TOTALITARISMO
E FASCISMO
di J.Barrot
L’ANTIFASCISMO,
IL PEGGIOR PRODOTTO DEL FASCISMO
ITALIA E GERMANIA
CILE
PORTOGALLO
SPAGNA: GUERRA O RIVOLUZIONE?
OTTOBRE 1917 E LUGLIO 1936
LA "COMUNE" DEL 1871
MESSICO
GUERRA IMPERIALISTA
IL CENTRISMO
IL POUM
L’ANARCHISMO E I SUOI DIFENSORI
"LA RÉVOLUTION PROLÉTARIENNE"
L’ANARCHISMO DI SINISTRA
ANTISTALINISMO
L’UNION COMMUNISTE
LA LIGUE DES COMMUNISTES INTERNATIONALISTES
LA SINISTRA TEDESCA
SINISTRA ITALIANA?
QUESTIONE NAZIONALE
RIVOLUZIONE POLITICA E SOCIALE
FORZA E DEBOLEZZA DEL COMUNISMO IN SPAGNA
RIFORMA E RIVOLUZIONE
NOTE
Gli
orrori del fascismo non furono né i primi, né gli ultimi, né, checché se ne
dica, i peggiori1. Non avevano niente da invidiare ai massacri
"normali" delle guerre, delle carestie eccetera. Per i proletari erano
la riedizione più sistematica di altri terrori vissuti nel 1832, 1848, 1871,
1919, ... Non dimeno, il fascismo occupa un posto di spicco, se non il primo,
nello spettacolo degli orrori. Stavolta, infatti, furono colpiti molti borghesi
e una buona parte della classe politica, cosi come la testa e anche il corpo
delle organizzazioni operaie ufficiali. Per i borghesi e i piccoli borghesi, si
tratta di un fenomeno anormale, inspiegabile, salvo che mediante il ricorso a
cause psicologiche: una degradazione dei valori democratici. L’antifascismo
liberale fa del fascismo una perversione della civiltà occidentale,
raggiungendo cosi un effetto contrario: la fascinazione sadomasochista del
fascismo resa oggi celebre dal ciarpame "retro". L’umanesimo
occidentale non capirà mai che le croci uncinate inalberate dagli Hell’s Angels gli rimandano l’immagine capovolta del suo proprio
fantasma del fascismo. La logica di questa inversione si riassume cosi: se il
fascismo è il Male assoluto, allora scegliamo il male, invertiamo i valori:
fenomeno tipico di un’epoca scombussolata.
L’analisi
"marxista" abituale non si attarda, evidentemente, sulla psicologia.
L’interpretazione del fascismo come strumento del "grande capitale"
è divenuta classica dopo Daniel Guérin. Ma la sua serietà ne maschera
l’errore centrale. La quasi totalità degli studi "marxisti"
mantengono l’idea che, malgrado tutto, il fascismo fosse evitabile nel 1922 o
nel 1933, e lo riducono a un’arma utilizzata dal capitalismo, che
quest’ultimo avrebbe potuto rimpiazzare con un’altra, se il movimento
operaio avesse esercitato una pressione sufficiente in questo senso, invece di
dar prova soltanto del suo settarismo e delle sue divisioni. Sicuramente non vi
sarebbe stata una "rivoluzione", ma almeno l’Europa avrebbe evitato
il nazismo, i campi eccetera. Dietro a considerazioni giustissime sulle classi,
sullo Stato, sul legame tra fascismo e grande industria, questa idea serve a non
vedere che il fascismo s’inscrive in una doppia sconfitta: sconfitta dei
rivoluzionari schiacciati dalla socialdemocrazia e dalla democrazia
parlamentare; indi fallimento dei democratici e dei socialdemocratici nel
gestire efficacemente il capitale. L’avvento al potere del fascismo, e ancor
più la sua natura, restano incomprensibili al di fuori del periodo precedente,
della lotta di classe anteriore e dei suoi limiti. Non si comprendono
disgiuntamente. Non è un caso se Guérin s’inganna al tempo stesso sul Fronte
Popolare, in cui vede una "rivoluzione mancata", e sul significato del
fascismo.
Il
paradosso e il segreto della mistificazione antifascista stanno nel fatto che
che i democratici mascherano tanto meglio la natura del fascismo quanto più
dispiegano una radicalità apparente, gridando al fascismo dappertutto da oltre
cinquant’anni. Questa pratica non è nuova.
"Fascismo
di qui, fascismo di là. L’Action Française è il fascismo. Il Blocco
Nazionale è il fascismo [...]. Tutti i giorni, da sei mesi, "L’Humanité"
ci riservava una sorpresa fascista. Un giorno un enorme titolo a sei colonne: Abbasso
il senato fascista! Un’altra volta, causa il rifiuto da parte di una
tipografia di stampare un giornale comunista: Colpo
di forza fascista [...].
Non
vi sono bolscevismo e fascismo in Francia più di quanto vi sia kerenskismo. La
"Liberté" e "L’Humanité" hanno un bel affannarsi, il
fascismo che esse inventano non è
suscettibile di sviluppo: le condizioni oggettive della sua esistenza non si
sono ancora realizzate [...].
Non
si può lasciare il campo libero alla reazione: inutile battezzarla come
fascista per combatterla."2
In
un’epoca d’inflazione verbale, il solo fatto di evocare il
"fascismo" è divenuto un segno di radicalità, mentre attesta una
confusione e una concessione teorica allo Stato e al capitale. L’essenza
dell’antifascismo consiste nel lottare contro il fascismo
per promuovere la democrazia, cioè
nel lottare non per distruggere il capitalismo ma per costringerlo a non farsi
totalitario. Con l’identificazione del socialismo in una democrazia totale, e
del capitalismo in una fascistizzazione sempre maggiore, l’antagonismo
proletariato-capitale, comunismo-salariato, proletariato-Stato è rinviato in un
altro mondo a profitto dell’antagonismo
"democrazia"-"fascismo", presentato come la quintessenza
della prospettiva rivoluzionaria. L’antifascismo non vi riesce che mescolando
due fenomeni: il "fascismo" propriamente detto, e l’evoluzione del
capitale e dello Stato verso il totalitarismo.
Riconducendo sempre il secondo fenomeno al primo, si fa passare la parte per il
tutto, si maschera la causa di entrambi, si rafforza quel che si crede di
combattere.
Non
si afferra l’evoluzione del capitale e delle sue forme totalitarie attuali a
partire dalla denuncia di un "fascismo" latente: bensi il fascismo a
partire dall’evoluzione del capitale verso il totalitarismo, di cui il
fascismo fu un caso particolare, e in cui la democrazia ha giocato, e gioca, un
ruolo altrettanto controrivoluzionario che il fascismo. é un abuso linguistico
parlare oggi di un fascismo indolore, non violento, o che non distruggerebbe gli
organismi tradizionali del movimento operaio. Il fascismo fu un movimento
limitato nel tempo e nello spazio. La situazione dell’Europa dopo il 1918 gli
dà i suoi tratti originali che non si ripeteranno più.
Cosa
c’è al fondo del fascismo, se non l’unificazione economica e politica del
capitale, tendenza divenuta generale dopo il 1914? Il fascismo fu una maniera
particolare di realizzarla in Paesi (Italia e Germania (ove lo Stato si era
rivelato incapace di fare regnare l’ordine (ivi compreso nella borghesia),
benché la rivoluzione fosse stata soffocata. é nell’essenza del fascismo di
essere nato nelle strade, di aver suscitato il disordine per l’ordine:
movimento di vecchie classi medie che sboccò nella loro riduzione più o meno
violenta, che rigenerò dall’esterno
lo Stato tradizionale incapace di risolvere la crisi del capitale.
Crisi
dello Stato
all’epoca del passaggio al dominio totale del capitale sulla società: ben di
questo si trattava. Occorsero le organizzazioni operaie per domare la
rivoluzione, ci vollero poi i fascisti per metter fine al disordine seguitone.
Una crisi mal superata a quell’epoca: lo Stato fascista era efficace solo in
apparenza, perché poggiava sull’esclusione sistematica dei salariati dalla
vita sociale. Ma una crisi relativamente superata dall’odierno Stato
tentacolare. Lo Stato democratico si dà tutti i mezzi del fascismo, se non di
più, giacché integra le organizzazioni operaie senza annientarle.
L’unificazione sociale va al di là di quella realizzata dal fascismo, ma
quest’ultimo in quanto movimento specifico è scomparso. Esso corrispondeva
alla disciplina forzata della borghesia sotto la pressione dello Stato, in un
contesto originale.
La
borghesia prese a prestito perfino il nome dalle organizzazioni operaie, che
spesso in Italia si chiamavano "fasci". é significativo che il
fascismo si definisca in primo luogo come forma
di organizzazione e non come programma.
Suo solo programma è di riunire in fascio, di fare convergere gli elementi che
compongono la società, di buon grado o di forza:
"Il
fascismo ruba al proletariato il suo segreto: l’organizzazione [...]. Il
liberalismo è tutto ideologia e niente organizzazione; il fascismo è tutto
organizzazione e niente ideologia" (A. Bordiga).
La
dittatura non è un’arma del
capitale, come se esso potesse sostituirla con altre meno micidiali, ma una tendenza del capitale, che si realizza quando necessario.
"Ritornare" alla democrazia parlamentare dopo la dittatura, come in
Germania dopo il ‘45, significa solamente che la dittatura è inutile (fino
alla prossima volta) in quanto integrazione delle masse nello Stato. Il problema
non è dunque che la democrazia assicura uno sfruttamento più dolce che la
dittatura: ognuno preferirebbe essere sfruttato alla svedese piuttosto che
torturato alla brasiliana. Ma si ha scelta? Questa democrazia si trasformerà
essa stessa in dittatura all’occorrenza. Lo Stato non può avere che una
funzione, che esso adempie democraticamente o dittatorialmente. Si può
preferire la prima maniera, ma non piegare lo Stato per costringerlo a
impiegarla. Le forme politiche che il capitale si dà non dipendono
dall’azione degli operai più che dalle intenzioni della borghesia. Weimar
capitolò di fronte a Hitler, gli apri le braccia. E il Fronte Popolare di Léon
Blum non "evitò il fascismo", perché la Francia del 1936 non aveva
bisogno di unificare il capitale e di ridurre le classi medie. Non esiste scelta
politica alla quale il proletariato potrebbe essere invitato o invitarsi di
forza.
Si prende in giro Hitler per aver conservato della socialdemocrazia viennese solo i suoi metodi di propaganda. La "verità" del socialismo era più li che nel raffinato austromarxismo. Il problema comune alla socialdemocrazia e al nazismo era d’inquadrare le masse e di reprimere i loro bisogni. Furono dei socialisti e non dei nazisti ad annientare le insurrezioni (ciò non ha impedito all’attuale spd, nel 1979 al potere come nel 1919, di realizzare un francobollo ufficiale in onore di Rosa Luxemburg, che essa fece uccidere sessant’anni fa). La dittatura viene sempre dopo che i proletari sono stati battuti dalla democrazia, dai sindacati e dai partiti di sinistra. Viceversa, socialismo e nazismo contribuirono egualmente a un miglioramento (provvisorio) del livello di vita. Come la socialdemocrazia, Hitler si fece strumento di un movimento sociale il cui contenuto gli sfuggiva. Egli si batteva per il potere, come l’spd per la sua funzione di mediatrice tra gli operai e il capitale: ma entrambi servirono egualmente il capitalismo, che se ne sbarazzò una volta che ebbero svolto il loro rispettivo compito.
L’ANTIFASCISMO,
IL PEGGIOR PRODOTTO DEL FASCISMO
Dopo
il "fascismo" tra le due guerre, il termine fascismo ha conosciuto un trionfo. Quale gruppo politico non ha
accusato gli avversari d’impiegare "metodi fascisti"? La sinistra
non cessa di denunciare il fascismo rinascente, la destra non rinuncia a dare
del "partito fascistizzante" al PCF. Significando di tutto, la parola
ha perduto il suo senso da quando la buona coscienza internazionale qualifica
tutti gli Stati forti come "fascisti". Si prendono cosi le illusioni
dei fascisti degli anni Trenta per la realtà. Franco si richiamava al fascismo
come Hitler e Mussolini, ma non esistette mai un’Internazionale Fascista.
Se
oggi i colonnelli greci e i generali cileni sono chiamati fascisti
dall’ideologia dominante, sono in realtà lo Stato capitalista stesso.
Incollare rumorosamente l’etichetta fascista
sullo Stato ha lo stesso effetto che denunciare i partiti al vertice dello
Stato. In entrambi i casi si fa scomparire la critica dello Stato dietro la
denuncia di coloro che lo dirigono. Il gauchismo crede di dar prova di
estremismo gridando al fascismo, mentre evita cosi la critica dello Stato, e
propone un’altra forma statale (democratica, popolare) al posto di quella
esistente.
Il
termine fascismo perde ancor più il
suo senso nei Paesi avanzati, ove i partiti comunisti e socialisti avranno un
ruolo centrale in un futuro Stato "fascista" levantesi contro un
movimento rivoluzionario. In questo caso è ben più corretto parlare di Stato
tout court e non di fascismo. Il fascismo ha trionfato perché i suoi principi
si sono generalizzati: unificazione del capitale, Stato efficace. Ma nello
stesso tempo il fascismo è scomparso in quanto tale, come movimento politico e
come forma-Stato. Malgrado qualche similitudine, i partiti tacciati come
fascisti (in Francia, per esempio, il Rassemblement du Peuple Français, il
poujadismo, un po’ il Rassemblement pour la République oggigiorno) non
partono affatto alla conquista, dall’esterno, di uno Stato impotente.
Insistere
sempre sulla minaccia fascista impedisce di vedere che il fascismo reale era già
esso stesso inadatto, e falli: invece di cementare il capitale nazionale
tedesco, fini col dividerlo in due. Oggi regnano altre forme, lontane tanto dal
fascismo che da quella democrazia di cui ci riempiono le orecchie, per
instaurarla o per difenderla
Con
la Seconda Guerra mondiale, la mitologia si arricchi di un elemento nuovo.
Questo conflitto, soluzione necessaria dei problemi economici (crisi del ‘29)
e sociali (proletari in agitazione, benché non rivoluzionari, e dunque da
disciplinare), poté apparire come una guerra contro il totalitarismo incarnato
dal fascismo. Questa interpretazione ha la vita dura, e il ricordo costante dei
massacri nazisti da parte dei vincitori, serve a giustificare questa guerra,
dandole un carattere umanitario. Tutto, anche la bomba atomica, sarebbe
giustificato contro un nemico cosi barbaro. Questa giustificazione, tuttavia,
non regge più di quanto reggesse la demagogia nazista, che affermava di lottare
contro il capitalismo e la plutocrazia occidentale. Il campo
"democratico" annoverava uno Stato altrettanto totalitario che la
Germania hitleriana: la Russia di Stalin, il cui codice penale prevedeva la pena
di morte a partire dai dodici anni. Tutti sanno anche che gli Alleati fecero
ricorso agli stessi metodi di terrore e di sterminio dei civili ogni qualvolta
ne ebbero bisogno (bombardamenti strategici eccetera). L’Occidente, in
seguito, attese la Guerra Fredda per denunciare i campi russi. Ma ciascun Paese
capitalista è posto di fronte a problemi specifici, a seconda delle epoche. La
Gran Bretagna non ebbe una guerra d’Algeria da domare, ma la spartizione
dell’India fece milioni di vittime. Gli usa non dovettero mai organizzare
campi di concentramento3 per tenere tranquilli i proletari e
sbarazzarsi dei piccoli borghesi in soprannumero, ma fecero la guerra del
Vietnam. Quanto alla Russia, di cui tutti denunciano oggi il "Gulag",
si accontentò di concentrare in qualche decennio gli orrori che i Paesi
capitalisti più vecchi avevano sparso lungo diversi secoli, e che fecero
anch’essi milioni di vittime, non foss’altro che con la tratta dei Neri. Lo
sviluppo del capitale comporta tutte le sue conseguenze, tra cui le due
principali: 1) obbedienza degli operai, dunque distruzione
soffice o violenta del movimento rivoluzionario; 2) concorrenza con gli altri
capitali nazionali, dunque guerra. Che
il potere sia nelle mani di partiti "operai" cambia solo una cosa: la
demagogia operaista sarà ancora più accentuata, ma non risparmierà agli
operai la repressione più severa, se necessario. Il trionfo del capitale non è
mai cosi totale che come quando i lavoratori si mobilitano per lui, credendo di
"cambiare la vita".
Per
proteggerci dagli eccessi del capitale, l’antifascismo non immagina,
d’altronde naturalmente, se non un intervento statale. Paradosso apparente,
esso giunge a farsi campione dello Stato forte, come dice il PCF:
"Quale
Stato è necessario per la Francia? Lo Stato attuale è stabile e forte, come
afferma il presidente della Repubblica? No, è debole, è impotente a far uscire
il Paese dalla crisi sociale e politica in cui l’ha gettato. Esso genera il
disordine"4.
Dittatura
e democrazia si propongono entrambe di rafforzare
lo Stato, la prima per principio, affinché esso sia forte, la seconda al
fine di proteggerci, il che conduce allo stesso risultato. Sono le artefici,
opposte ma comuni, del totalitarismo. Si tratta di fare partecipare gli uomini alla società, "dall’alto"
secondo i dittatori, "dal basso" secondo i democratici.
Tra
dittatura e democrazia, si può parlare di una lotta tra due frazioni del
capitale differenziabili sociologicamente? Si tratta piuttosto di due maniere
d’inquadrare il proletariato, sia integrandolo forzosamente, sia associandolo
con l’intermediario delle "sue" organizzazioni. Il capitale opta per
l’una o per l’altra soluzione a seconda delle sue necessità del momento. In
Germania, dopo il 1918, la socialdemocrazia e i sindacati erano indispensabili
per controllare gli operai e isolare i rivoluzionari. Per contro, dopo il 1929,
la Germania doveva concentrarsi, eliminare una parte delle classi medie,
disciplinare la borghesia. Lo stesso movimento operaio, difendendo il pluralismo
politico e gli interessi operai immediati, bloccava la situazione. Solo in
nazismo appariva come il fattore di unificazione sociale e politica. Le
"organizzazioni operaie" sostengono ben il capitalismo, ma badano alla
loro autonomia: in quanto organizzazioni, cercano innanzitutto di perpetuarsi.
Questo fece loro svolgere un ruolo controrivoluzionario efficace nel 1918-’21,
come dimostrato dal fallimento della rivoluzione tedesca, ove nel 1920 si
assistette, tra l’altro, al primo esempio di antifascismo antirivoluzionario ante
litteram 5. In seguito, il peso acquisito da queste organizzazioni nella
società e anche nello Stato fece giocar loro un ruolo di conservazione sociale,
di malthusianismo, che andava eliminato. Esse svolsero una funzione
anticomunista nel 1918-’21 perché erano l’espressione della difesa del
lavoro salariato in quanto lavoro salariato: ma questa stessa ragione le trascinò
poi ad anteporre l’interesse dei
salariati a tutto il resto, a detrimento della riorganizzazione dell’insieme del capitale.
Si
comprende perché il nazismo avesse per obiettivo l’eliminazione violenta del
movimento operaio, contrariamente al rpf, al rpr eccetera, il che fa tutta la
differenza. La socialdemocrazia aveva svolto bene il suo lavoro di
domesticazione degli operai, ma lo aveva svolto troppo
bene. Aveva preso cosi un posto troppo grande nello Stato, senza potere per
questo unificare tutta la Germania dietro di sé. Questo fu il compito del
nazismo, che seppe fare appello a tutte le classi, dai disoccupati al grande
capitale.
Allo
stesso modo, l’Unidad Popular cilena (cfr. il "Cile") aveva
contenuto la spinta operaia, ma senza raccogliere attorno a sé l’insieme
della nazione; occorreva rovesciarla con la forza. Al contrario, non si è avuta
(ancora?) repressione di massa in Portogallo dopo il novembre 1975, e se
l’attuale regime rivendica la continuità con la "rivoluzione dei
garofani" non è perché la forza delle organizzazioni operaie e
democratiche impedisce un colpo di Stato di destra. Giammai i partiti e i
sindacati hanno impedito alcunché, salvo quando il colpo di Stato era prematuro
(putsch di Kapp nel 1920). Non c’è terrore bianco perché è inutile, giacché
fino a oggi il Partito Socialista Portoghese ha unificato dietro di sé
l’insieme della società.
Che
si chiami o no cosi, l’antifascismo è divenuto la forma obbligata del
riformismo operaio cosi come del riformismo capitalista, li fonde, pretendendo
di realizzare il vero ideale della rivoluzione borghese tradito dal capitale. La
democrazia è concepita come un elemento del socialismo, elemento già presente
nel mondo attuale. Il socialismo sarebbe, infatti, la democrazia totale. La
lotta per il socialismo consisterebbe nel guadagnare sempre più diritti
democratici in seno al capitalismo. Grazie all’aiuto del capro espiatorio
fascista, il gradualismo democratico si è rinnovato. Fascismo e antifascismo
hanno la stessa origine e lo stesso programma; ma il primo credeva di superare
il capitale e le classi, mentre il secondo crede di realizzare la
"vera" democrazia borghese indefinitamente perfettibile con
l’aggiunta di dosi sempre più forti di democrazia. In realtà, la democrazia
borghese è una tappa della presa del potere da parte del capitale, il cui
dominio è perfezionato dall’estensione della democrazia nel xx secolo,
accentuando l’isolamento degli individui. Nata come soluzione illusoria alla
separazione dell’attività umana e della società, la democrazia non potrà
mai risolvere il problema della società più separata di tutta la storia6.
L’antifascismo condurrà sempre ad accrescere il totalitarismo: la sua lotta
per uno Stato "democratico" consolida lo
Stato7.
Per
queste diverse ragioni, le analisi rivoluzionarie del fascismo e
dell’antifascismo, e in particolare della guerra di Spagna che ne è
l’esempio più complesso, sono ignorate, incomprese o regolarmente deformate.
Quando va bene, sono considerate un punto di vista idealista; quando va male, un
appoggio indiretto al fascismo. Vedete (si dice (come il Partito Comunista
d’Italia fece il gioco di Mussolini, rifiutando di prendere il fascismo sul
serio e, soprattutto, di allearsi con le forze democratiche; o come il Partito
Comunista Tedesco permise l’avvento di Hitler, trattando l’spd come il
nemico principale. In Spagna, al contrario, ecco un esempio di lotta
antifascista risoluta, che avrebbe potuto vincere, senza la defezione degli
stalinisti-socialisti-anarchici (cancellare le menzioni inutili). Queste
"evidenze" poggiano su di uno snaturamento dei fatti8.
Al
primo posto delle falsità, si trova una deformazione del caso in cui almeno una
parte del proletariato lottò contro il fascismo con metodi e obiettivi propri:
l’Italia del 1918-’22. La sua lotta non aveva niente di specificamente anti-fascista:
lottare contro il capitale obbligava a combattere, tra l’altro, il fascismo,
come la democrazia parlamentare. Questa esperienza è originale, poiché si
tratta di un movimento importante diretto da comunisti e non da socialisti
centristi aderenti all’Internazionale Comunista (come il PCF) o da stalinisti
rivaleggianti in demagogia nazionalista con i nazisti (come il kpd, che parlava
di "rivoluzione nazionale" all’inizio degli anni Trenta). Viceversa,
questa caratteristica permette all’antifascismo di respingere tutto quel che
ci fu di rivoluzionario nell’esperienza italiana di allora: il Partito
Comunista d’Italia, diretto a quell’epoca da Bordiga e dalla sinistra,
avrebbe dato prova solamente di settarismo, favorendo l’avvento di Mussolini
al potere. Ora, senza romanzare questo episodio, è bene ricordarlo, ché
chiarisce, senz’alcuna ambiguità, come il successivo disfattismo dei
rivoluzionari di fronte alla guerra "democrazia"-"fascismo"
(quella di Spagna cosi come quella del 39-45) non è un atteggiamento di puristi
che non vogliono altro che "la rivoluzione" e attendono il Gran Giorno
senza muoversi. Esso si fonda, più semplicemente, sulla scomparsa, nel corso
degli anni Venti e Trenta, del proletariato come forza storica, battuto dopo
essersi costituito (peraltro molto male) in partito nel primo dopoguerra.
La
repressione fascista interviene solo dopo
la disfatta proletaria. Non distrugge le forze rivoluzionarie, che solo il
movimento operaio tradizionale può vincere con metodi sia diretti sia
indiretti. I rivoluzionari sono battuti dalla democrazia che non esita a
ricorrere a tutti i mezzi, ivi compresi quelli militari. Il fascismo distrugge
solo i movimenti elementari, annienta lo stesso movimento operaio divenuto un
intralcio. é falso presentare l’avvento al potere del fascismo come il
prodotto di combattimenti di strada nei quali esso avrebbe vinto gli operai.
In
Italia, come in diversi altri Paesi, il 1919 fu l’anno decisivo, nel quale la
lotta proletaria venne battuta mediante l’azione diretta dello Stato e il suo
sviamento indiretto con le elezioni9. Fino al 1922, lo Stato accordò
le più ampie facilitazioni ai fascisti: indulgenza nei procedimenti giudiziari,
disarmo unilaterale degli operai, perfino appoggio armato, senza contare la
circolare Bonomi del 20 ottobre 1921 che inviava 60.000 ufficiali nei gruppi
d’assalto fascisti per comandarli. Di fronte all’offensiva armata fascista,
lo Stato chiamava... alle urne. Durante le occupazioni delle fabbriche nel 1920,
lo Stato si guardò bene dall’attaccare frontalmente i proletari, lasciando
che la loro lotta si esaurisse da sola, con l’appoggio della cgl, che pose
fine agli scioperi. Quanto ai "democratici", non esitarono a
costituire per le elezioni del maggio 1921 un "blocco nazionale" (i
liberali + la destra) che includeva i
fascisti. Nel giugno-luglio 1921, il psi concluse un inutile e mistificatorio
"patto di pacificazione" con i fascisti.
A
stento si può parlare di colpo di Stato nel 1922: fu un trasferimento di
potere. La "marcia su Roma" di Mussolini (che si accontentò di
prendere il treno) non fu una pressione sul governo legale, ma una messinscena.
L’ultimatum lanciato al governo il 24 ottobre non fu la minaccia di una guerra
civile: fu il segnale indirizzato allo Stato capitalista (e assai ben compreso
da quest’ultimo) che ormai il Partito Nazionale Fascista era la miglior forza
in grado di assicurarne l’unità. Lo Stato cedette molto velocemente. Lo stato
d’assedio deciso dopo il fallimento di un tentativo di compromesso venne
annullato dal re, che incaricò Mussolini di formare il nuovo governo
(comprendente i liberali). Tutti i partiti, salvo i socialisti e i comunisti, si
avvicinarono al Partito Nazionale Fascista e votarono a favore di Mussolini in
parlamento. Il potere del dittatore fu ratificato dalla democrazia. Lo stesso
scenario si riprodusse in Germania. Hitler venne nominato cancelliere dal
presidente Hindenburg (eletto nel 1932 con l’appoggio dei socialisti che in
lui avevano visto... un baluardo contro Hitler), e i nazisti erano minoritari
nel primo ministero hitleriano. Dopo aver esitato, il capitale appoggiò Hitler
allorché vide in lui la forza politica unificatrice dello Stato e dunque della
società (che il capitale non avesse previsto certe forme ulteriori dello Stato
nazista è una faccenda secondaria).
Nei
due Paesi, il "movimento operaio" è lungi dall’essersi battuto
contro il fascismo. Le sue organizzazioni, totalmente autonomizzate dal
movimento sociale proletario, funzionavano solo per conservarsi in quanto
istituzioni, pronte ad accettare qualsivoglia regime politico, di destra o di
sinistra, che le tollerasse. Tra il 1923 e il 1930, il psoe e la sua centrale
sindacale (ugt) collaborarono con la dittatura di Primo de Rivera. Nel 1932, i
sindacati socialisti tedeschi, per bocca del loro presidente, si dichiararono
indipendenti da tutti i partiti politici e indifferenti alla forma dello Stato,
e cercarono di accordarsi con Schleicher (sfortunato predecessore di Hitler),
indi con Hitler, il quale fece creder loro che il nazionalsocialismo li avrebbe
lasciati sussistere. Si arrivò alla sfilata dei sindacalisti tedeschi dietro le
svastiche, il 1. maggio 1933, trasformato in "Festa del lavoro
tedesco". I nazisti inviarono poi gli stessi sindacalisti in prigione e nei
campi, il che avrebbe poi dato ai sopravvissuti l’etichetta di
"antifascisti" risoluti e della prima ora.
In
Italia, i dirigenti sindacali avrebbero voluto concludere un tacito accordo di
mutua tolleranza con il fascismo. Tra la fine del 1922 e il 1923, presero
contatto con il pnf. Poco prima della presa del potere da parte di Mussolini,
dichiararono:
"Nel
momento in cui le passioni politiche si esacerbano e in cui due forze estranee
ai sindacati [il Partito Comunista e il pnf] si disputano aspramente il potere,
la cgl sente il dovere di mettere in guardia i lavoratori contro le speculazioni
dei partiti e dei raggruppamenti politici che mirano a trascinare il
proletariato in una lotta alla quale esso deve restare assolutamente estraneo,
se non vuole compromettere la propria indipendenza"10.
Viceversa,
nel febbraio 1934, si ebbe una certa resistenza armata in Austria11
da parte della sinistra del Partito Socialista contro le forze di uno Stato
sempre più dittatoriale e che si avvicinava ai fascisti. Questa lotta non aveva
nulla di rivoluzionario, ma scaturiva dal fatto che in Austria non vi erano
stati quasi combattimenti di strada dopo il 1918. I proletari più decisi (benché
non comunisti) non erano stati battuti, e d’altronde erano restati nella
socialdemocrazia, che conservava cosi alcune velleità rivoluzionarie.
Naturalmente, questa resistenza si scatenò in modo spontaneo, e non riusci a
unificarsi.
La
critica rivoluzionaria di questi eventi non si riassume in un "tutto o
niente", come se voglia battersi solo per "la rivoluzione", e
solamente a fianco di comunisti puri e duri. Bisogna lottare, ci viene detto,
per le riforme, quando non si può fare la rivoluzione; una lotta ben condotta
per le riforme prepara anche la rivoluzione; chi può di più può di meno, ma
chi non può di meno non potrà mai di più; chi non sa difendersi, non saprà
attaccare eccetera. Tutte queste genericità passano a lato del problema. La
polemica tra marxisti, fin dalla Seconda Internazionale, non verte sulla
necessità o sull’inutilità della partecipazione dei comunisti alle lotte
riformiste, che sono, in ogni modo, una realtà.
Si tratta di sapere se tale o talaltra lotta pone gli operai sotto il controllo
(diretto o indiretto) del capitale e in particolare del suo Stato; e quali
posizioni i rivoluzionari debbano adottare in questo caso12. Per un
rivoluzionario, una "lotta" (parola con cui si gargarizzano la
sinistra e l’estrema sinistra ufficiale) non ha alcun valore in sé: prima del
1914 le azioni più violente portarono alla costituzione dei partiti e dei
sindacati rivelatisi poi i nemici del comunismo. Ogni lotta che, malgrado la sua
spontaneità iniziale o la sua energia, ponga gli operai alle dipendenze dello
Stato capitalista, può avere solo una funzione controrivoluzionaria. La lotta
antifascista, che pretende di cercare un male minore (meglio la democrazia
capitalista che il fascismo capitalista), somiglia all’atteggiamento di chi si
getti nel fiume per evitare la pioggia. Inoltre, ponendosi sotto la direzione di
uno Stato, deve poi accettarne tutte le conseguenze, ivi compresa la repressione
che esso esercita all’occorrenza contro gli operai e i rivoluzionari che
vadano oltre l’antifascismo.
Invece
di attribuire a Bordiga e al Partito Comunista d’Italia del 1921-’22 la
responsabilità del trionfo di Mussolini, si farebbe meglio a interrogarsi sul
perpetuo fallimento dell’antifascismo, il cui bilancio è sconfortante: quando ha evitato, o anche solo rallentato, il totalitarismo? Si
riteneva che la Seconda Guerra Mondiale avrebbe garantito almeno l’esistenza
di Stati democratici: le democrazie parlamentari sono oggi l’eccezione. Nei
Paesi cosiddetti socialisti il cedimento della borghesia tradizionale e le
esigenze del capitalismo di Stato hanno condotto a dittature che non hanno in
genere niente da invidiare ai Paesi dell’Asse. Certuni si fanno delle
illusioni sulla Cina, ma poco a poco le informazioni completano le analisi
marxiste già pubblicate13, e rivelano l’esistenza di campi di
concentramento la cui realtà è ancora negata dai maoisti... come negli anni
Trenta quella dei campi russi dagli stalinisti. L’Africa, l’Asia,
l’America latina vivono sotto il sistema del partito unico o della dittatura
militare. Ci si commuove delle torture brasiliane, ma il Messico democratico non
esitò a far sparare sui manifestanti nel ‘68, uccidendo 300 persone. La
sconfitta dell’Asse avrebbe portato almeno la pace... per gli europei, non per
i milioni di morti delle guerre incessanti e delle carestie croniche. In breve,
la guerra che avrebbe dovuto sbarazzarci della guerra e del totalitarismo è
fallita.
La
risposta degli antifascisti è prontissima: è colpa dell’imperialismo
americano o di quello russo, o di entrambi, e, in ogni caso, dicono i più
radicali, della sopravvivenza del capitalismo e dunque della sua sequela di
misfatti. D’accordo. Ma il problema sta li. In che modo una guerra fatta dagli
Stati capitalisti avrebbe potuto avere altro effetto se non un rafforzamento del
capitale?
Gli
antifascisti (soprattutto "rivoluzionari") ne traggono la conclusione
esattamente contraria, chiamando a un nuovo slancio dell’antifascismo, sempre
da radicalizzare affinché vada il più lontano possibile. Non cessano di
denunciare le "sopravvivenze" o i "metodi" fascisti (per
esempio nella Repubblica Federale Tedesca), ma mai per dedurne la necessità di
estirpare la radice del male: il capitale. Ne concludono al contrario che
bisogna ritornare al "vero" antifascismo, proletarizzarlo,
ricominciare il lavoro di Sisifo consistente nel democratizzare il capitalismo.
Ora, si può deplorarlo, si può anche predicare l’umanitarismo o aderire a
un’organizzazione caritatevole, ma niente modificherà il punto cruciale: 1)
gli Stati capitalisti, cioè tutti gli Stati, sono e saranno sempre più
costretti a mostrarsi repressivi, totalitari; 2) tutti i tentativi di fare
pressione su di essi per piegarli in un altro senso più favorevole agli operai
o alle "libertà", conducono, quando va bene, a un effetto nullo, e,
quando va male (quasi sempre), al rafforzamento delle illusioni fin troppo
diffuse sullo Stato come arbitro della società e come forza più o meno
neutrale in grado di porsi al di sopra delle classi. I gauchisti possono
ripetere in continuazione l’analisi marxista classica sul ruolo dello Stato
come strumento di dominio di classe, e chiamare poi a "utilizzare" lo
stesso Stato; egualmente possono leggere le pagine di Marx sull’abolizione del
salariato e dello scambio, e dipingere poi la rivoluzione come una grande
democratizzazione del salariato.
Alcuni
si spingono più lontano. Poiché, dicono, facendo propria una parte della tesi
rivoluzionaria, attualmente il capitale non può essere che
"fascista", battersi per la democrazia contro il fascismo significa
obbligatoriamente battersi contro il capitale stesso. Ma su quale terreno si
battono? Combattere sotto la direzione di uno o di più Stati capitalisti
(giacché sono loro ad avere e a conservare la direzione della lotta (significa
interdirsi in anticipo la lotta contro il capitale. La lotta per la democrazia
non è la scorciatoia che permetterebbe agli operai di fare la rivoluzione senza
rendersene conto. Il proletariato distruggerà il totalitarismo solo
distruggendo contemporaneamente la democrazia e ogni forma politica. Fino ad
allora, si avrà una successione nel tempo e nello spazio di forme
"fasciste" e "democratiche", con la trasformazione spontanea
o forzosa di regimi dittatoriali in regimi democratici e viceversa, con la
coesistenza di dittature e democrazie, le une servendo alle altre da spauracchio
e autogiustificazione.
é
dunque assurdo dire che la democrazia fornirebbe all’attività rivoluzionaria
un quadro più propizio che la dittatura, poiché la prima ricorre
immediatamente a mezzi dittatoriali di fronte al pericolo rivoluzionario; e ciò
tanto meglio dacché i "partiti operai" sono al potere. Se si volesse
essere logici nell’antifascismo, bisognerebbe arrivare fino alla conclusione
sostenuta da certi liberali di sinistra: è il movimento rivoluzionario a
spingere il capitale verso la dittatura, rinunciamo dunque a ogni rivoluzione, e
accontentiamoci di andare il più lontano possibile sulla strada delle riforme,
senza mai impaurire il capitale. Ma tale prudenza è essa stessa utopistica,
perché in fondo la "fascistizzazione" che vorrebbe evitare non deriva
solamente dall’azione rivoluzionaria, ma dalla concentrazione capitalista. Si
può discutere sull’opportunità e sui risultati della partecipazione dei
rivoluzionari ai movimenti democratici fino all’inizio del xx secolo (cfr.
"La Comune del 1871"): essa è in ogni caso esclusa da quando il
capitale domina tutta la società, poiché non c’è più allora che una sola
politica possibile: la democrazia diviene unicamente una mistificazione e un
terreno d’impantanamento pratico. Tutte le volte che i proletari hanno creduto
di utilizzarla ritorcendola contro il capitale, la democrazia li ha abbandonati
oppure si è trasformata nel suo contrario. In questo senso i comunisti dei
quali riproduciamo le analisi sulla guerra di Spagna erano sicuramente contro
il fascismo. I rivoluzionari rifiutano l’antifascismo perché non ci si può
battere esclusivamente contro una forma politica, senza contemporaneamente
appoggiare le altre, ed è ciò che fa l’antifascismo. In senso stretto,
l’antifascismo non è la lotta contro il fascismo, ma il privilegiamento di questa lotta, il che la rende inoperante. I
rivoluzionari non rimproverano all’antifascismo di non "fare la
rivoluzione", ma di essere impotente ad arrestare il totalitarismo, e di
rafforzare, volontariamente o no, lo Stato e il capitale.
Non
solo la democrazia si è sempre arresa al fascismo, quasi senza lotta; ma il
fascismo, allorché non corrisponde più allo stato delle forze
politico-sociali, rigenera esso stesso
la democrazia. Poiché, nel 1943, l’Italia doveva passare nel campo dei futuri
vincitori, abbandonare il fascismo e dunque il suo capo, il
"dittatore" Mussolini si ritrovò in minoranza al Gran Consiglio del
fascismo e s’inchinò di fronte al verdetto democratico di quest’organismo.
Uno degli alti dignitari fascisti, il maresciallo Badoglio, fece appello
all’opposizione democratica e formò un governo di coalizione. Mussolini venne
arrestato. é ciò che in Italia viene chiamata la "rivoluzione del 25
luglio 1943". I democratici esitavano, ma la pressione dei russi e del
Partito Comunista fece loro accettare un governo di larga unità nazionale,
nell’aprile ‘44, diretto da Badoglio, del quale facevano parte Palmiro
Togliatti e Benedetto Croce. Nel giugno ‘44, il socialista Ivanoe Bonomi formò
un ministero che stavolta escludeva i fascisti. Si orientò verso la formula
tripartitica (pci-psi-dc) che avrebbe dominato i primi anni del dopoguerra14.
Assistiamo a una transizione voluta e in parte orchestrata dai fascisti. Cosi
come nel 1922 la democrazia comprese che il miglior modo di salvaguardare lo
Stato era di affidarlo alla dittatura del Partito Fascista, allo stesso modo nel
1943 il fascismo capi che l’unica maniera di proteggere l’integrità della
nazione e la perennità dello Stato era di consegnare quest’ultimo ai partiti
democratici. La democrazia si trasforma in fascismo e viceversa, a seconda delle
circostanze: si tratta di forme successive, e sovente combinate, per assicurare
la salvaguardia dello stesso Stato, garante del medesimo contenuto capitalista.
Notiamo che il "ritorno" alla democrazia non comporta di per sé una
ripresa della lotta di classe o anche solo rivendicativa, poiché i partiti
operai ritornati al potere sono in questo caso i primi a battersi in nome del
capitale nazionale. Cosi i sacrifici materiali e la rinuncia alla lotta di
classe, giustificati dalla necessità di "vincere innanzitutto il
fascismo", furono imposti dopo la
disfatta dell’Asse, sempre in nome degli ideali della Resistenza. Le ideologie
fascista e antifascista sono entrambe un ripostiglio dove si mette ciò che
conviene agli interessi momentanei e fondamentali del capitale.
Da
allora, ogni volta che si grida "Il fascismo non passerà!", non solo
questo passa sempre, ma attraverso peripezie grottesche in cui la demarcazione
tra fascismo e non fascismo segue una linea in continuo movimento. La sinistra
francese denunciava il pericolo "fascista" dopo il 13 maggio 1958, ma
il segretario della SFIO collaborò alla redazione della Costituzione della V
Repubblica.
Portogallo
e Grecia hanno offerto nuovi esempi di autotrasformazione di dittature in
democrazie. Sotto l’urto di circostanze esterne (questione coloniale per il
Portogallo15, conflitto di Cipro per la Grecia), una parte dei
militari ha preferito affondare il regime
per salvare lo Stato: è esattamente
cosi che ragionano e agiscono i democratici quando i "fascisti" si
avvicinano al potere. L’attuale Partito Comunista Spagnolo esprime molto
esattamente questa esigenza (resta da sapere se è nella volontà e nella
possibilità del capitale spagnolo):
"La
società spagnola desidera che tutto sia trasformato affinché venga assicurato,
senza traumi né convulsioni sociali, il funzionamento normale dello Stato. La
continuità dello Stato esige la discontinuità del regime"16.
C’è
un movimento di passaggio da una forma all’altra da cui il proletariato è
escluso e che non può influenzare in nulla: se cerca di farlo, il proletariato
s’integra nello Stato, e le sue lotte ulteriori ne risultano proporzionalmente
più difficili, com’è dimostrato proprio dal caso portoghese.
Di
recente, è probabilmente il Cile ad avere rivitalizzato di più la
pseudo-opposizione democrazia/fascismo. Questo esempio illustra disgraziatamente
bene il meccanismo di trionfo della dittatura e di tripla
sconfitta del proletariato.
Il
Fronte Popolare cileno degli anni Trenta si schierava dichiaratamente contro
l’"oligarchia". La lotta contro il parlamentarismo oligarchico,
presentato come una limitazione delle forze più conservatrici, facilitò
l’evoluzione verso un sistema presidenziale, più centralizzato, con un potere
statale rafforzato, capace di promuovere delle riforme, cioè lo sviluppo
industriale. Questo Fronte Popolare (durato essenzialmente dal 1936 al 1940)
corrispondeva alla congiunzione dell’aumento delle classi medie urbane
(borghesia e impiegati) e della crescita lotte operaie. Queste ultime si
organizzavano intorno alla centrale socialista, decimata dalla repressione, alla
CGT d’ispirazione anarcosindacalista, influenzata dagli Industrial Workers of
the World, abbastanza debole (da 20 a 30.000 membri nel 1932, su 200.000
iscritti ai sindacati), e soprattutto ai sindacati animati dal Partito
Comunista. Negli anni Venti, i sindacati degli impiegati avevano condotto
scioperi altrettanto duri di quelli degli operai (salvo che nei due bastioni del
radicalismo operaio: il nitrato (rimpiazzato in seguito dal rame (e il carbone).
Benché insistesse su di una riforma agraria, la coalizione
stalino-radical-socialista non riusci a imporla all’oligarchia. Non fece
grandi cose neppure per recuperare le ricchezze del Paese sfruttate dagli
stranieri (a quel tempo, il nitrato), ma realizzò un balzo industriale mai
conosciuto dal Cile, né prima né dopo. Grazie a istituzioni simili al New
Deal, con la maggior parte degli investimenti forniti dallo Stato, venne
impiantata una struttura capitalista statale, che sviluppò l’industria
pesante e l’energia. La produzione industriale aumentò in quel periodo del
10%; da allora al 1960 del 4%; e negli anni Sessanta dall’1 al 2%. Una
riunificazione sindacale tra i socialisti e gli stalinisti ebbe luogo nel 1936 e
indeboli ancor più la CGT: il Fronte Popolare distrusse ciò che rimaneva del
movimento sovversivo. In quanto coalizione, questo regime durò fino al 1940,
allorché il Partito Socialista se ne ritirò. Ma continuò fino al 1947, con i
radicali e il Partito Comunista, e il sostegno intermittente della Falange
fascista (antenato destrorso della Democrazia Cristiana cilena, il cui capo,
Eduardo Frei17, proviene d’altronde da li). Lo stesso Partito
Comunista l’appoggiò fino al 1947, allorché venne posto fuori legge dai
radicali.
Come
dicono i gauchisti di ogni epoca, i Fronti Popolari sono pure dei prodotti della
lotta operaia: ma di una lotta che resta dentro il quadro capitalista e lo
spinge a modernizzarsi. Dopo il 1970, Unidad Popular si dette anch’essa per
obiettivo il rilancio del capitale nazionale cileno (che la Democrazia Cristiana
non aveva saputo difendere negli anni Sessanta), integrandovi gli operai. Alla
fin fine, i proletari cileni furono battuti tre volte. In primo luogo, lasciando
che le proprie lotte economiche si ponessero sotto le bandiere delle forze di
sinistra, accettando il nuovo Stato, perché appoggiato dalle organizzazioni
"operaie". Nel 1971, Allende rispondeva a questa domanda:
"Pensa
che sia possibile evitare la dittatura del proletariato?
-
Io credo di si: è per questo che noi lavoriamo"18.
In
secondo luogo, facendosi reprimere dall’esercito dopo il colpo di Stato del
1973. Se i proletari non poterono opporsi al colpo di Stato, contrariamente a
quanto sostenuto dalla stampa gauchista che parlava di "resistenza
armata", fu perché erano stati disarmati materialmente e ideologicamente
dal governo di Allende. Quest’ultimo aveva obbligato a più riprese gli operai
a restituire le armi. Aveva avviato lui stesso la transizione verso un governo
militare, nominando ministro degli Interni un generale. Soprattutto, ponendosi
sotto la protezione dello Stato democratico, incapace per sua natura di evitare
il totalitarismo (poiché lo Stato è prima di tutto per lo Stato (democratico o dittatoriale (prima di essere per la
democrazia o per la dittatura), i proletari si condannarono sin dall’inizio a
non potere resistere a un golpe di destra. Un accordo importante tra Unidad
Popular e la Democrazia Cristiana affermava:
"Noi
vogliamo che i Carabineros e le forze armate continuino a essere una garanzia
del nostro ordine democratico, il che implica il rispetto delle strutture di
organico e gerarchiche dell’esercito e della polizia"19.
Eppure,
fu il terzo momento della disfatta il più ignobile. Bisogna conferire
all’estrema sinistra internazionale la medaglia che si merita. Dopo aver
appoggiato lo Stato capitalista con l’intento di spingerlo più in avanti, la
sinistra e i gauchisti giocarono ai profeti: "Vi avevamo avvertiti, lo
Stato è la forza repressiva del capitale". Gli stessi che sei mesi prima
sottolineavano i progressi degli elementi radicali nell’esercito o la
penetrazione dei rivoluzionari in tutta la vita politica e sociale, ripeterono
in seguito che l’esercito era rimasto "l’esercito borghese", e che
l’avevano ben detto...
Evidentemente,
cercando innanzitutto di giustificare il loro inestricabile fallimento, essi
utilizzarono l’emozione e lo shock causati dal golpe per affossare il
tentativo di qualche proletario cileno (o di altri Paesi) di trarre la lezione
degli avvenimenti. Invece di mostrare ciò che aveva fatto, e che non avrebbe
potuto non fare, Unidad Popular, essi ripresero la medesima politica, piegandola
solo "a sinistra". La foto di Allende che imbraccia un’arma
automatica durante il colpo di Stato divenne il simbolo della democrazia di
sinistra infine risoluta a battersi effettivamente contro il fascismo. La scheda
elettorale va bene, ma non è sufficiente: occorrono pure i fucili: ecco la
lezione gauchista del Cile. La stessa morte di Allende, prova fisica, se ve ne
fosse bisogno, del fallimento della democrazia, viene travestita da prova della
sua volontà di lotta.
"Se
poi, all’atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro
forza un’impotenza, la colpa o è di questi sciagurati sofisti che dividono il
popolo indivisibile in diversi campi
nemici; o dell’esercito, troppo abbruttito e troppo accecato per comprendere
che i puri scopi della democrazia sono il proprio bene [...]. Ad ogni modo, il
democratico esce sempre senza macchia dalla più grave sconfitta, come senza
colpa vi è entrato [...]."20
Quanto
a interrogarsi sulla natura di Unidad Popular, sul contenuto
di questa famosa lotta (per il voto ieri, per il voto + il fucile, parrebbe,
oggi), in breve, su cosa sono capitalismo e comunismo, sullo Stato, questo è un
altro affare, un lusso che non ci si può permettere quando "il fascismo
attacca". Ci si potrebbe domandare pure perché i "cordoni"
industriali tanto vantati non si siano quasi mossi. Ma è l’ora
dell’adunata: la sconfitta salda gli antifascisti ancor più fermamente che la
vittoria. Viceversa, di fronte alla situazione portoghese, si eluderà ogni
critica, con il pretesto di non fare nulla che possa ostacolare il
"movimento". E una delle prime dichiarazioni dei trotskysti portoghesi
dopo il 25 aprile 1974, sarà per denunciare gli "ultrasinistri" non
disposti a partecipare al gioco della democrazia.
In
una parola, l’estrema sinistra internazionale si è unita per impedire di
cogliere il significato degli eventi cileni, per strappare ancor più ai
proletari la prospettiva comunista, facilitando cosi il ritorno della democrazia
cilena il giorno in cui il capitale ne avrà nuovamente bisogno.
Benché
resti suscettibile di sviluppi futuri, il caso portoghese è un enigma
insolubile solo per coloro (i più) che ignorano cos’è una rivoluzione. Anche
dei rivoluzionari sinceri ma confusi restano perplessi di fronte al crollo di un
movimento che era sembrato loro tanto forte qualche mese prima. Questa
incomprensione è causata da una mancanza di chiarezza. Il Portogallo illustra
ciò di cui è capace il proletariato, dimostrando una volta di più che il
capitale è obbligato a tenerne conto. L’azione proletaria non è il motore
della storia, ma costituisce sul piano politico e sociale la chiave di volta
dell’evoluzione di tutti i Paesi capitalisti moderni. Tuttavia, questa
irruzione sulla scena storica non coincide automaticamente con un progresso
rivoluzionario. Confondere teoricamente le due cose, significa prendere la
rivoluzione per il suo contrario. Parlare di rivoluzione portoghese, è far
passare per rivoluzione una riorganizzazione del capitale. Fino a quando il
proletariato rimane nei limiti economici e politici capitalisti, non solo i suoi
movimenti elementari non fanno cambiare di base la società, ma anche le riforme
acquisite (libertà politiche e rivendicazioni economiche) sono votate a
un’esistenza effimera. Quel che il capitale concede a una spinta operaia, alla
sua ricaduta lo può riprendere totalmente o in parte: ogni movimento si
condanna se si limita a una pressione
sul capitalismo. Finché i proletari agiscono cosi, non fanno che battere i
pugni sul tavolo.
La
dittatura portoghese aveva cessato di essere la forma adeguata allo sviluppo di
un capitale nazionale, come dimostrato dalla sua incapacità di risolvere la
questione coloniale. Lungi dall’arricchire la metropoli, le sue colonie la
squilibravano. Fortunatamente, per abbattere il "fascismo", c’era...
l’esercito. Unica forza organizzata del Paese, esso era il solo a poter varare
questo cambiamento: quanto a effettuarlo con successo, era un’altra questione.
Come d’abitudine, accecate dalla loro funzione e dalla loro pretesa al potere
nel quadro del capitale, la sinistra e l’estrema sinistra diagnosticarono un
profondo sconvolgimento nell’esercito. Dopo aver visto negli ufficiali solo
dei torturatori colonialisti, i gauchisti scoprirono tutto d’un colpo un
esercito popolare. Con l’aiuto della sociologia, vennero dimostrate le origini
e le aspirazioni "popolari", dunque probabilmente socialistiche, dei
militari. Sarebbe stato sufficiente coltivare le loro buone intenzioni
richiedenti solo (pareva (la chiarificazione da parte dei "marxisti".
Dal Partito Socialista ai gauchisti più estremi, tutti si unirono per
mascherare questo semplice fatto: lo Stato capitalista non era scomparso e
l’esercito restava il suo strumento essenziale.
Poiché
gli ingranaggi statali si aprivano ai militanti operai, si credette che lo Stato
cambiasse di funzione. Poiché usava un linguaggio populista, si pensò che
l’esercito fosse dalla parte degli operai. Giacché regnava una relativa
libertà di espressione, si ritenne che la "democrazia operaia"
(fondamento del "socialismo", come ciascun sa) fosse sulla buona
strada. Vi furono sicuramente una serie di dimostrazioni di forza in cui lo
Stato si palesò tale qual era rimasto. La sinistra e il gauchismo ne trassero
la conclusione che si dovesse esercitare una pressione ancora più forte sullo
Stato ma soprattutto non attaccarlo, per paura di fare il gioco della
"destra". Realizzavano esattamente il programma della destra,
aggiungendovi ciò di cui la destra è generalmente incapace: l’adesione delle
masse. L’apertura dello Stato a influenze "di sinistra" non
significava il suo indebolimento, bensi il suo rafforzamento.
Metteva un’ideologia popolare e l’entusiasmo operaio al servizio della
costruzione di un capitalismo nazionale portoghese.
L’alleanza
sinistra-esercito era precaria. La sinistra portava le masse, l’esercito la
stabilità con la minaccia onnipresente delle armi. Sarebbe stato necessario un
saldo controllo delle masse da parte dei partiti comunista e socialista. A tal
fine, questi ultimi avrebbero dovuto fare concessioni economiche pericolose per
la vitalità di un capitalismo debole. Donde la contraddizione e i
rimaneggiamenti politici successivi. Le organizzazioni "operaie" sono
in grado di dominare i lavoratori, non di restituire al capitale la redditività
mancantegli. Occorreva dunque risolvere la contraddizione e ristabilire la
disciplina. La pretesa rivoluzione sarebbe servita a fiaccare i più risoluti, a
scoraggiare gli altri, e a isolare, o addirittura a reprimere, i rivoluzionari.
Intervenendo poi brutalmente, lo Stato dimostrò di non essere mai scomparso.
Coloro che avrebbero voluto (o avevano detto di volere (conquistarlo
dall’interno, non fecero altro che sostenerlo in un momento critico. Un
movimento rivoluzionario non è impossibile in Portogallo, ma dipende da un
contesto più ampio, e, comunque, sarà possibile solo su basi diverse da quelle
del movimento capitalista democratico dell’aprile 1974.
La
lotta operaia, anche "rivendicativa", contribuisce a mettere in
difficoltà il capitale, e costituisce l’esperienza necessaria in cui il
proletariato si forma in vista della rivoluzione. Prepara l’avvenire: ma
questa preparazione può giocare in ambo i sensi, non è automatica, può
affossare tanto quanto rafforzare il movimento comunista. In tali condizioni,
insistere sull’"autonomia" delle azioni operaie non è
sufficiente21. L’autonomia non è un principio più rivoluzionario di quanto
non lo sia il "dirigismo" da parte di una minoranza. La rivoluzione
non rivendica la democrazia più che la dittatura.
é
solamente prendendo certe misure che i proletari possono conservare il controllo
della lotta. Se si limitano a un’azione riformista, questa deve alla fine
sfuggir loro ed essere presa in consegna da un organismo specializzato, di tipo sindacale, sia che si chiami sindacato o "comitato di
base". L’autonomia non è in sé una virtù rivoluzionaria. Non prova
nulla di per sé. Ogni forma di organizzazione dipende dal contenuto di ciò per
cui viene approntata. L’accento non può essere posto sull’autoattività
degli operai, ma sulla prospettiva comunista, la cui realizzazione soltanto
permette effettivamente all’azione operaia di non cadere sotto la direzione
dei partiti e dei sindacati tradizionali. Il contenuto dell’azione è il
criterio determinante: la rivoluzione non è questione di
"maggioranza" (cfr. "La Ligue des Communistes Internationalistes"
e "Rivoluzione politica e sociale"). Privilegiare l’autonomia
operaia conduce a un’impasse.
L’operaismo
è talvolta una reazione sana, ma si rivela catastrofico quando si fissa a
questo stadio e si teorizza. Da quel momento gli sfuggono i compiti decisivi
della rivoluzione. In nome della "democrazia operaia", i proletari
vengono rinchiusi nell’impresa e nei problemi della produzione (senza vedere
la rivoluzione come distruzione dell’impresa
in quanto tale). Viene offuscata la questione dello Stato. Al più, si reinventa
il "sindacalismo rivoluzionario".
Dappertutto
la democrazia capitola di fronte alla dittatura. O meglio, le apre le braccia. E
la Spagna? Lungi dal costituire la felice eccezione, la Spagna rappresenta il
caso estremo di scontro armato tra democrazia e fascismo senza che la lotta cambi
di natura: essa vide sempre opposte due forme di sviluppo del capitale, due
forme politiche dello Stato capitalista, due strutture statali che si
disputavano la legittimità dello Stato capitalista legale e normale in un
Paese. D’altronde, ci fu scontro violento solo perché gli operai si
sollevarono contro il fascismo. La complessità della guerra di Spagna deriva da
questo doppio aspetto, di una guerra civile (proletariato-capitale) che si
trasforma in guerra capitalista (col sostegno delle strutture statali rivali da
parte dei proletari in entrambi i campi).
Dopo
aver dato ogni facilitazione ai "ribelli" per prepararsi, la
Repubblica si avviava a negoziare con loro e/o a farsi da parte, quando i
proletari si sollevarono contro il colpo di Stato fascista, impedendone il
successo in metà del Paese. Non si sarebbe scatenata la guerra di Spagna senza
questa autentica insurrezione
proletaria (si trattò di ben più che una sommossa). Ma questo solo fatto non
è sufficiente a caratterizzare tutta
la guerra di Spagna e gli eventi successivi. Esso definisce solo il primo momento della lotta, che fu effettivamente una sollevazione
proletaria. Dopo aver battuto i fascisti in un gran numero di città, gli operai
avevano in mano il potere. Tale era la situazione immediatamente dopo la loro
insurrezione. Ma cosa fecero poi di questo potere? Lo restituirono allo Stato
repubblicano, o se ne servirono per andare più lontano in un senso comunista?
Fecero affidamento sul governo legale, dunque sullo Stato esistente, lo Stato
capitalista. Ogni loro azione successiva fu fatta sotto la direzione di questo
Stato. Ecco il punto centrale. Da quel momento ogni movimento dei proletari
spagnoli, nella lotta armata contro Franco e nelle trasformazioni
economico-sociali, ponendosi nel quadro dello Stato capitalista, non poteva che
essere di natura globalmente capitalista. é vero che tentativi di superamento
ebbero luogo sul piano sociale (ne parleremo più avanti): ma restarono sempre
ipotecati dal mantenimento dello Stato capitalista. La distruzione dello Stato
è la condizione necessaria (ma non sufficiente) della rivoluzione comunista. In
Spagna, il potere reale era esercitato dallo Stato e non dalle organizzazioni,
dai sindacati, dalle collettività, dai comitati eccetera. Ne è prova il fatto
che la potente cnt dovette cedere di fronte al Partito Comunista Spagnolo (molto
debole prima del luglio ‘36). Se ne può dare conferma con il semplice fatto
che lo Stato seppe fare brutalmente uso del suo potere quando gli servi (maggio
‘37). Niente rivoluzione, senza distruzione dello Stato. Questa
"evidenza" marxista, dimenticata dal 99% dei marxisti e giustamente
ricordata da "Bilan", si sprigiona una volta ancora dalla tragedia
spagnola.
"Tra
altre particolarità, le rivoluzioni hanno questa: nell’istante stesso in cui
un popolo vuol fare un grande balzo in avanti e incominciare una nuova èra, si
lascia sempre dominare dalle illusioni del passato e rimette tutta l’influenza
e tutta la potenza, da lui pagate cosi care, nelle mani di uomini che passano, o
sembrano passare, per i rappresentanti del movimento popolare dell’epoca
precedente."22
Non
si possono opporre le "colonne" operaie armate della seconda metà del
1936, alla loro militarizzazione successiva e alla loro riduzione al rango di
organi dell’esercito borghese. Una differenza considerevole separa queste due
fasi ma non nel senso che a una fase rivoluzionaria farebbe sèguito un’altra
non rivoluzionaria. Ci fu dapprima una fase di soffocamento del soprassalto
rivoluzionario, durante la quale gli operai conservavano una certa autonomia, un
entusiasmo, e persino un comportamento comunista brillantemente descritti da
Orwell. Poi, questa fase rivoluzionaria in superficie, ma che nel profondo
costituiva la gestazione di una classica guerra antiproletaria, cedette
naturalmente il posto a quel che aveva preparato.
Le
colonne partirono da Barcellona per battere il fascismo nelle altre città, e in
primo luogo a Saragozza. Supponendo che
esse abbiano tentato di portare la rivoluzione all’esterno
delle zone repubblicane, sarebbe stato necessario prima, o
contemporaneamente, rivoluzionare le
stesse zone repubblicane23. Durruti sapeva che lo Stato non era
stato distrutto, ma non ne tenne conto. Lungo la strada, la sua colonna, formata
per il 70% da anarchici, spingeva alla collettivizzazione. I miliziani aiutavano
i contadini e facevano conoscer loro le idee rivoluzionarie. Ma "noi non
abbiamo che un solo scopo: abbattere i fascisti". Durruti aveva un bel
dire: "queste milizie non difenderanno mai la borghesia", esse non
l’attaccavano, non più. Una quindicina di giorni prima della sua morte
(21 novembre 1936), Durruti dichiarò:
"Un
solo pensiero, un solo obiettivo [...]: annientare il fascismo [...]. Che
nessuno oggi pensi più agli aumenti salariali e alle riduzioni dell’orario di
lavoro [...] sacrificarsi, lavorare quanto è necessario [...] bisogna formare
un blocco di granito. é venuto il momento d’invitare le organizzazioni
sindacali e politiche a finirla una volta per tutte. Nelle retrovie, bisogna
saper amministrare [...]. Non provochiamo, con la nostra incompetenza, dopo
questa guerra, un’altra guerra civile tra di noi. Di fronte alla tirannia
fascista, non dobbiamo opporre che una sola forza; non deve esistere che una
sola organizzazione, con una disciplina unica"24.
Non
solo la volontà di lotta non serve mai da surrogato a un programma
rivoluzionario, ma l’attivismo s’integra facilmente nelle pieghe del
capitalismo (il terrorismo ne offre un’altra prova25). Il fascino
della "lotta armata" si ritorce velocemente contro i proletari, dacché
essi dirigono i loro colpi esclusivamente contro una forma politica e non contro
lo Stato.
In
condizioni differenti, l’evoluzione militare del campo antifascista
(insurrezione, poi milizie, infine esercito regolare) ricorda quella della
guerriglia contro Napoleone descritta da Marx26:
"Se
si paragonano i tre periodi della guerra di guerriglia con la storia politica
della Spagna, si constata che corrispondono ai tre gradi cui il governo
controrivoluzionario aveva poco a poco ricondotto lo spirito del popolo.
All’inizio, tutta la popolazione si sollevò, poi bande guerrigliere fecero
una guerra di franchi tiratori, le cui riserve erano costituite da intere
province; infine vi furono formazioni senza coesione, sempre sul punto di
trasformarsi in bande di fuorilegge o di cadere al livello di reggimenti
regolari".
Le
condizioni non sono confrontabili, ma nel 1936 come nel 1808, l’evoluzione
militare non si spiega solamente, e neppure innanzitutto, mediante
considerazioni "tecniche" proprie dell’arte militare: deriva dal
rapporto delle forze politiche e sociali e dalla sua modificazione in un senso
antirivoluzionario. Notiamo che le "colonne" del 1936 non giunsero
nemmeno a una "guerra di franchi tiratori" e segnarono il passo
davanti a Saragozza. I compromessi evocati da Durruti, la necessità dell’unità
a tutti i costi, non potevano che dare la vittoria dapprima allo Stato
repubblicano (sul proletariato), poi a Franco (sullo Stato repubblicano).
Ci
fu un inizio di rivoluzione in Spagna,
che si arenò nel momento in cui i proletari fecero affidamento sullo Stato
esistente. Poco importa delle loro intenzioni. Quand’anche la maggioranza dei
proletari che accettarono di lottare contro Franco sotto la direzione dello
Stato, fossero convinti di conservare malgrado tutto il potere reale, e di
accordarsi con lo Stato solo per comodità, il fattore determinante rimangono le
loro azioni e non le loro convinzioni. Dopo essersi organizzati per battere il
colpo di Stato, dandosi un inizio di struttura militare autonoma (le milizie),
gli operai accettarono di porre queste milizie sotto la direzione di una
coalizione di "organizzazioni operaie" (per la maggior parte,
apertamente controrivoluzionarie), che accettava l’autorità dello Stato
legale. é certo che almeno una parte di questi proletari credevano di
conservare il potere reale (che
avevano effettivamente conquistato, benché per poco tempo), lasciando allo
Stato ufficiale solo un potere di facciata. Questo fu il loro errore, che
pagarono molto caro.
Se
si eccettuano le correnti d’ispirazione non rivoluzionaria, gli avversari
delle tesi di "Bilan" sulla Spagna ammettevano quel che diciamo qui,
ma ciò nondimeno affermavano che la situazione spagnola restava
"aperta" e poteva evolversi. Bisognava dunque (almeno fino al maggio
‘37) sostenere il movimento autonomo dei proletari spagnoli, anche se si dava
delle forme organizzative tutt’affatto inadeguate alla sua vera natura. Un movimento
era in marcia, bisognava contribuire alla sua maturazione. Per contro, "Bilan"
replicava che un movimento autonomo del proletariato non c’era, cioè non
c’era più, da quando era rientrato
nel quadro statale, quadro che non avrebbe tardato a trasformarsi in un peso
soffocante ogni velleità radicale. Lo si vide alla metà del maggio ‘37: ma
le "giornate sanguinose di Barcellona" non fecero che rivelare la
realtà qual era fin dal luglio ‘36: il potere effettivo era passato dalle
mani degli operai allo Stato capitalista. Aggiungiamo, per coloro che assimilano
fascismo e dittatura borghese, che il governo repubblicano fece allora uso di...
"metodi fascisti" contro gli operai. Certo, il numero delle vittime fu
ben inferiore a quello della repressione franchista: ciò ha a che fare proprio
con la differenza di funzione tra le due repressioni, democratica e fascista (cfr.
"L’antifascismo, il peggior prodotto del fascismo"). Semplice
divisione del lavoro: il bersaglio del governo repubblicano era ben più piccolo
(elementi incontrollati, poum, sinistra cenetista).
é
evidente che una rivoluzione non si svolge in un sol giorno. é sempre un
movimento multiforme e confuso. Tutto il problema sta nella capacità del
movimento rivoluzionario di agire in un senso sempre più chiaro e di andare
verso l’irreversibile. Il paragone sovente mal posto tra la Russia e la Spagna
lo illustra bene. Tra il febbraio e l’ottobre 1917, i soviet furono un potere
parallelo a quello statale. A lungo appoggiarono lo Stato legale, e in questo
senso non agivano da rivoluzionari. Si potrebbe dire che allora erano
controrivoluzionari. Non si tratta d’incollare loro un’etichetta, ma di
capire che furono il campo di una lotta lunga e aspra tra la corrente
rivoluzionaria (rappresentata in particolare, ma non solamente, dai bolscevichi)
e i vari conciliatori. Fu solamente al termine di questa lotta che i soviet si
sollevarono contro lo Stato27. Nel febbraio 1917 sarebbe stato
assurdo per un comunista dire: "questi soviet non agiscono da
rivoluzionari, io li denuncio e li combatto". Perché allora i soviet non
erano stabilizzati. Il conflitto che
li animò per mesi non era una lotta di idee, ma il riflesso di un antagonismo
di interessi reali.
"Saranno
gli interessi (e non i principi (a mettere in moto la rivoluzione. é
precisamente solo a partire dagli interessi che possono svilupparsi i principi:
ciò significa che la rivoluzione non sarà solamente politica, ma sociale."28
Gli
operai e i contadini russi volevano la pace, la terra e le riforme democratiche
che il governo non accordava. Questo antagonismo spiega l’ostilità crescente,
poi lo scontro che li vide contrapposti. Le lotte di classe precedenti avevano
permesso lo sprigionamento di una minoranza rivoluzionaria che sapeva più o
meno cosa voleva (cfr. le esitazioni della direzione bolscevica dopo febbraio),
e che fini per organizzarsi in questo senso, riprendendo le rivendicazioni delle
masse per sollevarle contro il governo. Nell’aprile 1917, Lenin disse che:
"Se
noi parliamo di guerra civile prima che la gente ne abbia compreso la necessità,
incliniamo verso il blanquismo [...]. I cannoni e i fucili sono nelle mani dei
soldati, e non dei capitalisti: questi ultimi prevalgono ora non con la violenza
ma con l’inganno, e non si può gridare alla violenza, sarebbe assurdo.
Rinunciamo per il momento a questa parola d’ordine, ma solo per il
momento"29. A partire dal ribaltamento della maggioranza nei
soviet (in settembre), Lenin chiamò alla presa del potere con le armi
(sull’evoluzione ulteriore della Russia, cfr. "La Ligue des Communistes
Internationalistes" e "Rivoluzione politica e sociale").
Niente
di simile in Spagna. Malgrado la loro frequenza e violenza, gli scontri
succedutisi dopo la Prima Guerra Mondiale non permisero una delimitazione di
classe tra i proletari. Costretti alla lotta violenta dalla repressione dei
movimenti rivendicativi, i proletari non cessavano di battersi, ma non
riuscirono a dirigere, a concentrare i loro colpi contro il nemico. In questo
senso non c’era "partito" rivoluzionario in Spagna. Non perché una
minoranza di "rivoluzionari" non era riuscita a organizzarsi (questo
significherebbe prendere le cose dalla coda e rovesciare il problema Ð, ma
perché le lotte, malgrado la loro violenza, non avevano fatto emergere
nettamente un’opposizione di classe tra proletariato e capitale. Parlare di
"partito" ha senso solo se lo si concepisce come organizzazione
del movimento comunista. Questo movimento era a quel tempo troppo debole,
troppo disperso (non geograficamente ma nella misura in cui disperdeva i suoi
colpi); non attaccava l’avversario al cuore; non si emancipava dalla tutela
della cnt, organizzazione globalmente riformista come ogni sindacato è condannato a divenire, malgrado la presenza di
militanti radicali; in breve non si organizzava in modo comunista perché non
agiva in modo comunista. Il caso spagnolo dimostra che l’intensità della
lotta di classe (indiscutibile in Spagna (non suscita automaticamente
un’azione comunista, e dunque il partito rivoluzionario che l’anima. I
proletari spagnoli non esitarono mai a farsi ammazzare (persino in pura
perdita), ma senza superare la soglia che li separava da un attacco contro il
capitale (lo Stato, il sistema economico mercantile). Essi impugnarono le armi,
presero iniziative immediate (comuni libertarie, prima del ‘36,
collettivizzazioni, dopo) ma non andarono oltre. Molto presto, cedettero la
direzione delle milizie al Comitato Centrale delle Milizie. Non si può
paragonare quest’organismo, né alcun altro di quelli che sorsero in Spagna,
ai soviet russi. L’"ambiguità del Comitato Centrale delle Milizie [...]
a un tempo un’appendice importante della Generalitat
[governo provinciale catalano] e una sorta di comitato coordinatore degli Stati
Maggiori delle organizzazioni antifasciste"30, determinò la sua
integrazione nello Stato, perché il Comitato Centrale era preda di
organizzazioni che si disputavano il potere statale (capitalista).
In
Russia, vi fu una lotta tra una minoranza radicale organizzata e in grado di formulare la prospettiva rivoluzionaria, e la maggioranza dei
soviet. In Spagna, gli elementi radicali, checché potessero pensare,
accettarono l’orientamento maggioritario (Durruti parti per lottare contro
Franco, lasciando lo Stato intatto dietro
di sé), allorché contestarono lo Stato, lo fecero senza cercare di
distruggere le organizzazioni "operaie" che li avevano
"traditi" (CNT e POUM inclusi). La differenza essenziale, per cui non
si ebbe un "Ottobre spagnolo", fu l’assenza in Spagna di
un’autentica contraddizione di interessi tra i proletari e lo Stato.
"Obiettivamente", proletariato e capitale si oppongono, ma tale
opposizione riguarda la sfera dei principi, che non coincidono con la realtà.
Nel suo movimento sociale effettivo, il proletariato spagnolo non arrivò mai ad
affrontare in blocco il capitale e lo Stato. In Spagna non vi erano
rivendicazioni brucianti (cioè sentite come tali) che forzassero gli operai ad
attaccare lo Stato per soddisfarle (come in Russia la pace, la terra eccetera).
Questa situazione di non-antagonismo comportò l’assenza del
"partito", che a sua volta gravò pesantemente sugli eventi, impedendo
all’antagonismo di maturare per poi esplodere. Paragonata all’instabilità
russa tra febbraio e ottobre, la Spagna si presentava come una situazione in via
di normalizzazione dall’inizio dell’agosto ‘36. Se dopo il febbraio ‘17
l’esercito dello Stato russo si disgregò, dopo il luglio ‘36 quello dello
Stato spagnolo si ricompose, benché sotto una forma nuova,
"popolare".
Un
paragone (tra gli altri) s’impone e implica una critica del punto di vista del
marxismo tradizionale, che è in questo caso lo stesso di Marx. Dopo la Comune,
Marx trasse la celebre lezione: "la classe operaia non può accontentarsi
semplicemente di prendere nelle proprie mani la macchina statale bella e pronta
e di farla funzionare per i propri fini"31. Marx fissò male la
distinzione tra il movimento insurrezionale iniziato il 18 marzo 1871 e la sua
trasformazione ulteriore, suggellata dall’elezione della "Comune",
il 26 dello stesso mese. La formula "Comune di Parigi" copre l’uno e
l’altra e maschera l’evoluzione della situazione. Il movimento iniziale fu
certamente rivoluzionario, malgrado la sua confusione, e fu il prolungamento
delle lotte sociali sotto il Secondo Impero. Poi, però, accettò di darsi un
quadro politico e un contenuto sociale capitalisti.
Infatti, la Comune eletta cambiò solo le forme esteriori della democrazia
borghese. Se la burocrazia e l’esercito permanente erano divenuti dei tratti
caratteristici dello Stato capitalista, non ne costituivano l’essenza. Marx
osservò che:
"La
Comune fece una realtà di questa parola d’ordine di tutte le rivoluzioni
borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di
spese: l’esercito permanente, la burocrazia e il funzionarismo"32.
La
Comune eletta fu largamente dominata, si sa, dai repubblicani borghesi. I
comunisti, poco numerosi ed esitanti, che in precedenza erano obbligati a
esprimersi sulla stampa repubblicana, tanto era debole la loro organizzazione,
non pesarono molto nella vita della Comune eletta. Quanto al suo programma (si
tratta del criterio decisivo (si sa che prefigurava unicamente quello della III
Repubblica. Al di là di tutti i machiavellismi dei borghesi, la guerra di
Parigi contro Versailles (condotta malissimo, e non è un caso) servi a evacuare
il contenuto rivoluzionario latente, e a canalizzare il movimento iniziale in
un’attività puramente militare. é curioso notare come Marx abbia definito la
forma governativa della Comune prima di tutto per il suo funzionamento, e non
per ciò che essa effettivamente fece.
Era "la vera rappresentante di tutti gli elementi sani della società
francese, e quindi il vero governo nazionale" capitalista, ma non era affatto "un governo operaio"33.
Non
possiamo approfondire qui perché Marx abbia adottato una posizione cosi
contraddittoria (almeno pubblicamente, per l’ait, giacché in privato si
mostrava più critico34). In ogni caso, il meccanismo
dell’affossamento del movimento rivoluzionario assomiglia al 1936. Come nel
1871, la Repubblica spagnola fece uccidere gli elementi radicali spagnoli e
stranieri (naturalmente i più inclini a distruggere il fascismo), senza
battersi essa stessa seriamente, non utilizzando tutti gli atout a sua
disposizione. Senza un’analisi classista di questo potere (come di quello del
1871), questi fatti apparirebbero degli "errori", financo dei
"tradimenti", epperò mai nella loro logica.
Un
altro parallelo è possibile. Nella rivoluzione borghese messicana, a un certo
momento la maggior parte del movimento operaio organizzato si legò allo Stato
democratico e progressista per spingere in avanti la borghesia e assicurare il
soddisfacimento dei propri interessi di salariati
nel capitale. I "battaglioni rossi" del 1915-’16 rappresentavano
l’alleanza militare tra il movimento sindacale e lo Stato allora diretto da
Venustiano Carranza. Fondata nel 1912, la Casa
del Obrero Mundial decise di "sospendere l’organizzazione
professionale sindacalista" e di lottare contro "la borghesia e i suoi
alleati immediati, il militarismo professionale e il clero", a fianco dello
Stato repubblicano35. Una parte del movimento operaio rifiutò e
affrontò violentemente la Casa del Obrero
Mundial appoggiata dallo Stato. Quest’ultima "tentò di
sindacalizzare tutti i settori operai delle zone costituzionaliste con il
sostegno dell’esercito". I "battaglioni rossi" furono utilizati
contro le altre forze politiche ("reazionarie") che aspiravano alla
direzione dello Stato capitalista, e al contempo contro i contadini ribelli e
gli operai radicali.
é
curioso notare che questi battaglioni si organizzavano secondo le categorie
professionali (tipografi, ferrovieri eccetera). Nella guerra di Spagna, alcune
milizie portavano anch’esse il nome delle rispettive categorie professionali.
Allo stesso modo, nel 1832, l’insurrezione di Lione radunò i lavoratori
tessili in gruppi, secondo la gerarchia del lavoro: operai riuniti in reparto e
comandati dal caporeparto. Tali eventi realizzano la sollevazione armata dei
salariati in quanto tali, che
difendono il sistema di lavoro esistente contro le "usurpazioni"
(Marx) del capitale. Una differenza di natura separa la rivolta del 1832,
diretta contro lo Stato, dagli esempi messicano e spagnolo, in cui gli operai
organizzati sostennero lo Stato: sarebbe assurdo qualificare il 1832 come
"controrivoluzione". Ma ciò che qui è in gioco, è la comprensione
di una lotta operaia che persiste sulla base dell’organizzazione del lavoro, e
in quanto tale. Una simile lotta è votata allo scacco, o integrandosi nello
Stato, o sotto la sua repressione. Il movimento comunista può vincere solo se i
proletari superano la semplice sollevazione (anche armata) che non colpisce il
sistema del salariato. I salariati non possono condurre la lotta armata se non
abolendosi in quanto salariati (cfr. il ¤ "Riforma e rivoluzione").
Perché
si dia rivoluzione, occorre che vi sia almeno un inizio di attacco contro le
radici della società: lo Stato e l'organizzazione economica. é ciò che
accadde in Russia a partire dal febbraio 1917, e si accelerò poco a poco
(vedremo oltre perché questa rivoluzione abbia condotto poi a una sconfitta).
Non si può parlare di un tale inizio in Spagna, ove i proletari si piegarono di
fronte allo Stato. Da allora, tutto ciò che essi continuarono a fare (lotta
militare contro Franco, trasformazioni sociali) fu sotto il segno del capitale.
La miglior prova di ciò sta nella rapida trasformazione di queste attività,
che gli antifascisti di sinistra sono incapaci di spiegare. La lotta militare
ricorse molto presto ai metodi statali borghesi, accettati dall'estrema sinistra
in nome dell'efficacia (e che si rivelarono quasi sempre inefficaci). Lo Stato
democratico non può lottare con le armi contro il fascismo più di quanto possa
impedirgli di giungere al potere pacificamente. Era perfettamente normale che
uno Stato borghese repubblicano si opponesse all'impiego di metodi di lotta
sociale per indebolire il nemico, e si affidasse a una guerra frontale
tradizionale, nella quale non aveva alcuna chance contro un esercito moderno,
meglio equipaggiato e addestrato per questo tipo di combattimento. Quanto alle
socializzazioni e alle collettivizzazioni, anch'esse mancavano di forza
comunista, in particolare perché la mancata distruzione dello Stato borghese
impediva loro di organizzare un'economia anti-mercantile a livello dell'intera
società, e le isolava in una serie di comunità precarie giustapposte senza
azione d'insieme. Lo Stato s'incaricò ben presto di dimostrare loro chi era a
comandare. Non vi furono, perciò, né rivoluzione né innesco rivoluzionario in
Spagna a partire dall'agosto 1936. Al contrario, il movimento verso la
rivoluzione era sempre più bloccato e la sua rinascita improbabile. é
significativo che, nel maggio '37, i proletari avessero ancora la forza di
levarsi in armi contro lo Stato (questa volta contro quello democratico), ma non
di portare il combattimento fino al punto di rottura. Dopo aver ceduto di fronte
allo Stato legale nel 1936, essi fecero fallire il suo colpo di forza nel maggio
'37, ma cedettero di fronte alle organizzazioni "rappresentative" che
li invitavano a cessare la resistenza armata. Affrontarono lo Stato, non lo
distrussero. Accettarono i consigli di moderazione del POUM e della CNT: nemmeno
il gruppo radicale Los Amigos de Durruti chiamò a distruggere queste
organizzazioni controrivoluzionarie.
In
Spagna, si può parlare di guerra, non di rivoluzione. Questa guerra aveva come
prima finalità la soluzione di un problema capitalista: costituire in Spagna
uno Stato legittimo che sviluppasse meglio il capitale nazionale nel mentre
integrava il proletariato. Viste sotto questa angolazione, le analisi sulla
composizione sociologica dei due eserciti hanno un valore molto relativo, come
quelle che spiegano la natura "proletaria" di un partito con la
percentuale di operai tra i suoi aderenti. Tali fatti sono reali, e hanno una
certa importanza, ma sono secondari in rapporto alla funzione sociale di ciò
che si tratta di comprendere. Un partito a composizione operaia che sostenga il
capitale, è controrivoluzionario. L'esercito repubblicano spagnolo contava
certo un gran numero di operai, ma battendosi per degli obiettivi capitalisti,
era tanto poco rivoluzionario quanto quello franchista.
La
formula di "guerra imperialista" a proposito di questo conflitto potrà
shockare coloro che assimilano imperialismo e lotta per un dominio direttamente
economico. La logica profonda delle guerre imperialiste, da quella del '14-'18
ai conflitti odierni, è di risolvere le contraddizioni economiche e sociali del
capitale, di eliminare la tendenza potenziale verso il movimento comunista. Poco
importa che in Spagna non si trattasse direttamente di mercati da spartire. La
guerra serviva a polarizzare i proletari del mondo intero, dei Paesi fascisti
come di quelli democratici, intorno all'opposizione fascismo-antifascismo, e
preparava cosi l'Unione Sacra della Seconda Guerra Mondiale. I motivi strategici
ed economici non erano d'altronde assenti: si trattava pure per gli schieramenti
presenti, i cui contorni erano ancora mal disegnati, di guadagnarsi degli
alleati o delle neutralità benevole, e di sondare la solidità delle alleanze.
é del tutto normale che la Spagna non abbia poi partecipato al conflitto
mondiale. Non ne aveva più bisogno, avendo risolto il proprio problema sociale
mediante il doppio annientamento (democratico e fascista) dei proletari nella
guerra spagnola; e il suo problema economico mediante la vittoria delle forze
capitaliste conservatrici, che limitarono lo sviluppo delle forze produttive al
fine di evitare l'esplosione sociale. A partire dagli anni Sessanta, contro ogni
ideologia, il fascismo anticapitalista e "feudale" svilupperà,
malgrado tutto, l'economia spagnola. La guerra del 36-39 svolse per la Spagna la
stessa funzione di quella del 39-45 per il resto del mondo, ma in altro modo,
con questa importante differenza (che non modifica né la natura né la funzione
del conflitto): essa ebbe come punto di partenza una pressione rivoluzionaria
sufficiente a far indietreggiare il fascismo e a obbligare la democrazia a
impugnare le armi contro di esso, ma insufficiente a distruggere entrambi. Non
abbattere l'uno insieme all'altra, significava correre incontro alla sconfitta,
giacché tutti e due erano potenzialmente lo Stato capitalista legittimo. Quale
che fosse il vincitore, non poteva che subissare i proletari dei colpi sempre
riservati loro dallo Stato capitalista. Le misure antifasciste servono in
seguito contro i radicali (p. es., nel '68, i gruppi gauchisti furono disciolti
con un decreto dell'epoca del Fronte Popolare).
Nel
dibattito sulla Spagna, "Bilan" si trovava di fronte a due tipi di
avversari. Gli uni erano all’interno nel movimento rivoluzionario, malgrado
vari difetti, e su certi punti vedevano più giusto di "Bilan". Gli
altri appartenevano a quel che si può chiamare il centrismo.
Questo termine va precisato. Negli anni Trenta, la Sinistra italiana, cosi come
Trotsky, designava con il termine "centrismo" i partiti comunisti,
secondo l’idea che Stalin rappresentasse una linea conciliatrice tra la
sinistra (Trotsky) e la destra (Bucharin) sia in politica interna sia in
politica estera. Questa idea partecipava del rifiuto trotskysta (a lungo
condiviso da Bordiga36) di pronunciarsi sulla natura capitalista
della Russia, cosi come sul suo orientamento: la linea staliniana sarebbe stata
un compromesso tra la borghesia e il proletariato in Russia, e tra il capitale
mondiale e la difesa delle "conquiste dell’Ottobre" sul piano
internazionale. Ne discendeva un’incapacità a comprendere la funzione dei
partiti comunisti, giudicati soprattutto "opportunisti".
Infatti,
il termine "centrismo" era di uso frequente tra i rivoluzionari dopo
il 1914, per designare il centro zimmerwaldiano (che, come ad esempio lo Spartakusbund,
voleva lottare contro la guerra ma respingeva il disfattismo rivoluzionario), e
in seguito coloro che si separavano dalla Seconda Internazionale senza arrivare
fino al comunismo. Per la Sinistra tedesca, centrista era la maggioranza
dell’Internazionale Comunista, poiché raccomandava il parlamentarismo, il
sindacalismo, i partiti "di massa" eccetera. Il Partito Comunista
d’Italia, indi la Sinistra italiana, che restarono assai più a lungo
nell’Internazionale Comunista, avevano una posizione diversa, almeno fino alla
vittoria di Stalin nel Partito Comunista Russo (1926).
A
partire dalla fine degli anni Venti, una serie di scissioni scossero i partiti
socialisti e quelli stalinisti Esse vennero operate da un punto di vista tattico
(in primo luogo l’incapacità dei partiti socialisti e comunisti di resistere
al fascismo), senza visione globale, come se la linea fosse sbagliata, mentre
era l’organizzazione stessa a essere antirivoluzionaria. Anche quando
quest’ultima seguiva una politica suicida (come in Germania), non si trattava
di un’aberrazione. I gruppi o i partiti sorti da queste scissioni
partecipavano dell’orizzonte teorico e politico dell’epoca. Attualmente, il
"centrismo" sarebbe rappresentato da tutte le forme di gauchismo,
cioè di fissazione di rivolte e di movimenti confusi su punti parziali,
inoffensivi per il capitale. Spesso i gruppi centristi s’incaricano delle
rivendicazioni riformiste trascurate o combattute dalle organizzazioni sindacali
e politiche ufficiali.
Il
centrismo è ciò che fuoriesce dal "movimento operaio" integrato
senza evolvere verso posizioni rivoluzionarie, restando a mezza strada,
contribuendo a bloccare i proletari su strade senza uscita, cercando di far
pressione sul movimento operaio considerato, malgrado tutto, come la vera
organizzazione della "classe". Trattare i partiti comunisti come
centristi e traditori, alla maniera di "Bilan", significa condividere
una tale illusione. In senso stretto, il "centrismo" spagnolo, era
costituito dal poum e dalla sinistra della cnt.
Per
l’immensa maggioranza dei gruppi di sinistra e di estrema sinistra di allora,
la rivoluzione borghese restava da fare
in Spagna37. Tutti i sostenitori di questa tesi erano d’accordo
sulla debolezza della borghesia spagnola. Secondo loro, la rivoluzione borghese
sarebbe andata dunque incontro alla sconfitta, a meno di mostrare più audacia,
di essere più "popolare" che nei Paesi capitalisti moderni. Ma essi
si dividevano poi sulla portata più o meno radicale di questo superamento. Un
solo rimedio, comunque, per giungervi: l’"unità". In un articolo su
"Masses", A. Patri citava come esempio la Catalogna, ove il Blocco
Operaio e Contadino e il Partito Socialista si erano alleati: "Prima che un
generale sguaini di nuovo il suo spadone, occorre che il movimento operaio si
sia costituito in Spagna. é la sola possibilità di salvezza"38.
Trotsky
credeva nella necessità di una fase democratica, la cui realizzazione da parte della classe operaia avrebbe forzato quest’ultima ad
andare oltre, fino alla rivoluzione socialista. A questo schema di
"rivoluzione permanente", che prevede un legame indissolubile tra le
due fasi, il POUM opponeva la tesi di una tappa democratica borghese distinta da
quella successiva, in cui il proletariato avrebbe fatto "pressione"
sulla rivoluzione borghese senza assumersene i compiti. Nel 1931, il POUM
definiva la prossima rivoluzione spagnola come un nuovo 1789: "Il mercato
interno si allargherà in proporzioni favolose e l’industria uscirà dal suo
rachitismo tradizionale"39. C’era incertezza all’interno del
POUM: Maurin era per una struttura governativa di tipo borghese, Nin per delle
nuove strutture di potere ("giunte rivoluzionarie"). Questa questione
si legava ad altre divergenze nel POUM. Maurin era vicino al separatismo di
diverse province, mentre Nin raccomandava una soluzione che legasse unità
nazionale e autonomia regionale. L’ex BOC, che era diretto da Maurin e dava al
POUM il grosso dei militanti, era più radicato nella situazione reale, e ne
subiva ancor di più le pressioni democratico-riformiste, che non il piccolo
gruppo riunito attorno a Nin, proveniente dal trotskysmo. Peraltro, la divisione
Maurin-Nin non ebbe grand’effetto pratico durante la guerra. Maurin era
prigioniero dei nazionalisti, e creduto morto. Nin dette al POUM una fraseologia
di sinistra, applicando un indirizzo di destra.
Alla
metà del 1936, lo spettro politico della sinistra spagnola differiva da quello
degli altri Paesi. Il movimento operaio tradizionale era costituito innanzitutto
dalla cnt e, in minor misura, dal Partito Operaio Spagnolo e dalla sua centrale
sindacale ugt. Il Partito Comunista era molto debole in rapporto al
"centrismo" rappresentato dal POUM (ma come si è visto, era il Partito Comunista a essere qualificato "centrista" da
"Bilan"). Il PCEsi sarebbe sviluppato solo una volta giunto al potere,
grazie al controllo dello Stato e all’appoggio russo. Fino al 1934-’35, il
POUM era per il "fronte unito", mentre il PCE difendeva la linea
"settaria" detta "classe contro classe". Generalizzando
l’esperienza delle Asturie e dell’Alleanza Operaia del ‘34, il POUM rifiutò
all’inizio il Fronte Popolare, proponendo l’Alleanza Operaia. Respingeva sul
piano elettorale ciò che in fondo accettava, incapace di vedere che il problema
era prima di tutto nella natura delle
organizzazioni "operaie", sia che si riunissero in un fronte di
"lotta" o in una coalizione parlamentare.
Dopo
il luglio ‘36, di fronte al Partito Comunista che diceva: "soprattutto
niente socialismo, difendiamo solamente la democrazia", il POUM sosteneva:
"noi lottiamo per la democrazia e
per il socialismo". Non cercò mai di darsene i mezzi, né indicò che la
condizione di una lotta per il socialismo sarebbe stata una rottura definitiva
con il capitale. I partiti comunista e socialista irreggimentavano le masse, il
POUM serviva a giustificare la guerra da un punto di vista
"rivoluzionario". Alla fine del ‘36 voleva "un governo di
operai e contadini [...] che non versi sangue per una repubblica democratica, ma
per una società liberata da ogni sfruttamento capitalista"40.
Fu dunque condotto a scontrarsi con lo Stato spagnolo come con l’urss, senza
mai attaccarli frontalmente: una politica suicida. La repressione subita non ne
fa per ciò stesso un gruppo rivoluzionario.
Le
riforme appoggiate dal POUM (come quella della Giustizia, col ministero Nin)
dovettero essere abbandonate, adempiuto il loro ruolo, che consisteva nel tenere
occupate le masse per distoglierle dalla lotta contro lo Stato. Le
collettivizzazioni agricole e industriali esprimevano un’immensa spinta
rivoluzionaria. Ma quando tali spinte non superano i limiti politici (lo Stato)
e sociali (l’economia mercantile) capitalisti, si condannano. Al fine di
contribuire all’evoluzione di tali forme al di là di questi limiti, la
critica rivoluzionaria si fa più incisiva, mostrando fin
dove il capitale può spingersi per riformarsi, cedendo su tutto pur di
salvaguardare l’essenziale. Il POUM fece il contrario. Dovette riconoscere che
lo Stato sussisteva come in precedenza, comprese le sue funzioni chiave:
"Il POUM non riesce assolutamente a influire sulla polizia"41.
Ciò non gli impedi di spingere verso trasformazioni economico-sociali, private
allora di ogni fondamento.
Il
POUM fu incapace di vedere nel maggio ‘37 una vittoria dello Stato, che attaccò
e fece cedere (dopo una vivace resistenza) gli operai che credevano
ancora in lui, anche quando si opponeva loro con le armi. Il POUM e la cnt
cosi come avevano appoggiato lo Stato alla fine del luglio ‘36, egualmente
ricercarono il compromesso con lui nel maggio ‘37, e chiamarono (con successo)
gli operai a deporre le armi42. Il POUM e la cnt accettarono
l’arrivo a Barcellona di 5.000 gendarmi da Valencia. Il carattere centrista
del POUM è dimostrato dal fatto che esso mirava prima di tutto a convincere
un’organizzazione "operaia" ma di fatto non rivoluzionaria (la cnt)
ad agire in maniera rivoluzionaria, piuttosto che a condurre esso stesso
un’attività rivoluzionaria. La sua contraddizione era di volere la conquista
del potere nel mentre appoggiava il potere statale esistente. Lo Stato si
accorse di avere le mani libere, e la liquidazione cominciò.
"Il
19 luglio [1936] fu una vittoria militare, ma una sconfitta politica. Nonostante
quanto si fece poi, questo errore era irreparabile. A partire da settembre, le
forze "dell’ordine", che si erano riprese, contrattaccarono. In
realtà le giornate di maggio [1937] non furono un’offensiva rivoluzionaria,
ma una battaglia difensiva condannata alla sconfitta."43
La
repressione successiva non apri gli occhi ai capi del POUM: con le spalle al
muro, di fronte alle calunnie, alle torture e ai processi, essi denunciarono
sempre i partiti (socialista e
staliniano), mai lo Stato. Solo una
minoranza si levò amaramente contro la direzione. Per esempio, una cellula di
Barcellona concluse, prove alla mano, che la linea ufficiale del partito
equivaleva a un sostegno allo Stato vigente44. Cosi, il 21 luglio
1937, il POUM domandò la "formazione di un governo con la partecipazione
di tutte le componenti del Fronte Popolare". Questa cellula commentò:
"un governo di quegli stessi che noi accusiamo di essere responsabili
dell’insurrezione militare". Più oltre:
"L’unico
punto [delle tesi del partito] che, in modo indiretto, concerne il problema del
potere è il n. 8: "revisione della Costituzione della Catalogna in un
senso progressivo". Senza dubbio è grazie a questa revisione che i
lavoratori giungeranno poi alla dittatura del proletariato di cui ci parlerà il
compagno Nin".
Ma
questa minoranza non giunse mai (a nostra conoscenza) a definire un’altra
prospettiva e neppure a provocare una scissione positiva.
L’ANARCHISMO
E I SUOI DIFENSORI
La
guerra di Spagna non dimostra il fallimento dell’"anarchismo" più
di quanto il 4 agosto 1914 dimostri quello del "marxismo"
(d’altronde nel 1914 anarchici notor", tra cui Kropotkin, aderirono
all’Unione Sacra45). Quel che è rimarchevole, non è
l’integrazione della CNT nello Stato. Questo fatto conferma l’analisi dei
sindacati fatta dalla Sinistra tedesca dopo il 1914. Quale che sia la sua
ideologia originaria, ogni organo permanente di difesa dei salariati si
trasforma in organo di conciliazione e d’integrazione46. Anche se
represso, e animato da numerosi militanti radicali, è condannato a sottrarsi
loro, per divenire, in quanto istituzione, strumento del capitale. La
partecipazione al governo del 1936 non fu una novità più di quanto lo fosse
stata la capitolazione dei partiti socialisti nel 1914. Nel 1934, Maurin
osservava già che gli anarchici non facevano politica direttamente, ma
"per interposta persona"47.
Ciò
che è interessante, è il meccanismo pratico e ideologico causa il quale un
gran numero di anarchici, benché rivoluzionari sinceri, ma proprio perché
anarchici, accettarono di capitolare di fronte al potere statale, e andarono poi
in guerra contro Franco sotto la direzione di uno Stato capitalista. Fin dai
primi giorni, la CNT e la FAI parlavano di lotta militare contro i fascisti, non
di rivoluzione sociale in corso, o da fare. Ma ciò che sembra paradossale è
totalmente logico. Quel che si deve criticare nell’anarchismo non è la sua
ostinata ostilità verso lo Stato, ma la sua negligenza di fronte al problema
del potere statale. Benché dia l’impressione di essere il nemico per
eccellenza dello Stato, l’anarchismo si caratterizza, infatti, per
l’incapacità di definire un atteggiamento rivoluzionario contro lo Stato. Sia
che lo sopravvaluti, vedendo nell’"autorità" l’avversario n. 1
della rivoluzione, sia che lo trascuri, credendo che si possa fare la
rivoluzione senza la distruzione dello Stato, o che questa distruzione avvenga
tutta da sola. Marx disse nel 1871 che la rivoluzione deve distruggere lo Stato,
e l’anarchismo crede di spingersi più lontano dicendo che bisogna
distruggerlo immediatamente. é cosi che viene riassunta, perlopiù, la
distinzione marxismo-anarchismo: come disse Lenin, essi sarebbero d’accordo
sull’obiettivo ma in disaccordo sui mezzi.