune guardie hanno espresso il loro pensiero che è stato questo: “quali celle più aperte, più stanno chiusi e meglio è”, ecco cosa sono quelli che indossano questa divisa. In conclusione vi porto il ringraziamento da parte dei compagni detenuti per la manifestazione di ieri sera. Ti mando un saluto a pugno chiuso, un forte abbraccio a te e a tutti/e compagni/e.

Opera, 16 marzo 2016

In alcune lettere abbiamo omesso la firma perché abbiamo visto che si verificano poi problemi nella reciproca ricezione della posta, di certo frutto dell’opera censoria della direzione del carcere.
Viva comunicazione al 7° piano del palazzo di giustizia di Milano
Questa mattina, 9 marzo 2016, un gruppo di compagne/i ha raggiunto la sala info-point al 7° piano del palazzaccio del tribunale (uffici magistrati di sorveglianza) per togliere dalla mani della clandestinità, della censura, di controlli e sabotaggi di ogni tipo, la mobilitazione dei prigionieri nel carcere di Opera iniziata in ottobre; per estenderne dunque la conoscenza e rafforzarla.
In quella sala, transitata da familiari di prigionieri, da avvocati abbiamo comunicato direttamente i nostri scopi ciò unito alla diffusione della lettera di richieste, critiche e di più, uscita dal carcere a fine febbraio “Dalla Caienna di Opera” e pubblicata sull’opuscolo scorso, in cui sono raccolte 128 firme di persone chiuse nel 1° padiglione 4° piano (sezioni A-B-C); lì abbiamo anche aperto uno striscione con la scritta del titolo della lettera. Quel documento è stato portato in tutti gli uffici dei magistrati di sorveglianza responsabili nelle carceri di Milano (S.Vittore, Bollate e Opera).
Nella sala abbiamo trovato attenzione, interesse al punto che i carabinieri, giunti poco dopo con l’idea di sbatterci immediatamente fuori, non sono riusciti ad impedire il nostro intervento a voce compresa la lettura della lettera. Si è riusciti anche ad informare di quanto avveniva “i cronisti di Milano”, sala stampa situata al 3° piano e la “Camera Penale” frequentata da avvocati, avvocatesse.
L’accresciuto numero di carabinieri e chissà chi altri e altre, dopo circa una mezzora, non ci ha impedito di rispondere a tono, anche se spinti in un altro atrio, dove ci hanno identificati e lasciati andare via, tutte e tutti assieme.
Mettere a giro questa comunicazione contribuisce anche a frenare DAP, in particolare direzione e guardie del carcere di Opera, a rafforzare la determinazione di chi è dentro, anche in vista del presidio itinerante contro il 41bis fissato contemporaneamente attorno a diverse carceri (Opera, Tolmezzo, Cuneo, Parma, Terni, Bancali) dove sono attive appunto sezioni rette con quella tortura), per sabato 16 aprile.

Milano, 9 marzo 2016


lettera dal carcere di terni
[...] Ho saputo che il 16/4 sarete a Terni, sto organizzando una battitura in solidarietà ai detenuti del 41bis ed in appoggio alla vostra presenza. A tal fine ho da chiedervi due cose per aiutarmi in questo compito e per gettare luce su questo problema.
Vorrei faceste una decina di volantini con su scritto data e motivo del presidio ed una scritta sottolineata:
INVITIAMO I DETENUTI A PARTECIPARE CON BATTITURE ED ATTI DI PROTESTA PACIFICA, LA SOLIDARIETA’ TRA RECLUSI SPEZZA LE CATENE DELLA REPRESSIONE
Qualcosa del genere, fate voi, l’importante é far capire che ognuno deve fare la sua parte. Altra cosa, vi invio lo scritto sul 41bis [spedito mesi fa e pubblicato sull’opuscolo 106, ndr], da spedire 1 o 2 giorni prima al giornale dell’Umbria, specificate che l’ho mandato io. E’ un modo per rivendicare il presidio, può darsi che lo pubblichino, anzi lo spero proprio e se lo faranno… Amici miei, vi abbraccio tutti, lascio fare a voi che sicuramente saprete come muovervi. Un abbraccio, Valerio.

16 marzo 2016
Valerio Crivello, Strada delle Campore, 32 - 05100 Terni

lettera dal carcere di bancali (ss)
[...] Il compagno che scrive del colloquio senza sorveglianza in Croazia è informato male. Da noi in ex-Jugoslavia questo colloquio c’è dal 1970. Nelle carceri più dure è di sei ore, ma ci sono anche carceri come Pula e Sebenico, dove c’è il colloquio tutta la notte e, sempre a Sebenico, c’è dal venerdì pomeriggio, fino al lunedì mattina, ma solo se sei un detenuto definitivo puoi fare colloquio e puoi farlo solo con tua moglie o la tua fidanzata; da noi non è consentito il colloquio con le prostitute come in Olanda e in Francia. Chi è stato in Croazia in galera conosce bene la situazione.
Ti dico anche che la Slovenia è all’avanguardia per i diritti e la civiltà in carcere e lo specchio di un paese sono scuole, ospedali e carceri. Per esempio, negli anni ’80, i detenuti potevano usufruire gratuitamente del dentista, per non parlare dei semplici interventi chirurgici, tipo ernia, per cui bastavano dieci giorni.
Qui in Italia, in questa cosiddetta “democrazia”, aspetto da più di un anno per operarmi di ernia. Qui in Italia siamo ancora come nel XIV secolo e tutto per colpa di questi parassiti che sono al potere. Ho notato che in Italia vivono bene solo i politici e i loro amici. Quel ritardato di Gasparri, diceva che Tito era un dittatore, ma io ti dico una cosa, quello era un grande signore. Quello ha costruito un paese, ci ha dato una vita dignitosa, non eravamo lecchini di nessuno, il popolo lo amava, i politici ladri finivano in galera e non c’era sconto di pena o prescrizione per loro. Quei vermi che sono venuti dopo di lui hanno svenduto tutto. […]
Tornando al carcere, nella ex Jugoslavia, in carcere ci sono i supermercati, il detenuto può comprare quello che vede e vuole; solo in Italia la spesa te la portano loro e naturalmente il prezzo è quasi il doppio di fuori, ma qui purtroppo nessuno si lamenta. In questo carcere di merda siamo come al tempo di Neanderthal e il 99% prende la terapia, tranquillanti. Ai vermi va bene così, perché tengono sotto controllo tutto e senza fare fatica.
Il mese scorso ho detto a un ispettore che questo carcere fa schifo e che loro sono peggio dei mafiosi, immaginate …mi hanno dato dieci giorni di punizione. I tempi sono di merda e in queste sezioni comuni si sta da schifo, i detenuti o quasi tutti sono dei poco di buono; nelle sezioni AS, dove trovi anche dei compagni, si sta meglio, perché tra loro non ci sono quelli furbi che si venderebbero loro madre per pochissimo. Purtroppo la situazione è questa ed è difficile che cambi. Allora è meglio fare la galera per conto proprio. Ho notato che là dove c’è “democrazia” ci sono anche tante porcherie.
Io per me sto bene, leggo libri e mi tengo in forma; lavoro qua per me non ce n’è, dicono che no sono buono, che qua significa che non sono lecchino, ahahaha, che bravi che sono ‘sti vermi. Pazienza, finisco questa mia lettera e spero che tutti voi vi troviate in buona salute. Un saluto a tutti voi, compagni e compagne.

14 marzo 2016
Sabanovic Jasmir, Strada Prov. 156, via Abbacurrente,4 - 07700 Bancali (Sassari)


lettera dal carcere di Massama (or)
Ciao compagni, […] dal 5 marzo siamo in sciopero con il rifiuto del vitto dell’amministrazione, dal primo aprile finiamo con il vitto e iniziamo con lo sciopero della spesa, lo sciopero dei lavoranti e tre battiture quotidiane.
Nelle richieste abbiamo messo i punti più importanti, sono 12: fermare l’afflusso dei detenuti e non più di due per cella; continuità di trattamento; i colloqui; le telefonate; le domandine; i pacchi postali; i volontari che non entrano; i colloqui via skype; la stampante; la palestra; i colloqui con il magistrato di sorveglianza…
Per adesso ancora nessuno si è fatto sentire, vedremo in futuro.
Un caro saluto e abbraccio solidale. Pasquale

20 marzo 2016
Pasquale De Feo, Loc. Su Pedriaxiu - 09170 Massama (Oristano)

Da tempo i detenuti di Massama, struttura aperta 3 anni fa all’interno del Piano carceri, denunciano la mancanza di servizi, la chiusura della palestra, la presenza in cella di più detenuti oltre il numero previsto dalle normative e la mancanza di risposte dall’Istituto, in modo particolare da un direttore totalmente assente.


lettera dal carcere di Montacuto (Ancona)
Cara redazione di ampi orizzonti, dal 10 marzo è in corso una battitura pacifica da parte di tutte e tre le sezioni della c.c. di Montacuto.
Motivo di questa protesta principalmente è il mancato funzionamento da più di un mese del modulo Mediaset dell’antenna, che riduce alla sola visione dei canali Rai sui 10 totali a noi consentiti; dopo aver ottenuto un colloquio con la direzione, solo dopo l’inizio della battitura, ovviamente come di prassi le precedenti richieste sono passate nell’indifferenza, ci è stato detto che la riparazione non avveniva per “mancanza di fondi” e che questi devono essere stanziati dal provveditorato regionale.
Stanchi ormai delle molteplici prese in giro, di comune accordo tutte le sezioni hanno deciso unitamente di proseguire nella protesta fino alla effettiva risoluzione del problema, questa volta nella più completa compattezza, eccetto i soliti “detenuti vermi” che remano dalla parte delle guardie - che hanno cercato di placare gli animi e di dividere questa sezione, quella principalmente destinata ai lavoranti, fortunatamente sono stati messi da una parte.
Sono stati avvisati di questa protesta oltre alla direzione stessa, il magistrato di sorveglianza, il garante dei detenuti, il provveditorato; ad un colloquio con il magistrato gli sono state sottoposte anche tutte le altre problematiche, in particolare quella sanitaria.
Ora vi saluto e vi mando un forte abbraccio.

20 marzo 2016


sul presidio al carcere di rovigo del 19 marzo
Giornata impegnativa per la questura rodigina, quella di sabato 19 marzo.
Centro completamente blindato, negozi e attività chiuse su tutta via Mazzini, celere schierata e digos in assetto molesto per tutta la durata del presidio sotto al vecchio carcere di via Verdi, una struttura in via di dismissione vista l’imminente apertura di una nuova galera da duecento posti (estendibili a quattrocento).
Calorosa, almeno in un primo momento, la risposta dei ragazzi dentro: le urla si fanno sentire tra le mura di una città resa deserta dal massiccio schieramento di polizia.
I numerosi interventi che si sono susseguiti hanno raccontato le rivolte che hanno preso vita negli altri penitenziari della regione, la prossima giornata di mobilitazione contro carcere e 41bis del 16 aprile e la funzione di “valvola di sfogo” che il nuovo carcere cittadino ricoprirà nell’immediato futuro. Uno striscione è dedicato anche alla Uil-Pa (ci si trova proprio sotto la sede), e ai suoi interventi per mettere a tacere le rivendicazioni dei detenuti di Santa Maria Maggiore lo scorso settembre, cercando di strumentalizzarle a vantaggio dei secondini.
Da segnalare il maldestro intervento di Massimo Bergamin, il sindaco leghista di Rovigo, che, non senza un’ammirabile nonchalance, tenta di avvicinarsi al presidio per instaurare un improbabile dialogo su solo lui sa cosa. Dopo essere stato allontanto, definirà, con mirabile sintesi di linguaggio, dei “mona” i partecipanti alla manifestazione.
Segue il testo del volantino distribuito.

***
Un nuovo carcere, un altro carcere
A Rovigo è da poco terminata la costruzione del nuovo carcere. Recentemente inaugurato con i suoi 200 posti estendibili a 400, si appresta a diventare uno dei penitenziari più grandi della regione. Nonostante i fasti della cerimonia inaugurale, la struttura non aprirà i battenti prima della prossima estate. La funzione riservata a questa piccola “grande opera” costata 29 milioni di euro sta nel fare da valvola di sfogo a una situazione in continua ebollizione.
Le carceri del Veneto versano infatti in una situazione di sovraffollamento inumano che nell’ultimo anno, è stata tra le cause principali di proteste portate avanti dai detenuti, sfociate in alcuni casi in vere e proprie rivolte. A Venezia, a Verona, ma anche a Belluno e Vicenza i reclusi hanno dato vita a mobilitazioni sia spontanee che organizzate, dimostrando che, dentro come fuori, l’unica libertà possibile e desiderabile è quella che risiede nella lotta stessa.
La risposta delle amministrazioni carcerarie, accanto ai provvedimenti disciplinari, è stata quella di trasferire i detenuti più attivi in altre prigioni, cercando di recidere i legami di solidarietà instaurati e allontanando le persone dai propri familiari e affetti. Provvedimenti odiosi, ma che non sono stati in grado di fermare la voglia di alzare la testa di chi è dentro; tant’è che le proteste, lungi dall’essere cessate, si sono diffuse in altre strutture.
Un carcere tutto da riempire, all’avanguardia e lontano dal centro abitato, è lo strumento perfetto per governare ogni possibile eccedenza di un sistema che, nel prossimo futuro, dovrà presentarsi ancora più solido ed efficiente. L’apertura di una nuova galera non può essere una “festa” (per usare le parole del ministro Orlando), e nemmeno la soluzione di un problema endemico e radicale, che va al di là del freddo conteggio dello spazio vitale di un individuo.

Narrazioni pericolose
Negli ultimi mesi le uniche notizie riguardanti la situazione interna al carcere di Rovigo sono giunte dalle organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria. Queste sigle (Sappe, Osapp, Uilpa) lamentano le drammatiche condizioni in cui si troverebbe a operare il personale di custodia e, dall’inizio di gennaio, hanno indetto uno stato di agitazione che si è concretizzato nell’astensione dalla mensa per alcuni giorni e in una manifestazione per le vie della città. A ciò si aggiunga che, nella storia raccontata dalle organizzazioni sindacali, la nuova struttura sarebbe già infestata dai topi e compromessa dalle infiltrazioni d’acqua ancor prima di essere riempita.
In tutte queste narrazioni, che hanno trovato ampio spazio sui giornali locali, non vengono mai menzionati i detenuti, se non per urlare allo scandalo quando il personale di custodia è protagonista di qualche screzio o per lamentarsi delle loro “eccessive” libertà di movimento all’interno del carcere. Un copione che abbiamo visto inscenare già a Venezia, dove i sindacati di polizia penitenziaria hanno cavalcato le proteste dei reclusi per far ottenere alle proprie istanze maggiore visibilità. Un mezzuccio che, se da una parte mette a tacere la voce di chi da dentro si ribella, è utile a trasmettere l’idea di un carcere dove tutti stanno male allo stesso modo e dove la rabbia dei detenuti può essere concertata come un orario lavorativo.
Sappiamo che la realtà è ben diversa, che nessuna pace può esserci tra chi rinchiude e chi è recluso, tra servi e sfruttati di questa società!
Strumentalizzazioni simili concorrono al progressivo affermarsi dei sindacati di polizia come forza politica vera e propria. I recenti connubi tra le sigle di cui sopra e partiti come la Lega di Salvini, sempre pronta a sostenere chi fomenta la guerra tra poveri per fini elettorali, rappresentano una pericolosa novità di cui è impossibile non tenere conto, anche quando si parla di detenzione.

Una riorganizzazione al passo con i tempi
La costruzione delle nuove strutture, e l’ampliamento di quelle esistenti, prevista dal piano carceri del 2009 è quasi completata. In più, nella seconda metà del 2015, il piano straordinario per le carceri ha subito un’accelerazione con raffiche di bandi e gare d’appalto che a dicembre hanno sfiorato i 60 milioni destinati al prossimo e incessante ampliamento di numerosi istituti da Nord a Sud della penisola.
In linea parallela si sta facendo sempre più ricorso a forme di detenzione alternative: il rapporto tra carcerati e detenuti ai domiciliari è passato da 1 a 4 a 1 a 1 e continua a venire incoraggiato l’uso di queste misure per pene inferiori ai quattro anni.
Nel campo della detenzione amministrativa molti centri di identificazione ed espulsione (C.IE.) sono al momento in via di ristrutturazione, dopo essere stati dati alle fiamme dai reclusi, e sono in cantiere altrettanti “hotspot” che assumeranno a tutti gli effetti caratteristiche di centri di smistamento, molto simili a dei lager. Di fatto, queste nuove strutture di detenzione amministrativa renderanno più facili le procedure di identificazione, schedatura (con tanto di prelievo di impronte digitali) ed espulsione dei migranti non inclini a conformarsi alle leggi dei “democratici” paesi europei.
La cosiddetta “emergenza terrorismo”, ovvero ciò che rappresenta il ritorno della guerra in casa nostra, allarga i suoi orizzonti e sembra direzionarsi verso l’estensione del paradigma di detenzione amministrativa anche ad altre categorie, oltre ai migranti, sulla base non di prove ma di semplici indizi.
Dalla stessa motivazione parte anche l’esigenza di razionalizzare le sezioni ad “alta sicurezza” presenti in molte carceri, accorpandole e manifestando sempre più la tendenza di istituire nuove prigioni ad esclusivo regime “speciale”.
Ciò che si va prospettando è un futuro in cui sarà il carcere stesso ad uscire dalle mura, a diffondersi in altri luoghi e ad assumere connotati inediti.

21 marzo, da questacasanoneunalbergo.noblogs.org


Lettera dal carcere di Livorno
Cari amici dell’associazione ampi orizzonti, sono attualmente detenuto nel carcere di Livorno, ho conosciuto la vostra rivista e il vostro movimento da un compagno qui in carcere che riceve i vostri giornali, opuscoli ecc. e sarei interessato a riceverli anch’io, se è possibile. Ve ne sarei davvero grato, soprattutto perché anch’io dalla giovane età di 14 ani sono un attivista anarchico, manifesto e lotto in un lungo e in largo per l’Italia e l’estero, combattendo il sistema come e quando posso.
Lotto contro questo sistema malato, a causa di una politica sempre più corrotta, antiquata e ridicola contro la mafia ormai dilagata e infiltrata dappertutto; contro le carceri super affollate, invivibili, vecchie, sporche ecc… ed essendo stato carcerato in varie città italiane ne avrei da dire di questo contesto disumano dove i nostri diritti spesso vengono calpestati, non considerati, guardie violente e quant’altro.
Anche da qui rinchiuso non mi fermo, combatto come posso, scrivendo ad associazioni anarchiche in varie città d’Italia, come i compagni dell’Associazione Culturale Senza pazienza di Torino, Radio Onda Rossa di Roma e tanti altri.
Ora vi saluto e appoggio pienamente e spero di ricevere la vostra rivista. E “fuck the system – né servo né padrone, fuck the police”, ciao da Skyky Acab23... Gridiamo rivolta!

22 marzo 2016
Sebastiano Del Re, via delle Macchie, 9 - 57124 Livorno


lettera dal carcere di san vittore (mi)
Lettera per i/le compagn* grec*
Cari Nikos, Fivos, Kostas, Odysseas, Alexandros, siamo felicissimi e molto vicini nel ricevere la vostra lettera complice e solidale. Cogliamo l’occasione per rispondervi con questa lettera che vogliamo sia pubblica.
E’ raro il fatto di arrivare a sognare con persone con cui non si ha nessun rapporto, che nemmeno si conoscono, mai neanche sentite, incontrate; è ancora più raro il fatto di passare assieme una giornata di ribellione e gioia come quella che abbiamo passato assieme, fianco a fianco, senza neanche guardarci in volto; ancora più raro è il sentimento profondo e “fraterno” che ci unisce anche a migliaia di chilometri di distanza, lingue diverse e mari che ci separano.
Con questo scritto vogliamo chiarire che assumiamo la nostra carcerazione come conseguenza politica alle nostre scelte consapevoli di schierarci come nemici del potere nella guerra umana al fianco di tutti gli sfruttati di questo mondo, animali e pianeta compresi: non possediamo la codardia di presentarci come delle vittime.
Noi arrestati siamo tutti facenti parte e/o frequentatori solidali del movimento anarchico milanese “pirata” e come tali ci definiamo nel sentimento di fratellanza, sorellanza, egualità, solidarietà che ci unisce anche a voi in questa grande “famiglia” nella “lotta contro il mondo intero”, nemici giurati delle autorità, del governo, di qualsiasi forma di dominio e sfruttamento che riguarda la nostra vita e/o quella de* nostr* fratelli/sorelle, ci unisce nel desiderio di espropriare le nostre vite, nel desiderio di “arricchirci” individualmente e collettivamente contro la rassegnazione, la sottomissione e la “povertà” cittadina.
Crediamo che la frase di Brecht, che avete scelto nell’introduzione della lettera che ci avete mandato, “quelli che rubano il cibo da tavola / dichiarano l’austerità / quelli che prendono tutti i doni / chiedono sacrifici / i sazi parlano agli affamati / dei grandiosi anni che verranno”, sia la migliore fotografia per descrivere la scena dell’apertura dell’esposizione universale del 1° Maggio 2015 di Milano dove l’ “élite” “economica” (finanziaria) e “politica” (politicante) di mezzo mondo si pavoneggiava e starnazzava su argomenti come alimentazione e cibo.
Mentre l’ “élite” festeggiava con caviale e champagne sui tappeti rossi, dall’altro lato della città rinchiusi, incatenati e ghettizzati tra zone rosse e barriere gli/le sfruttat* tentavano di far sentire la loro volontà non solo contro l’Expo bensì contro quella guerra quotidiana costellata di mille lotte e percorsi contro la schiavitù che ci attanaglia: lavoro, casa, istruzione, sanità, finanza, guerre, rapine di materie prime, diseguaglianze sociali, razzismo, specismo, diseguaglianze di genere, repressione, sgomberi… un elenco troppo lungo da inserire completo, una moltitudine di cause, una moltitudine di individualità e collettività che coloravano quell’esplosione di protesta, rivolta e rabbia.
Vogliamo rivendicare che noi non siamo in quella posizione fredda o tiepida di chi si pente o dimentica il calore o la gioia di quei momenti; noi non lottiamo per migliorie e/o riforme per rendere più sopportabile l’esistenza dentro questo sistema, non ci rivendichiamo come studenti, lavoratori o disoccupati, siamo “pirati”, siamo anarchici in guerra contro chi possiede, rappresenta e/o difende questo sistema autoritario, fascista e capitalista.
Noi ci “indigniamo” davvero e non crediamo sia utile ma reazionario e controrivoluzionario parlare di legalità o illegalità delle e nelle lotte, della rabbia nella guerra e nelle battaglie contro servi e padroni. I/le nostr* nonn* sono stat* chiamat* “banditi”, hanno dovuto vivere l’illegalità, hanno voluto scegliere la clandestinità, sono stat* perseguitat* dall’allora “giustizia legale”, in molt* sono stat* impiccat* o fucilat* per devastazione, saccheggio e incendio nel tentativo di donarci un briciolo di libertà, subito negata e tradita da chi tradì con il potere, quell’iniziale spinta insurrezionale, ma soprattutto negata da chi non aveva colto alcuni degli insegnamenti più alti della loro lotta: la libertà va sempre perseguita, difesa, ricercata, non può essere né mediata né concertata con un potere né lasciata o/e delegata nelle mani di qualcun altro all’infuori di noi stess*; tutt* abbiamo l’onere di conoscere e sapere per poter scegliere, essere liber* e partecipare. Non è detto che una cosa illegale sia anche ingiusta, non è detto che una cosa legale sia per forza giusta: ciò che è legale o illegale non lo decide la giustizia ma il potere e i suoi servi.
Siamo felici del blocco della vostra estradizione in Italia, siamo fiduciosi che questo blocco avrà ripercussione anche nel nostro processo dove saremo giudicati per un reato che ancora proviene dal “codice Rocco”, codice penale monarchico/fascista; reato che ancora prevedrebbe la fucilazione se non fosse che la parola “morte” nel codice penale attuale viene messa tra parentesi quadre, non cancellata, lasciata per ricordare la sua recente abrogazione costituzionale, ma non eliminata nel caso si volesse fare ancora qualche altro passo indietro e nostalgico, pronta per il nuovo regime che verrà, monito attuale per chiunque volesse ribellarsi davvero.
Siamo vicini, solidali e complici; stiamo facendo fronte comune alla stessa repressione. Qui la solidarietà, la vicinanza è forte, presente; fuori dalle grigie, fredde e umide mura di questo carcere in molt* lottano insieme a noi e a voi!
Se i giudici di questo assurdo processo mediatico, politico, politico, fascista e autoritario potessero davvero giudicarci, avessero davvero gli strumenti, la cultura per capire, sarebbero sicuramente con noi fra gli imputati o dietro le barricate e non sul pulpito dietro la cattedra di un tribunale, se questi giudici, al servizio del sistema che ci sfrutta e ci reprime crederanno che questi “pirati”, gentiluomini di ventura, questi esseri umani liberi, siano degni di essere ospiti dello stato nelle sue carceri, siano degni di essere condannati per aver combattuto al fianco di tutt* gli/le sfruttat* di questo mondo in difesa della libertà, non ci rimane che subire con calma e forza la nostra sorte, convinti e consci di non avere nulla da rimproverarci.
Vi salutiamo e vi abbracciamo forte nella speranza vera e sincera di potervi abbracciare un giorno davvero in libertà.
Andrea (Casper), Alessio (Molestio), Niccolò (Iddu). Hold on.
I compagni hanno unito alla lettera “Il Galeone” e anche “Schiavi” un testo scritto dal partigiano Belgrado Pedrini nel carcere di Fossombrone nel 1967, eccolo di seguito:

Siamo la ciurma ignota di un galeon mortale su cui brontola il tuono dell'avvenir fatale.
Mai orizzonti limpidi schiude la nostra aurora e sulla tolda squallida urla la scolta ognora.
I nostri dì s'involano tra fetide carene siam macri, emunti schiavi stretti in ferral catene.
Nessun nocchiero ardito sfida dei venti l'ira? Pur sulla nave muda (muta) vespero ognun sospira!
Sorge sul mar la luna ruotan le stelle in cielo ma sulle nostre tombe steso è un funereo velo. Torme di schiavi adusti chini a gemer sul remo spezziam queste carene o chini a remar morremo. Remiam finchè la nave si schianti sui frangenti alte le rossonere tra il sibilar dei venti. Cos'è gementi schiavi questo remar remare? Meglio cader da prodi sul biancheggiar del mare.
E sia pietosa coltrice l'onda spumosa e ria ma pera in tutto il mondo l'infame borghesia.
Falci del messidoro picche vermiglie al vento sarete i nostri labari nell'epico cimento.
Su, su gementi schiavi l'onda gorgoglia e sale: di già balena e fulmina sul galeon fatale. Si schiavi all'armi all'armi! Pugnam col braccio forte gridiam gridiam giustizia o libertade o morte.

22 marzo 2016
Andrea Casieri, p.za Filangieri, 2 - 20123 Milano


sui processi in corso per il reato di “devastazione e saccheggio”
Sintesi dell'assemblea del 6 marzo 2016 alla Panetteria occupata di Milano
Quest'assemblea, la terza tenutasi a Milano nel giro di poche settimane, aveva l'obiettivo non tanto di approfondire le informazioni giuridiche riguardo al reato di “devastazione e saccheggio” (ds), tema trattato in diverse occasioni, quanto piuttosto di capire come affrontare i processi in corso a partire dalle testimonianze dirette di chi vi è coinvolto o lo è stato.
La discussione si è aperta con la lettura di un contributo scritto da un compagno condannato per il reato di ds, per gli scontri avvenuti a Roma nell'ottobre del 2011, al quale sono seguiti gli interventi di un compagno processato per la manifestazione di Cremona del 24/01/2015 e aggiornamenti sulla situazione dei compagni chiusi a San Vittore per gli scontri del 1° maggio 2015 a Milano. L'intervento di un altro compagno sotto processo per il 15 ottobre romano ha completato il quadro introduttivo.
Tutti gli interventi hanno messo in evidenza le enormi difficoltà riscontrate nell'affrontare il processo in modo collettivo, sia fra imputati, sia come movimento. Le motivazioni portate all'attenzione riguardano: le divisioni, anche preesistenti, fra le aree di movimento, che si riflettono nelle distinte posizioni assunte dagli imputati; l'isolamento di altri, senza un gruppo o un'area di riferimento, tanto più se molto giovani, come spesso accade; la complessa divisione in differenti filoni processuali; l'elevato numero di anni di galera da scontare in caso di condanna anche con il minimo della pena (dagli 8 anni in su per ds); i diversi precedenti giudiziari sfavorevoli ad una derubricazione del reato di ds; le difficoltà di confronto con e fra imputati, sempre più spesso rinchiusi preventivamente in carcere o ai domiciliari “con tutte le restrizioni”; l'orientamento degli avvocati della difesa, in assenza di indicazioni chiare e collettive dei propri assistiti, verso una gestione “tecnica” del processo in cui prevalgono gli aspetti del diritto, dei ruoli processuali del rituale imposto; l'importanza attribuita agli sconti di pena dispensati nelle forme alternative al rito processuale ordinario (in particolare nel “rito abbreviato”), senza conoscere con precisione la contropartita di tale scambio; la carenza di discussione, informazione e condivisione su come affrontare la repressione, che conduce inesorabilmente ad un approccio processuale di tipo soggettivo, ben riassunto nel “si salvi chi può”, che non di rado spinge verso l'abiura e la delazione; in ultimo, la strategia processuale della controparte che, nel perseguire i propri scopi, sfrutta tutti questi elementi di divisione fin dalla costruzione dell'inchiesta giudiziaria.
Va senz'altro approfondita e socializzata la comprensione della natura politica del processo e, nello specifico, di quei processi dove la contestazione di un reato grave come ds (o di un reato associativo), attraverso le pene previste e la deterrenza che generano, mira ad indebolire anche la sola partecipazione a manifestazioni sulle quali pende per tutti/e il reato di ds, anche mediante il “concorso”.
Sulla distinzione fra processo di connivenza e di rottura, nell'ambito del processo politico, rimandiamo al materiale diffuso di recente in diverse occasioni e che fu appunto elaborato in occasione di un altro processo per ds, quello seguito alla manifestazione dell'11 marzo 2006 a Milano, in opposizione ad un corteo fascista.
Basti qui ribadire che, se nel processo comune l'accertamento della responsabilità passa attraverso l'accertamento dei fatti, nel processo politico l'accertamento della responsabilità passa attraverso l'accertamento dell'identità (politica) del reo: l'identità è causa sufficiente per stabilirne la colpa, mentre i fatti costituiscono solamente il pretesto per giungere a delle condanne che si vogliono esemplari.
In quest'ottica riusciamo a comprendere, ad esempio, perché un imputato accusato per il lancio di un fumogeno durante il corteo a Cremona sia stato condannato per il reato di ds nonostante l'assenza di ulteriori elementi a suo carico. Nel corso del processo la sussistenza di tale reato sarebbe stata accertata dai giudici sulla base di un fotogramma, che lo ritrarrebbe nel momento di un presunto lancio di un fumogeno che avrebbe detenuto.
Il che vuol dire che tale reato (che al fine della sua configurazione comporta, per l’appunto, la devastazione e il saccheggio) sarebbe stato riscontrato sulla base dell’esistenza di un fumogeno e di un suo tentato o presunto lancio!
Come è evidente, si tratta dell’ennesimo capo di accusa che si pretende accertato dai giudici sulla base di una volontà chiaramente preordinata e orientata alla condanna, attesa l’assoluta mancanza di relazione e di nesso di causalità tra il predetto fotogramma e il reato di ds. Per l’ennesima volta, più che dell’accertamento di un fatto a cui dovrebbe corrispondere l’esistenza di un reato, viene accertata l’identità del reo che, come detto, nel processo politico è condizione sufficiente, causa efficiente per la sua condanna.
Attraverso la reclusione e un intero arsenale di pene accessorie, l'obiettivo dell'accusa, in un processo politico, è essenzialmente quello di indebolire la determinazione di chi lotta, farla retrocedere, separando le istanze collettive, laddove si manifestano, in diverse posizioni particolari, differenti fra loro, facendo prevalere le presunte responsabilità individuali, in merito agli specifici fatti contestati, invero mal motivati e ancor meno riscontrati. Nascondendo di conseguenza il contesto sociale e politico nel quale tali sono invece maturati.
L'accusa esige un rinnegamento di sé, delle proprie convinzioni, del carattere collettivo del proprio agire. Esige abiura e rassegnazione, da mostrare a tutti, solo così potrà dispensare perdono e clemenza agli uni e una pena esemplare per gli altri. Il terreno favorevole all'accusa è dunque quello delle nostre debolezze e contraddizioni, sul quale ha buon gioco la criminalizzazione e la differenziazione degli imputati e del movimento di lotta di cui sono espressione.
In buona sostanza, quanto più si riesce a rifiutare che lo scontro processuale avvenga sul terreno imposto dall'accusa attraverso gli strumenti punitivi e, soprattutto, premiali, di cui dispone, tanto più si riuscirà a difendere se stessi attraverso la difesa di tutti, ricomponendo nell'ambito collettivo delle ragioni della lotta ciò che l'accusa vorrebbe tenere separato in distinti ruoli specifici (imputati, avvocati, pubblico). Il terreno ideale per un processo di rottura è quello che riesce ad evidenziare, sopra ad ogni altro elemento, le debolezze e contraddizioni della controparte, trasformando la difesa in accusa.
Dopo quanto detto, va precisato infine che la definizione di processo “tecnico” finisce per creare molta confusione e anche ambiguità. Sembra infatti che il processo, in quanto semplicemente tecnico, sia neutro ovvero privo di quegli elementi che caratterizzano invece il processo politico. Abbiamo invece avuto modo di approfondire, in questa come nelle precedenti discussioni, come, ad esempio, la scelta del rito processuale, nonché la scelta tecnico-processuale, non possano separarsi dalle valutazioni più complessive, di carattere politico, che le hanno motivate. Se sul patteggiare la pena sembra esservi sufficiente chiarezza, sull' “abbreviato” occorre avere ben presente che lo sconto di un terzo della pena si baratta con la drastica riduzione dei tempi del processo, aggravata ulteriormente dall'interdizione dell'ingresso in aula di un pubblico coinvolto e solidale. Inoltre, una supposta neutralità degli aspetti tecnici della difesa giuridica, come se fossero indipendenti dall'agire politico, induce alla falsa credenza che sia conveniente ridurre il potenziale danno, contrattando a priori il prezzo di una probabile sconfitta e rinunciando così alle possibilità tecniche di una difesa politica più ambiziosa. Più specificatamente, riguardo alla scelta del rito abbreviato, anche in relazione ai processi dove l’imputazione è quella di ds, occorrerebbe prendere in considerazione rilievi critici, che sinteticamente si possono riassumere nel seguente modo.
Tale rito, come già detto, viene celebrato con maggiore celerità rispetto a quello ordinario. Il che significa che riguardo ai processi politici, in molti casi, il potere mediatico in linea con quelli politici e giudiziari, ha già provveduto ad agitare una grossa campagna di disinformazione e strumentalizzazione dei fatti accaduti e delle relative imputazioni contestate ai compagni indagati o imputati. Con la conseguenza, di creare un clima idoneo per la preparazione, l’emissione e la legittimazione pubblica di una pesante sentenza di condanna nel processo che sarà celebrato o che si sta celebrando. In poche parole, si tratta di pubblicizzare una sentenza già decisa e scritta. In ogni caso l’influenza dei media sul clima processuale rende la giuria sempre più incline al più cruento giustizialismo. Inoltre, in tale contesto, le condanne che seguiranno andranno a formare un corpo giurisprudenziale che sarà sempre più difficile scardinare nei processi a seguire per il suddetto reato di ds e non solo. Infatti, l’uso di precedenti, in diffuso aumento in diverse sedi giudiziarie, formerà una giurisprudenza via via più costante e univoca che, grazie all’opera sempre più asservita dei media, tenderà a legittimare pubblicamente i giudici ad adoperarla, come fosse una sorta di legge inderogabile. Con la scelta del rito ordinario, vista la dilatazione dei tempi processuali, il clima del predetto furore giustizialista potrebbe quantomeno diminuire nell’attesa del processo e della sentenza finale, fermo restando che le influenze mediatiche sui giudici certamente non cesseranno mai del tutto.
Tutto ciò consentirebbe ai compagni di riflettere maggiormente sull’arresto, la detenzione, la linea processuale da adottare, permettendo anche un orientamento sempre più deciso al confronto e allo scambio di opinioni tra i coimputati, nonché alla verifica di tutte le posizioni presenti nell’inchiesta e nel processo che seguirà. Il che darebbe ulteriore possibilità a tutti di valutare l’importanza di una difesa più coesa e collegiale, rinunciando a dannosi personalismi e divisioni.
In secondo luogo, come è già stato sottolineato da un compagno coinvolto nel processo per i fatti accaduti a Roma nell’ottobre 2011, con il rito abbreviato si rischia molto spesso di andare a giudizio in stato di detenzione, visto che i termini di custodia cautelare per reati come quelli contestati nei processi politici, difficilmente scadranno prima dell’inizio del processo. Con l'abbreviato quindi, si corre il rischio di rimanere in carcere ininterrottamente anche dopo la condanna di primo grado. Con il rito ordinario, invece, si potrebbe arrivare al processo anche a "piede libero", visto il maggior tempo che occorre per la sua istruzione e celebrazione, che potrà quindi superare i termini previsti dalla legge per la custodia cautelare. Senza tralasciare, nello stesso tempo l’opportunità per la difesa di ricercare e produrre tutti quegli elementi utili per individuare il giusto contrasto alle accuse e per dare il giusto risalto alle ragioni degli imputati. Per quanto attiene invece il computo della pena, se è vero che con il rito abbreviato essa potrà essere ridotta di un terzo, è altrettanto vero che tale computo dipende sempre dai giudici e dalla base di valutazione anche minima, da cui essi partono per conteggiarla. In proposito, occorre tenere nella debita considerazione il fatto che il minimo della pena solitamente dovrebbe essere conteggiato per coloro che risulteranno incensurati, indipendentemente dal rito scelto per il processo. Mentre per coloro che risultano recidivi, la pena sarà calcolata a partire da un minimo di anni maggiore rispetto alla pena-base. In ogni caso, anche nel rito abbreviato, come in quello ordinario, il calcolo della pena effettuato dai giudici dipende sempre dall’atteggiamento processuale e dalla personalità dei compagni processati.
Che la migliore solidarietà esista nella continuazione della lotta è certamente vero, ma non scontato, poiché i processi e le carceri hanno il principale scopo di spezzarne la continuità. La repressione non è dunque un momento separato dalle lotte ma un imprescindibile momento di verifica delle stesse, come il movimento No Tav ha saputo dimostrare.
E' necessario che questo tipo di valutazioni (degli imputati, degli avvocati, delle aree di movimento, circa la strategia e la tattica processuale) siano rese esplicite e socializzate perché senza di esse manca la base concreta del necessario confronto politico.
Avendo ben presenti le concrete difficoltà poste all'inizio, occorre non ridursi alla condanna delle posizioni più deboli o anche a volte opportuniste, che comunque sempre si presenteranno, né affidarsi ad interpretazioni rigide e schematiche di quelle che dovrebbero essere le scelte corrette, ma concentrarsi nel ricomporre e sostenere le istanze collettive di lotta che, ad oggi, siamo in grado di esprimere.

marzo 2016, OLGa – Milano

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Da una lettera di un compagno imputato nel processo 15 ottobre
Carissim* compagn*, […] ho saputo che una delle poche cose buone “la cassa di solidarietà” è saltata. Come ho già scritto in un precedente contributo mi auguro che i processi finalmente dal punto di vista legale possano essere concertati tra tutti gli “attori” imputati, movimenti e appunto legali, onde evitare certe cose. L’aspetto processuale però è solo marginale se paragonato a quello che dobbiamo fare sulla piazza. Lì vanno concentrate le forze ed unite le componenti antifasciste.
La campagna contro questo infame reato (devastazione e saccheggio) va incentrata sull’antifascismo e allargata il più possibile. Questo è ciò che credo, perché se è vero che molti ormai si sono scordati della Resistenza, è anche vero che tanti non lo hanno fatto. E tutte queste persone sono certo che sposerebbero una campagna del genere. Il mio timore è che però non si voglia interloquire con certa sinistra e questo, se accadrà, sarà un male. Lo dico perché proprio da determinate azioni si può trascinare il moderato dalla nostra parte. Sembrerò ripetitivo, ma il movimento “No Tav” ha raggiunto quel grado di forza portando sul proprio terreno di scontro parte della sinistra, così come quei c. di fottuti grillini. Se la campagna sarà ampia allora otterremo risultati, altrimenti risulterà la solita “sparata” che sfinirà i pochi volenterosi che l’hanno portata avanti. Quindi il consiglio è di stabilire gli obiettivi da raggiungere. A mio avviso potrebbero essere quelli di creare un supporto legale, di organizzarci sulla piazza e quello di fare un’ampia controinformazione; con un sito che funga come ideale punto di incontro tra tutti i compagni antifascisti e come base per la campagna stessa.
Mi permetto di darvi questi consigli in modo da sentirmi vivo e utile nelle lotte.
A pugno chiuso!
PS: Per Davide (Delogu, in carcere a Agrigento sottoposto al 14bis da ormai 2 anni) credo che la stiano a fare troppo sporca e che dovremmo percorrere tutte le vie per far finire questo attacco repressivo.

marzo 2016


Sabato 27 febbraio: sul corteo a Padova
All’alba di giovedì 18 febbraio a Padova, Schio (Vicenza) e Cagliari vengono eseguite perquisizioni nelle abitazioni dei compagni del Comitato di lotta per la casa con il bilancio di 11 misure cautelari: 4 compagni (Cic, Chinca, Maria, Redi) sono ora sottoposti agli arresti domiciliari, a 2 è stato applicato il divieto di dimora a Padova e a 5 è stato disposto l’obbligo di firma per tre volte alla settimana. La sede dell’Associazione Nicola Pasian, situata nel quartiere Palestro da circa 20 anni, è stata perquisita, messa sotto sequestro preventivo e con essa anche la strumentazione della web radio di controinformazione RadiAzione.info. Le accuse sono “associazione a delinquere… il “sodalizio criminoso” sarebbe il Comitato di lotta per la casa. In sostanza, i compagni, le compagne di Padova sono stati colpiti per aver messo in atto 32 blocchi di sfratto e 8 occupazioni di case sfitte. RadiAzione è accusata di aver dato voce al “sodalizio criminoso”.
Questo attacco dello stato, l’ennesimo, contro chi non accetta la guerra imperialista, la sopravvivenza segnata da miseria, sfruttamento, isolamento sociale, razzismo, galera… sabato ha avuto una risposta diretta, aperta quanto determinata. In strada eravamo oltre 500 compas corsi dal Friuli fino al Piemonte con ogni mezzo compresi pullman da Roma, Firenze, Milano. “CIC CHINCA MARIA REDI LIBERI! LA LOTTA PER LA CASA NON SI ARRESTA!” questo lo striscione in testa al corteo comunicativo partito dal quartiere, dove è stata sequestrata la sede dell’Associazione Pasian e di RadiAzione, entrato nelle vie e nelle piazze del centro. La solidarietà si è espressa in decine di interventi, in canti, parole d’ordine, scritte sui muri, attacchinaggio di manifesti. Si è vissuta una giornata di scambi di esperienze fra tante realtà, fra le prime condizioni che rafforzano la lotta di tutta la classe sfruttata.
Seguono brani di uno scritto di Martin, compagno aggredito dalla retata del 18 febbraio.

[…] E adesso cosa dobbiamo fare? Rassegnarci o indignarci per le accuse sproporzionate, chiedendo più diritti e giustizia da chi é il responsabile della miseria di chi sa quante persone? No, non spetta certamente a noi, noi che cerchiamo la soluzione nella rottura di ciò che ci circonda.
La controparte aveva messo in campo i suoi strumenti cercando di fare terra bruciata intorno a noi, ma non funziona più questo giochetto della separazione tra i compagni e la gente. É già superato dalla diffusione della rabbia nei quartieri popolari. Tra chi é scappato dal proprio paese sotto la pioggia delle bombe democratiche, chi marcisce in galera per essersi arrangiato, chi é stato licenziato o si fa sfruttare per 500 euro al mese, chi deve crescere i propri figli senza garanzie sanitarie e scolastiche, chi non ha una casa o subisce il ricatto dell'affitto.
Qui nei quartieri, lontano dai palazzi del potere, siamo stanchi di vedere le pattuglie che girano con arroganza e le telecamere posizionate ad ogni angolo, e non vogliamo più elemosinare come una ciurma anemica per qualche diritto che ci hanno già tolto. Qui si sta costruendo una forza che suscita paura, così tanto da doverci mettere i bastoni tra le ruote, una forza che si chiama organizzazione.
E solo insieme possiamo essere il sangue nuovo che scorre nelle arterie dei quartieri, partendo dalla casa o dai tanti altri bisogni che ci hanno tolto, per mirare verso l'alto, verso il tutto. […] da lontano, con rabbia e amore!

Il 9 marzo è stato vinto il riesame per i compagni di Padova coinvolti nell'inchiesta dello scorso 18 febbraio. I compagni non sono più agli arresti domiciliari e sono senza alcuna restrizione. Attualmente rimane sotto sequestro la sede dell'Ass. Nicola Pasian di Piazzetta Toselli.
Milano, marzo 2016


aggiornamenti dalla lotta no tav
Perquisizioni e arresti in Val di Susa
All’alba del 15 marzo 2016 in Valsusa i carabinieri di Susa hanno perquisito le abitazioni di sette No Tav: Giulia, Guido, Fulvio, Andrea, Luca, Giorgio, Stefano e Paolo; le perquisizioni inoltre hanno riguardato anche il presidio No Tav di Venaus (è la prima volta che accade dalla sua nascita avvenuta a seguito della vittoriosa battaglia dell’8 dicembre 2005) e dell’osteria Credenza di Bussoleno. Gli agenti si sono recati in maniera prepotente nelle abitazioni indicate, oltre alla perquisizione degli oggetti personali di ognun*, sono anche state fatte delle perquisizioni personali (spogliat* nud*), tese a umiliare e intimorire. In seguito, sono stat* portat* nelle caserme di Susa e Rivoli e lì a quattro sono stati imposti gli arresti domiciliari con tutte le restrizioni, a tre l’obbligo di firma giornaliero. Alla sera a Bussoleno c’è stata una prima risposta con un’assemblea che ha deciso una manifestazione per sabato.
L’episodio preso a pretesto per le perquisizioni e le restrizioni a sette compagn* riguarda un’azione di solidarietà svoltasi a Bussoleno il 17 settembre dello scorso anno, a seguito di una cena del Nucleo Pintoni Attivi (NPA) in Clarea, quando un compagno lì presente era stato inseguito e fermato in paese per un “controllo” e diversi altri No Tav, saputa la notizia, erano accorsi per vedere cosa stesse capitando. Ricordiamo che in quell’occasione specifica alcuni agenti, oltre ad aver aggredito verbalmente le persone presenti, erano scivolati in squallidi luoghi comuni razzisti del tipo “Ho avuto meno problemi con rumeni e albanesi che con voi”. Inoltre di fronte alla normale reazione della gente della valle ad affermazioni di quello stampo, uno di loro ha risposto “Se ci fosse il fascismo non ci sarebbe il problema della vostra protesta”.
“…come sempre sapremo rispondere come merita… inutile dire che anche questo ennesimo tentativo di intimidazione non ci spaventa e continueremo a lottare, come da 25 anni ad oggi, sempre a testa alta! Solidarietà a Giulia, Guido, Fulvio, Andrea, Luca, Giorgio, Stefano e Paolo!Avanti No Tav!”

"Se toccano una toccano tutte" striscione vietato davanti al tribunale di Torino
Nel luglio 2013 c’è stata una manifestazione notturna al cantiere Tav di Chiomonte. Marta, una compagna pisana viene fermata dalla polizia dopo una violenta carica. Pestata, insultata e molestata sessualmente dalle forze dell'ordine, viene pure denunciata. Alla prima udienza del processo il Movimento notav organizza un presidio per non lasciare Marta da sola ad affrontare quel difficile momento. Un gruppo di compagne, donne, amiche decide di portare uno striscione che oltre a solidarizzare con Marta, denuncia le violenze della polizia. "Se toccano una toccano tutte". Un gesto di solidarietà femminista, contro la violenza maschile in divisa nei confronti di una compagna.
Non fanno in tempo ad aprirlo per appenderlo fuori dal tribunale che la polizia carica, manganella e poi denuncia. In un processo farsa in cui le molestie subite da Marta vengono completamente rimosse così come le ragioni del presidio, le compagne vengono accusate di ogni sorta di reato.
La Pm punta il dito sul "clima festoso" del presidio a indicare la pretestuosità della presenza del movimento. Per la Pm le donne presenti avrebbero dovuto vestirsi a lutto e piangere tutte le loro lacrime per dimostrare il loro dolore per la vittima? Una reazione determinata da parte di quelle donne è un fatto così inaccettabile e incomprensibile? Ancora la Pm insiste con una testimone sul fatto che non avendo subito lei stessa violenze sessuali non avrebbe potuto capire e quindi solidarizzare con una donna che invece quelle violenze dice di averle subite. Queste sono solo alcune delle perle che si sono sentite durante il processo.
Oggi, 25 marzo, è arrivata la sentenza e la condanna a 8 mesi per chi ha osato esporre lo striscione. Giustizia è fatta. La loro.

Iniziata la 4 giorni No Tav, lacrimogeni in Clarea
Nel corso della giornata di venerdì 25 marzo, per permettere un comodo pernottamento, è stata costruita una solida tettoia dove cibo, vino e caffè intrattengono i No Tav in presidio 24 ore su 24. Alla sera almeno un centinaio di No Tav si è dato appuntamento a Giaglione per la passeggiata notturna che dà il via alla 4 giorni di mobilitazione lanciata dal movimento in occasione delle festività pasquali. E’ questa la prima passeggiata notturna dagli arresti del 15 marzo scorso e si lega ad una lunga serie di iniziative di solidarietà che si sono susseguite nelle ultime settimane.
Verso l’una di notte il primo attacco al cantiere, con lanci di pietre e lacrimogeni ad altezza uomo - da parte della polizia. Il secondo fronteggiamento avviene verso le 3 notte, che stavolta coglie la polizia impreparata. Dal presidio permanente di Clarea rilanciamo quindi l’iniziativa… avanti No Tav!
marzo 2016, da diverse fonti

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viva Berta! Morte di una rivoluzionaria
Le multinazionali dell’EXPO anche in Honduras espropriano, danneggiano, uccidono, costringono a fuggire-emigrare; combatterle significa lottare per la società senza sfruttamento, razzismo. Segue un articolo tratto da junge welt del 5 marzo 2016.

Berta Càceres attivista dei diritti umani, per la difesa dell’ambiente, è stata uccisa giovedì (3 marzo) in casa sua nella città di La Esperanza nell’Honduras dell’ovest. Mentre polizia e c. riferiscono la morte all’irruzione in casa di “ladri”, i suoi famigliari, compagne e compagni di lotta ribattono: “Tutti sanno che Berta è stata uccisa a causa della sua lotta per l’ambiente… è un omicidio politico del governo. Tutto il resto è menzogna.”
Berta infatti era impegnata come coordinatrice di COPINH (Organizzazione per i diritti umani della popolazione indigena) nella lotta contro il progetto della diga “Agua Zarca” portato avanti da un’azienda privata. Un progetto che taglierebbe l’accesso all’acqua a centinaia di famiglie. Lei, pochi masi fa con altr* manifestanti si era scontrata sul cantiere della diga con dirigenti dell’azienda edile e con i militari. In quegli scontri vennero uccisi dai soldati parecchi manifestanti. Suo fratello Gustavo, ma anche l’internetportal tedesco “amerika 21”, confermano che Berta era minacciata da mail aggressive, diffamanti…La situazione in Honduras si è fortemente inasprita dopo il colpo di stato del 2009.


sullo sciopero generale del 18 marzo
La giornata di sciopero generale di 24 ore di tutte le categorie del 18 marzo 2016 ha visto l'adesione di larghi strati di classe lavoratrice in vari settori, con la partecipazione convinta e determinata di lavoratori, delegati, compagni alle diverse manifestazioni lanciate e articolate su tutto il territorio nazionale e ai picchetti operai davanti ai cancelli di magazzini e fabbriche già nelle prime ore del mattino.
La manifestazione a Milano ha visto ancora una volta la presenza preponderante dei lavoratori della logistica ma anche la presenza di lavoratori degli altri settori come il chimico, le poste, il pubblico impiego, il tessile, metalmeccanico, dando allo sciopero un significato in più, che è appunto quello di unire tutti i settori. Abbiamo sempre detto che lo sciopero (come lo intende tutto il S.I.Cobas) non è farsi una camminata, ma deve vedere la partecipazione reale di chi lavora, e così è stato. In queste due ultime settimane prima del 18 marzo sono state organizzate assemblee nei luoghi di lavoro, in ben 47 magazzini, con 10 pullman dall’interland di Milano, 2 da Bergamo, 2 da Brescia, uno da Genova e Novara, con fermate davanti ai magazzini la mattina dello sciopero.
Migliaia di lavoratori hanno risposto con entusiasmo e con coraggio manifestando per le strade di Milano tutta la loro voglia di battersi per i diritti e contro la guerra (che al di là di quanto afferma Renzi è già in atto) attraverso l’arma della lotta e dello sciopero. Si sono svolte manifestazioni anche a Bologna, a Roma, Napoli, Firenze, Torino, Prato, a dimostrazione che ormai il S. I. Cobas sul piano nazionale è diventato un punto di riferimento per quanti si vogliono mettere in gioco per difendere il salario e le condizioni di lavoro.
A Bologna un corteo di un migliaio di lavoratori ha attraversato le vie della città gridando la propria opposizione alla guerra imperialista, alle politiche anti – operaie del governo, ma rivendicando anche la diminuzione generale dell'orario di lavoro a parità di salario e la libera circolazione della forza-lavoro! Con la conclusione del corteo la giornata di lotta e battaglia è stata rilanciata con il picchettaggio serale dell'Interporto di Bologna, completamente bloccato per ore, e con un nuovo presidio presso l'Hotel Holyday Inn, dove é ancora in corso una dura battaglia per il reintegro delle lavoratrici licenziate perché nel corso dell'ennesimo cambio d'appalto hanno rivendicato l'applicazione del CCNL.
Anche a Napoli un migliaio di lavoratori, disoccupati, precari e studenti sono scesi in piazza contro guerra, la politica economica e sociale di governo e UE, il Jobs Act, la riforma delle scuola e lo Sblocca Italia. Il corteo al di là delle prescrizioni e limitazioni della Questura ha voluto percorrere ugualmente le vie del centro storico, articolando poi azioni in solidarietà dei lavoratori presso il Porto, terminando, poi, presso il Comune di Napoli e il palazzo della Regione Campania.
La grande adesione e la partecipazione allo sciopero e la buona riuscita complessiva della giornata di lotta è il risultato del lavoro di tutti i compagni e compagne che si sono impegnate e che credono nel S. I. Cobas come alternativa reale al resto del “confederume”, ormai venduto ai padroni e al Governo, e agli altri sindacati che si muovono solo per “interesse di bottega”, nell'ottica di qualche tessera in più.

marzo 2016, da sicobas.org


fidenza (pr): BORMIOLI ROCCO, DOMANI UN'ALTRO BLOCCO!
Questo scritto, vuole offrire un contributo per una riflessione sulla lotta che coraggiosamente i facchini di uno stabilimento della Bormioli Rocco stanno conducendo da due mesi a questa parte. Crediamo sia necessario fare un punto della situazione più approfondito per alcune ragioni; la prima è dovuta al "silenzio assordante" degli organi d'informazione su questa vicenda, in particolare la gazzetta di Parma, cosa che non ci stupisce più di tanto, considerato il secolare servilismo del principale quotidiano cittadino agli interessi dei padroni. Un'altra ragione è quella di fornire più elementi possibili per la comprensione di quanto è accaduto e sta accadendo davanti ai cancelli dello stabilimento e non solo: non si tratta solo di ripercorrere le fasi salienti di questa vertenza, ma di capire i motivi reali che hanno condotto l'azienda ad erigere un vero e proprio muro di fronte alle sacrosante richieste dei lavoratori, un muro sostenuto senza riserve dalla CGIL e gli altri sindacati confederali, dalle istituzioni, e naturalmente da polizia e carabinieri, che ancora oggi, a due mesi dall'inizio della vertenza mantengono un presidio fisso davanti agli stabilimenti Bormioli di Fidenza. Cercheremo allora di far luce su quei motivi che giustificano una tale dedizione dei vari apparati statali e sindacali alla causa di questa azienda che, come vedremo, è Bormioli solo di nome ma non di fatto... Infine l'ultima ragione è legata al fatto che questa lotta per noi, per tutti coloro che si sono schierati, che hanno partecipato ai picchetti, preso manganellate e denunce, e naturalmente per quei 23 facchini che non hanno nessuna intenzione di mollare, la lotta, questa lotta non è ancora finita, di più: è un insegnamento ed un esempio per altri lavoratori in lotta, è occasione di solidarietà concreta che continua a manifestarsi davanti ai cancelli di molti depositi e magazzini della logistica, è inoltre una possibilità e potenzialità di saldatura con altri ambiti di lotta (in primis le lotte per la casa) e verso una prospettiva più ampia, che superando il piano vertenziale investe l'esistente sotto il profilo della guerra imperialista e dell'immigrazione che ne è immediato e sofferto corollario.

Lo sciopero dei facchini del SI.Cobas, iniziato il 23 dicembre, prende le mosse dall’ennesimo cambio appalto, un meccanismo legalizzato dalle politiche attuali e che flagella il settore della logistica e dei trasporti. Un settore in cui imperversano consorzi di cooperative intermediarie, rispondenti all’esigenza di controllo della forza lavoro, flessibilità e di riduzione sistematica del suo costo. Un cambio appalto, quello in Bormioli, segnato da un accordo sindacale siglato dal CAL (consorzio entrante) con la CGIL (sindacato largamente minoritario nel magazzino prima del cambio: 4 iscritti), che cancella in un sol colpo diritti acquisiti nel tempo quali scatti di anzianità e livelli di inquadramento. Il tutto nella prospettiva esplicita di una successiva riduzione di organico (alla scadenza di 9 contratti a tempo determinato) benché si lavorasse con moltissime ore di straordinari.
Su questo accordo sindacale, interverranno più volte, anche a mezzo stampa, i dirigenti CGIL, sostenendone la bontà. Distorcendo la realtà e mistificando i contenuti dell'azione dei lavoratori, faranno di tutto per screditare le ragioni dei facchini e del SI.Cobas. Ma vediamo in particolare quali sono i punti controversi per i quali, secondo la CGIL ci si troverebbe di fronte ad un ottimo accordo. [...]
I facchini rivendicano la garanzia del mantenimento di tutti i livelli occupazionali, delle stesse condizioni economiche e normative, l'assunzione senza periodo di prova e senza soluzione di continuità con rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Infine chiedono che ai rapporti di lavoro non verranno applicate le disposizioni di cui alla legge 183/2014 (jobs act) mantenendo la tutela prevista dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
In assenza di garanzie sul cambio appalto da parte della Bormioli, il 23 dicembre inizia lo sciopero dei facchini che prosegue anche la vigilia di natale e nei giorni seguenti. Nel frattempo, CGIL e CISL, nettamente minoritarie tra i facchini del magazzino spedizioni della Bormioli, firmano l'accordo.
La mattina del 31 dicembre, ultimo giorno dell'anno, mentre tutta la città è intenta ai preparativi per festeggiare il Capodanno, i lavoratori e le lavoratrici del magazzino della Bormioli di Fidenza proseguono lo sciopero. Un delegato del SI.Cobas spiega perchè i facchini sono ancora qui, nonostante l'accordo firmato da CGIL e CISL: "gli iscritti del SI.Cobas sono 35, quelli della CGIL solo 4, gli altri non sono rappresentati. Nell'accordo firmato c'è scritto che i contratti partiranno dal 7 gennaio mentre dovrebbero partire dal 1° gennaio. La maggior parte dei lavoratori erano assunti a tempo indeterminato dalla cooperativa che ha avuto l'appalto fino ad oggi. Inoltre nel testo dell'accordo si dice che il quarto livello sarà garantito a chi lo aveva nei precedenti 6 mesi: verificando si vedrebbe che i facchini non avevano quel livello nei 6 mesi precedenti, poichè è frutto di una contrattazione sindacale portata avanti dal SI.Cobas che aveva già firmato un accordo per l'assegnazione del livello da oggi in poi. Altra cosa è il fatto che non tutti i lavoratori sono inseriti nell'elenco dei 56 presenti nell'accordo. Noi chiediamo l'inserimento di tutti i lavoratori, quindi anche di quelli il cui contratto scade il 31 gennaio 2016, che per ora non sono stati inseriti".
Con queste premesse e il rifiuto dell'accordo firmato da sindacati assolutamente non rappresentativi, si arriva al 7 gennaio, giorno in cui riprende la produzione, e i facchini del SI.Cobas decidono di bloccare gli ingressi dei due stabilimenti di Fidenza, quello di viale Martiri della Libertà, dove si svolge la produzione, e quello di via Caduti delle Carzole, magazzino dove avviene l'attività di spedizione e luogo di lavoro dei facchini in sciopero. A fianco di questi ultimi, sono presenti anche le famiglie di molti sfrattati di Parma e provincia, tra cui la stessa Fidenza, che fanno parte del movimento di lotta per la casa con la Rete Diritti in Casa, e che di recente hanno aperto uno sportello anche a Fidenza proprio nella sede dei SI.Cobas, a causa dell'elevato numero di sfratti e di richieste d'aiuto arrivate da questa città. Ai picchetti si contano anche molti facchini, lavoratori e studenti solidali provenienti da altre città. Polizia e carabinieri in diverse occasioni provocano i facchini con intimidazioni e false promesse, ma i blocchi tengono. In serata vi è un tentativo di mediazione operato dal prefetto di Parma, che si risolve in un nulla di fatto (il prefetto arriverà addirittura a riconoscere ottimo il contratto proposto e a lodare lo sforzo di CAL).
La mattina dell'8 gennaio, dopo il naufragio della mediazione, entra in azione la celere guidata dalla digos di Parma che sgombera il presidio davanti allo stabilimento di via Caduti delle Carzole, confermando così l'obbiettivo politico di sgominare militarmente la resistenza di scioperanti e solidali e di imporre le condizioni al ribasso volute dai padroni. A seguito dell'operazione, 30 militanti (tra operai in lotta e forze solidali provenienti da Parma, Piacenza e Bologna) vengono trasportati in stato di fermo presso la questura di Parma e denunciati per violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale. In risposta viene convocato un presidio sotto la prefettura, adiacente alla questura, pretendendo il rilascio immediato delle persone fermate e conseguentemente la riapertura della trattativa sindacale finalizzata a garantire il mantenimento delle condizioni economiche e normative precedenti il cambio appalto.
Due giorni dopo, nella sede del SI.Cobas si tiene un affollata assemblea cui segue un corteo spontaneo che attraversa il centro di Fidenza; è chiara per tutti l'intenzione di continuare la battaglia, di non cedere alle provocazioni della polizia, di rilanciare la stessa piattaforma di lotta in altri magazzini dove la stessa committenza (Bormioli) e lo stesso fornitore (CAL) praticano l'identico obbiettivo di contenere le legittime rivendicazioni operaie. E' così che lunedì 11 gennaio all'alba, scatta un nuovo sciopero con blocco di entrambi i magazzini. Da Milano, Piacenza, Bologna e Brescia decine di lavoratori si sono ritrovati di fronte ai cancelli per sostenere i loro compagni in questa nuova giornata di lotta. Presente e significativa è stata la folta delegazione dei facchini del Penny market di Desenzano del Garda, che sempre venerdì hanno subito la stessa sorte a livello repressivo.
Le giornate che seguono sono caratterizzate da una vera e propria "guerra di posizione" tra facchini e solidali da una parte e polizia, carabinieri, e Bormioli-CAL dall'altra, con blocchi a singhiozzo che in caso di sgombero si spostano sulla vicina tangenziale, crumiri che tentano e a volte riescono ad entrare, orari di carico-scarico modificati all'ultimo per aggirare i picchetti... Ma la trattativa non si riapre; la pressione sembra giocare a favore dell'azienda, con diversi facchini che sotto minaccia di perdere il posto di lavoro firmano il vergognoso accordo proposto dalla CGIL, firma subordinata oltretutto al tesseramento... Gli scioperanti resteranno in ventitre, ben decisi a non mollare il colpo, e consapevoli del peso che questa vertenza assume nel contesto più generale delle lotte nella logistica.
Per rendere l'idea della posta in gioco, il 19 gennaio si è riunito, convocato dalla Regione Veneto, un tavolo che ha visto la partecipazione, oltre che della Regione Veneto, nella figura dell'Assessore Reg. al Lavoro Donazzan, della Provincia di Padova, di CGIL, CISL e UIL, Legacoop, le società Prix, Despar-Aspiag, Trasporti Romagna-Mg Service, Alì, Unicomm, avente come titolo: “contro le mobilitazioni selvagge” e per chiedere ai prefetti di tutte le provincie il “ripristino della legalità. Questo tavolo è stato convocato dopo che nelle scorse settimane in alcuni dei magazzini di proprietà dei soggetti convocati si sono tenute iniziative di lotta che hanno posto come rivendicazioni il riconoscimento di alcuni obiettivi già ottenuti in moltissimi altri magazzini del settore: avere garanzie in caso di cambio di appalto. Così è successo nel magazzino Prix di Grisignano di Zocco, dove il giorno 15 di gennaio Prix dava disdetta alla cooperativa Leone, lasciando a casa tutti e 70 i lavoratori e ingaggiando una nuova cooperativa che immetteva nel magazzino nuovi lavoratori. Così succede in moltissime altre situazioni dove grazie al cambio di appalto si perdono per la strada diritti acquisiti o addirittura il posto di lavoro. Si tratta di una norma contrattuale infame, quella che non garantisce il passaggio di tutti i lavoratori in caso di cambio di appalto alle medesime condizioni.
Questo stato di cose è evidente anche alla Bormioli di Fidenza, dove la complicità degli interessi padronali da parte della CGIL si manifesta palesemente con l'organizzazione il 24 gennaio, di un corteo cittadino contro i facchini in sciopero che con la loro mobilitazione danneggerebbero gli interessi degli altri lavoratori (da notare che alla manifestazione erano in tanti i funzionari della CGIL fatti venire addirittura con un pullman, e gli operai italiani della produzione, già oggetto di "terrorismo" e argomentazioni false in precedenti assemblee, avevano la giornata pagata). In Emilia come in Veneto, la CGIL è dunque sempre più parte integrante di un vero e proprio "blocco d'ordine" volto a spezzare in combutta con padroni, istituzioni e forze dell'ordine, la resistenza dei facchini.
La risposta dei facchini non si fa attendere: viene lanciata una manifestazione a Parma per sabato 30 gennaio e naturalmente continuano i picchetti. Dalle 7 del mattino del 28 infatti, insieme ad altri solidali, bloccano gli ingressi dei due stabilimenti Bormioli di Fidenza; la polizia in anti-sommossa effettua alcune cariche nella centrale viale Martiri della libertà per fare entrare i camion. E dopo le cariche della mattinata del 28 gennaio, anche il 29 i facchini sono tornati a bloccare i camion davanti all'ingresso del magazzino, in via Caduti delle Carzole. Sul posto uno schieramento di Carabinieri in assetto antisommossa: un facchino è stato colpito da una manganellata alla testa e si è posizionato sotto uno dei tir che era stato appena bloccato. L'ambulanza è giunta sul posto per soccorrere il ferito, trasportato per accertamenti all'Ospedale di Fidenza.
Questo è il clima in cui si arriva a sabato 30 gennaio, giorno della manifestazione a Parma. Fin dalle prime ore del pomeriggio, si capisce che l'affluenza sarà notevole: diversi pullman, provenienti da Milano, Torino, Bologna, Piacenza, Roma e altre città italiane raggiungono piazzale S. Croce, luogo del concentramento, e numerosi facchini del SI.Cobas e ADL Cobas cominciano a posizionarsi accanto ai militanti dei collettivi e delle organizzazioni cittadine. Contemporaneamente a Milano, alcuni compagni occupano un punto vendita di Bormioli. Sarà un corteo rumoroso e compatto quello che attraversa il centro cittadino per terminare a pochi metri dalla prefettura; era da tempo che a Parma non si assisteva ad una mobilitazione di lavoratori così imponente. Altrettanto imponente sarà l'incredibile oscuramento dei media cittadini sull'evento: il giorno dopo, sulla gazzetta di Parma, nemmeno un trafiletto a testimonianza della manifestazione...
Dopo il 30 gennaio, i blocchi ai cancelli della Bormioli continuano con minor frequenza, viene mantenuto un presidio permanente, e diversificati gli obiettivi: non più esclusivamente i magazzini produzione e spedizione di Fidenza, ma altri depositi che fanno capo a Bormioli sparsi in provincia. Si tratta di veri e propri blitz che disorientano le forze dell'ordine costringendole a spostarsi di continuo, e che provocano parecchi disagi al traffico, soprattutto i picchetti improvvisati davanti ad un magazzino situato lungo la via Emilia. Inoltre viene dato sostegno ai lavoratori della logistica di altre aziende: vi saranno vari picchetti all'interporto di Parma (Bartolini, Marconi, GLS..) e alla FERCAM, sempre di Parma. In quasi tutte le occasioni, saranno conquistate condizioni di lavoro e salario più favorevoli per gli scioperanti. I facchini di Bormioli, saranno presenti a picchetti organizzati in Veneto e Lombardia, a Foggia, a fianco dei braccianti agricoli, lavoratori immigrati tra i più sfruttati in Italia, ai picchetti anti-sfratto in provincia di Parma, organizzati dalla rete diritti in casa.
Il 17 febbraio, viene deciso l'ennesimo blocco davanti al magazzino spedizione della Bormioli; con un picchetto iniziato alle prime ore del mattino e portato avanti per tutta la giornata, l'obiettivo, assieme ai tanti lavoratori solidali arrivati dai diversi coordinamenti del nord d'Italia, è quello di rilanciare complessivamente la battaglia per la riassunzione dei licenziati politici.Il successo del blocco e l'incisività della lotta di questi lavoratori ha provocato, intorno alle 22, la violenta reazione delle forze dell'ordine che si è andata a scagliare contro il picchetto operaio, prima con provocazioni, poi con vere e proprie cariche, infine col lancio di lacrimogeni.
Ancora una volta diventa chiaro come la posta in gioco non sia più soltanto sindacale. Non é più solo questione di passaggio d'appalto, livelli, istituti contrattuali. Ad essere messa in discussione é la stessa agibilità sindacale e politica di questi lavoratori. Dopo questa giornata, contraddistinta da un livello repressivo notevole, forse il più alto messo in campo dall'inizio della mobilitazione, la polizia impedisce di rimontare i gazebo, sede del presidio permanente, che verranno prontamente sostituiti da un camper. Un messaggio chiaro, che i facchini non intendono smobilitare, e lo dimostrano con il blocco in occasione dello sciopero generale dei sindacati base, il 18 marzo, dove i camion, per l'ennesima volta, resteranno bloccati tutta la giornata.
Parma, marzo 2016


Lettere dal carcere di pescara
Riportiamo qui di seguito alcuni stralci di lettere, giunte da un detenuto di Pescara tra gennaio e febbraio di quest’anno, sul tema del lavoro in carcere.

Carissima, come stai? […] insieme ad un mio amico e compagno di detenzione ho costituito una cooperativa sociale che si chiama Soc. Coop. ACME, che come statuto ha proprio la solidarietà verso i detenuti ed ex detenuti e tutte le categorie cosiddette “svantaggiate”. L’intento di questa lettera è quello di cercare un aiuto da parte tua-vostra, per poter sviluppare le tematiche sociali della coop. Avrei bisogno come il pane della collaborazione di altre coop, al fine di reperire lavoro per i miei compagni di detenzione, così da permetterci una volta per tutte di disinnescarci dall’egemonia dello stato, innescando di fatto un rapporto di reciprocità utile a contrastare chi ti vuole servile e sottomesso alle sue volontà. In questa mia lunga detenzione, ho capito che da soli non si va da nessuna parte e la vera intenzione della Coop. ACME è quella di fare gruppo, perché in questi casi più ne siamo meglio è…ma per rendere credibile il tutto, abbiamo bisogno di lavoro, della collaborazione di associazioni, così da aumentare la nostra forza d’”urto”.
[…] Più di ogni altra cosa, c’è la necessità di porsi di fronte alle cose in base a un nostro desiderio, utilizzando i mezzi che più ci rappresentano. Il concetto della cooperazione, potrà consentire ad ognuno di noi di portare delle idee da condividere per poi attuarle. Questo tipo di azione diretta, a mio parere, ci darà la possibilità di emanciparci all’interno di uno schema “predefinito”, consentendo a una buona parte dei prigionieri di crescere nell’autostima e nell’autodeterminazione, costruendo un percorso autonomo-autogestito che getterà le basi per un domani diverso non solo per noi, ma anche per tutti coloro che disgraziatamente verranno dopo….
Credimi, molti di noi versano in forti situazioni di disagio e per istinto di sopravvivenza si diventa dipendenti dello stato prima e delle guardie poi, e per me assistere a tutto questo mi riempie il cuore di rabbia. Ecco, ACME è nata per questo! Credimi, abbiamo creato ACME tra mille difficolta sia economiche che logistiche, ovviamente ci sono delle persone che ci hanno sostenuto per quanto riguarda la costituzione delle coop e per l’affitto della sede, ma arrivati a questo punto vorremmo iniziare a camminare con le nostre gambe, pertanto tutto l’aiuto che riuscirete a darci per noi sarà importantissimo…
[…] Nella lettera che ti ho spedito in data 28.2 ti dicevo di non pubblicare ACME sull’opuscolo, per via del boicottaggio che ne avviene qui all’interno… ripensandoci bene, vaffanculo al boicottaggio, io ho sempre lottato contro tutto questo e continuerò a farlo. Quindi pubblica pure, perché ACME così come i loro fondatori non hanno nulla da nascondere e cammineranno a testa alta, sempre! Un abbraccio sincero a tutto voi.

Elian Osman, via San Donato, 2 - 65129 Pescara

Palermo: blocchi di migliaia di lavoratori Almaviva
In più di 2.000 stamattina, i lavoratori Almaviva hanno letteralmente invaso piazza Indipendenza dove ha sede il palazzo dell'Amministrazione regionale per protestare contro i 1.670 licenziamenti annunziati dall'azienda proprio ieri. Si chiede alla Regione d'intervenire per salvaguardare il reddito di migliaia di famiglie.
A partire dalle 9,00 infatti, la piazza comincia a riempirsi. Alle 11,00 circa, è già strapiena mentre arrivano notizie di un corteo non autorizzato partito dalla sede di via Marcellini che sta effettuando un blocco stradale in Viale Regione Siciliana (la circonvallazione di Palermo). Anche nella piazza centrale della protesta si effettuano blocchi stradali, bloccando in maniera alternata le vie di accesso alla piazza, centro nevralgico della viabilità nel centro storico. La città è in tilt e macchine in coda si possono notare in tutto il centro storico.
La situazione per i 1.670 lavoratori Almaviva si è fatta in questi giorni drammatica. L'azienda che si occupa dell'esternalizzazione dei servizi call center per Telecom, Vodafone, Alitalia, Wind, Enel e Sky, è di fatto la più grande realtà occupazionale in città, con i suoi 3.500 lavoratori circa. Ormai da quasi due anni, in cui l'azienda ha fatto largo uso dei “contratti di solidarietà” (che prevedono che un tot di giorni vengano pagati ai lavoratori dall'Inps), lo spettro di un sostanziale ridimensionamento o di definitiva chiusura dei due call center Almaviva si aggirava sull'esito della vertenza. Una vertenza che dopo una serie di iniziative dei lavoratori (soprattutto presidi e azioni di protesta simboliche) sembra lasciare spazio solo a migliaia di licenziamenti di lavoratori con contratto collettivo nazionale a tempo indeterminato. Le motivazioni ufficiali dell''azienda sono le solite: perdite di bilancio che nascondono l'emigrazione della multinazionale verso mercati più redditizi a causa di un minor costo del lavoro (Brasile, paesi balcanici). In realtà sono prima di tutto i lavoratori a sapere quanto l'azienda goda di ottima “salute”, potendo contare su commesse sicure di colossi aziendali (telecom, wind, enel, ecc...) leader nei loro settori di mercato. Insomma, giusto il tempo d'usufruire dei 60 milioni versati dal Governo nazionale e scappare via.
Stamattina allora, la totalità dei callcenteristi hanno scioperato per l'intera giornata, e in migliaia hanno preteso garanzie occupazionali e di reddito dalla Regione Sicilia, istituzione pubblica che non può permettere che l'azienda lasci senza reddito migliaia di lavoratori per accrescere i suoi proventi.
[...] All'uscita da Palazzo D'Orleans della delegazione dei sindacati confederali (maggioritari Cisl e Ugl), venuta ad esporre ai lavoratori l'ennesimo rinvio prendi tempo funzionale a ritardare l'ufficializzazione dei licenziamenti a quando gli animi si saranno calmati, i lavoratori hanno invece preteso a gran voce risposte e garanzie immediate. Un contesto evidentemente ingestibile, quello di quest'oggi, da parte dei sindacati confederali, la cui volontà di normalizzazione è stata battuta dalla rabbia della piazza. Alla volontà di rinviare la questione seduti ad un tavolo, i lavoratori hanno risposto con la pretesa di non abbandonare la piazza e di decidere il da farsi in maniera collettiva, come qualcuno urlava “qui e subito”.

23 Marzo 2016, da infoaut.org