Apocalisse
e sopravvivenza
Considerazioni
sul libro Critica dell’utopia capitale
di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in
Italia
1
Premessa
La
pubblicazione delle Opere complete di
Giorgio Cesarano, iniziata nell’estate del ’93 con l’uscita della prima
edizione integrale di Critica
dell’utopia capitale, è il risultato dell’attività di un gruppo di
individui che s’ispirano direttamente a quella «critica radicale», di cui
Cesarano stesso fu uno dei protagonisti.
Nell’83
un gruppo di compagni, provenienti dalla «corrente radicale», fondarono
l’Accademia dei Testardi, che pubblicò, tra l’altro, tre numeri della
rivista «Maelström». Questo nucleo, tuttora esistente, intraprese un bilancio
della propria esperienza rivoluzionaria (portato a termine solo in parte), che
costituisce un precedente ideale dell’attività che portiamo avanti,
ripubblicando le opere di Giorgio Cesarano e accompagnandole con la discussione
che ha prodotto gli interventi riuniti nella presente raccolta[1].
In
questo testo ci proponiamo d’inquadrare l’attività di Cesarano nel suo
periodo storico, contribuendo a una delimitazione critica dell’ambiente
collettivo di cui egli faceva parte. Ciò al fine di collocare meglio noi stessi
nel presente, chiarendo il nostro rapporto con l’esperienza rivoluzionaria del
recente passato, arma teorica necessaria per affrontare la situazione che ci
circonda, che richiede la capacità di resistere e durare in condizioni
complessivamente ostili, in un modo per alcuni aspetti simile a quello dei
rivoluzionari dei primi anni Settanta.
La
riedizione di testi di quel periodo ha un peso ben preciso nella discussione che
stiamo attualmente conducendo nel Centro d’Iniziativa Luca Rossi e nella
dialettica che intendiamo stabilire con tutte le presenze rivoluzionarie
(peraltro assai circoscritte) che ci circondano. Da un lato, infatti, come
abbiamo detto, c’ispiriamo direttamente alle espressioni teoriche centrali
dell’ultimo periodo di conflitto sociale acuto nel nostro Paese (il decennio
del cosiddetto «Maggio strisciante» ’68-’78). Dall’altro non intendiamo
rivendicare una continuità storica inesistente: la «corrente radicale» ha
raggiunto l’apice della sua partecipazione diretta al movimento rivoluzionario
tra il ’68 e il ’70, successivamente ha tanto risentito del riflusso sociale
da indebolirsi al punto di non saper sfruttare l’occasione offertale
dall’imprevista esplosione del ’77 e da non potersi poi riprendere da questo
fallimento. Per cui, i contenuti che essa ha sviluppato nella sua breve storia
vanno studiati, integrati e approfonditi, anche allo scopo di dare una
delimitazione storica definitiva al suo apporto. Anche se il bilancio di questa
esperienza critica è per noi, ora, largamente positivo, i conti col passato
vanno chiusi. L’orizzonte storico che abbiamo davanti è talmente cambiato
rispetto agli anni Sessanta e Settanta, che l’esperienza rivoluzionaria di
allora è ormai «storica».
2
La «corrente radicale» e il suicidio di Giorgio Cesarano
Il
lettore di Critica dell’utopia capitale
non può non restare impressionato dal suicidio di Giorgio Cesarano, a
quarantasette anni, proprio quando stava lottando per produrre la sua opera
principale. All’epoca del suicidio, la sua attività teorica era in pieno
svolgimento. La sua ricerca era aperta e fu troncata di netto dalla morte,
mentre si svolgevano dure polemiche ed erano ancora possibili fruttuose
collaborazioni e nuovi incontri. Il ’77 era alle porte e Cesarano già
intravedeva la possibilità di un proprio impegno «pratico», che gli avrebbe
dischiuso le porte dell’azione, di cui sentiva un bisogno ancor più urgente
di quello della comunicazione teorica. Già da qualche tempo partecipava a «Puzz»
(giornale pubblicato dal nucleo informale Situazione Creativa di Quarto Oggiaro)
e intendeva continuare e approfondire la collaborazione.
Nella
primavera del ’75, i giovani di Quarto Oggiaro erano già impegnati nelle
piazze (insieme alla nascente Autonomia Operaia): a Milano riapparivano, anche
se solo per pochi giorni, le barricate. Per tutto il ’75, e il ’76, si
manifestarono, in vari episodi, aggregazioni spontanee di «radicali», che già
costituivano un punto di riferimento per numerosi giornalini apparsi in quel
periodo in varie città d’Italia. Ai reduci del lungo ciclo di lotte degli
anni Sessanta si sommava finalmente un buon numero di giovani; la «corrente
radicale» tornava a farsi sentire, attraeva inoltre parecchi scontenti
dell’Aut. Op., nelle università, nelle assemblee e nelle piazze; alla vigilia
del ’77 si apprestava a essere nuovamente una presenza critica centrale che
godeva di una diffusa rete di contatti.
In
questa situazione, nel complesso assai favorevole, la mancanza di Cesarano si
fece sentire: alla crescita numerica non corrispose una crescita
teorico-critica. Se fosse stato possibile concluderla e diffonderla in tempo, Critica
dell’utopia capitale avrebbe costituito un valido antidoto anche contro
molti dei veleni ideologici, soprattutto di provenienza transalpina (l’«ideologia
francese»), che impestarono fin dal primo momento la cosiddetta «ala creativa»
del movimento del ’77; inoltre la coerenza e la lucidità di Cesarano
avrebbero contribuito in modo determinante a risolvere gli equivoci in cui finì
per impantanarsi la «critica radicale».
Al
di là della sua vicenda individuale, questo atto disperato è radicato nei
limiti di una corrente che poco tempo dopo avrebbe dimostrato la propria crisi.
Uno
dei contenuti caratteristici sviluppati dall’autore del Manuale
di sopravvivenza è la necessità di sostenere la «prova» che, nei periodi
di scarsa tensione sociale, s’impone a ogni rivoluzionario: resistere nel «frattempo»
della rivoluzione all’assalto omicida dei fantasmi del senso di colpa, alla
solitudine che porta allo smarrimento, alle allucinazioni e ai traviamenti che
portano alla pazzia, al ritorno dei ruoli abitudinari, economici e familiari,
che si credeva di aver spazzato via. Giorgio Cesarano, profondamente colpito dal
suicidio del suo carissimo amico e compagno Eddie Ginosa, sottolinea il pericolo
che corre il rivoluzionario quando non può riconoscersi in un processo di lotta
sociale e si smarrisce nell’irrealtà allucinatoria e onnipervasiva del
processo di valorizzazione capitalista, rispetto al quale si percepisce come
irriducibilmente altro. In questo
frangente può sentire come aliena la realtà nel suo complesso e come esclusive
e singolari, e quindi patologiche, la propria rabbia e la propria rivolta. Per
questo l’isolamento può costituire un rischio mortale, di fronte al quale il
rivoluzionario deve avere la lucidità e il distacco necessari a ritrovare le
proprie ragioni e a capire che sono quelle di tutti: «[…] il compito
biologico della rivolta segregata nella dannazione individuale è quello di
riconoscersi come prassi generica alienata dalla teoria. Non manca agli uomini né
la forza né la lucidità della critica pratica; non esiste “persona” che
non conosca, tra sé e sé, i tratti dell’incubo che essa, con tutti, chiama
vita; ciò che sembra, finché sembra, mancare è il minimo scatto di uno
sguardo che sappia trapassare il finto muro dell’individualità sofferente,
cogliere tra il sé e il sé che si rimandano, dal sonno alla veglia, i segni
terribili dell’estirpazione della vita, lo spiraglio attraverso il quale
finalmente ravvisare ciò che da sempre è patente, visibile: l’identità
della mutilazione accettata paradossalmente da tutti in nome dell’identità di
ciascuno come diverso e come specifico, la verità banale d’essere tutti
spoliati d’identità reale – identità con il bisogno d’essere, con il
desiderio d’amare – in cambio di una identità assolutamente carceraria,
noumenica nella forma e numerica nella sostanza. Il bisogno d’essere è il
bisogno elementare, banale; la sofferenza di non essere è altrettanto
elementare e banale. La complicazione è “il resto”, il “regno”
labirintico di ciò che non è vita di nulla e di nessuno e pretende d’essere
la vita del tutto, e di tutti nel tutto»[2],
in modo di trarre dall’infelicità e dalla disperazione stesse, la forza
incommensurabile di un’iniziazione rivoluzionaria alla passione e alla vita.
Nel
suo insieme, ponendo al centro dei suoi interessi la critica della vita
quotidiana e la sperimentazione di possibilità che conducessero in modo diretto
all’estasi, la corrente radicale ha dovuto pagare un prezzo altissimo alla
controrivoluzione, subendo inesorabilmente l’autodistruzione degli individui
più appassionati, che più autenticamente avevano assaporato la vita e meno
potevano adeguarsi al grigiore senza speranza della quotidianità del capitale.
A differenza di altre correnti coeve, e allora nostre «nemiche», la tendenza
comunista radicale non è stata massacrata dalla repressione, né ha annoverato
nelle sue file infami e dissociati, nel complesso non ha rinnegato se stessa. A
parte pochissimi che hanno «tradito», passando anche formalmente a collaborare
con le ideologie e le organizzazioni politiche del capitale, la maggior parte di
noi ha abbandonato la prospettiva rivoluzionaria per inerzia e conformismo, o
per risentimento accumulato (verso il proletariato che non vuole diventare
rivoluzionario o verso i compagni più brillanti e ammirati in cui si riponeva
fiducia e che troppo spesso non hanno saputo far seguire alla propria critica
intransigente, a volte spietata, dell’esistente, fatti
adeguati ad armare di efficacia la loro rabbia). Ma tutti coloro per i quali la
passione rivoluzionaria era una forza «biologica», un’energia radicata
profondamente nel loro essere, hanno continuato a tessere la tela di Penelope
della teoria, e a sperimentare le precarie soluzioni che consentissero di
sopravvivere e sottrarsi comunque all’invadenza del presente, appiattito e
mistificante. Alcuni si sono buttati in «romantiche» peripezie in Paesi
esotici – anche lì tallonati dall’ideologia dell’«avventura» turistica
– altri hanno soddisfatto la propria nostalgia col crimine. Molti sono morti,
altri in carcere, quasi tutti comunque «finiti male», come doveva
succedere a individui non dotati di ricchezze patrimoniali né di «saper vivere»
accumulato, e comunque mai interessati
ad aver successo in questo mondo.
Per
la corrente radicale il peso della repressione diretta è stato relativamente
secondario, rispetto all’autentico massacro causato dall’autodistruzione o
da forme poco appariscenti di liquidazione sociale (routine poliziesca e
terapeutica; regolamenti di conti in seno alla famiglia; emarginazione coatta e
omologazione alla malavita; assassinio della passione). Da questa vicenda c’è
una lezione di vitale importanza da estrarre, tanto più in un’epoca
spietatamente cinica e nichilista come l’attuale, che esalta in modo brutale e
diretto i valori del capitale, in cui i rivoluzionari sono sottoposti a un
martellamento ideologico ossessivo che li spinge a considerare con amarezza e
pessimismo la propria inattualità.
3
Bordighisti e anarchici
In
Italia non è mai esistita una componente storica che si rifacesse alla corrente
ultrasinistra classica[3].
Ciò perché fu lo stesso Partito Comunista d’Italia a costituirsi su
posizioni «estremiste»[4], entrando subito in
conflitto con Lenin e poi con la direzione Zinov’ev dell’Internazionale
Comunista. Benché il contrasto con gli onnipotenti bolscevichi portasse ben
presto all’estromissione dei vari Bordiga, Repossi, Fortichiari, Damen ecc.
– che pure rappresentavano il 90% degli iscritti – da tutte le cariche di
partito, gli esponenti della sinistra del PCd’I si rifiutarono di rompere con
l’Internazionale, come avevano fatto invece i consiliaristi tedeschi e
olandesi, e si adattarono all’opposizione disciplinata e frazionista
all’interno del partito mondiale, conclusasi con la loro espulsione solo in
epoca staliniana.
La
Sinistra italiana di Bordiga, pur ritenendo illusoria e controproducente la
creazione di un nuovo partito al di fuori dell’Internazionale Comunista,
condivideva il contenuto essenziale dell’ultrasinistra, sintetizzabile nel
rifiuto di farsi riassorbire dalla socialdemocrazia centrista per dare vita al
partito di massa imposto da Lenin e Zinov’ev e poi da Stalin. Con tutto
questo, la Sinistra italiana si differenziava nettamente dalla corrente
consiliare internazionale non solo sul piano organizzativo ma anche perché
rimase sostanzialmente più fedele al nucleo centrale dell’opera marxiana,
criticando sempre ferocemente l’utopia autogestionaria (che invece ebbe una
certa importanza nelle altre correnti «estremiste») e ponendo sempre al centro
della propria critica la legge del valore, il processo di valorizzazione
capitalista, la cui abolizione costituisce il contenuto della rivoluzione
comunista.
Nel
secondo dopoguerra, la Sinistra italiana fondò il Partito Comunista
Internazionalista, e produsse un’inestimabile mole di teoria critica (tra
l’altro disvelò con dovizia di analisi la natura sociale capitalista dell’urss).
Rigidamente fedele allo schema rivoluzionario del passato, ignorò totalmente
l’importanza del ’68, continuando a esistere fino a oggi, senza mai
incontrarsi con la «corrente radicale» (che tuttavia influenzò profondamente,
soprattutto attraverso la rivista francese «Invariance»).
L’altro
motivo per cui in Italia nel primo dopoguerra non poteva manifestarsi la
tendenza ultrasinistra consiliare, era l’esistenza di un formidabile movimento
anarchico e anarcosindacalista (fai-usi), estremamente vivo e radicale fino all’avvento del
fascismo. L’anarchismo emerse dalla Seconda Guerra mondiale ancora
numericamente consistente, ma assai più debole dal punto di vista teorico
dell’agguerrita pattuglia bordighista.
Il
movimento anarchico che affrontò la bufera del ’68 era incredibilmente
sclerotizzato e difendeva posizioni chiaramente «filo-democratiche». La sua
attività era puramente dimostrativa, in una logica tutta interna al movimento,
pesantemente condizionata dall’esperienza spagnola degli anni Trenta e dai «traumi»
del fascismo e del bolscevismo (manifestazioni contro la repressione dei
compagni spagnoli, commemorazioni rituali, anti-bolscevismo e anti-marxismo
esasperati, incubo del comunismo autoritario lenino-stalinista; adesione al «fronte
antifascista» ufficiale con dc e pci),
e la sua teoria era confusa e superficiale, sostanzialmente ferma al dibattito
sull’«organizzazione anti-autoritaria» risalente all’anteguerra. Il
movimento anarchico, a differenza dei bordighisti, non solo non poté ignorare
il ’68, ma ne fu addirittura travolto: dovette subire la gagliarda rivolta
della sua componente giovanile[5],
e in seguito di interi gruppi organizzati, che finirono presto o tardi per
staccarsene e confluire nella nascente avventura comunista radicale,
identificandovisi o adarendo a un’impostazione consiliar-operaista.
4
Precedenti internazionali
In
Italia non esistono dunque veri e propri precedenti all’esperienza radicale,
che può considerarsi in tutto e per tutto un frutto prodotto dal ciclo di lotte
del ’67-’70 (annunciato da un notevole risveglio della lotta di classe,
ancora in parte contenuto dal pci e dalla cgil,
a partire dal 1960).
I
precedenti delle lotte e della corrente italiana sono tutti internazionali.
Innanzitutto
la Francia, che esplodeva nel maggio-giugno ’68 contemporaneamente
all’Italia, ma che aveva conosciuto antesignani molto significativi dal punto
di vista teorico-organizzativo: «Socialisme ou Barbarie» e, soprattutto, l’«Internationale
Situationniste». In un primo momento i situazionisti vennero conosciuti in
Italia come protagonisti di alcuni episodi clamorosi di contestazione
dell’università[6]
che ebbero una certa eco in Italia, dove la teoria radicale si diffuse
inizialmente soprattutto all’interno delle occupazioni delle scuole e delle
università della fine ’67.
Ma
anche il movimento americano ’64-’67 ebbe un enorme peso nella situazione
italiana. Innanzitutto il movimento dei neri nelle due componenti fondamentali:
quella violenta – in parte espressa dal movimento di Black Power (Malcom x; lo
snic di Stokeley Carmichael e Rap
Brown) ma soprattutto incarnata dalla rivolta «muta» dei ghetti (Watts)[7] culminata nella vera e
propria insurrezione della metropoli operaia di Detroit, che vide impegnato lo
stesso esercito usa in una
settimana di combattimenti casa per casa –, e quella pacifista e
integrazionista, rappresentata da Martin Luther King.
Dalle
testimonianze e dai resoconti della rivolta di Detroit si ricava la sensazione
entusiasmante della rivoluzione: uno dei principali centri industriali e operai
dell’epoca – allora Detroit non era ancora precipitata nel pozzo senza fondo
della disperazione e della criminalità ove sarebbe stata gettata dalla
ristrutturazione e dalla deindustrializzazione degli anni Ottanta, ma era uno
dei centri pulsanti del capitale mondiale, come Torino e Milano – caduto nelle
mani dei desperados dei ghetti in armi, che avevano inflitto una sonora
sconfitta alle forze repressive locali e affrontato un formidabile spiegamento
di forze militari. Gli operai, occupate le fabbriche, erano stati però incapaci
di uscirne per partecipare in massa all’insurrezione, bloccati nella stessa
impasse, rivelatrice dei pregi e dei limiti dell’autogestione condotta dai
Consigli operai, che si sarebbe manifestata poi nel Maggio francese. La portata
di questa rivolta è dimostrata, in negativo, dalla disperazione, espressa poi
come violenza senza senso, seguìta alla repressione di questo grande
scatenamento di follia entusiasta.
L’estate
calda del ’67 accese la miccia del
movimento studentesco europeo. Di grande impatto emotivo furono anche le
manifestazioni del movimento per i diritti civili, che Martin Luther King, il
quale avrebbe pagato con la vita, cominciava a indirizzare verso tematiche
sociali (sostegno a scioperi e a rivendicazioni dei lavoratori neri che
costituivano la totalità della manodopera nei mestieri più duri e peggio
pagati).
Infine
il movimento degli hippies e degli studenti bianchi contro la guerra del Vietnam
– al cui interno si manifestavano componenti radicali – mise in pratica
senza mediazioni la critica pratica della vita quotidiana. Gli hippies e gli
studenti sperimentarono forme di vita comunitaria, liberazione sessuale, rifiuto
del lavoro, critica della famiglia e dei ruoli sociali, illegalità, uso delle
droghe che «allargano la coscienza», nomadismo, riutilizzo delle tradizioni
religiose per raggiungere l’estasi. L’originale potenza del movimento
giovanile nordamericano non va confusa con la successiva
importazione dei valori dell’underground, attuata in Italia da operatori più
o meno specializzati, sotto forma di ideologia «nuovissima», che ebbe uno
scopo essenzialmente smobilitante e destrutturante nei confronti di un movimento
che aveva già acquisito un ben preciso livello di coscienza e di radicalità.
Prima
del ’67 l’«underground» italiano era caratterizzato da poche e minoritarie
manifestazioni controculturali e comunitarie (Onda Verde, Barbonia city, case
occupate in campagna, diffusione delle «comuni» nelle metropoli), che ebbero
il merito d’incominciare a porre la questione della critica della vita
quotidiana (soprattutto la liberazione sessuale, il rifiuto del servizio
militare, le droghe leggere), ripresa poi in altri termini dai rivoluzionari che
la integrarono con l’apporto dell’Internazionale Situazionista, e di dare
inizio a quella rivoluzione dei costumi che, nella provincialissima e bigotta
Italia degli anni Sessanta, avrebbe finito per cambiare irreversibilmente la
vita di un’intera generazione e segnare tutta la società.
5
La corrente radicale italiana nasce nel movimento studentesco del ’68
La
corrente radicale italiana è un prodotto del movimento del ’67-’68. In
particolare i primi nuclei di comunismo radicale sorsero nella turbolenza delle
occupazioni scolastiche e universitarie. Alcuni erano già influenzati
dall’Internazionale Situazionista (che nell’occasione formò un’effimera
«sezione italiana»); una componente proveniva direttamente dall’anarchismo,
che, soprattutto dopo il Maggio, fu investito da una ventata rivitalizzante. Non
per questo il movimento anarchico riuscì a trattenere gli elementi più vivaci
e determinati, ai quali, nel fuoco delle lotte, pareva inaccettabile soprattutto
l’anti-marxismo di principio.
A
Genova, per esempio, il movimento trovò un punto di riferimento nel
preesistente «Circolo Rosa Luxemburg» – un gruppo proveniente dal pci,
molti dei cui aderenti erano passati, come anche Cesarano, per «Classe Operaia»,
staccandosene su posizioni antileniniste –, e che era molto aperto alle nuove
idee antiburocratiche. Ma la caratteristica più autentica di questo movimento
stava nella sua spontaneità (incarnata a Genova dalla Lega Studenti-Operai).
Nel
’68 venne percepita da tutti – tranne naturalmente da parte di coloro che la
negavano per fedeltà a uno schema ideologico, come i tre piccoli partiti
bordighisti[8]
– la forza della grande ondata rivoluzionaria, che trascinava con sé
individui, gruppi e masse, spingendoli a entrare in azione e ad abbandonare le
precedenti affiliazioni politiche e ideologiche di qualunque genere.
Al
di là della loro origine e formazione, gli elementi più radicali del ’68
erano quelli più pronti a mettere in discussione innanzitutto se stessi e poi
l’organizzazione globale della vita, perché, più di ogni altra cosa,
desideravano vivere, esperimentare, godere, sottrarsi a un avvenire senza
speranza, perché senza avventura, già deciso per loro dagli adulti e da un
meccanismo sociale in cui non volevano inserirsi.
Il
’68 fornì l’occasione per attaccare prima di tutto l’istituzione
scolastico-universitaria, svelandone il funzionamento antidemocratico (l’«autoritarismo»)
e l’ingiustizia (la «selezione di classe»), la natura classista.
L’esigenza
teorica sorse come conseguenza, per la necessità di crearsi strumenti con i
quali esprimersi, scrivere, continuare a combattere con maggiore lucidità e
coerenza.
L’opera
di Marx finì con l’emergere come lo strumento teorico più adeguato a
criticare in profondità la natura della società capitalista, mentre le
organizzazioni marxiste dimostrarono di essere macchine burocratiche, votate
alla mediazione, alla trattativa, al compromesso, e quindi vennero scartate a
favore di forme organizzative assembleari, o meglio, inconsapevolmente
consiliari, comunque tendenti verso una messa in pratica dell’anarchismo.
Ecco
come nel ’68 molti anarchici potevano continuare a sentirsi tali senza
partecipare in alcun modo alla vita dello sclerotizzato movimento ufficiale,
dando vita a gruppi estemporanei, a leghe di studenti, a comitati libertari e
così via.
Si
realizzava nella pratica la fine dell’opposizione tra Marx e Bakunin,
teorizzata dai situazionisti.
Naturalmente
nel corso del ’68 gli avvenimenti francesi imposero un ulteriore slancio al
movimento italiano e favorirono la penetrazione di idee più nuove e radicali.
Lo
stesso «Movimento XXII marzo» di Cohn-Bendit, spettacolarizzato dai mass media
come il non plus ultra dell’«estremismo» (è bene ricordare comunque che lo
spazio dell’informazione-spettacolo di
allora era minimo rispetto alla
pervasività ch’esso ha raggiunto nell’attuale società tele-dipendente),
aveva al suo interno una componente libertaria, e il solo fatto di vedere al
telegiornale le bandiere nere dei cortei parigini smentiva lo spettacolo
politico nostrano, occupato per tutta l’ampiezza dello schermo dallo
stalinismo picista (già allora modernizzato dallo «strappo» con l’urss),
dalle sue filiazioni terzomondiste, e dalle invasate sètte marxiste-leniniste,
già in attività da qualche anno.
Il
gruppo libertario che editava la rivista «Noir et Rouge» aveva peraltro
contatti diretti con i giovani contestatori del movimento anarchico italiano, e
lo stesso Cohn-Bendit partecipò nell’estate al congresso anarchico di
Carrara.
S’iniziava
a conoscere l’«Internationale Situationniste», del cui complesso work in
progress venne dapprima presa in considerazione soprattutto la «critica della
vita quotidiana». Questa dimensione della lotta andava esplicitamente fuori dai
limiti della politica e coincideva con il feeling che più di ogni altro
caratterizzò il ’68: la sensazione che tutto
fosse in discussione.
6
Studenti e operai
Sul
’68 Giorgio Cesarano ha lasciato un romanzo, I
giorni del dissenso, in cui descrive in modo delicato e sensibile
l’atmosfera della «primavera degli studenti». Benché quando scrisse questo
libro, che narra da un punto di vista autobiografico alcuni episodi del ’68 a
Milano, egli non fosse ancora un rivoluzionario, dalle sue pagine traspare
l’incontro che di lì a poco lo avrebbe portato fino al cuore di quel
movimento, ancora osservato con il distacco e la simpatia dell’intellettuale
di sinistra che si sente maledettamente più adulto degli studenti al cui fianco
partecipa alle marce di protesta.
Anche
dalle pagine di questo libro emerge l’inconfondibile impressione di ampiezza e
grandiosità di quel movimento, che stava scuotendo il mondo. Gli operai
trovarono ben presto ispirazione nel movimento studentesco e giovanile. I
rivoluzionari in quella situazione riuscirono a collocarsi al punto
d’intersezione dei due movimenti, in generale ancora separati dal fatto che la
massa degli operai accettava provvisoriamente l’«appoggio esterno» del pci
alla propria autonomia. Ovunque nascevano i «Comitati di base operai-studenti»,
di fatto aperti a tutti i rivoluzionari[9].
La
partecipazione attiva e autonoma al movimento, sotto le più varie sigle, ma in
generale anonima, senza organizzazione né partito, contraddistinse
l’esperienza radicale in Italia, situandola al centro degli avvenimenti e dei
momenti cruciali.
Il
movimento italiano ebbe, rispetto a quello francese estremamente più radicale,
il pregio della durata: infatti continuò, in un coerente crescendo, per tutto
il 1969, ricevendo l’apporto decisivo delle masse del proletariato meridionale
impegnate in clamorosi scontri con l’apparato repressivo, che produssero una
formidabile ripercussione in tutto il Paese, e culminò nelle grandi lotte delle
fabbriche del Nord dell’«autunno caldo».
Nel
’69 comparve Ludd (cui aderì fin dall’inizio Giorgio Cesarano), che
partecipò attivamente al movimento, soprattutto a Genova, città in cui
raggiunse anche una notevole consistenza. Nell’ultima parte dell’anno, le
componenti del movimento ancora legate al corpo della sinistra e contraddistinte
dalle varie gradazioni dell’ideologia marxista-leninista od operaista si
organizzarono e si strutturarono in gruppi politici formalizzati. Ludd dovette
perciò iniziare a contrapporsi, a distinguersi, a condurre una battaglia in
fondo di retroguardia, che in quel momento non era essenziale ma che avrebbe
segnato poi profondamente l’esperienza della corrente radicale negli anni
successivi.
Alla
fine dell’anno lo Stato per imporsi dovette ricorrere alle bombe. Da allora
tutta la vicenda italiana fu segnata dagli attentati e dalle azioni armate,
costringendo i rivoluzionari ad aprire un altro fronte, anch’esso difensivo,
per demistificare la violenza di Stato, cui si sarebbe aggiunta in seguito
quella della componente armata autonomizzatasi dal movimento proletario.
Tutto
questo avrebbe pesato in modo determinante sull’attività dei rivoluzionari
negli anni successivi, impegnandone le energie contro la repressione e in tutta
un’attività di smascheramento e distinguo, e finendo per costituire un freno
allo sviluppo della potenzialità rivoluzionaria.
Ciò
tuttavia sarebbe stato avvertito solo qualche tempo dopo. Per un anno o due si
stentò a riconoscere il dato di fatto del riflusso e dell’aprirsi di una fase
di ripiegamento.
7
I contenuti del comunismo radicale
Il
punto centrale nel quale si possono identificare i contenuti caratteristici
della corrente comunista radicale è la convinzione di essere entrati in
un’epoca in cui lo sviluppo delle forze produttive è tale da consentire
un’affermazione diretta del comunismo, finalmente al di là dei problemi della
transizione e del socialismo: lo sviluppo della scienza, della tecnica, del
macchinismo e dell’automazione sono tali da consentire una radicale
liberazione dal lavoro. La ricchezza accumulata dal capitale rende possibile una
realizzazione immediata del comunismo.
Questo
contenuto centrale ben corrisponde al senso generale del movimento che «rivoluziona
i rivoluzionari», scuote i limiti della loro vita e li apre a una prassi che
non segue più in alcun punto gli schemi tradizionali di tattica/strategia,
lotta economica/lotta politica, sindacato/partito. Per esempio a partire
dall’astratta rivendicazione del diritto di fare assemblee nelle scuole, si
metteva a soqquadro tutta la vita scolastica, con scioperi, occupazioni,
interruzioni delle lezioni, sabotaggi, pratica della libertà amorosa e rivolta
contro le famiglie.
Questo
ribaltamento ben si rispecchiava a sua volta nella coscienza che ormai ci si
doveva porre solo l’obiettivo distruttivo di fermare la
macchina capitalista ovunque possibile; che non si trattava di ricostruire, di
trasformare, di riformare alcunché, ma essenzialmente di abbattere,
irreversibilmente, tutti gli aspetti dello stato delle cose: la struttura
produttiva e di classe così come i costumi e le mentalità. Il nuovo sorgeva
spontaneamente proprio come esigenza di esistere nella lotta, cioè in una
condizione di antagonismo permanente che imponeva, di per sé, un uso
radicalmente diverso degli spazi e delle risorse.
Tutto
ciò implicava anche una riattualizzazione dei contenuti dell’ultrasinistra ma
essenzialmente sul piano pratico, dal momento che allora non esisteva una
conoscenza precisa del consiliarismo storico (non a caso una delle
preoccupazioni di Ludd fu appunto il chiarimento sulla «ideologia consiliarista»).
La
critica della democrazia – tematica di origine bordighiana – si esprimeva
praticamente nella convinzione che nell’«agibilità politica» conquistata da
operai e studenti l’importante era il rapporto di forza, il contenuto che si
riusciva a dare alla lotta, la sua capacità di distruzione dei rapporti
esistenti e, al contempo, di affermazione del comunismo nell’immediato.
Altrimenti assemblee e lotte sarebbero cadute nelle grinfie dei conciliatori
riformisti o dei militanti ideologici m-l, che le isterilivano e le conducevano
verso la cogestione o l’asfissia.
La
concezione unitaria dell’organizzazione richiamava le aau-e
tedesche e la lotta storica degli anarcosindacalisti e degli anarchici: non a
caso, come già detto, nel ’68 appariva caduca la contrapposizione
anarchismo-marxismo.
Allo
stesso modo ridiventavano attuali le critiche al leninismo e alla degenerazione
burocratica del movimento rivoluzionario, che includevano premesse e conseguenze
della Rivoluzione d’Ottobre. La denuncia del carattere sociale capitalista
dell’urss così
come della Cina e del Vietnam, distinse subito i «radicali» da tutte le
correnti gruppettare in formazione, incluse quelle trotzkiste (queste ultime
peraltro in Italia non trovarono mai uno spazio paragonabile, ad esempio, a
quello francese: la specifica «ideologia italiana» infatti fu sempre
nettamente contraddistinta dallo stalinismo).
Allo
stesso modo fu immediato per i «radicali» identificarsi con una serie di
contenuti e di pratiche – tra cui: l’azione diretta; l’autonomia della
lotta; la denuncia dei partiti e dei sindacati quali rappresentanti del
capitale; i Consigli operai, l’intransigenza verso ogni mediazione operata dai
riformisti e dai progressisti – che a suo tempo erano stati tipici della
corrente ultrasinistra tedesco-olandese e in parte anche della Sinistra
italiana.
8
Ludd e il consiliarismo
Nel 1969, Cesarano,
ormai personalmente impegnato nelle battaglie di prima linea del movimento –
dal cub Pirelli all’occupazione
dell’Hotel Commercio nel centro di Milano, all’autogestione della casa
editrice il Saggiatore – aderì a Ludd.
Al di là delle
differenziazioni interne (il gruppo era infatti tutt’altro che omogeneo), la
partecipazione di Cesarano andò indubbiamente nel senso di sottolineare i
caratteri originali e nuovi
di questa formazione, che infatti si qualificava – fin dalla scelta del nome,
Ludd – come prodotto di un inizio,
di una svolta che non aveva più niente in comune con il movimento operaio,
defunto per lo meno a partire dal Maggio ’68.
Ludd si pose bensì
il problema del precedente storico cui veniva inevitabilmente ricondotta la sua
critica, e aveva ben chiaro il problema: la teoria consiliarista era quasi del
tutto sconosciuta in Italia.
Nelle convulsioni
rivoluzionarie seguite alla fine della Prima Guerra mondiale, infatti, l’«estremismo»,
caratterizzato dal rifiuto dell’elettoralismo e del fronte unico con i
socialisti, si manifestò in Italia nella corrente bordighiana, che però era
nettamente ostile al consiliarismo, a favore di una distinzione molto chiara tra
partito politico e organizzazioni economico-sindacali e di gestione. L’istanza
consiliare era allora rappresentata dal gruppo torinese dell’Ordine Nuovo (Gramsci,
Terracini, Togliatti, Tasca) che emerse come forza consistente, insieme agli
anarchici, durante l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920. Al
contrario, come avrebbe egli stesso ricordato al termine della sua vita, la
posizione di Bordiga era: «Non bisognava occupare gli stabilimenti e le
officine, bisognava occupare lo Stato e tutte le sue propaggini». Tuttavia,
malgrado la sua formazione indubbiamente rivoluzionaria (anche se, secondo
Bordiga, a-marxista) e le posizioni marcatamente «estremiste» sostenute in un
primo momento, in seguito, la corrente dell’Ordine Nuovo divenne lo strumento
della riunificazione con la maggioranza socialista «centrista», imposta da
Lenin e dalla direzione cominternista di Zinov’ev, e fornì poi i quadri alla
«bolscevizzazione» del partito e a tutte le «svolte» dello stalinismo.
Per questo, in
Italia, non è mai esistita una tradizione consiliare affine a quella
tedesco-olandese (se si escludono minuscole minoranze nell’emigrazione tra le
due guerre quali quella costituita da Michele Pappalardi, Piero Corradi e le
loro riviste: «Réveil Communiste» e «l’Ouvrier Communiste»). La
rivalutazione della rivoluzione tedesca e del comunismo dei Consigli fu
posteriore al ’68, e legata in buona parte all’attività che la Vieille
Taupe stava svolgendo già da alcuni anni in Francia[10].
Il primo numero di
«Ludd» pubblicò gli atti della riunione organizzata a Bruxelles da
Information Correspondence Ouvrière nel luglio ’69 alla quale partecipò un
po’ tutto lo schieramento consiliare, includendo anche i testi dei gruppi «immediatisti»,
che ponevano al centro della loro prassi forme di realizzazione immediata della critica
della vita quotidiana (illegalismo, rifiuto immediatista del lavoro,
edonismo), e avevano perciò duramente contestato gli altri partecipanti alla
riunione di Bruxelles. Fin dall’inizio una componente di Ludd simpatizzava
chiaramente con questo tipo di atteggiamento. Sicuramente il gruppo milanese, di
cui faceva parte Cesarano, metteva al centro dei propri interessi la critica
della vita quotidiana nella forma di una ricerca di coerenza estrema nei
rapporti personali e di disvelamento dei «bisogni reali».
Su «Ludd» venne
pubblicato anche Critica dell’ideologia ultrasinistra di Jean Barrot che faceva
propria la critica sostenuta dalla Sinistra italiana di Bordiga alla corrente
ultrasinistra. Barrot, criticando l’ideologia consiliarista, ne respingeva le
tendenze gestionarie in favore di una difesa dell’essenziale dell’opera di
Marx, cioè la critica del valore, del processo di valorizzazione capitalista,
la cui rottura e la cui abolizione costituiscono il contenuto della rivoluzione
comunista.
Ludd non può
essere ricondotto al filone consiliarista: perché prendendo subito le distanze
dal progetto dell’autogestione nel suo complesso, respingeva anche l’eredità
del consiliarismo storico.
Ludd non si
sentiva erede di alcuna corrente storica, affermava anzi che il proletariato non
ha alcun programma da realizzare.
Questa
connotazione negativa della critica
(fine della politica, del militantismo, del movimento operaio e sindacale,
dell’attivismo) avrebbe assunto un peso determinante nella fase successiva a
quella di maggiore attività e influenza della tendenza comunista radicale
(’67-’71).
Il riflusso
infatti venne all’inizio percepito soprattutto come ritorno delle
organizzazioni politiche staliniste o neo-staliniste: alla fine del ’69 vi fu
un vero e proprio boom delle organizzazioni (tra l’altro nacquero Lotta
Continua, Potere Operaio e l’infame Movimento Studentesco di Capanna e Toscano
che si distinse per la selvaggia repressione dei «provocatori»), e ai
rivoluzionari s’impose l’esigenza di distinguersi, di tracciare bene la
linea della separazione.
Questa esigenza
tese a manifestarsi in negativo, soprattutto come rifiuto del militantismo,
ripudio della politica e del proselitismo, e come vera e propria messa in
discussione «nichilista» di ogni tipo d’intervento pubblico al di fuori del
ristretto ambito dei compagni, se non per mezzo di «azioni esemplari», o al
massimo sfruttando le occasioni offerte dagli scontri con la polizia per sfogare
la rabbia accumulata. I tempi stavano cambiando. Nel ciclo successivo
–’71-’76 – l’influenza dei rivoluzionari sarebbe stata molto ridotta.
Iniziò un
processo di «autoconsumazione» della corrente radicale, che l’avrebbe
portata a trovarsi in ginocchio alla riapertura di un altro ciclo di lotta tra
il ’77 e il ’79.
9
Il riflusso. Azione Libertaria e «Invariance»
Tradizionalmente,
abbiamo sempre considerato il 12 dicembre 1969 come la data che conclude il
ciclo del ’68 e apre il primo ciclo di riflusso. Tuttavia, come tutte le date
storiche, anche questa ha un valore relativo. Innanzitutto sul piano
internazionale l’ultima grande manifestazione di lotta, la grande rivolta
polacca, esplose alla fine del 1970. In quell’anno si verificò anche
l’invasione americana della Cambogia e il movimento usa
raggiunse un vertice di mobilitazione contro la guerra, in seguito ai famosi
fatti dell’Ohio, concludendo vittoriosamente il suo ciclo, mentre le truppe e
soprattutto la flotta statunitensi in Vietnam conoscevano un crescendo di
ammutinamenti e d’insubordinazione. Anche in Italia il ’70 fu ancora un anno
di grande agitazione sociale, malgrado la repressione, e la chiusura dell’«autunno
caldo». Le università e le scuole continuavano a essere occupate, mentre
nuclei di operai che sfuggivano al recupero dei gruppi «extraparlamentari»
creavano reti di contatto autonome. A Milano un’aggregazione anarchica
influenzata direttamente da elementi «radicali», Azione Libertaria, riuscì a
mobilitare fino a 3.000 persone in un paio di manifestazioni di piazza. In una
di queste, in occasione del primo anniversario della strage di Piazza Fontana,
organizzata dalla sola Azione Libertaria, in rotta con tutto il movimento
anarchico, che non ne voleva sapere a causa del divieto della questura, si
accesero duri scontri nel centro cittadino, nel corso dei quali Saverio
Saltarelli, un giovane militante di Rivoluzione Comunista, venne ucciso dalla
polizia.
Azione Libertaria
nel corso dell’anno si staccò dal movimento libertario e, pur senza stabilire
rapporti organici con Ludd, realizzò un notevole approfondimento del concetto e
della prassi dell’autonomia operaia, in modo simile a Information
Correspondence Ouvrière.
L’ipotesi
centrale era quella di sviluppare il contenuto dell’autonomia operaia,
collegando tra loro i nuclei di fabbrica che non avevano accettato di farsi
assorbire dai gruppi extraparlamentari; venne quindi approfondita soprattutto la
tematica del conflitto nei luoghi di lavoro e vennero pubblicate varie riviste
di cui una, nel ’71, dal profetico nome «Autonomia Operaia» [le altre sono
«Azione Libertaria» (1970) e «Proletari Autonomi» (1971)]. Va detto che
rispetto alla successiva e celebre tendenza omonima del periodo ’75-’79,
questa esperienza era qualitativamente superiore non essendo inquinata dalle
ideologie staliniste e militariste di cui l’Autonomia del ’77 non seppe mai
liberarsi del tutto. In seguito si verificò una rottura tra coloro che volevano
limitarsi a collegare i gruppi di fabbrica e i comunisti radicali che
percepivano già l’annunciarsi del riflusso e intendevano quindi, da una parte
sviluppare un’attività teorica e dall’altra «chiudere» a gruppi come
Lotta Continua, Potere Operaio e Collettivo Politico Metropolitano, fino al
’71 occasionali alleati dei radicali e degli anarchici.
Si faceva sentire
l’influenza teorica bordighiana. Come in altre situazioni, quali Ludd e la
Libreria La Vecchia Talpa, il punto di riferimento teorico principale diventò
«Invariance», ancor più che l’«Internationale Situationniste», del resto
conosciuta solo fino a un certo punto (i principali riferimenti erano
soprattutto il Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni di Raoul
Vaneigem e l’unico numero apparso dell’edizione italiana dell’«Internazionale
Situazionista», mentre La società dello
spettacolo fu in genere letto poco e male)[11].
«Invariance»
traeva origine da una scissione della sezione francese del Partito Comunista
Internazionale («Programme Communiste»), che rivendicava il ruolo della teoria
contro il partito accusato di attivismo e assimilato alle sètte trotzkiste (per
la verità piuttosto ingenerosamente).
«Invariance»
fondamentalmente contestava l’utilità di un partito organizzato con tanto di
attività sindacale ecc., e contrapponeva all’organizzazione formale dei
militanti il «partito storico», cioè l’insieme della teoria e del programma
marxiani, che solo nei periodi rivoluzionari si struttura come formazione
militante, mentre nelle epoche controrivoluzionarie si dissolve per evitare di
farsi coinvolgere nella degenerazione opportunistica: così Marx provocò il
dissolvimento della Prima Internazionale; così Bordiga non ricostruì un vero
partito nel dopoguerra, ma si servì del Partito Comunista Internazionale solo
come di uno strumento per continuare il suo lavoro teorico, senza nemmeno
prenderne la tessera.
«Invariance»
diffuse soprattutto l’immensa opera di Bordiga, traducendola in francese, si
avvicinò positivamente alla corrente ultrasinistra (tradizionalmente messa
all’indice dall’ultra-leninismo bordighista) e produsse dei testi originali
notevoli, in particolare Il capitolo VI inedito e l’opera economica di Karl Marx, scritto
da Jacques Camatte quand’era ancora nel partito, e rivisto dallo stesso
Bordiga.
Indubbiamente
l’accostamento a una tale prospettiva era contraddittorio da parte di una
corrente – e soprattutto da parte di un gruppo come Ludd – che aveva fatto
del ’68 un nuovo inizio, l’apertura di un’epoca rivoluzionaria del tutto
nuova.
Ma questa
contraddizione scompariva davanti allo smarrimento generale portato con sé dal
riflusso del ciclo di lotte ’67-’70: non ci si ritrovava, non ci si adattava
alla nuova realtà. La teoria, in precedenza solo orecchiata, prese tutto il suo
rilievo. Con avidità ci si gettò su Marx e su Bordiga, riscoprendo le armi
della critica in tutta la loro potenza.
Il modello del
partito bordighiano, piccola setta braccata dagli stalinisti, che negli anni
Cinquanta aveva sostenuto posizioni anticonformiste (come la famosa sezione di
Asti che faceva opera di crumiraggio in occasione degli scioperi staliniani),
sembrava corrispondere alla situazione della nostra corrente all’inizio degli
anni Settanta: le lotte rifluivano, l’orizzonte era occupato dai vocianti
gruppi maoisti, che espellevano sistematicamente i comunisti radicali dalle
assemblee.
Il «partito
storico» di Marx non era la struttura burocratica e terroristica dei
bolscevichi, e assumeva un fascino esoterico di fronte alla nostra reale
indigenza: era un partito che poteva ridursi allo scaffale di una biblioteca, a
una casella postale, alla corrispondenza e agli incontri di due o tre amici. Ma
nello stesso tempo era un’entità che, per quanto disincarnata, si estendeva
al di là dello spazio e del tempo unificando le generazioni e i continenti
nell’invarianza del programma
comunista, stabilito una volta per tutte da un’illuminazione
storica (affine a quella dei grandi profeti delle religioni rivelate) che tra il
1844 (Manoscritti economico-filosofici)
e il 1848 (rivoluzione) aveva permesso di percepire la prospettiva di tutta
l’epoca successiva. Effettivamente il contatto con «Invariance» stimolò
l’accostamento alla ricchissima produzione bordighiana e lo studio
dell’opera di Karl Marx; l’isolamento cessò di essere considerato un
problema, anzi venne valorizzato: ogni forma di attivismo era d’intralcio
all’attività teorica. L’egemonia tra i nostri interessi passò agli
opuscoli, alle riviste, ai ciclostilati.
Lo schema logico
era il seguente: il movimento proletario internazionale è ricomparso sulla
scena storica tra il ’65 e il ’70; l’epicentro della rivoluzione si è
spostato negli Stati Uniti; l’ondata rivoluzionaria ha spazzato l’Europa
arrivando fino all’Est; dal 1971 questo periodo si è chiuso, e si è aperta
una fase di riflusso in cui non si tratta più d’intervenire attivamente, per
non venire riassorbiti nella realtà dominata totalitariamente dal capitale;
durante il riflusso vi è da compiere un’immensa attività teorica: assimilare
l’opera di Marx e Bordiga, la rivoluzione tedesca e la corrente ultrasinistra,
la Scuola di Francoforte e utilizzarle per passare all’affermazione del
comunismo; comunismo che dev’essere dimostrato sulla base dei movimenti
recenti e dei teorici che li hanno meglio descritti (oltre all’Internazionale
Situazionista, a seguito dell’interesse per il movimento americano vennero
riscoperti anche Norman O. Brown ed Herbert Marcuse[12]).
Questo implicava
il rigetto definitivo della politica con la quale si trattava di chiudere i
conti: nessuna delle varianti estremiste o militariste offriva niente
d’interessante per noi, anzi, anche l’Autonomia Operaia andava respinta
perché non faceva che appiattirsi sui limiti di una situazione bloccata e
asfittica. Solo la prossima ripresa del movimento avrebbe riproposto le
questioni dinamicamente nella loro reale dimensione. Nel frattempo si trattava
d’investire con la critica l’interiorità che tendeva a essere colonizzata
dal capitale, e tutte le sfere discrete e private, sequestrate dal capitale
totale che si stava impossessando degli individui. Di fronte al prossimo
riapparire della rivoluzione, era necessario essere pronti avendo forgiato le
armi teoriche non più della negatività, ma dell’affermazione e della
fondazione teorica del comunismo.
La possibilità
concreta era quella di arricchire immensamente le nostre armi con l’apporto
della tradizione marxiana e bordighiana. Ma da una parte la tendenza
immediatista si sarebbe ostinata nella sua utopia, creando Comontismo;
dall’altra Cesarano avrebbe prodotto lo sforzo teorico più intenso, assumendo
su di sé, vivendole nel suo percorso teorico-pratico, le contraddizioni di
tutta la corrente.
10
Lo scioglimento di Ludd e il revival dell’immediatismo
Se il riflusso
comportò anche una crescita teorica e un’immersione più o meno fruttuosa
negli studi secondo il nuovo modello bordighiano-invariantista, esso significò
però la fine dei gruppi che, come Ludd, si erano identificati con i contenuti
nuovi del movimento, traendone tutta la loro forza.
La natura
eterogenea di Ludd rese la sua dissoluzione un fatto spontaneo e quasi indolore.
Il problema di come resistere a un’ondata controrivoluzionaria non era stato
nemmeno posto. Non c’era stato nessun tentativo di darsi un’organizzazione
che potesse durare. Anzi lo scioglimento del gruppo poteva persino essere un
fatto positivo perché evitava il recupero ideologico, il riassorbimento
nell’essere del capitale.
Tuttavia con
l’esaurirsi di Ludd, non si bruciò con esso il residuo dell’immediatismo,
che continuò a influenzare anche la produzione teorica successiva.
Troppo facilmente
i rivoluzionari genuini (all’opposto dei cultori settari di un’ideologia che
li valorizza), stretti tra la schiacciante superiorità del capitale e
l’apparente inconsistenza della loro presenza di antagonisti, non appena non
trovano più riscontro in un movimento reale che incarni socialmente la loro
prospettiva, tendono a non prendersi sul serio.
Lo scioglimento «spontaneo»
di un’aggregazione è sempre il prodotto di una debolezza, tende a essere
rimosso in fretta dai rivoluzionari, a causa dell’insicurezza sulla reale
portata di ciò a cui si è partecipato e di un inconscio senso di modestia.
Negli anni Settanta questa fretta era aggravata dall’ansia di passare a una
sfera di attività superiore o comunque più coerente, fondata sull’illusione
che in quanto individui, non solo si sarebbe stati meno impediti, ma addirittura potenziati
nella propria ricerca di radicalità. (Peraltro, allora, questa scelta poteva
trovare conferma in un ambiente sociale molto più interessante e praticabile
per un esploratore avventuroso rispetto a quello attuale.)
Può essere del
tutto giustificato, e anzi prova di una profonda esigenza di radicalità, il
fatto che un gruppo, in un periodo di riflusso, si sciolga per rifiutare di
cadere in una ripetizione rituale dei propri gesti, che sostanzia il perpetuarsi
dell’organizzazione come fine in sé, e quindi autonomizza l’attività degli
individui che la compongono, trasformandoli in militanti. Abbiamo tanti esempi
della miseria di quei gruppetti che si ostinano a fare del proselitismo con lo
scopo di reclutare qualche militante che tenga in vita il lumicino
dell’organizzazione.
Ciò non significa
però che la scissione e lo scioglimento di un gruppo, ancorché numericamente
inconsistente – e questo non era il caso di Ludd – non siano dei fatti
estremamente importante per ciò che verrà dopo, e non debbano essere
affrontati molto seriamente.
La vicenda di Ludd
è esemplare perché da un lato testimonia dell’essenza rivoluzionaria del
gruppo, che non aveva nulla da guadagnare a perpetuarsi come «azienda»
autonomizzata nel momento in cui né il movimento immediato né la tensione
teorica erano tali da tenerlo in vita, ma dall’altro testimonia anche della
superficialità con cui fu «lasciato perdere».
Dal punto di vista
del movimento rivoluzionario le rotture, le scissioni, gli scioglimenti devono
avere una funzione di arricchimento, di chiarezza per gli altri. Per questo
quando si chiude un’esperienza è decisivo che si facciano i conti con essa, e
che questi conti vengano chiusi coscientemente ed esplicitamente. Altrimenti
rimangono residui confusi, che poi continuano a produrre conseguenze non volute.
Così, nel caso di
Ludd, vi furono degli strascichi, assolutamente deleteri.
Vi fu innanzitutto
lo strascico della delusione e del risentimento, che si sviluppò anche ad anni
di distanza, nella tendenza a sostituirsi
alla classe operaia. Questa fu la tendenza dell’immediatismo «armato», che
prese varie forme nel movimento degli anni Settanta, e nella multiforme
Autonomia Operaia, per avere il suo sbocco più regressivo e catastrofico nella
drammatica esperienza di Azione Rivoluzionaria.
Inoltre non
vennero fatti fino in fondo i conti con l’ideologia della vita quotidiana,
dogmatismo immediatista, che diede vita a gerarchie occulte che trovavano
corrispondenza nell’automortificazione dei militanti più deboli. Cesarano fu
chiaramente sensibile a questa degenerazione e ne produsse una critica molto
dura e precisa. Ma, sorprendentemente, questa critica restò nell’ambito «privato»,
degli intimi, degli amici. Nelle opere, Cesarano diede per scontata questa
critica, come se fosse stata già portata a termine in altre occasioni. In realtà
il problema venne liquidato senza essere mai chiarito fino in fondo. Comontismo,
erede dichiarato di questa «ideologia della vita quotidiana», spinse l’immediatismo
fino al paradosso di denominare «comunità umana» la cerchia dei compagni
(appunto, Comontismo = Gemeinwesen). Cesarano, benché molte volte avesse
dichiarato la propria profonda estraneità verso la teoria, la pratica e la
prospettiva comontiste, non arrivò mai a una vera resa dei conti teorica che
chiarisse esaurientemente la questione. La «critica della vita quotidiana» era
stata ridotta a odiosa precettistica inquisitoria, concretizzandosi in
un’organizzazione ben viva e concreta, verso cui si può provare tutta la
simpatia personale e umana di questo mondo, ma di cui non si può negare il
carattere teoricamente regressivo rispetto a Ludd.
Il fatto è che il
lascito immediatista di Ludd andò al di là delle ingenue e grossolane
manifestazioni di Comontismo e della sua rozza ed enfatica «ideologia della
criminalità». È, in generale, in tutto l’orizzonte radicale che il
quotidianismo continuò ad attecchire. Al rifiuto della politica, del
militantismo, della continuità organizzativa, del valore della durata nel tempo
dell’attività comune facevano da pendant da un lato la chiusura esclusiva
nella teoria (che, di per sé, non fa male a nessuno) dall’altro la scelta di
modelli di azione non più nella classe – o in nuclei autorganizzati della
classe – ma nell’ambito della disgregazione sociale e psichica. (Lo stesso
rifiuto dell’organizzazione oggi va rivisto criticamente, perché in assenza
degli invadenti gruppuscoli gauchisti ha perso gran parte della sua pregnanza, e
a un rivoluzionario di oggi può apparire una incomprensibile fobia, soprattutto
perché ha un effetto d’inibizione, genera impotenza, depriva di efficacia e
di strumenti validi di comunicazione che si possono forgiare solo nel tempo,
nega l’esperienza acquisita.)
Le manifestazioni
rivoluzionarie di punta, vennero ricercate nella follia, nel delirio, nella
criminalità, nelle esplosioni inconsulte e senza senso di violenza, o, al
massimo, come ultimo legame con l’ideale dell’azione collettiva, nelle
rivolte dei ghetti neri negli Stati Uniti e persino nelle rivolte fascistoidi e
a sfondo clientelare delle città dell’Italia meridionale (Reggio Calabria,
Caserta). «L’esplosione “selvaggia” (la parola è delle gerarchie del
sapere, che infatti sanno) dell’estraniazione contro l’alienazione, della
passione contro il patire, là dove il proletariato moderno si palesa
all’attacco, nei ghetti già impraticabili a borghesi e poliziotti isolati di
Detroit e di New York – come di Reggio Calabria e di Caserta e del Quartiere
Latino, quando per “futili motivi” la rabbia è scaturita –, mostra con
quali tratti la lotta per la vita contro il “progresso” della necrosi deve,
perché vuole, apparire. Sono i tratti, appunto, belluini, dell’inselvatichimento,
della violenza selvaggia. […] il selvaggio conquista nelle notti lo spazio che
di giorno battono padroni e servi, i borghesi non s’avventurano per le
medesime vie dove si aprono gli uffici delle loro rappresentanze che, in quel
tempo-spazio riconquistato dal loro nemico, non li rappresentano più. E anche
di giorno, il selvaggio appare in scorrerie disperate e fulminee, i mitra si
affacciano agli sportelli dei cassieri, sotto l’occhio elettronico della Tv
poliziesca.»[13].
Questo punto è
molto importante per comprendere la «svolta» della corrente radicale agli
inizi degli anni Settanta, che avrebbe portato al suo successivo isterilirsi. In
special modo è fondamentale se si vuole comprendere Critica
dell’utopia capitale che si trovò proprio di fronte al compito di dare
uno sbocco teorico a questo momento storico cruciale.
Anche nell’opera
più importante di Cesarano si può trovare la radice di questo immediatismo: le
rivolte dei ghetti neri, ma anche le espressioni individuali di violenza
immotivata, le bande criminali, o le crisi interiori che dilagano nella nevrosi
e nella pazzia non più contenibili da nessuna struttura repressiva o
terapeutica vengono valutate già nella loro immediatezza come manifestazioni
del movimento comunista, della prassi rivoluzionaria che sopprime lo stato delle
cose.
Cesarano inserì
questi atti di rivolta in un discorso teorico generale che tendeva a dimostrare
il carattere «biologico» della rivoluzione, il suo radicarsi nel corpo
vivente della specie umana che attacca simultaneamente l’universo inorganico,
l’Ego-persona e il linguaggio prodotto della «razionalità» dominante. «Ogni
volta che un uomo “impazzisce”, ribalta violentemente la gabbia che lo
imprigiona e dichiara inesistente e menzognero l’esistente, l’immaginazione
si realizza. “Ogni volta” sta per diventare sempre.
Negli indici crescenti di criminalità, di nevrosi e follia, nella frequenza
crescente delle esplosioni collettive di collera “immotivata”,
nell’insubordinazione, l’estraniazione, l’assenteismo striscianti, sono
visibili le tappe intermedie del cammino dell’immaginazione verso il
rovesciamento definitivo della realtà come organizzazione dell’irreale e
verso la conquista di una totalità organica che realizzi la fine dell’utopia
inorganica capitalista, la fine della preistoria e l’inizio della storia come
equilibrio raggiunto dell’esserci con l’essere, congiunzione finalmente
raggiunta della volontà di vivere con la vita.»[14]
Ma l’apologia dei momenti di disgregazione sociale e psichica e delle
improvvise esplosioni di vitalità mortifera era preesistente e aveva
caratterizzato il periodo di dissolvimento di Ludd e dei prodromi di Comontismo.
Era parte di un tentativo di cooptare nel «movimento reale» tutte quelle forme
di ribellione inconsulta, in sostituzione del proletariato che in quel periodo
era costretto a rifluire in vertenze particolari all’interno delle fabbriche o
sul problema della casa.
Per comprendere
meglio l’origine di questa prospettiva bisogna ritornare a «Invariance» che
in questo periodo fornì la fonte principale d’ispirazione a tutta l’area
comunista radicale italiana, anche se spesso con esiti diversi.
Infatti, questa
rivista affiancò alla ristampa dei testi di Bordiga e agli studi marxiani degli
interventi originali, che ebbero una notevole influenza sulla nostra corrente, e
in particolare su Cesarano.
In seguito nella
sua seconda serie «Invariance» iniziò il distacco a marce forzate dalla
teoria marxiana che l’avrebbe portata poi – pur mantenendo il nome, ormai
contraddittorio – a numerose svolte di 180° su tutte le questioni
fondamentali, fino ad arrivare nel 1977 – data cruciale anche per il distacco
dalla teoria rivoluzionaria di numerose mosche cocchiere – all’abbandono
della problematica rivoluzione-controrivoluzione.
In Critica
dell’utopia capitale si ritrovano due contenuti tipici d’«Invariance».
Il primo è il
concetto di «classe universale»: la condizione proletaria tende a
generalizzarsi, le nuove classi medie (quelle che oggi si chiamano comunemente
«terziario») tendono a vivere una condizione di sfruttamento e di alienazione
analoga a quella del proletariato. Nel corso di una crisi rivoluzionaria, il
proletariato ha così la possibilità di dislocare sul proprio terreno di
scontro la grande maggioranza dell’umanità, unificata appunto come «classe
universale»[15].
Questo concetto venne inserito da Cesarano nella sua prospettiva di rivoluzione
biologica, in cui ogni distinzione di classe diviene obsoleta, giacché ormai
l’«utopia capitale» si contrappone all’intera specie umana.
Il secondo
concetto è quello che vede nelle rivolte delle metropoli americane
l’affermazione concreta del comunismo. Questo concetto venne amplificato dalla
concezione di una rivoluzione «muta», caratterizzata da Cesarano solo
per la sua opera distruttrice,
negatrice del capitale, che trova una continuità nella violenza senza senso,
incluse le sue manifestazioni più sporadiche e individuali. «Mentre il sipario
sta calando sullo spettacolo delle guerre d’ideologia, combattute fuori dai
confini, la guerra è davvero, come dice Marcuse, dappertutto e in ogni istante,
ma è dappertutto e in ogni istante di
ciascuno, non c’è confine che la escluda, è inseparabile dai processi di
produzione. Questa guerra è la critica pratica che si esprime, nient’altro
che questo. Le ottiche di comodo della politica e della sociologia prestano alla
critica maschere e panni di ricambio ogni volta che essa si affaccia – ma si
affaccia sempre – nello sforzo
patente di esorcizzarla. Il criminale, la teppa, i drogati, i dropouts, i
settari di religioni e di ideologie aliene, i disadattati, i “giovani”, i
sottoproletari, i “nevrotici”, gli alienati mentali (!): il nemico
originale, l’anticristo, coloro che con la loro stessa esistenza negano
l’insieme hanno troppi connotati per non vedere, semplicemente, che sono tutti.
La critica è latente in ciascuno.»[16]
Le manifestazioni
visibili del proletariato sono sempre e solo o manifestazioni individuali delle
crisi dell’Ego-persona, o esplosioni indifferenziate e cieche: non si pone il
problema d’identificarle storicamente né in un settore di classe in lotta né
in un insieme di princìpi né, tanto meno, in una prassi collettiva e coerente.
Scompare il concetto di comunismo, incluso in quello di «totalità organica
naturante», più ampio ma ancor più astratto e generico. Per questo la sua
opera contiene il pericolo di venire intesa come una critica disperata, che trae
la sua indiscutibile forza solo dal dolore e dalla follia.
Ma non è
possibile comprenderla se non la si considera come il prodotto di tutta la
corrente storica di cui faceva parte e della sua impasse teorica, che a sua
volta era il riflesso esatto della situazione di blocco pratico in cui si
trovarono i comunisti radicali alla chiusura del ciclo di lotte ’67-’70. In
quel frangente, la corrente radicale cercò di sostituire altre manifestazioni
«nuove», che fossero irrecuperabili dagli apparati capitalisti, all’azione
generalizzata e offensiva del proletariato, che stava rifluendo, e ai diffusi
valori «giovanili», che venivano rapidamente cooptati dall’industria
culturale in grado di trasformare la stessa liberazione sessuale, il
comunitarismo, la critica della famiglia, le droghe psichedeliche e il rock in
altrettante nuove merci.
La forza e i
limiti di Cesarano stanno nell’aver prodotto una sintesi potente e unitaria
della teoria di tutta un’epoca, creando una complessa macchina critica,
contenente però anche le contraddizioni di fondo del movimento di cui era
espressione. Egli stesso rimase profondamente coinvolto nell’impasse generale.
Bruciandosi tutti i ponti alle spalle abbandonò anche la prospettiva collettiva
che sarebbe stata necessaria proprio in quel momento. Rinviando a un movimento
futuro impregiudicato la soluzione dei problemi incombenti – benché Critica
dell’utopia capitale fosse il prodotto e il rispecchiamento di quella
situazione –, Cesarano non si pose in modo esplicito e dichiarato il problema
dell’attraversamento di una fase di riflusso.
L’astrattezza di
certe conclusioni di Cesarano è dunque da ricercarsi nella crisi dei comunisti
radicali di fronte alla nuova fase di arretramento. La stessa profondità e
ricchezza, per contro, del suo pensiero possono offrire gli elementi per
spiegare e demistificare il crollo di tutta la corrente, di fronte alle
possibilità e alle prove del ciclo di lotte successivo.
10
bis Due punti di vista opposti sull’organizzazione
Nel ’71 si
costituì Comontismo e si sciolse il gruppo che si era raccolto attorno a «Invariance».
È il caso di ricordare questi due atteggiamenti diametralmente opposti sul «problema
dell’organizzazione», il secondo dei quali fu fatto proprio da Cesarano e da
gran parte della corrente. Il primo, quello di Comontismo, identificò tout
court il gruppo-ambiente di compagni che lo costituivano (in gran parte reduci
dell’analoga Organizzazione Consiliare di Torino) con il partito storico del
proletariato, o meglio con la «comunità umana». Creò così
un’organizzazione, diffusa in varie città italiane (cfr. «Maelström», n.
2), che abbatteva ogni distinzione tra attività teorica e pratica, vita
pubblica e privata, individuo e organizzazione. Comontismo pretese di dar vita a
un comunismo concreto tra i suoi componenti i cui fondamenti erano:
1)
collettivizzazione di tutte le risorse per la sopravvivenza;
2) convivenza «totale»;
3) pratica
costante della «critica della vita quotidiana» per evitare di cedere alla
pressione ambientale-familiare-giuridica ecc. della società.
L’illusione
immediatistica del gruppo consistette nella dimenticanza di un dato fondamentale
e cioè che fra capitalismo – quindi fra i rapporti personali dominati dalla
valorizzazione – e comunismo c’è di mezzo una rivoluzione che, secondo
Marx, serve tra l’altro a «liberarsi di tutta la vecchia merda». Per
Comontismo la Gemeinwesen veniva messa in pratica sui due piedi: si trattava di
passare al comunismo, anche in venti o in trenta, e di comunistizzare subito i
rapporti: questo rese inevitabile il passaggio immediato alla produzione
ideologica: all’immediatismo si affiancò subito la produzione di una serie di
corollari «teorici».
Retrospettivamente
proviamo simpatia verso Comontismo: si trattò di un gruppo coraggioso, che
rimase sempre all’interno del fronte rivoluzionario, affrontando con valore
una dura repressione, battendosi contro i gruppuscoli maoisti-operaisti tutti
dotati di strutture militari specializzate create allo scopo di mantenere
assemblee e manifestazioni in un ambito accettabile per il loro padre-padrone pci
(con l’unica eccezione – oltre naturalmente ai gruppuscoli di ascendenza
bordighista che conoscevano anch’essi la repressione armata degli «extraparlamentari»
stalinisti – di Potere Operaio, gruppo di vocazione guerrigliera, che, pur
senza difendere i rivoluzionari pubblicamente, fu sempre estraneo alle
persecuzioni). L’atteggiamento provocatorio e ripugnante di Comontismo (che
brillò per umorismo macabro il 12 dicembre 1972 devastando la Banca
dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano) dovette tra l’altro far fronte
alla calunnia sistematica della sinistra per la quale, fino a pochi anni fa,
valeva l’equazione situazionisti = fascisti. È indiscutibile, invece, che
Comontismo fosse un gruppo rivoluzionario, che giustamente Cronaca di un ballo mascherato citava come una parte integrante
della corrente comunista radicale. Non priva di fondamento fu la sua pretesa di
essere rimasto sul terreno pratico rivoluzionario, mentre molti altri ex
luddisti avevano accettato la separazione tra vita pubblica «militante» e vita
privata, che doveva ben presto condurli al nichilismo passivo e, in molti casi,
al rinnegamento della scelta rivoluzionaria, a favore della carriera o
semplicemente del quieto vivere.
D’altra parte
non possiamo fare a meno di denunciare ancora oggi il regresso di Comontismo
rispetto al livello raggiunto da Ludd. L’immediatismo comontista altro non è
che sostituzionismo del proletariato spinto all’estremo. Da questo punto di
vista Comontismo costituì un vero e proprio modello di ideologia, basato su di
una gerarchia, non dichiarata ma facilmente visibile, che sottoponeva le reclute
a prove iniziatiche e a esami di radicalità. Si trattava dell’aspetto funesto
di Ludd, cui abbiamo già accennato a proposito della critica rivoltagli da
Cesarano, assurto a ideologia, applicato sistematicamente senza un attimo di
respiro. Tra i suoi corollari ideologici troviamo: l’apologia della criminalità
(unico modo sopravvivere che in realtà fosse ammesso e rispettato); l’elogio,
non pubblico ma costante all’interno del gruppo, della droga pesante come
strumento di destrutturazione e liberazione dai rapporti familiari e repressivi;
l’atteggiamento settario, di superiorità, verso tutto ciò ch’era esterno
all’organizzazione; l’ostilità del gruppo contro il proletariato,
lavoratore e pecorone, colpevole come tutti coloro che non entravano
nell’organizzazione, che si trasformava così in una banda in guerra con
l’umanità intera, secondo il modello criminale accettato acriticamente. Non a
caso parliamo d’ideologia: la teorizzazione di questi atteggiamenti pratici
infatti sfuggiva a un procedimento critico che ne mettesse in luce le basi
materiali: si trattava di dogmi che stavano essi stessi alla base
dell’esperienza estremamente coattiva di chi entrasse nel gruppo.
L’esistenza di questa forma d’immediatismo fu certo uno dei motivi che
resero così ardua per Cesarano l’indicazione di un qualsiasi sbocco pratico,
perdendosi a volte in un’astrattezza disarmante.
Ma alla base di
questa e di altre impasse di Cesarano stavano piuttosto le prese di posizione
diametralmente opposte a quella comontista: quelle d’«Invariance»
La questione
dell’organizzazione venne «risolta» da «Invariance» studiando le misure
prese da Marx per evitare che nei periodi di riflusso controrivoluzionario il
partito cadesse nel riformismo borghese. Tale analisi era estremamente parziale,
perché prescindeva da tutta l’attività marxiana volta a costruire
il partito comunista, e costituì una forzatura della tradizione rivoluzionaria
che tra l’altro evitava di valutare criticamente l’attività strettamente
politica di Marx nel suo complesso. Tale atteggiamento è esplicito in un testo
del ’69, pubblicato tre anni dopo da «Invariance» col titolo Sur l’organisation a firma di Camatte-Collu, che si può così
sintetizzare:
1) nel dominio
reale del capitale ogni organizzazione tende a divenire un racket o una setta;
2) «Invariance»
ha evitato questo pericolo sciogliendo l’embrione di gruppo che si stava
costituendo attorno alla rivista;
3) ogni
aggregazione organizzativa è esclusa a priori perché si trasformerebbe in
racket;
4) i rapporti tra
rivoluzionari sono utili solo al livello più alto della teoria, che ciascuno
deve conseguire in modo autonomo e personale, pena la caduta nel suivisme.
Secondo Camatte e
Collu, il pericolo dell’individualismo sarebbe stato evitato perché era già
in corso – nel 1972 – la «produzione dei rivoluzionari»: la portata del
processo rivoluzionario era tale che una rete di contatti interpersonali al
livello «più alto» della teoria era garantita e anzi data per scontata. In
maniera molto precisa Camatte e Collu esprimevano un errore tipico di tutta la
corrente e di Cesarano stesso. In realtà nel ’72 non si stava affatto aprendo
una fase prerivoluzionaria sul piano internazionale (semmai il movimento
resisteva ma solo in Italia), non stava per verificarsi un’inesauribile
produzione di rivoluzionari (gli stessi Camatte e Collu diserteranno), e quindi
il rifiuto dell’individualismo era un’illusione. Non c’era nulla di
glorioso nell’aver disciolto i piccoli gruppi costituitisi attorno alle
riviste, anzi si accelerava soltanto ciò che stava già succedendo: la
dispersione delle poche forze rivoluzionarie che rimanevano dal ’68 e che non
si sarebbero più ricostituite (in Francia non si verificarono più rotture
sociali di grande portata, e in Italia la corrente rivoluzionaria arrivò al
’77 così debilitata dall’individualismo che non fu in grado di produrre
alcun intervento rilevante). Anzi l’individualismo favorì lo sganciamento
dalla dimensione rivoluzionaria: o perché la vita nell’isolamento produce un
senso di smarrimento – al quale si sfugge solo col confronto con i propri pari
– in cui il movimento non viene più percepito e quindi genera delusione e
depressione, perdita delle difese di fronte all’«esterno» invadente e
cedimento all’andazzo dominante, o perché nasconde il personalismo,
l’elitarismo, e quindi sgombra il terreno da imbarazzanti rapporti che
potrebbero danneggiare il reinserimento opportunistico nell’ideologia
borghese. Negli anni Settanta e Ottanta l’accentuazione dell’opera di
liquidazione dei residui organizzativi (peraltro già informali e fragilissimi)
e la paura immotivata del riflusso nella politica o nell’«operaismo» o nel
gauchismo sono sempre state le premesse del passaggio «dall’altra parte della
barricata» da parte di qualche esponente dell’«élite» che aveva fatto un
feticcio della teoria e che mostrava schizzinosità verso un presunto pericolo
di suivisme (in realtà assolutamente inventato e inesistente: in Italia nessun
gruppo e nessun personaggio, e in Francia non certo «Invariance», hanno mai
esercitato un fascino paragonabile a quello dell’I.S. oltralpe, e tali da
procurare loro seguaci passivi.
Abbiamo qui
esposto due modi di vedere l’organizzazione tipici dell’inizio degli anni
Settanta, che possono essere respinti senza rimpianti, a maggior ragione senza
alcuna mitizzazione da parte di elementi più giovani.
Il primo, quello
comontista, è il modello della comunità umana-partito storico-banda di
delinquenti. Benché stimabile su di un piano umano (come lo è il suo attuale
epigono: il gruppo francese Os Cangaceiros), e sovente interessante per le
soluzioni pratico-organizzative-abitative che propose (i rivoluzionari devono
vivere «come se» il comunismo fosse già realizzato e possono affrontare
solidalmente la terribile lotta per la sopravvivenza, per loro doppiamente dura)
è fondato sul risentimento: il proletariato non è rivoluzionario, perciò «noi»
(piccolo gruppetto) siamo il proletariato; siamo la comunità umana già
realizzata. Ciò porta a valutare dogmaticamente e ideologicamente il proprio
operato di setta e a offrire gli sbocchi più disastrosi: dal terrorismo sempre
incombente dell’autocritica imposta a ogni gesto e parola, al feticcio della
coerenza; dalla sempre possibile regressione politica, causata soprattutto dal
fascino dell’azione, alla trasformazione pura e semplice in banda di
delinquenti. Il tutto fondato sul ricattatorio feticcio-totem della «pratica»,
sul disprezzo ideologico per la teoria e l’azione lucida.
L’altro, quello
invariantista, estesosi poi a gran parte della corrente radicale, è il modello
dei rapporti tra «teorici». In questo caso l’enorme feticcio-totem della
teoria nasconde l’unilateralità di rapporti limitati a una ridottissima élite
di «critici».
Questo
atteggiamento, ora che sono scomparse le illusioni sulla rapida e abbondante «produzione
dei rivoluzionari», sarebbe puro e semplice individualismo.
In compenso non
farebbe altro che appiattirsi sulla realtà in cui i rivoluzionari sono già
isolati. Aumentare ancor più la loro attuale impotenza
con una tale presa di posizione contro l’organizzazione non avrebbe
senso. Il possibile sbocco di chi continuasse ancor oggi, in piena e angosciante
atomizzazione dei rivoluzionari, a insistere nella fobia anti-rackettistica o
nella esclusività dei rapporti tra pochi eletti (sempre che riuscisse ancora a
trovare qualcuno) al livello più alto
(e poi: più alto di che?) della teoria, non sarebbe particolarmente stimabile.
Mentre oggi è
palese che ogni rinascenza dell’attivismo e del militantismo conduce di volata
al ritorno nella politica, d’altra parte dev’essere chiaro che il feticcio
della teoria separata dall’efficacia e dalla pratica collettiva, se possibile
organizzata, non offre una prospettiva per niente allettante. I princìpi
comunisti, unitamente a una teoria critica vivificata dal confronto con la
produzione teorica dell’ultimo ventennio e al principale risultato del recente
passato – e cioè l’istanza di una rivoluzione della e per la vita, la messa
in discussione dei limiti dell’Ego e dell’identità personale (di cui
l’opera di Cesarano costituisce un’esauriente ed entusiasmante denuncia),
l’esperienza vissuta della
rivoluzione nella rivoluzione –, sono le uniche garanzie contro la
degenerazione rackettistica, cui non si sfugge con l’isolamento
autovalorizzante e tantomeno attraverso vie originali e personali a una presunta
creatività.
È evidente che
nel ’70 non esisteva il pericolo di creare un gruppuscolo attivista-militante
attorno a «Invariance» o a un nucleo di «teorici». Anzi, il pericolo era
esattamente opposto: la disgregazione e l’abbandono delle questioni più
importanti da affrontare:
1) la
riproposizione dell’apporto delle ultrasinistre storiche (Bordiga + il nucleo
portante della Rivoluzione tedesca, decisiva per tutta le rivoluzione mondiale);
2) un bilancio
dell’apporto nuovo degli anni Sessanta;
3) la necessità
di creare un insieme di rapporti che resistessero nel tempo e fossero in grado
di affrontare le possibilità rivoluzionarie che si presentavano negli anni
Settanta.
Secondo Camatte e
Collu la «produzione dei rivoluzionari» risolveva magicamente ogni difficoltà,
mentre ciò che stava per accadere era la dispersione dei rivoluzionari, e la
dimostrazione della loro incapacità di cogliere l’occasione che ancora, e
solo in Italia, si presentava.
In anni successivi
venne posta, ancora in termini capovolti rispetto alla realtà, la questione del
nichilismo: in realtà manifestazioni nichiliste furono l’abbandono della
tradizione rivoluzionaria, la fine della tensione verso rapporti
comunisti tra i sovversivi, il rinnegamento del bisogno
di divenire una collettività operante, la sottovalutazione della necessità di
non farsi spazzare via dalla controrivoluzione.
Comontismo costituì
una caricatura dei rapporti tra rivoluzionari, e l’illusione che tutti i
problemi potessero essere magicamente risolti da un’ideologia bell’e pronta,
che pretendeva di essere il concentrato della teoria degli anni Sessanta, già
completa, che si trattava di applicare nella pratica, senza tante storie.
Per quanto
aberrante e insostenibile su di un piano teorico, nondimeno questa
semplificazione si basava su esigenze profondamente vere: la teoria non può
essere un’attività separata e specialistica, è tutt’uno con la coerenza
quotidiana dei rivoluzionari e con il bisogno di cambiare le cose nella realtà
di tutti, d’incidere nella società e nella storia.
Comontismo ebbe un
risultato doppiamente controproducente:
1) perché creò
una banda che si voleva nemica della società e del proletariato, precludendosi
ogni possibilità di aggregazione e di efficacia;
2) perché in
seguito fu agevolmente recuperato dall’ideologia più tipica degli anni
Settanta – l’apologia, esemplificata da Toni Negri, dei gruppi prodotti
dalla disgregazione sociale, invece della loro critica radicale –, e fu quindi
incapace di fornire una prospettiva a un’area, piuttosto consistente nel
’77, di giovani che si staccavano dalla pratica armata strumentale e
gerarchica dell’Autonomia Organizzata, e cercavano di muoversi in prima
persona, coraggiosamente, ma con poche e confuse idee.
Ma Comontismo
aveva ragione nel respingere l’elitarismo dei pochi che si muovevano «al
livello più alto della teoria». Ciò non poteva che portare alla creazione di
rapporti fondati solo sul piano intellettuale.
Cesarano fu l’unico
a muoversi davvero al più alto livello, producendo una teoria chiara
ed esplicita del tutto anti-esoterica, cercando vanamente uno sbocco
umano in questo ambiente pseudo-intellettuale, contraddistinto da una fragilità
assoluta e da una formidabile incoerenza (se si escludono Piero Coppo e Joe
Fallisi, gli unici tra i suoi collaboratori ad aver mantenuto la coerenza
rivoluzionaria, senza peraltro aver mai nutrito pretese di superiorità
derivanti dal possesso della teoria).
11
Il comunismo profetico
Un altro aspetto
caratteristico della nostra corrente negli anni Settanta fu la diffusione delle
profezie.
Secondo la
periodizzazione da noi adottata, con il 1971 si chiuse il ciclo aperto nel ’64
dalle rivolte dei neri e dal movimento per i diritti civili negli Stati Uniti.
Si aprì una nuova fase di attesa, che tuttavia nella percezione dei
rivoluzionari avrebbe dovuto essere breve: il ’68 aveva riaperto l’èra
delle rivoluzioni. Soprattutto Detroit (’67) dimostrava che gli Stati Uniti
erano il nuovo epicentro della rivoluzione mondiale (contro la previsione di
Bordiga), anche se Danzica e Stettino (’70) confermavano l’importanza
dell’«area tedesca» (con Bordiga). Poiché la teoria è previsione o non ha
ragione di essere, le profezie, fondate su calcoli accurati dei cicli di crisi,
formulate da Bordiga negli anni Cinquanta, divennero spontaneamente tra di noi
un «articolo di fede» semiserio, in quanto risolvevano tutti i dubbi teorici:
una profezia faceva riferimento al ’75, un’altra, maggiormente precisa e
specifica, indicava nel ’77 la data di una crisi e di una violenta convulsione
del capitalismo: per noi, tout court, la data della rivoluzione.
Tutto l’alone di
setta esoterica, che circondava il Partito Comunista Internazionale, derisorio
come organizzazione formale, ma fascinosa incarnazione del partito storico, era
confermato dai mitici Bordiga e Vercesi (Ottorino Perrone), membri del Comitato
centrale ma non iscritti al partito formale, puro espediente e strumento del
partito storico, ovvero della formidabile attività teorica del profeta
partenopeo.
Altre forti
interpretazioni profetiche venivano estratte da Norman O. Brown e da Herbert
Marcuse: dal primo si traeva una interpretazione di Freud che prevedeva
l’acuirsi del conflitto inconscio tra l’istinto di vita e quello di morte
sino a un’esplosione finale distruttivo-vitale o autodistruttivo-narcotizzata;
nel secondo si coglieva l’avvento di una nuova èra che spostava
definitivamente l’orizzonte rivoluzionario verso il trionfo dell’Eros, la
nuova sensibilità e i nuovi valori inaugurati dal movimento hippy americano.
Tutte le profezie esoteriche e astrologiche sentenziavano l’approssimarsi
della crisi finale e dell’età dell’Acquario. Tutto all’alba degli anni
Settanta poteva, non senza una certa dignità teorica e una certa coerenza nella
dimostrazione, venire letto in questo senso.
In questo clima «teorico»,
che esprimeva la disperazione e il rifiuto di accettare veramente, con il cuore,
il ripiegamento sui libri (rifiuto di cui abbiamo visto il riflesso ideologico
in Comontismo), la diffusione de I limiti
dello sviluppo del Massachusetts Institute of Technology (mit)
era benvenuta, giacché costituiva una conferma indiscutibile proprio in quanto
proveniva dal centro pensante del nemico.
Critica dell’utopia capitale
non si limitava a questa ingenua religiosità rivoluzionaria. Il rapporto mit
vi occupa un posto centrale. Il concetto di «utopia capitale» è assolutamente
chiaro: di fronte alla realtà della crisi ultimativa, il capitale appronta
anche degli sbocchi nettamente utopici – la cui sola realtà è la
mistificazione ideologica –, tra i quali quello di una società a crescita
zero, tenuta insieme da surrogati comunitari e da una quasi completa liberazione
dal lavoro; questi progetti, secondo Cesarano, verranno vanificati dalla
catastrofica crisi e dall’insorgere del proletariato rivoluzionario.
L’incombere di questa esplosione finale liberatrice rafforzò moltissimo il
senso di attesa e previsione profetica che permeava tutta l’atmosfera della
nostra corrente. Questa tensione pervade le conclusioni dei lunghi aforismi di Critica
dell’utopia capitale, la cui struttura, nella prima parte dell’opera[17],
tende a essere la seguente: 1) un attacco, violento come un saccheggio armato,
in cui si mettono a ferro e fuoco le tesi di biologi, fisici, genetisti,
antropologi, psicanalisti, linguisti ecc. che devono invariabilmente mostrare la
corda ideologica, con cui intendono nascondere, non potendola strangolare,
l’esplodere della contraddizione ormai cosmica con la vita biologica della
specie e del pianeta; 2) il disvelamento della natura utopica dei loro orizzonti
e la loro inconsistenza di fronte all’imminente insorgere del proletariato
rivoluzionario.
In questo schema
non vi è alcuna concessione al misticismo, nutrito di droghe e di esoterismo,
dei piccoli gruppi che si lanciavano nel frattempo della rivoluzione,
sperimentando ogni sorta di combinazioni «estatiche», comunitarie, sessuali e
amorose; vi era al contrario il tono rigoroso di chi confuta inesorabilmente gli
specialisti del capitale sul loro stesso terreno, saccheggiandone le conoscenze
e il linguaggio; tuttavia, non solo il richiamo esplicito all’lsd
è ripetuto varie volte, ma il sapore,
la tensione stessa dell’acido circolano tra quelle righe, riconducendo il
lettore all’eredità profetica degli anni Sessanta, trasmettendogli la durezza
e la drammaticità di una teoria temprata, appunto, nell’acido
dell’esperienza reale e personale.
12
Il «caso» Cesarano
«La partenza non
può essere che l’intuizione folgorante, e in questo senso concretamente e
vitalmente iniziatica, del punto di vista della totalità.»[18] Questa frase sorprendente
balza fuori dalle pagine del libro e dà la dimensione dell’esperienza di
Cesarano. Se nelle restanti pagine di questo nostro scritto, per scelta, non si
parla di lui se non come singola molecola di un movimento storico e,
all’interno di quest’ultimo, come esponente della corrente più radicale e
portatrice del più ricco e innovativo apporto teorico, per un momento vogliamo
sottolineare la singolarità di Cesarano. «Intuizione folgorante […] del
punto di vista della totalità»! Come non pensare, immediatamente all’lsd?
E folgorante è il suo procedere critico, in coerenza con la sterzata radicale
data alla sua vita dal ’69 in poi, che gli imprime il senso
di marcia, mantenuto implacabilmente fino alla fine.
Prima
l’esperienza collettiva, pubblica, di Ludd. Poi dal ’71 inizia la stesura
dell’opera della sua vita, quella Critica dell’utopia capitale – già anticipata da L’utopia
capitalista, in «Ludd», Milano, n. 3, 1969 –, con cui fa definitivamente
i conti con il mondo della cultura e dell’intellettualità ufficiale, da cui
si allontana sempre più, inesorabilmente, nella pratica.
Nelle prime pagine
del libro si hanno gli enunciati fondamentali: 1) lo sviluppo della specie fin
dalla più remota origine è la storia della sottomissione al lavoro e alla
produzione di utensili-protesi, che sempre più prendono il sopravvento sul
corpo vivente, ridotto ad appendice alienata; 2) lo sviluppo della psiche
individuale, separata dal corpo, come pensiero che si pensa, diviene la storia
dell’Ego colonizzato dal capitale come «persona», interiorizzazione del «valore»
in processo; 3) la produzione del linguaggio, come insieme di segni
autonomizzato, si accumula come il lavoro morto, e finisce per acquisire un peso
determinante sulla comunicazione umana, giungendo a dominare il soggetto, che è
ormai parlato dalla lingua.
Queste tre sfere
costituiscono un unico processo, visto da angolazioni (e discipline) differenti,
attraverso il quale la specie, a partire da una propria carenza istintuale
originaria, si è separata dal corpo vivente del mondo (e dal proprio corpo
biologico), estraniandosene fino al punto di minacciarlo, oggi, di estinzione
come un nemico esterno. E il corpo, dopo i millenni di sopravvivenza
irriducibile, carcerata da sempre nell’inconscio, nel rimosso, nell’altro,
reagisce alla minaccia di estinzione con la critica armata, con la follia, con
la rivoluzione «biologica».
Mentre tutto
l’esistente non è che un deserto dominato dal capitale, la passione «muta»
dei corpi si appresta a esplodere, affermandosi come «totalità naturante»,
battendo in breccia i progetti cibernetici o di clonazione – che chiuderebbero
per sempre la partita –, e rivelandone il carattere utopistico.
A questo enunciato
segue l’attacco. Un saccheggio disordinato e passionale degli scienziati e dei
teorici del capitale (e anche di vari pensatori critici come Horkheimer e
Adorno, ma anche la lezione di Freud e Reich è tenuta ben presente).
La teoria è usata
come strumento di effrazione per confutare le conclusioni spietate che i teorici
del capitale riservano alla vita, e per strappare loro i dati che dimostrano la
vitalità incoercibile della specie biologica di fronte al fallimento
catastrofico della società del capitale, che si riproduce ormai solo più come
cancro del mondo.
Procedendo sullo
stesso terreno dei propri avversari, sul filo dell’astrazione
scientifico-filosofica, impadronendosi di materiali teorici via via che irrompe
nei vari campi del pensiero separato, Cesarano riesce a chiudere i conti col
mondo della cultura e delle mode intellettuali, imperversanti allora e negli
anni seguenti, anche nel movement del ’77, riservando pagine spietate
all’arte, agli psicoanalisti, ai terapeuti, agli esperti di linguistica e di
linguaggi, ai futurologi propugnanti soluzioni «indolori» per un mondo votato
alla catastrofe.
Nello stesso tempo
riesce a comunicarci con drammaticità la propria vicenda individuale. Da una
parte l’assedio subìto dall’individuo isolato, immerso nella quotidianità
allucinatoria in cui viaggia incarnando via via i vari ruoli economico-sociali
cui deve piegarsi la «personalità», impossibilitata all’incontro con gli
altri dall’equivoco sociale della circolazione degli uomini ridotti a «quanta»
di capitale (almeno finché la passione, rischio e prova iniziatica, non apra la
strada al riconoscimento di un altro,
e per questo passaggio a quello degli
altri). Dall’altra, il percorso che lo porta a rompere col mondo della cultura
e dell’arte, in cui egli stesso aveva vissuto fino al ’68, a cui ritorna, da
nemico, per chiudere i conti in sospeso, per mezzo della critica e della lotta,
le uniche espressioni possibili non immediatamente asservite e incorporate dal
capitale totale.
Varie volte
rimanda all’esperienza-prova dell’acido lisergico.
La violenza e la
drammaticità del suo linguaggio, che pure è rigidamente astratto e non
abbandona mai il terreno dell’avversario, traducono la condizione «segregata»
del rivoluzionario, rimasto isolato alla fine del ciclo ’67-’70, ma deciso a
utilizzare la propria condizione disperata per produrre la propria grande
sintesi teorica che saluta come una certezza la prossima ricomparsa, definitiva,
ultimativa, del proletariato rivoluzionario. O saprà essere e vincere o il
capitale lo trascinerà con sé nella catastrofe. L’irriducibilità del
fondamento biologico della rivoluzione garantisce l’invincibilità della
specie.
Forza e limite
della sua opera sono la convinzione che la crisi del capitale, annunciata dal
rapporto del mit, così come dai
sintomi che denunciano la crisi psichica della persona – follia, nevrosi,
ormai incontenibili da ogni controllo e da ogni struttura repressiva – e della
società – rivolte immotivate, saccheggi e violenza collettiva, criminalità
–, è irreversibile e ultimativa, e costringerà la specie a vivere,
finalmente, se non vorrà scomparire ed estinguersi.
Nei primi anni
Settanta, la consapevolezza che la catastrofe del capitale minaccia realmente la
sopravvivenza dell’umanità e del pianeta, e la scommessa disperata e
passionale sulla vitalità della specie che ha dato già prova di sé nel ciclo
di lotte appena conclusosi, è una caratteristica forte, di fondo, che può
giustamente costituire una sintesi delle posizioni, pur diversificate, di tutta
la corrente radicale all’alba della nuova epoca.
La forza
dell’alternativa, la vita contro la morte, invece che proletariato contro capitale, è segno della relativa vitalità
teorica, ma è anche segno di difficoltà a fondare le proprie ragioni nella
contraddizione specificamente sociale.
Nel
disconoscimento del dato di fatto che a produrla è stato un ben preciso
movimento sociale, si annuncia anche
l’isterilirsi di tutta la corrente, che, illusoriamente, allucinatoriamente,
«alza la posta» delle proprie affermazioni, ma si appresta a vivere il proprio
declino e tramonto nel giro di pochi anni.
13
Bruciare le navi
Riferimenti come
quelli all’lsd imprimono su
questa teoria il marchio di ciò che non sarà mai assimilabile dalla cultura.
Il mondo degli intellettuali, degli scrittori, dei poeti, degli artisti, degli
accademici italiani non è stato capace di rispondere, se non con
l’emarginazione e il silenzio, a un uomo come Cesarano, che non si limitava a
compiacersi del generalizzarsi della rivolta altrui bensì faceva combutta non
con gli studenti ma con i «provocatori», non con la sinistra ma con i gruppi
più «ambigui» (accusati, come sempre allora in Italia, di «fascismo»), e
che non proponeva disquisizioni masturbatorie sulla «droga» ma si temprava con
l’acido lisergico.
La forza e la drammaticità della teoria di Cesarano sono così palesemente espressione diretta della vita e dell’esperienza da essere letteralmente «intoccabili» per tutti gli ambienti culturali, ancorché «rivoluzionari» degli anni Settanta. «Per denaro si “vive” morendo asserragliati nelle case, per vivere si spende sangue sui marciapiedi del denaro. Di stupefacenti sarebbero, secondo i sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il capitale. Ma la droga allucinogena, quella per intenderci che libera dall’allucinazione della “vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè economizza le percezioni, attacca direttamente l’economia che impoverisce ciascuno inchiodandolo alla scheda perforata delle percezioni programmate per lui dalle gerarchie del sapere, e, con il consentirgli finalmente di vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che gli pertiene. Non può essere, tale verità, che atroce: umil