TOTALITARISMO E FASCISMO

di J.Barrot

L’ANTIFASCISMO, IL PEGGIOR PRODOTTO DEL FASCISMO
ITALIA E GERMANIA
CILE
PORTOGALLO
SPAGNA: GUERRA O RIVOLUZIONE?
OTTOBRE 1917 E LUGLIO 1936
LA "COMUNE" DEL 1871
MESSICO
GUERRA IMPERIALISTA
IL CENTRISMO
IL POUM
L’ANARCHISMO E I SUOI DIFENSORI
"LA RÉVOLUTION PROLÉTARIENNE"
L’ANARCHISMO DI SINISTRA
ANTISTALINISMO
L’UNION COMMUNISTE
LA LIGUE DES COMMUNISTES INTERNATIONALISTES
LA SINISTRA TEDESCA
SINISTRA ITALIANA?
QUESTIONE NAZIONALE
RIVOLUZIONE POLITICA E SOCIALE
FORZA E DEBOLEZZA DEL COMUNISMO IN SPAGNA
RIFORMA E RIVOLUZIONE
NOTE

Gli orrori del fascismo non furono né i primi, né gli ultimi, né, checché se ne dica, i peggiori1. Non avevano niente da invidiare ai massacri "normali" delle guerre, delle carestie eccetera. Per i proletari erano la riedizione più sistematica di altri terrori vissuti nel 1832, 1848, 1871, 1919, ... Non dimeno, il fascismo occupa un posto di spicco, se non il primo, nello spettacolo degli orrori. Stavolta, infatti, furono colpiti molti borghesi e una buona parte della classe politica, cosi come la testa e anche il corpo delle organizzazioni operaie ufficiali. Per i borghesi e i piccoli borghesi, si tratta di un fenomeno anormale, inspiegabile, salvo che mediante il ricorso a cause psicologiche: una degradazione dei valori democratici. L’antifascismo liberale fa del fascismo una perversione della civiltà occidentale, raggiungendo cosi un effetto contrario: la fascinazione sadomasochista del fascismo resa oggi celebre dal ciarpame "retro". L’umanesimo occidentale non capirà mai che le croci uncinate inalberate dagli Hell’s Angels gli rimandano l’immagine capovolta del suo proprio fantasma del fascismo. La logica di questa inversione si riassume cosi: se il fascismo è il Male assoluto, allora scegliamo il male, invertiamo i valori: fenomeno tipico di un’epoca scombussolata.

L’analisi "marxista" abituale non si attarda, evidentemente, sulla psicologia. L’interpretazione del fascismo come strumento del "grande capitale" è divenuta classica dopo Daniel Guérin. Ma la sua serietà ne maschera l’errore centrale. La quasi totalità degli studi "marxisti" mantengono l’idea che, malgrado tutto, il fascismo fosse evitabile nel 1922 o nel 1933, e lo riducono a un’arma utilizzata dal capitalismo, che quest’ultimo avrebbe potuto rimpiazzare con un’altra, se il movimento operaio avesse esercitato una pressione sufficiente in questo senso, invece di dar prova soltanto del suo settarismo e delle sue divisioni. Sicuramente non vi sarebbe stata una "rivoluzione", ma almeno l’Europa avrebbe evitato il nazismo, i campi eccetera. Dietro a considerazioni giustissime sulle classi, sullo Stato, sul legame tra fascismo e grande industria, questa idea serve a non vedere che il fascismo s’inscrive in una doppia sconfitta: sconfitta dei rivoluzionari schiacciati dalla socialdemocrazia e dalla democrazia parlamentare; indi fallimento dei democratici e dei socialdemocratici nel gestire efficacemente il capitale. L’avvento al potere del fascismo, e ancor più la sua natura, restano incomprensibili al di fuori del periodo precedente, della lotta di classe anteriore e dei suoi limiti. Non si comprendono disgiuntamente. Non è un caso se Guérin s’inganna al tempo stesso sul Fronte Popolare, in cui vede una "rivoluzione mancata", e sul significato del fascismo.

Il paradosso e il segreto della mistificazione antifascista stanno nel fatto che che i democratici mascherano tanto meglio la natura del fascismo quanto più dispiegano una radicalità apparente, gridando al fascismo dappertutto da oltre cinquant’anni. Questa pratica non è nuova.

"Fascismo di qui, fascismo di là. L’Action Française è il fascismo. Il Blocco Nazionale è il fascismo [...]. Tutti i giorni, da sei mesi, "L’Humanité" ci riservava una sorpresa fascista. Un giorno un enorme titolo a sei colonne: Abbasso il senato fascista! Un’altra volta, causa il rifiuto da parte di una tipografia di stampare un giornale comunista: Colpo di forza fascista [...].

Non vi sono bolscevismo e fascismo in Francia più di quanto vi sia kerenskismo. La "Liberté" e "L’Humanité" hanno un bel affannarsi, il fascismo che esse inventano non è suscettibile di sviluppo: le condizioni oggettive della sua esistenza non si sono ancora realizzate [...].

Non si può lasciare il campo libero alla reazione: inutile battezzarla come fascista per combatterla."2

In un’epoca d’inflazione verbale, il solo fatto di evocare il "fascismo" è divenuto un segno di radicalità, mentre attesta una confusione e una concessione teorica allo Stato e al capitale. L’essenza dell’antifascismo consiste nel lottare contro il fascismo per promuovere la democrazia, cioè nel lottare non per distruggere il capitalismo ma per costringerlo a non farsi totalitario. Con l’identificazione del socialismo in una democrazia totale, e del capitalismo in una fascistizzazione sempre maggiore, l’antagonismo proletariato-capitale, comunismo-salariato, proletariato-Stato è rinviato in un altro mondo a profitto dell’antagonismo "democrazia"-"fascismo", presentato come la quintessenza della prospettiva rivoluzionaria. L’antifascismo non vi riesce che mescolando due fenomeni: il "fascismo" propriamente detto, e l’evoluzione del capitale e dello Stato verso il totalitarismo. Riconducendo sempre il secondo fenomeno al primo, si fa passare la parte per il tutto, si maschera la causa di entrambi, si rafforza quel che si crede di combattere.

Non si afferra l’evoluzione del capitale e delle sue forme totalitarie attuali a partire dalla denuncia di un "fascismo" latente: bensi il fascismo a partire dall’evoluzione del capitale verso il totalitarismo, di cui il fascismo fu un caso particolare, e in cui la democrazia ha giocato, e gioca, un ruolo altrettanto controrivoluzionario che il fascismo. é un abuso linguistico parlare oggi di un fascismo indolore, non violento, o che non distruggerebbe gli organismi tradizionali del movimento operaio. Il fascismo fu un movimento limitato nel tempo e nello spazio. La situazione dell’Europa dopo il 1918 gli dà i suoi tratti originali che non si ripeteranno più.

Cosa c’è al fondo del fascismo, se non l’unificazione economica e politica del capitale, tendenza divenuta generale dopo il 1914? Il fascismo fu una maniera particolare di realizzarla in Paesi (Italia e Germania (ove lo Stato si era rivelato incapace di fare regnare l’ordine (ivi compreso nella borghesia), benché la rivoluzione fosse stata soffocata. é nell’essenza del fascismo di essere nato nelle strade, di aver suscitato il disordine per l’ordine: movimento di vecchie classi medie che sboccò nella loro riduzione più o meno violenta, che rigenerò dall’esterno lo Stato tradizionale incapace di risolvere la crisi del capitale.

Crisi dello Stato all’epoca del passaggio al dominio totale del capitale sulla società: ben di questo si trattava. Occorsero le organizzazioni operaie per domare la rivoluzione, ci vollero poi i fascisti per metter fine al disordine seguitone. Una crisi mal superata a quell’epoca: lo Stato fascista era efficace solo in apparenza, perché poggiava sull’esclusione sistematica dei salariati dalla vita sociale. Ma una crisi relativamente superata dall’odierno Stato tentacolare. Lo Stato democratico si dà tutti i mezzi del fascismo, se non di più, giacché integra le organizzazioni operaie senza annientarle. L’unificazione sociale va al di là di quella realizzata dal fascismo, ma quest’ultimo in quanto movimento specifico è scomparso. Esso corrispondeva alla disciplina forzata della borghesia sotto la pressione dello Stato, in un contesto originale.

La borghesia prese a prestito perfino il nome dalle organizzazioni operaie, che spesso in Italia si chiamavano "fasci". é significativo che il fascismo si definisca in primo luogo come forma di organizzazione e non come programma. Suo solo programma è di riunire in fascio, di fare convergere gli elementi che compongono la società, di buon grado o di forza:

"Il fascismo ruba al proletariato il suo segreto: l’organizzazione [...]. Il liberalismo è tutto ideologia e niente organizzazione; il fascismo è tutto organizzazione e niente ideologia" (A. Bordiga).

La dittatura non è un’arma del capitale, come se esso potesse sostituirla con altre meno micidiali, ma una tendenza del capitale, che si realizza quando necessario. "Ritornare" alla democrazia parlamentare dopo la dittatura, come in Germania dopo il ‘45, significa solamente che la dittatura è inutile (fino alla prossima volta) in quanto integrazione delle masse nello Stato. Il problema non è dunque che la democrazia assicura uno sfruttamento più dolce che la dittatura: ognuno preferirebbe essere sfruttato alla svedese piuttosto che torturato alla brasiliana. Ma si ha scelta? Questa democrazia si trasformerà essa stessa in dittatura all’occorrenza. Lo Stato non può avere che una funzione, che esso adempie democraticamente o dittatorialmente. Si può preferire la prima maniera, ma non piegare lo Stato per costringerlo a impiegarla. Le forme politiche che il capitale si dà non dipendono dall’azione degli operai più che dalle intenzioni della borghesia. Weimar capitolò di fronte a Hitler, gli apri le braccia. E il Fronte Popolare di Léon Blum non "evitò il fascismo", perché la Francia del 1936 non aveva bisogno di unificare il capitale e di ridurre le classi medie. Non esiste scelta politica alla quale il proletariato potrebbe essere invitato o invitarsi di forza.

Si prende in giro Hitler per aver conservato della socialdemocrazia viennese solo i suoi metodi di propaganda. La "verità" del socialismo era più li che nel raffinato austromarxismo. Il problema comune alla socialdemocrazia e al nazismo era d’inquadrare le masse e di reprimere i loro bisogni. Furono dei socialisti e non dei nazisti ad annientare le insurrezioni (ciò non ha impedito all’attuale spd, nel 1979 al potere come nel 1919, di realizzare un francobollo ufficiale in onore di Rosa Luxemburg, che essa fece uccidere sessant’anni fa). La dittatura viene sempre dopo che i proletari sono stati battuti dalla democrazia, dai sindacati e dai partiti di sinistra. Viceversa, socialismo e nazismo contribuirono egualmente a un miglioramento (provvisorio) del livello di vita. Come la socialdemocrazia, Hitler si fece strumento di un movimento sociale il cui contenuto gli sfuggiva. Egli si batteva per il potere, come l’spd per la sua funzione di mediatrice tra gli operai e il capitale: ma entrambi servirono egualmente il capitalismo, che se ne sbarazzò una volta che ebbero svolto il loro rispettivo compito.

L’ANTIFASCISMO, IL PEGGIOR PRODOTTO DEL FASCISMO

Dopo il "fascismo" tra le due guerre, il termine fascismo ha conosciuto un trionfo. Quale gruppo politico non ha accusato gli avversari d’impiegare "metodi fascisti"? La sinistra non cessa di denunciare il fascismo rinascente, la destra non rinuncia a dare del "partito fascistizzante" al PCF. Significando di tutto, la parola ha perduto il suo senso da quando la buona coscienza internazionale qualifica tutti gli Stati forti come "fascisti". Si prendono cosi le illusioni dei fascisti degli anni Trenta per la realtà. Franco si richiamava al fascismo come Hitler e Mussolini, ma non esistette mai un’Internazionale Fascista.

Se oggi i colonnelli greci e i generali cileni sono chiamati fascisti dall’ideologia dominante, sono in realtà lo Stato capitalista stesso. Incollare rumorosamente l’etichetta fascista sullo Stato ha lo stesso effetto che denunciare i partiti al vertice dello Stato. In entrambi i casi si fa scomparire la critica dello Stato dietro la denuncia di coloro che lo dirigono. Il gauchismo crede di dar prova di estremismo gridando al fascismo, mentre evita cosi la critica dello Stato, e propone un’altra forma statale (democratica, popolare) al posto di quella esistente.

Il termine fascismo perde ancor più il suo senso nei Paesi avanzati, ove i partiti comunisti e socialisti avranno un ruolo centrale in un futuro Stato "fascista" levantesi contro un movimento rivoluzionario. In questo caso è ben più corretto parlare di Stato tout court e non di fascismo. Il fascismo ha trionfato perché i suoi principi si sono generalizzati: unificazione del capitale, Stato efficace. Ma nello stesso tempo il fascismo è scomparso in quanto tale, come movimento politico e come forma-Stato. Malgrado qualche similitudine, i partiti tacciati come fascisti (in Francia, per esempio, il Rassemblement du Peuple Français, il poujadismo, un po’ il Rassemblement pour la République oggigiorno) non partono affatto alla conquista, dall’esterno, di uno Stato impotente.

Insistere sempre sulla minaccia fascista impedisce di vedere che il fascismo reale era già esso stesso inadatto, e falli: invece di cementare il capitale nazionale tedesco, fini col dividerlo in due. Oggi regnano altre forme, lontane tanto dal fascismo che da quella democrazia di cui ci riempiono le orecchie, per instaurarla o per difenderla

Con la Seconda Guerra mondiale, la mitologia si arricchi di un elemento nuovo. Questo conflitto, soluzione necessaria dei problemi economici (crisi del ‘29) e sociali (proletari in agitazione, benché non rivoluzionari, e dunque da disciplinare), poté apparire come una guerra contro il totalitarismo incarnato dal fascismo. Questa interpretazione ha la vita dura, e il ricordo costante dei massacri nazisti da parte dei vincitori, serve a giustificare questa guerra, dandole un carattere umanitario. Tutto, anche la bomba atomica, sarebbe giustificato contro un nemico cosi barbaro. Questa giustificazione, tuttavia, non regge più di quanto reggesse la demagogia nazista, che affermava di lottare contro il capitalismo e la plutocrazia occidentale. Il campo "democratico" annoverava uno Stato altrettanto totalitario che la Germania hitleriana: la Russia di Stalin, il cui codice penale prevedeva la pena di morte a partire dai dodici anni. Tutti sanno anche che gli Alleati fecero ricorso agli stessi metodi di terrore e di sterminio dei civili ogni qualvolta ne ebbero bisogno (bombardamenti strategici eccetera). L’Occidente, in seguito, attese la Guerra Fredda per denunciare i campi russi. Ma ciascun Paese capitalista è posto di fronte a problemi specifici, a seconda delle epoche. La Gran Bretagna non ebbe una guerra d’Algeria da domare, ma la spartizione dell’India fece milioni di vittime. Gli usa non dovettero mai organizzare campi di concentramento3 per tenere tranquilli i proletari e sbarazzarsi dei piccoli borghesi in soprannumero, ma fecero la guerra del Vietnam. Quanto alla Russia, di cui tutti denunciano oggi il "Gulag", si accontentò di concentrare in qualche decennio gli orrori che i Paesi capitalisti più vecchi avevano sparso lungo diversi secoli, e che fecero anch’essi milioni di vittime, non foss’altro che con la tratta dei Neri. Lo sviluppo del capitale comporta tutte le sue conseguenze, tra cui le due principali: 1) obbedienza degli operai, dunque distruzione soffice o violenta del movimento rivoluzionario; 2) concorrenza con gli altri capitali nazionali, dunque guerra. Che il potere sia nelle mani di partiti "operai" cambia solo una cosa: la demagogia operaista sarà ancora più accentuata, ma non risparmierà agli operai la repressione più severa, se necessario. Il trionfo del capitale non è mai cosi totale che come quando i lavoratori si mobilitano per lui, credendo di "cambiare la vita".

Per proteggerci dagli eccessi del capitale, l’antifascismo non immagina, d’altronde naturalmente, se non un intervento statale. Paradosso apparente, esso giunge a farsi campione dello Stato forte, come dice il PCF:

"Quale Stato è necessario per la Francia? Lo Stato attuale è stabile e forte, come afferma il presidente della Repubblica? No, è debole, è impotente a far uscire il Paese dalla crisi sociale e politica in cui l’ha gettato. Esso genera il disordine"4.

Dittatura e democrazia si propongono entrambe di rafforzare lo Stato, la prima per principio, affinché esso sia forte, la seconda al fine di proteggerci, il che conduce allo stesso risultato. Sono le artefici, opposte ma comuni, del totalitarismo. Si tratta di fare partecipare gli uomini alla società, "dall’alto" secondo i dittatori, "dal basso" secondo i democratici.

Tra dittatura e democrazia, si può parlare di una lotta tra due frazioni del capitale differenziabili sociologicamente? Si tratta piuttosto di due maniere d’inquadrare il proletariato, sia integrandolo forzosamente, sia associandolo con l’intermediario delle "sue" organizzazioni. Il capitale opta per l’una o per l’altra soluzione a seconda delle sue necessità del momento. In Germania, dopo il 1918, la socialdemocrazia e i sindacati erano indispensabili per controllare gli operai e isolare i rivoluzionari. Per contro, dopo il 1929, la Germania doveva concentrarsi, eliminare una parte delle classi medie, disciplinare la borghesia. Lo stesso movimento operaio, difendendo il pluralismo politico e gli interessi operai immediati, bloccava la situazione. Solo in nazismo appariva come il fattore di unificazione sociale e politica. Le "organizzazioni operaie" sostengono ben il capitalismo, ma badano alla loro autonomia: in quanto organizzazioni, cercano innanzitutto di perpetuarsi. Questo fece loro svolgere un ruolo controrivoluzionario efficace nel 1918-’21, come dimostrato dal fallimento della rivoluzione tedesca, ove nel 1920 si assistette, tra l’altro, al primo esempio di antifascismo antirivoluzionario ante litteram 5. In seguito, il peso acquisito da queste organizzazioni nella società e anche nello Stato fece giocar loro un ruolo di conservazione sociale, di malthusianismo, che andava eliminato. Esse svolsero una funzione anticomunista nel 1918-’21 perché erano l’espressione della difesa del lavoro salariato in quanto lavoro salariato: ma questa stessa ragione le trascinò poi ad anteporre l’interesse dei salariati a tutto il resto, a detrimento della riorganizzazione dell’insieme del capitale.

Si comprende perché il nazismo avesse per obiettivo l’eliminazione violenta del movimento operaio, contrariamente al rpf, al rpr eccetera, il che fa tutta la differenza. La socialdemocrazia aveva svolto bene il suo lavoro di domesticazione degli operai, ma lo aveva svolto troppo bene. Aveva preso cosi un posto troppo grande nello Stato, senza potere per questo unificare tutta la Germania dietro di sé. Questo fu il compito del nazismo, che seppe fare appello a tutte le classi, dai disoccupati al grande capitale.

Allo stesso modo, l’Unidad Popular cilena (cfr. il "Cile") aveva contenuto la spinta operaia, ma senza raccogliere attorno a sé l’insieme della nazione; occorreva rovesciarla con la forza. Al contrario, non si è avuta (ancora?) repressione di massa in Portogallo dopo il novembre 1975, e se l’attuale regime rivendica la continuità con la "rivoluzione dei garofani" non è perché la forza delle organizzazioni operaie e democratiche impedisce un colpo di Stato di destra. Giammai i partiti e i sindacati hanno impedito alcunché, salvo quando il colpo di Stato era prematuro (putsch di Kapp nel 1920). Non c’è terrore bianco perché è inutile, giacché fino a oggi il Partito Socialista Portoghese ha unificato dietro di sé l’insieme della società.

Che si chiami o no cosi, l’antifascismo è divenuto la forma obbligata del riformismo operaio cosi come del riformismo capitalista, li fonde, pretendendo di realizzare il vero ideale della rivoluzione borghese tradito dal capitale. La democrazia è concepita come un elemento del socialismo, elemento già presente nel mondo attuale. Il socialismo sarebbe, infatti, la democrazia totale. La lotta per il socialismo consisterebbe nel guadagnare sempre più diritti democratici in seno al capitalismo. Grazie all’aiuto del capro espiatorio fascista, il gradualismo democratico si è rinnovato. Fascismo e antifascismo hanno la stessa origine e lo stesso programma; ma il primo credeva di superare il capitale e le classi, mentre il secondo crede di realizzare la "vera" democrazia borghese indefinitamente perfettibile con l’aggiunta di dosi sempre più forti di democrazia. In realtà, la democrazia borghese è una tappa della presa del potere da parte del capitale, il cui dominio è perfezionato dall’estensione della democrazia nel xx secolo, accentuando l’isolamento degli individui. Nata come soluzione illusoria alla separazione dell’attività umana e della società, la democrazia non potrà mai risolvere il problema della società più separata di tutta la storia6. L’antifascismo condurrà sempre ad accrescere il totalitarismo: la sua lotta per uno Stato "democratico" consolida lo Stato7.

Per queste diverse ragioni, le analisi rivoluzionarie del fascismo e dell’antifascismo, e in particolare della guerra di Spagna che ne è l’esempio più complesso, sono ignorate, incomprese o regolarmente deformate. Quando va bene, sono considerate un punto di vista idealista; quando va male, un appoggio indiretto al fascismo. Vedete (si dice (come il Partito Comunista d’Italia fece il gioco di Mussolini, rifiutando di prendere il fascismo sul serio e, soprattutto, di allearsi con le forze democratiche; o come il Partito Comunista Tedesco permise l’avvento di Hitler, trattando l’spd come il nemico principale. In Spagna, al contrario, ecco un esempio di lotta antifascista risoluta, che avrebbe potuto vincere, senza la defezione degli stalinisti-socialisti-anarchici (cancellare le menzioni inutili). Queste "evidenze" poggiano su di uno snaturamento dei fatti8.

ITALIA E GERMANIA

Al primo posto delle falsità, si trova una deformazione del caso in cui almeno una parte del proletariato lottò contro il fascismo con metodi e obiettivi propri: l’Italia del 1918-’22. La sua lotta non aveva niente di specificamente anti-fascista: lottare contro il capitale obbligava a combattere, tra l’altro, il fascismo, come la democrazia parlamentare. Questa esperienza è originale, poiché si tratta di un movimento importante diretto da comunisti e non da socialisti centristi aderenti all’Internazionale Comunista (come il PCF) o da stalinisti rivaleggianti in demagogia nazionalista con i nazisti (come il kpd, che parlava di "rivoluzione nazionale" all’inizio degli anni Trenta). Viceversa, questa caratteristica permette all’antifascismo di respingere tutto quel che ci fu di rivoluzionario nell’esperienza italiana di allora: il Partito Comunista d’Italia, diretto a quell’epoca da Bordiga e dalla sinistra, avrebbe dato prova solamente di settarismo, favorendo l’avvento di Mussolini al potere. Ora, senza romanzare questo episodio, è bene ricordarlo, ché chiarisce, senz’alcuna ambiguità, come il successivo disfattismo dei rivoluzionari di fronte alla guerra "democrazia"-"fascismo" (quella di Spagna cosi come quella del 39-45) non è un atteggiamento di puristi che non vogliono altro che "la rivoluzione" e attendono il Gran Giorno senza muoversi. Esso si fonda, più semplicemente, sulla scomparsa, nel corso degli anni Venti e Trenta, del proletariato come forza storica, battuto dopo essersi costituito (peraltro molto male) in partito nel primo dopoguerra.

La repressione fascista interviene solo dopo la disfatta proletaria. Non distrugge le forze rivoluzionarie, che solo il movimento operaio tradizionale può vincere con metodi sia diretti sia indiretti. I rivoluzionari sono battuti dalla democrazia che non esita a ricorrere a tutti i mezzi, ivi compresi quelli militari. Il fascismo distrugge solo i movimenti elementari, annienta lo stesso movimento operaio divenuto un intralcio. é falso presentare l’avvento al potere del fascismo come il prodotto di combattimenti di strada nei quali esso avrebbe vinto gli operai.

In Italia, come in diversi altri Paesi, il 1919 fu l’anno decisivo, nel quale la lotta proletaria venne battuta mediante l’azione diretta dello Stato e il suo sviamento indiretto con le elezioni9. Fino al 1922, lo Stato accordò le più ampie facilitazioni ai fascisti: indulgenza nei procedimenti giudiziari, disarmo unilaterale degli operai, perfino appoggio armato, senza contare la circolare Bonomi del 20 ottobre 1921 che inviava 60.000 ufficiali nei gruppi d’assalto fascisti per comandarli. Di fronte all’offensiva armata fascista, lo Stato chiamava... alle urne. Durante le occupazioni delle fabbriche nel 1920, lo Stato si guardò bene dall’attaccare frontalmente i proletari, lasciando che la loro lotta si esaurisse da sola, con l’appoggio della cgl, che pose fine agli scioperi. Quanto ai "democratici", non esitarono a costituire per le elezioni del maggio 1921 un "blocco nazionale" (i liberali + la destra) che includeva i fascisti. Nel giugno-luglio 1921, il psi concluse un inutile e mistificatorio "patto di pacificazione" con i fascisti.

A stento si può parlare di colpo di Stato nel 1922: fu un trasferimento di potere. La "marcia su Roma" di Mussolini (che si accontentò di prendere il treno) non fu una pressione sul governo legale, ma una messinscena. L’ultimatum lanciato al governo il 24 ottobre non fu la minaccia di una guerra civile: fu il segnale indirizzato allo Stato capitalista (e assai ben compreso da quest’ultimo) che ormai il Partito Nazionale Fascista era la miglior forza in grado di assicurarne l’unità. Lo Stato cedette molto velocemente. Lo stato d’assedio deciso dopo il fallimento di un tentativo di compromesso venne annullato dal re, che incaricò Mussolini di formare il nuovo governo (comprendente i liberali). Tutti i partiti, salvo i socialisti e i comunisti, si avvicinarono al Partito Nazionale Fascista e votarono a favore di Mussolini in parlamento. Il potere del dittatore fu ratificato dalla democrazia. Lo stesso scenario si riprodusse in Germania. Hitler venne nominato cancelliere dal presidente Hindenburg (eletto nel 1932 con l’appoggio dei socialisti che in lui avevano visto... un baluardo contro Hitler), e i nazisti erano minoritari nel primo ministero hitleriano. Dopo aver esitato, il capitale appoggiò Hitler allorché vide in lui la forza politica unificatrice dello Stato e dunque della società (che il capitale non avesse previsto certe forme ulteriori dello Stato nazista è una faccenda secondaria).

Nei due Paesi, il "movimento operaio" è lungi dall’essersi battuto contro il fascismo. Le sue organizzazioni, totalmente autonomizzate dal movimento sociale proletario, funzionavano solo per conservarsi in quanto istituzioni, pronte ad accettare qualsivoglia regime politico, di destra o di sinistra, che le tollerasse. Tra il 1923 e il 1930, il psoe e la sua centrale sindacale (ugt) collaborarono con la dittatura di Primo de Rivera. Nel 1932, i sindacati socialisti tedeschi, per bocca del loro presidente, si dichiararono indipendenti da tutti i partiti politici e indifferenti alla forma dello Stato, e cercarono di accordarsi con Schleicher (sfortunato predecessore di Hitler), indi con Hitler, il quale fece creder loro che il nazionalsocialismo li avrebbe lasciati sussistere. Si arrivò alla sfilata dei sindacalisti tedeschi dietro le svastiche, il 1. maggio 1933, trasformato in "Festa del lavoro tedesco". I nazisti inviarono poi gli stessi sindacalisti in prigione e nei campi, il che avrebbe poi dato ai sopravvissuti l’etichetta di "antifascisti" risoluti e della prima ora.

In Italia, i dirigenti sindacali avrebbero voluto concludere un tacito accordo di mutua tolleranza con il fascismo. Tra la fine del 1922 e il 1923, presero contatto con il pnf. Poco prima della presa del potere da parte di Mussolini, dichiararono:

"Nel momento in cui le passioni politiche si esacerbano e in cui due forze estranee ai sindacati [il Partito Comunista e il pnf] si disputano aspramente il potere, la cgl sente il dovere di mettere in guardia i lavoratori contro le speculazioni dei partiti e dei raggruppamenti politici che mirano a trascinare il proletariato in una lotta alla quale esso deve restare assolutamente estraneo, se non vuole compromettere la propria indipendenza"10.

Viceversa, nel febbraio 1934, si ebbe una certa resistenza armata in Austria11 da parte della sinistra del Partito Socialista contro le forze di uno Stato sempre più dittatoriale e che si avvicinava ai fascisti. Questa lotta non aveva nulla di rivoluzionario, ma scaturiva dal fatto che in Austria non vi erano stati quasi combattimenti di strada dopo il 1918. I proletari più decisi (benché non comunisti) non erano stati battuti, e d’altronde erano restati nella socialdemocrazia, che conservava cosi alcune velleità rivoluzionarie. Naturalmente, questa resistenza si scatenò in modo spontaneo, e non riusci a unificarsi.

La critica rivoluzionaria di questi eventi non si riassume in un "tutto o niente", come se voglia battersi solo per "la rivoluzione", e solamente a fianco di comunisti puri e duri. Bisogna lottare, ci viene detto, per le riforme, quando non si può fare la rivoluzione; una lotta ben condotta per le riforme prepara anche la rivoluzione; chi può di più può di meno, ma chi non può di meno non potrà mai di più; chi non sa difendersi, non saprà attaccare eccetera. Tutte queste genericità passano a lato del problema. La polemica tra marxisti, fin dalla Seconda Internazionale, non verte sulla necessità o sull’inutilità della partecipazione dei comunisti alle lotte riformiste, che sono, in ogni modo, una realtà. Si tratta di sapere se tale o talaltra lotta pone gli operai sotto il controllo (diretto o indiretto) del capitale e in particolare del suo Stato; e quali posizioni i rivoluzionari debbano adottare in questo caso12. Per un rivoluzionario, una "lotta" (parola con cui si gargarizzano la sinistra e l’estrema sinistra ufficiale) non ha alcun valore in sé: prima del 1914 le azioni più violente portarono alla costituzione dei partiti e dei sindacati rivelatisi poi i nemici del comunismo. Ogni lotta che, malgrado la sua spontaneità iniziale o la sua energia, ponga gli operai alle dipendenze dello Stato capitalista, può avere solo una funzione controrivoluzionaria. La lotta antifascista, che pretende di cercare un male minore (meglio la democrazia capitalista che il fascismo capitalista), somiglia all’atteggiamento di chi si getti nel fiume per evitare la pioggia. Inoltre, ponendosi sotto la direzione di uno Stato, deve poi accettarne tutte le conseguenze, ivi compresa la repressione che esso esercita all’occorrenza contro gli operai e i rivoluzionari che vadano oltre l’antifascismo.

Invece di attribuire a Bordiga e al Partito Comunista d’Italia del 1921-’22 la responsabilità del trionfo di Mussolini, si farebbe meglio a interrogarsi sul perpetuo fallimento dell’antifascismo, il cui bilancio è sconfortante: quando ha evitato, o anche solo rallentato, il totalitarismo? Si riteneva che la Seconda Guerra Mondiale avrebbe garantito almeno l’esistenza di Stati democratici: le democrazie parlamentari sono oggi l’eccezione. Nei Paesi cosiddetti socialisti il cedimento della borghesia tradizionale e le esigenze del capitalismo di Stato hanno condotto a dittature che non hanno in genere niente da invidiare ai Paesi dell’Asse. Certuni si fanno delle illusioni sulla Cina, ma poco a poco le informazioni completano le analisi marxiste già pubblicate13, e rivelano l’esistenza di campi di concentramento la cui realtà è ancora negata dai maoisti... come negli anni Trenta quella dei campi russi dagli stalinisti. L’Africa, l’Asia, l’America latina vivono sotto il sistema del partito unico o della dittatura militare. Ci si commuove delle torture brasiliane, ma il Messico democratico non esitò a far sparare sui manifestanti nel ‘68, uccidendo 300 persone. La sconfitta dell’Asse avrebbe portato almeno la pace... per gli europei, non per i milioni di morti delle guerre incessanti e delle carestie croniche. In breve, la guerra che avrebbe dovuto sbarazzarci della guerra e del totalitarismo è fallita.

La risposta degli antifascisti è prontissima: è colpa dell’imperialismo americano o di quello russo, o di entrambi, e, in ogni caso, dicono i più radicali, della sopravvivenza del capitalismo e dunque della sua sequela di misfatti. D’accordo. Ma il problema sta li. In che modo una guerra fatta dagli Stati capitalisti avrebbe potuto avere altro effetto se non un rafforzamento del capitale?

Gli antifascisti (soprattutto "rivoluzionari") ne traggono la conclusione esattamente contraria, chiamando a un nuovo slancio dell’antifascismo, sempre da radicalizzare affinché vada il più lontano possibile. Non cessano di denunciare le "sopravvivenze" o i "metodi" fascisti (per esempio nella Repubblica Federale Tedesca), ma mai per dedurne la necessità di estirpare la radice del male: il capitale. Ne concludono al contrario che bisogna ritornare al "vero" antifascismo, proletarizzarlo, ricominciare il lavoro di Sisifo consistente nel democratizzare il capitalismo. Ora, si può deplorarlo, si può anche predicare l’umanitarismo o aderire a un’organizzazione caritatevole, ma niente modificherà il punto cruciale: 1) gli Stati capitalisti, cioè tutti gli Stati, sono e saranno sempre più costretti a mostrarsi repressivi, totalitari; 2) tutti i tentativi di fare pressione su di essi per piegarli in un altro senso più favorevole agli operai o alle "libertà", conducono, quando va bene, a un effetto nullo, e, quando va male (quasi sempre), al rafforzamento delle illusioni fin troppo diffuse sullo Stato come arbitro della società e come forza più o meno neutrale in grado di porsi al di sopra delle classi. I gauchisti possono ripetere in continuazione l’analisi marxista classica sul ruolo dello Stato come strumento di dominio di classe, e chiamare poi a "utilizzare" lo stesso Stato; egualmente possono leggere le pagine di Marx sull’abolizione del salariato e dello scambio, e dipingere poi la rivoluzione come una grande democratizzazione del salariato.

Alcuni si spingono più lontano. Poiché, dicono, facendo propria una parte della tesi rivoluzionaria, attualmente il capitale non può essere che "fascista", battersi per la democrazia contro il fascismo significa obbligatoriamente battersi contro il capitale stesso. Ma su quale terreno si battono? Combattere sotto la direzione di uno o di più Stati capitalisti (giacché sono loro ad avere e a conservare la direzione della lotta (significa interdirsi in anticipo la lotta contro il capitale. La lotta per la democrazia non è la scorciatoia che permetterebbe agli operai di fare la rivoluzione senza rendersene conto. Il proletariato distruggerà il totalitarismo solo distruggendo contemporaneamente la democrazia e ogni forma politica. Fino ad allora, si avrà una successione nel tempo e nello spazio di forme "fasciste" e "democratiche", con la trasformazione spontanea o forzosa di regimi dittatoriali in regimi democratici e viceversa, con la coesistenza di dittature e democrazie, le une servendo alle altre da spauracchio e autogiustificazione.

é dunque assurdo dire che la democrazia fornirebbe all’attività rivoluzionaria un quadro più propizio che la dittatura, poiché la prima ricorre immediatamente a mezzi dittatoriali di fronte al pericolo rivoluzionario; e ciò tanto meglio dacché i "partiti operai" sono al potere. Se si volesse essere logici nell’antifascismo, bisognerebbe arrivare fino alla conclusione sostenuta da certi liberali di sinistra: è il movimento rivoluzionario a spingere il capitale verso la dittatura, rinunciamo dunque a ogni rivoluzione, e accontentiamoci di andare il più lontano possibile sulla strada delle riforme, senza mai impaurire il capitale. Ma tale prudenza è essa stessa utopistica, perché in fondo la "fascistizzazione" che vorrebbe evitare non deriva solamente dall’azione rivoluzionaria, ma dalla concentrazione capitalista. Si può discutere sull’opportunità e sui risultati della partecipazione dei rivoluzionari ai movimenti democratici fino all’inizio del xx secolo (cfr. "La Comune del 1871"): essa è in ogni caso esclusa da quando il capitale domina tutta la società, poiché non c’è più allora che una sola politica possibile: la democrazia diviene unicamente una mistificazione e un terreno d’impantanamento pratico. Tutte le volte che i proletari hanno creduto di utilizzarla ritorcendola contro il capitale, la democrazia li ha abbandonati oppure si è trasformata nel suo contrario. In questo senso i comunisti dei quali riproduciamo le analisi sulla guerra di Spagna erano sicuramente contro il fascismo. I rivoluzionari rifiutano l’antifascismo perché non ci si può battere esclusivamente contro una forma politica, senza contemporaneamente appoggiare le altre, ed è ciò che fa l’antifascismo. In senso stretto, l’antifascismo non è la lotta contro il fascismo, ma il privilegiamento di questa lotta, il che la rende inoperante. I rivoluzionari non rimproverano all’antifascismo di non "fare la rivoluzione", ma di essere impotente ad arrestare il totalitarismo, e di rafforzare, volontariamente o no, lo Stato e il capitale.

Non solo la democrazia si è sempre arresa al fascismo, quasi senza lotta; ma il fascismo, allorché non corrisponde più allo stato delle forze politico-sociali, rigenera esso stesso la democrazia. Poiché, nel 1943, l’Italia doveva passare nel campo dei futuri vincitori, abbandonare il fascismo e dunque il suo capo, il "dittatore" Mussolini si ritrovò in minoranza al Gran Consiglio del fascismo e s’inchinò di fronte al verdetto democratico di quest’organismo. Uno degli alti dignitari fascisti, il maresciallo Badoglio, fece appello all’opposizione democratica e formò un governo di coalizione. Mussolini venne arrestato. é ciò che in Italia viene chiamata la "rivoluzione del 25 luglio 1943". I democratici esitavano, ma la pressione dei russi e del Partito Comunista fece loro accettare un governo di larga unità nazionale, nell’aprile ‘44, diretto da Badoglio, del quale facevano parte Palmiro Togliatti e Benedetto Croce. Nel giugno ‘44, il socialista Ivanoe Bonomi formò un ministero che stavolta escludeva i fascisti. Si orientò verso la formula tripartitica (pci-psi-dc) che avrebbe dominato i primi anni del dopoguerra14. Assistiamo a una transizione voluta e in parte orchestrata dai fascisti. Cosi come nel 1922 la democrazia comprese che il miglior modo di salvaguardare lo Stato era di affidarlo alla dittatura del Partito Fascista, allo stesso modo nel 1943 il fascismo capi che l’unica maniera di proteggere l’integrità della nazione e la perennità dello Stato era di consegnare quest’ultimo ai partiti democratici. La democrazia si trasforma in fascismo e viceversa, a seconda delle circostanze: si tratta di forme successive, e sovente combinate, per assicurare la salvaguardia dello stesso Stato, garante del medesimo contenuto capitalista. Notiamo che il "ritorno" alla democrazia non comporta di per sé una ripresa della lotta di classe o anche solo rivendicativa, poiché i partiti operai ritornati al potere sono in questo caso i primi a battersi in nome del capitale nazionale. Cosi i sacrifici materiali e la rinuncia alla lotta di classe, giustificati dalla necessità di "vincere innanzitutto il fascismo", furono imposti dopo la disfatta dell’Asse, sempre in nome degli ideali della Resistenza. Le ideologie fascista e antifascista sono entrambe un ripostiglio dove si mette ciò che conviene agli interessi momentanei e fondamentali del capitale.

Da allora, ogni volta che si grida "Il fascismo non passerà!", non solo questo passa sempre, ma attraverso peripezie grottesche in cui la demarcazione tra fascismo e non fascismo segue una linea in continuo movimento. La sinistra francese denunciava il pericolo "fascista" dopo il 13 maggio 1958, ma il segretario della SFIO collaborò alla redazione della Costituzione della V Repubblica.

Portogallo e Grecia hanno offerto nuovi esempi di autotrasformazione di dittature in democrazie. Sotto l’urto di circostanze esterne (questione coloniale per il Portogallo15, conflitto di Cipro per la Grecia), una parte dei militari ha preferito affondare il regime per salvare lo Stato: è esattamente cosi che ragionano e agiscono i democratici quando i "fascisti" si avvicinano al potere. L’attuale Partito Comunista Spagnolo esprime molto esattamente questa esigenza (resta da sapere se è nella volontà e nella possibilità del capitale spagnolo):

"La società spagnola desidera che tutto sia trasformato affinché venga assicurato, senza traumi né convulsioni sociali, il funzionamento normale dello Stato. La continuità dello Stato esige la discontinuità del regime"16.

C’è un movimento di passaggio da una forma all’altra da cui il proletariato è escluso e che non può influenzare in nulla: se cerca di farlo, il proletariato s’integra nello Stato, e le sue lotte ulteriori ne risultano proporzionalmente più difficili, com’è dimostrato proprio dal caso portoghese.

CILE

Di recente, è probabilmente il Cile ad avere rivitalizzato di più la pseudo-opposizione democrazia/fascismo. Questo esempio illustra disgraziatamente bene il meccanismo di trionfo della dittatura e di tripla sconfitta del proletariato.

Il Fronte Popolare cileno degli anni Trenta si schierava dichiaratamente contro l’"oligarchia". La lotta contro il parlamentarismo oligarchico, presentato come una limitazione delle forze più conservatrici, facilitò l’evoluzione verso un sistema presidenziale, più centralizzato, con un potere statale rafforzato, capace di promuovere delle riforme, cioè lo sviluppo industriale. Questo Fronte Popolare (durato essenzialmente dal 1936 al 1940) corrispondeva alla congiunzione dell’aumento delle classi medie urbane (borghesia e impiegati) e della crescita lotte operaie. Queste ultime si organizzavano intorno alla centrale socialista, decimata dalla repressione, alla CGT d’ispirazione anarcosindacalista, influenzata dagli Industrial Workers of the World, abbastanza debole (da 20 a 30.000 membri nel 1932, su 200.000 iscritti ai sindacati), e soprattutto ai sindacati animati dal Partito Comunista. Negli anni Venti, i sindacati degli impiegati avevano condotto scioperi altrettanto duri di quelli degli operai (salvo che nei due bastioni del radicalismo operaio: il nitrato (rimpiazzato in seguito dal rame (e il carbone). Benché insistesse su di una riforma agraria, la coalizione stalino-radical-socialista non riusci a imporla all’oligarchia. Non fece grandi cose neppure per recuperare le ricchezze del Paese sfruttate dagli stranieri (a quel tempo, il nitrato), ma realizzò un balzo industriale mai conosciuto dal Cile, né prima né dopo. Grazie a istituzioni simili al New Deal, con la maggior parte degli investimenti forniti dallo Stato, venne impiantata una struttura capitalista statale, che sviluppò l’industria pesante e l’energia. La produzione industriale aumentò in quel periodo del 10%; da allora al 1960 del 4%; e negli anni Sessanta dall’1 al 2%. Una riunificazione sindacale tra i socialisti e gli stalinisti ebbe luogo nel 1936 e indeboli ancor più la CGT: il Fronte Popolare distrusse ciò che rimaneva del movimento sovversivo. In quanto coalizione, questo regime durò fino al 1940, allorché il Partito Socialista se ne ritirò. Ma continuò fino al 1947, con i radicali e il Partito Comunista, e il sostegno intermittente della Falange fascista (antenato destrorso della Democrazia Cristiana cilena, il cui capo, Eduardo Frei17, proviene d’altronde da li). Lo stesso Partito Comunista l’appoggiò fino al 1947, allorché venne posto fuori legge dai radicali.

Come dicono i gauchisti di ogni epoca, i Fronti Popolari sono pure dei prodotti della lotta operaia: ma di una lotta che resta dentro il quadro capitalista e lo spinge a modernizzarsi. Dopo il 1970, Unidad Popular si dette anch’essa per obiettivo il rilancio del capitale nazionale cileno (che la Democrazia Cristiana non aveva saputo difendere negli anni Sessanta), integrandovi gli operai. Alla fin fine, i proletari cileni furono battuti tre volte. In primo luogo, lasciando che le proprie lotte economiche si ponessero sotto le bandiere delle forze di sinistra, accettando il nuovo Stato, perché appoggiato dalle organizzazioni "operaie". Nel 1971, Allende rispondeva a questa domanda:

"Pensa che sia possibile evitare la dittatura del proletariato?

- Io credo di si: è per questo che noi lavoriamo"18.

In secondo luogo, facendosi reprimere dall’esercito dopo il colpo di Stato del 1973. Se i proletari non poterono opporsi al colpo di Stato, contrariamente a quanto sostenuto dalla stampa gauchista che parlava di "resistenza armata", fu perché erano stati disarmati materialmente e ideologicamente dal governo di Allende. Quest’ultimo aveva obbligato a più riprese gli operai a restituire le armi. Aveva avviato lui stesso la transizione verso un governo militare, nominando ministro degli Interni un generale. Soprattutto, ponendosi sotto la protezione dello Stato democratico, incapace per sua natura di evitare il totalitarismo (poiché lo Stato è prima di tutto per lo Stato (democratico o dittatoriale (prima di essere per la democrazia o per la dittatura), i proletari si condannarono sin dall’inizio a non potere resistere a un golpe di destra. Un accordo importante tra Unidad Popular e la Democrazia Cristiana affermava:

"Noi vogliamo che i Carabineros e le forze armate continuino a essere una garanzia del nostro ordine democratico, il che implica il rispetto delle strutture di organico e gerarchiche dell’esercito e della polizia"19.

Eppure, fu il terzo momento della disfatta il più ignobile. Bisogna conferire all’estrema sinistra internazionale la medaglia che si merita. Dopo aver appoggiato lo Stato capitalista con l’intento di spingerlo più in avanti, la sinistra e i gauchisti giocarono ai profeti: "Vi avevamo avvertiti, lo Stato è la forza repressiva del capitale". Gli stessi che sei mesi prima sottolineavano i progressi degli elementi radicali nell’esercito o la penetrazione dei rivoluzionari in tutta la vita politica e sociale, ripeterono in seguito che l’esercito era rimasto "l’esercito borghese", e che l’avevano ben detto...

Evidentemente, cercando innanzitutto di giustificare il loro inestricabile fallimento, essi utilizzarono l’emozione e lo shock causati dal golpe per affossare il tentativo di qualche proletario cileno (o di altri Paesi) di trarre la lezione degli avvenimenti. Invece di mostrare ciò che aveva fatto, e che non avrebbe potuto non fare, Unidad Popular, essi ripresero la medesima politica, piegandola solo "a sinistra". La foto di Allende che imbraccia un’arma automatica durante il colpo di Stato divenne il simbolo della democrazia di sinistra infine risoluta a battersi effettivamente contro il fascismo. La scheda elettorale va bene, ma non è sufficiente: occorrono pure i fucili: ecco la lezione gauchista del Cile. La stessa morte di Allende, prova fisica, se ve ne fosse bisogno, del fallimento della democrazia, viene travestita da prova della sua volontà di lotta.

"Se poi, all’atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro forza un’impotenza, la colpa o è di questi sciagurati sofisti che dividono il popolo indivisibile in diversi campi nemici; o dell’esercito, troppo abbruttito e troppo accecato per comprendere che i puri scopi della democrazia sono il proprio bene [...]. Ad ogni modo, il democratico esce sempre senza macchia dalla più grave sconfitta, come senza colpa vi è entrato [...]."20

Quanto a interrogarsi sulla natura di Unidad Popular, sul contenuto di questa famosa lotta (per il voto ieri, per il voto + il fucile, parrebbe, oggi), in breve, su cosa sono capitalismo e comunismo, sullo Stato, questo è un altro affare, un lusso che non ci si può permettere quando "il fascismo attacca". Ci si potrebbe domandare pure perché i "cordoni" industriali tanto vantati non si siano quasi mossi. Ma è l’ora dell’adunata: la sconfitta salda gli antifascisti ancor più fermamente che la vittoria. Viceversa, di fronte alla situazione portoghese, si eluderà ogni critica, con il pretesto di non fare nulla che possa ostacolare il "movimento". E una delle prime dichiarazioni dei trotskysti portoghesi dopo il 25 aprile 1974, sarà per denunciare gli "ultrasinistri" non disposti a partecipare al gioco della democrazia.

In una parola, l’estrema sinistra internazionale si è unita per impedire di cogliere il significato degli eventi cileni, per strappare ancor più ai proletari la prospettiva comunista, facilitando cosi il ritorno della democrazia cilena il giorno in cui il capitale ne avrà nuovamente bisogno.

PORTOGALLO

Benché resti suscettibile di sviluppi futuri, il caso portoghese è un enigma insolubile solo per coloro (i più) che ignorano cos’è una rivoluzione. Anche dei rivoluzionari sinceri ma confusi restano perplessi di fronte al crollo di un movimento che era sembrato loro tanto forte qualche mese prima. Questa incomprensione è causata da una mancanza di chiarezza. Il Portogallo illustra ciò di cui è capace il proletariato, dimostrando una volta di più che il capitale è obbligato a tenerne conto. L’azione proletaria non è il motore della storia, ma costituisce sul piano politico e sociale la chiave di volta dell’evoluzione di tutti i Paesi capitalisti moderni. Tuttavia, questa irruzione sulla scena storica non coincide automaticamente con un progresso rivoluzionario. Confondere teoricamente le due cose, significa prendere la rivoluzione per il suo contrario. Parlare di rivoluzione portoghese, è far passare per rivoluzione una riorganizzazione del capitale. Fino a quando il proletariato rimane nei limiti economici e politici capitalisti, non solo i suoi movimenti elementari non fanno cambiare di base la società, ma anche le riforme acquisite (libertà politiche e rivendicazioni economiche) sono votate a un’esistenza effimera. Quel che il capitale concede a una spinta operaia, alla sua ricaduta lo può riprendere totalmente o in parte: ogni movimento si condanna se si limita a una pressione sul capitalismo. Finché i proletari agiscono cosi, non fanno che battere i pugni sul tavolo.

La dittatura portoghese aveva cessato di essere la forma adeguata allo sviluppo di un capitale nazionale, come dimostrato dalla sua incapacità di risolvere la questione coloniale. Lungi dall’arricchire la metropoli, le sue colonie la squilibravano. Fortunatamente, per abbattere il "fascismo", c’era... l’esercito. Unica forza organizzata del Paese, esso era il solo a poter varare questo cambiamento: quanto a effettuarlo con successo, era un’altra questione. Come d’abitudine, accecate dalla loro funzione e dalla loro pretesa al potere nel quadro del capitale, la sinistra e l’estrema sinistra diagnosticarono un profondo sconvolgimento nell’esercito. Dopo aver visto negli ufficiali solo dei torturatori colonialisti, i gauchisti scoprirono tutto d’un colpo un esercito popolare. Con l’aiuto della sociologia, vennero dimostrate le origini e le aspirazioni "popolari", dunque probabilmente socialistiche, dei militari. Sarebbe stato sufficiente coltivare le loro buone intenzioni richiedenti solo (pareva (la chiarificazione da parte dei "marxisti". Dal Partito Socialista ai gauchisti più estremi, tutti si unirono per mascherare questo semplice fatto: lo Stato capitalista non era scomparso e l’esercito restava il suo strumento essenziale.

Poiché gli ingranaggi statali si aprivano ai militanti operai, si credette che lo Stato cambiasse di funzione. Poiché usava un linguaggio populista, si pensò che l’esercito fosse dalla parte degli operai. Giacché regnava una relativa libertà di espressione, si ritenne che la "democrazia operaia" (fondamento del "socialismo", come ciascun sa) fosse sulla buona strada. Vi furono sicuramente una serie di dimostrazioni di forza in cui lo Stato si palesò tale qual era rimasto. La sinistra e il gauchismo ne trassero la conclusione che si dovesse esercitare una pressione ancora più forte sullo Stato ma soprattutto non attaccarlo, per paura di fare il gioco della "destra". Realizzavano esattamente il programma della destra, aggiungendovi ciò di cui la destra è generalmente incapace: l’adesione delle masse. L’apertura dello Stato a influenze "di sinistra" non significava il suo indebolimento, bensi il suo rafforzamento. Metteva un’ideologia popolare e l’entusiasmo operaio al servizio della costruzione di un capitalismo nazionale portoghese.

L’alleanza sinistra-esercito era precaria. La sinistra portava le masse, l’esercito la stabilità con la minaccia onnipresente delle armi. Sarebbe stato necessario un saldo controllo delle masse da parte dei partiti comunista e socialista. A tal fine, questi ultimi avrebbero dovuto fare concessioni economiche pericolose per la vitalità di un capitalismo debole. Donde la contraddizione e i rimaneggiamenti politici successivi. Le organizzazioni "operaie" sono in grado di dominare i lavoratori, non di restituire al capitale la redditività mancantegli. Occorreva dunque risolvere la contraddizione e ristabilire la disciplina. La pretesa rivoluzione sarebbe servita a fiaccare i più risoluti, a scoraggiare gli altri, e a isolare, o addirittura a reprimere, i rivoluzionari. Intervenendo poi brutalmente, lo Stato dimostrò di non essere mai scomparso. Coloro che avrebbero voluto (o avevano detto di volere (conquistarlo dall’interno, non fecero altro che sostenerlo in un momento critico. Un movimento rivoluzionario non è impossibile in Portogallo, ma dipende da un contesto più ampio, e, comunque, sarà possibile solo su basi diverse da quelle del movimento capitalista democratico dell’aprile 1974.

La lotta operaia, anche "rivendicativa", contribuisce a mettere in difficoltà il capitale, e costituisce l’esperienza necessaria in cui il proletariato si forma in vista della rivoluzione. Prepara l’avvenire: ma questa preparazione può giocare in ambo i sensi, non è automatica, può affossare tanto quanto rafforzare il movimento comunista. In tali condizioni, insistere sull’"autonomia" delle azioni operaie non è sufficiente21. L’autonomia non è un principio più rivoluzionario di quanto non lo sia il "dirigismo" da parte di una minoranza. La rivoluzione non rivendica la democrazia più che la dittatura.

é solamente prendendo certe misure che i proletari possono conservare il controllo della lotta. Se si limitano a un’azione riformista, questa deve alla fine sfuggir loro ed essere presa in consegna da un organismo specializzato, di tipo sindacale, sia che si chiami sindacato o "comitato di base". L’autonomia non è in sé una virtù rivoluzionaria. Non prova nulla di per sé. Ogni forma di organizzazione dipende dal contenuto di ciò per cui viene approntata. L’accento non può essere posto sull’autoattività degli operai, ma sulla prospettiva comunista, la cui realizzazione soltanto permette effettivamente all’azione operaia di non cadere sotto la direzione dei partiti e dei sindacati tradizionali. Il contenuto dell’azione è il criterio determinante: la rivoluzione non è questione di "maggioranza" (cfr. "La Ligue des Communistes Internationalistes" e "Rivoluzione politica e sociale"). Privilegiare l’autonomia operaia conduce a un’impasse.

L’operaismo è talvolta una reazione sana, ma si rivela catastrofico quando si fissa a questo stadio e si teorizza. Da quel momento gli sfuggono i compiti decisivi della rivoluzione. In nome della "democrazia operaia", i proletari vengono rinchiusi nell’impresa e nei problemi della produzione (senza vedere la rivoluzione come distruzione dell’impresa in quanto tale). Viene offuscata la questione dello Stato. Al più, si reinventa il "sindacalismo rivoluzionario".

SPAGNA: GUERRA O RIVOLUZIONE?

Dappertutto la democrazia capitola di fronte alla dittatura. O meglio, le apre le braccia. E la Spagna? Lungi dal costituire la felice eccezione, la Spagna rappresenta il caso estremo di scontro armato tra democrazia e fascismo senza che la lotta cambi di natura: essa vide sempre opposte due forme di sviluppo del capitale, due forme politiche dello Stato capitalista, due strutture statali che si disputavano la legittimità dello Stato capitalista legale e normale in un Paese. D’altronde, ci fu scontro violento solo perché gli operai si sollevarono contro il fascismo. La complessità della guerra di Spagna deriva da questo doppio aspetto, di una guerra civile (proletariato-capitale) che si trasforma in guerra capitalista (col sostegno delle strutture statali rivali da parte dei proletari in entrambi i campi).

Dopo aver dato ogni facilitazione ai "ribelli" per prepararsi, la Repubblica si avviava a negoziare con loro e/o a farsi da parte, quando i proletari si sollevarono contro il colpo di Stato fascista, impedendone il successo in metà del Paese. Non si sarebbe scatenata la guerra di Spagna senza questa autentica insurrezione proletaria (si trattò di ben più che una sommossa). Ma questo solo fatto non è sufficiente a caratterizzare tutta la guerra di Spagna e gli eventi successivi. Esso definisce solo il primo momento della lotta, che fu effettivamente una sollevazione proletaria. Dopo aver battuto i fascisti in un gran numero di città, gli operai avevano in mano il potere. Tale era la situazione immediatamente dopo la loro insurrezione. Ma cosa fecero poi di questo potere? Lo restituirono allo Stato repubblicano, o se ne servirono per andare più lontano in un senso comunista? Fecero affidamento sul governo legale, dunque sullo Stato esistente, lo Stato capitalista. Ogni loro azione successiva fu fatta sotto la direzione di questo Stato. Ecco il punto centrale. Da quel momento ogni movimento dei proletari spagnoli, nella lotta armata contro Franco e nelle trasformazioni economico-sociali, ponendosi nel quadro dello Stato capitalista, non poteva che essere di natura globalmente capitalista. é vero che tentativi di superamento ebbero luogo sul piano sociale (ne parleremo più avanti): ma restarono sempre ipotecati dal mantenimento dello Stato capitalista. La distruzione dello Stato è la condizione necessaria (ma non sufficiente) della rivoluzione comunista. In Spagna, il potere reale era esercitato dallo Stato e non dalle organizzazioni, dai sindacati, dalle collettività, dai comitati eccetera. Ne è prova il fatto che la potente cnt dovette cedere di fronte al Partito Comunista Spagnolo (molto debole prima del luglio ‘36). Se ne può dare conferma con il semplice fatto che lo Stato seppe fare brutalmente uso del suo potere quando gli servi (maggio ‘37). Niente rivoluzione, senza distruzione dello Stato. Questa "evidenza" marxista, dimenticata dal 99% dei marxisti e giustamente ricordata da "Bilan", si sprigiona una volta ancora dalla tragedia spagnola.

"Tra altre particolarità, le rivoluzioni hanno questa: nell’istante stesso in cui un popolo vuol fare un grande balzo in avanti e incominciare una nuova èra, si lascia sempre dominare dalle illusioni del passato e rimette tutta l’influenza e tutta la potenza, da lui pagate cosi care, nelle mani di uomini che passano, o sembrano passare, per i rappresentanti del movimento popolare dell’epoca precedente."22

Non si possono opporre le "colonne" operaie armate della seconda metà del 1936, alla loro militarizzazione successiva e alla loro riduzione al rango di organi dell’esercito borghese. Una differenza considerevole separa queste due fasi ma non nel senso che a una fase rivoluzionaria farebbe sèguito un’altra non rivoluzionaria. Ci fu dapprima una fase di soffocamento del soprassalto rivoluzionario, durante la quale gli operai conservavano una certa autonomia, un entusiasmo, e persino un comportamento comunista brillantemente descritti da Orwell. Poi, questa fase rivoluzionaria in superficie, ma che nel profondo costituiva la gestazione di una classica guerra antiproletaria, cedette naturalmente il posto a quel che aveva preparato.

Le colonne partirono da Barcellona per battere il fascismo nelle altre città, e in primo luogo a Saragozza. Supponendo che esse abbiano tentato di portare la rivoluzione all’esterno delle zone repubblicane, sarebbe stato necessario prima, o contemporaneamente, rivoluzionare le stesse zone repubblicane23. Durruti sapeva che lo Stato non era stato distrutto, ma non ne tenne conto. Lungo la strada, la sua colonna, formata per il 70% da anarchici, spingeva alla collettivizzazione. I miliziani aiutavano i contadini e facevano conoscer loro le idee rivoluzionarie. Ma "noi non abbiamo che un solo scopo: abbattere i fascisti". Durruti aveva un bel dire: "queste milizie non difenderanno mai la borghesia", esse non l’attaccavano, non più. Una quindicina di giorni prima della sua morte (21 novembre 1936), Durruti dichiarò:

"Un solo pensiero, un solo obiettivo [...]: annientare il fascismo [...]. Che nessuno oggi pensi più agli aumenti salariali e alle riduzioni dell’orario di lavoro [...] sacrificarsi, lavorare quanto è necessario [...] bisogna formare un blocco di granito. é venuto il momento d’invitare le organizzazioni sindacali e politiche a finirla una volta per tutte. Nelle retrovie, bisogna saper amministrare [...]. Non provochiamo, con la nostra incompetenza, dopo questa guerra, un’altra guerra civile tra di noi. Di fronte alla tirannia fascista, non dobbiamo opporre che una sola forza; non deve esistere che una sola organizzazione, con una disciplina unica"24.

Non solo la volontà di lotta non serve mai da surrogato a un programma rivoluzionario, ma l’attivismo s’integra facilmente nelle pieghe del capitalismo (il terrorismo ne offre un’altra prova25). Il fascino della "lotta armata" si ritorce velocemente contro i proletari, dacché essi dirigono i loro colpi esclusivamente contro una forma politica e non contro lo Stato.

In condizioni differenti, l’evoluzione militare del campo antifascista (insurrezione, poi milizie, infine esercito regolare) ricorda quella della guerriglia contro Napoleone descritta da Marx26:

"Se si paragonano i tre periodi della guerra di guerriglia con la storia politica della Spagna, si constata che corrispondono ai tre gradi cui il governo controrivoluzionario aveva poco a poco ricondotto lo spirito del popolo. All’inizio, tutta la popolazione si sollevò, poi bande guerrigliere fecero una guerra di franchi tiratori, le cui riserve erano costituite da intere province; infine vi furono formazioni senza coesione, sempre sul punto di trasformarsi in bande di fuorilegge o di cadere al livello di reggimenti regolari".

Le condizioni non sono confrontabili, ma nel 1936 come nel 1808, l’evoluzione militare non si spiega solamente, e neppure innanzitutto, mediante considerazioni "tecniche" proprie dell’arte militare: deriva dal rapporto delle forze politiche e sociali e dalla sua modificazione in un senso antirivoluzionario. Notiamo che le "colonne" del 1936 non giunsero nemmeno a una "guerra di franchi tiratori" e segnarono il passo davanti a Saragozza. I compromessi evocati da Durruti, la necessità dell’unità a tutti i costi, non potevano che dare la vittoria dapprima allo Stato repubblicano (sul proletariato), poi a Franco (sullo Stato repubblicano).

Ci fu un inizio di rivoluzione in Spagna, che si arenò nel momento in cui i proletari fecero affidamento sullo Stato esistente. Poco importa delle loro intenzioni. Quand’anche la maggioranza dei proletari che accettarono di lottare contro Franco sotto la direzione dello Stato, fossero convinti di conservare malgrado tutto il potere reale, e di accordarsi con lo Stato solo per comodità, il fattore determinante rimangono le loro azioni e non le loro convinzioni. Dopo essersi organizzati per battere il colpo di Stato, dandosi un inizio di struttura militare autonoma (le milizie), gli operai accettarono di porre queste milizie sotto la direzione di una coalizione di "organizzazioni operaie" (per la maggior parte, apertamente controrivoluzionarie), che accettava l’autorità dello Stato legale. é certo che almeno una parte di questi proletari credevano di conservare il potere reale (che avevano effettivamente conquistato, benché per poco tempo), lasciando allo Stato ufficiale solo un potere di facciata. Questo fu il loro errore, che pagarono molto caro.

Se si eccettuano le correnti d’ispirazione non rivoluzionaria, gli avversari delle tesi di "Bilan" sulla Spagna ammettevano quel che diciamo qui, ma ciò nondimeno affermavano che la situazione spagnola restava "aperta" e poteva evolversi. Bisognava dunque (almeno fino al maggio ‘37) sostenere il movimento autonomo dei proletari spagnoli, anche se si dava delle forme organizzative tutt’affatto inadeguate alla sua vera natura. Un movimento era in marcia, bisognava contribuire alla sua maturazione. Per contro, "Bilan" replicava che un movimento autonomo del proletariato non c’era, cioè non c’era più, da quando era rientrato nel quadro statale, quadro che non avrebbe tardato a trasformarsi in un peso soffocante ogni velleità radicale. Lo si vide alla metà del maggio ‘37: ma le "giornate sanguinose di Barcellona" non fecero che rivelare la realtà qual era fin dal luglio ‘36: il potere effettivo era passato dalle mani degli operai allo Stato capitalista. Aggiungiamo, per coloro che assimilano fascismo e dittatura borghese, che il governo repubblicano fece allora uso di... "metodi fascisti" contro gli operai. Certo, il numero delle vittime fu ben inferiore a quello della repressione franchista: ciò ha a che fare proprio con la differenza di funzione tra le due repressioni, democratica e fascista (cfr. "L’antifascismo, il peggior prodotto del fascismo"). Semplice divisione del lavoro: il bersaglio del governo repubblicano era ben più piccolo (elementi incontrollati, poum, sinistra cenetista).

OTTOBRE 1917 E LUGLIO 1936

é evidente che una rivoluzione non si svolge in un sol giorno. é sempre un movimento multiforme e confuso. Tutto il problema sta nella capacità del movimento rivoluzionario di agire in un senso sempre più chiaro e di andare verso l’irreversibile. Il paragone sovente mal posto tra la Russia e la Spagna lo illustra bene. Tra il febbraio e l’ottobre 1917, i soviet furono un potere parallelo a quello statale. A lungo appoggiarono lo Stato legale, e in questo senso non agivano da rivoluzionari. Si potrebbe dire che allora erano controrivoluzionari. Non si tratta d’incollare loro un’etichetta, ma di capire che furono il campo di una lotta lunga e aspra tra la corrente rivoluzionaria (rappresentata in particolare, ma non solamente, dai bolscevichi) e i vari conciliatori. Fu solamente al termine di questa lotta che i soviet si sollevarono contro lo Stato27. Nel febbraio 1917 sarebbe stato assurdo per un comunista dire: "questi soviet non agiscono da rivoluzionari, io li denuncio e li combatto". Perché allora i soviet non erano stabilizzati. Il conflitto che li animò per mesi non era una lotta di idee, ma il riflesso di un antagonismo di interessi reali.

"Saranno gli interessi (e non i principi (a mettere in moto la rivoluzione. é precisamente solo a partire dagli interessi che possono svilupparsi i principi: ciò significa che la rivoluzione non sarà solamente politica, ma sociale."28

Gli operai e i contadini russi volevano la pace, la terra e le riforme democratiche che il governo non accordava. Questo antagonismo spiega l’ostilità crescente, poi lo scontro che li vide contrapposti. Le lotte di classe precedenti avevano permesso lo sprigionamento di una minoranza rivoluzionaria che sapeva più o meno cosa voleva (cfr. le esitazioni della direzione bolscevica dopo febbraio), e che fini per organizzarsi in questo senso, riprendendo le rivendicazioni delle masse per sollevarle contro il governo. Nell’aprile 1917, Lenin disse che:

"Se noi parliamo di guerra civile prima che la gente ne abbia compreso la necessità, incliniamo verso il blanquismo [...]. I cannoni e i fucili sono nelle mani dei soldati, e non dei capitalisti: questi ultimi prevalgono ora non con la violenza ma con l’inganno, e non si può gridare alla violenza, sarebbe assurdo. Rinunciamo per il momento a questa parola d’ordine, ma solo per il momento"29. A partire dal ribaltamento della maggioranza nei soviet (in settembre), Lenin chiamò alla presa del potere con le armi (sull’evoluzione ulteriore della Russia, cfr. "La Ligue des Communistes Internationalistes" e "Rivoluzione politica e sociale").

Niente di simile in Spagna. Malgrado la loro frequenza e violenza, gli scontri succedutisi dopo la Prima Guerra Mondiale non permisero una delimitazione di classe tra i proletari. Costretti alla lotta violenta dalla repressione dei movimenti rivendicativi, i proletari non cessavano di battersi, ma non riuscirono a dirigere, a concentrare i loro colpi contro il nemico. In questo senso non c’era "partito" rivoluzionario in Spagna. Non perché una minoranza di "rivoluzionari" non era riuscita a organizzarsi (questo significherebbe prendere le cose dalla coda e rovesciare il problema Ð, ma perché le lotte, malgrado la loro violenza, non avevano fatto emergere nettamente un’opposizione di classe tra proletariato e capitale. Parlare di "partito" ha senso solo se lo si concepisce come organizzazione del movimento comunista. Questo movimento era a quel tempo troppo debole, troppo disperso (non geograficamente ma nella misura in cui disperdeva i suoi colpi); non attaccava l’avversario al cuore; non si emancipava dalla tutela della cnt, organizzazione globalmente riformista come ogni sindacato è condannato a divenire, malgrado la presenza di militanti radicali; in breve non si organizzava in modo comunista perché non agiva in modo comunista. Il caso spagnolo dimostra che l’intensità della lotta di classe (indiscutibile in Spagna (non suscita automaticamente un’azione comunista, e dunque il partito rivoluzionario che l’anima. I proletari spagnoli non esitarono mai a farsi ammazzare (persino in pura perdita), ma senza superare la soglia che li separava da un attacco contro il capitale (lo Stato, il sistema economico mercantile). Essi impugnarono le armi, presero iniziative immediate (comuni libertarie, prima del ‘36, collettivizzazioni, dopo) ma non andarono oltre. Molto presto, cedettero la direzione delle milizie al Comitato Centrale delle Milizie. Non si può paragonare quest’organismo, né alcun altro di quelli che sorsero in Spagna, ai soviet russi. L’"ambiguità del Comitato Centrale delle Milizie [...] a un tempo un’appendice importante della Generalitat [governo provinciale catalano] e una sorta di comitato coordinatore degli Stati Maggiori delle organizzazioni antifasciste"30, determinò la sua integrazione nello Stato, perché il Comitato Centrale era preda di organizzazioni che si disputavano il potere statale (capitalista).

In Russia, vi fu una lotta tra una minoranza radicale organizzata e in grado di formulare la prospettiva rivoluzionaria, e la maggioranza dei soviet. In Spagna, gli elementi radicali, checché potessero pensare, accettarono l’orientamento maggioritario (Durruti parti per lottare contro Franco, lasciando lo Stato intatto dietro di sé), allorché contestarono lo Stato, lo fecero senza cercare di distruggere le organizzazioni "operaie" che li avevano "traditi" (CNT e POUM inclusi). La differenza essenziale, per cui non si ebbe un "Ottobre spagnolo", fu l’assenza in Spagna di un’autentica contraddizione di interessi tra i proletari e lo Stato. "Obiettivamente", proletariato e capitale si oppongono, ma tale opposizione riguarda la sfera dei principi, che non coincidono con la realtà. Nel suo movimento sociale effettivo, il proletariato spagnolo non arrivò mai ad affrontare in blocco il capitale e lo Stato. In Spagna non vi erano rivendicazioni brucianti (cioè sentite come tali) che forzassero gli operai ad attaccare lo Stato per soddisfarle (come in Russia la pace, la terra eccetera). Questa situazione di non-antagonismo comportò l’assenza del "partito", che a sua volta gravò pesantemente sugli eventi, impedendo all’antagonismo di maturare per poi esplodere. Paragonata all’instabilità russa tra febbraio e ottobre, la Spagna si presentava come una situazione in via di normalizzazione dall’inizio dell’agosto ‘36. Se dopo il febbraio ‘17 l’esercito dello Stato russo si disgregò, dopo il luglio ‘36 quello dello Stato spagnolo si ricompose, benché sotto una forma nuova, "popolare".

LA "COMUNE" DEL 1871

Un paragone (tra gli altri) s’impone e implica una critica del punto di vista del marxismo tradizionale, che è in questo caso lo stesso di Marx. Dopo la Comune, Marx trasse la celebre lezione: "la classe operaia non può accontentarsi semplicemente di prendere nelle proprie mani la macchina statale bella e pronta e di farla funzionare per i propri fini"31. Marx fissò male la distinzione tra il movimento insurrezionale iniziato il 18 marzo 1871 e la sua trasformazione ulteriore, suggellata dall’elezione della "Comune", il 26 dello stesso mese. La formula "Comune di Parigi" copre l’uno e l’altra e maschera l’evoluzione della situazione. Il movimento iniziale fu certamente rivoluzionario, malgrado la sua confusione, e fu il prolungamento delle lotte sociali sotto il Secondo Impero. Poi, però, accettò di darsi un quadro politico e un contenuto sociale capitalisti. Infatti, la Comune eletta cambiò solo le forme esteriori della democrazia borghese. Se la burocrazia e l’esercito permanente erano divenuti dei tratti caratteristici dello Stato capitalista, non ne costituivano l’essenza. Marx osservò che:

"La Comune fece una realtà di questa parola d’ordine di tutte le rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese: l’esercito permanente, la burocrazia e il funzionarismo"32.

La Comune eletta fu largamente dominata, si sa, dai repubblicani borghesi. I comunisti, poco numerosi ed esitanti, che in precedenza erano obbligati a esprimersi sulla stampa repubblicana, tanto era debole la loro organizzazione, non pesarono molto nella vita della Comune eletta. Quanto al suo programma (si tratta del criterio decisivo (si sa che prefigurava unicamente quello della III Repubblica. Al di là di tutti i machiavellismi dei borghesi, la guerra di Parigi contro Versailles (condotta malissimo, e non è un caso) servi a evacuare il contenuto rivoluzionario latente, e a canalizzare il movimento iniziale in un’attività puramente militare. é curioso notare come Marx abbia definito la forma governativa della Comune prima di tutto per il suo funzionamento, e non per ciò che essa effettivamente fece. Era "la vera rappresentante di tutti gli elementi sani della società francese, e quindi il vero governo nazionale" capitalista, ma non era affatto "un governo operaio"33.

Non possiamo approfondire qui perché Marx abbia adottato una posizione cosi contraddittoria (almeno pubblicamente, per l’ait, giacché in privato si mostrava più critico34). In ogni caso, il meccanismo dell’affossamento del movimento rivoluzionario assomiglia al 1936. Come nel 1871, la Repubblica spagnola fece uccidere gli elementi radicali spagnoli e stranieri (naturalmente i più inclini a distruggere il fascismo), senza battersi essa stessa seriamente, non utilizzando tutti gli atout a sua disposizione. Senza un’analisi classista di questo potere (come di quello del 1871), questi fatti apparirebbero degli "errori", financo dei "tradimenti", epperò mai nella loro logica.

MESSICO

Un altro parallelo è possibile. Nella rivoluzione borghese messicana, a un certo momento la maggior parte del movimento operaio organizzato si legò allo Stato democratico e progressista per spingere in avanti la borghesia e assicurare il soddisfacimento dei propri interessi di salariati nel capitale. I "battaglioni rossi" del 1915-’16 rappresentavano l’alleanza militare tra il movimento sindacale e lo Stato allora diretto da Venustiano Carranza. Fondata nel 1912, la Casa del Obrero Mundial decise di "sospendere l’organizzazione professionale sindacalista" e di lottare contro "la borghesia e i suoi alleati immediati, il militarismo professionale e il clero", a fianco dello Stato repubblicano35. Una parte del movimento operaio rifiutò e affrontò violentemente la Casa del Obrero Mundial appoggiata dallo Stato. Quest’ultima "tentò di sindacalizzare tutti i settori operai delle zone costituzionaliste con il sostegno dell’esercito". I "battaglioni rossi" furono utilizati contro le altre forze politiche ("reazionarie") che aspiravano alla direzione dello Stato capitalista, e al contempo contro i contadini ribelli e gli operai radicali.

é curioso notare che questi battaglioni si organizzavano secondo le categorie professionali (tipografi, ferrovieri eccetera). Nella guerra di Spagna, alcune milizie portavano anch’esse il nome delle rispettive categorie professionali. Allo stesso modo, nel 1832, l’insurrezione di Lione radunò i lavoratori tessili in gruppi, secondo la gerarchia del lavoro: operai riuniti in reparto e comandati dal caporeparto. Tali eventi realizzano la sollevazione armata dei salariati in quanto tali, che difendono il sistema di lavoro esistente contro le "usurpazioni" (Marx) del capitale. Una differenza di natura separa la rivolta del 1832, diretta contro lo Stato, dagli esempi messicano e spagnolo, in cui gli operai organizzati sostennero lo Stato: sarebbe assurdo qualificare il 1832 come "controrivoluzione". Ma ciò che qui è in gioco, è la comprensione di una lotta operaia che persiste sulla base dell’organizzazione del lavoro, e in quanto tale. Una simile lotta è votata allo scacco, o integrandosi nello Stato, o sotto la sua repressione. Il movimento comunista può vincere solo se i proletari superano la semplice sollevazione (anche armata) che non colpisce il sistema del salariato. I salariati non possono condurre la lotta armata se non abolendosi in quanto salariati (cfr. il ¤ "Riforma e rivoluzione").

GUERRA IMPERIALISTA

Perché si dia rivoluzione, occorre che vi sia almeno un inizio di attacco contro le radici della società: lo Stato e l'organizzazione economica. é ciò che accadde in Russia a partire dal febbraio 1917, e si accelerò poco a poco (vedremo oltre perché questa rivoluzione abbia condotto poi a una sconfitta). Non si può parlare di un tale inizio in Spagna, ove i proletari si piegarono di fronte allo Stato. Da allora, tutto ciò che essi continuarono a fare (lotta militare contro Franco, trasformazioni sociali) fu sotto il segno del capitale. La miglior prova di ciò sta nella rapida trasformazione di queste attività, che gli antifascisti di sinistra sono incapaci di spiegare. La lotta militare ricorse molto presto ai metodi statali borghesi, accettati dall'estrema sinistra in nome dell'efficacia (e che si rivelarono quasi sempre inefficaci). Lo Stato democratico non può lottare con le armi contro il fascismo più di quanto possa impedirgli di giungere al potere pacificamente. Era perfettamente normale che uno Stato borghese repubblicano si opponesse all'impiego di metodi di lotta sociale per indebolire il nemico, e si affidasse a una guerra frontale tradizionale, nella quale non aveva alcuna chance contro un esercito moderno, meglio equipaggiato e addestrato per questo tipo di combattimento. Quanto alle socializzazioni e alle collettivizzazioni, anch'esse mancavano di forza comunista, in particolare perché la mancata distruzione dello Stato borghese impediva loro di organizzare un'economia anti-mercantile a livello dell'intera società, e le isolava in una serie di comunità precarie giustapposte senza azione d'insieme. Lo Stato s'incaricò ben presto di dimostrare loro chi era a comandare. Non vi furono, perciò, né rivoluzione né innesco rivoluzionario in Spagna a partire dall'agosto 1936. Al contrario, il movimento verso la rivoluzione era sempre più bloccato e la sua rinascita improbabile. é significativo che, nel maggio '37, i proletari avessero ancora la forza di levarsi in armi contro lo Stato (questa volta contro quello democratico), ma non di portare il combattimento fino al punto di rottura. Dopo aver ceduto di fronte allo Stato legale nel 1936, essi fecero fallire il suo colpo di forza nel maggio '37, ma cedettero di fronte alle organizzazioni "rappresentative" che li invitavano a cessare la resistenza armata. Affrontarono lo Stato, non lo distrussero. Accettarono i consigli di moderazione del POUM e della CNT: nemmeno il gruppo radicale Los Amigos de Durruti chiamò a distruggere queste organizzazioni controrivoluzionarie.

In Spagna, si può parlare di guerra, non di rivoluzione. Questa guerra aveva come prima finalità la soluzione di un problema capitalista: costituire in Spagna uno Stato legittimo che sviluppasse meglio il capitale nazionale nel mentre integrava il proletariato. Viste sotto questa angolazione, le analisi sulla composizione sociologica dei due eserciti hanno un valore molto relativo, come quelle che spiegano la natura "proletaria" di un partito con la percentuale di operai tra i suoi aderenti. Tali fatti sono reali, e hanno una certa importanza, ma sono secondari in rapporto alla funzione sociale di ciò che si tratta di comprendere. Un partito a composizione operaia che sostenga il capitale, è controrivoluzionario. L'esercito repubblicano spagnolo contava certo un gran numero di operai, ma battendosi per degli obiettivi capitalisti, era tanto poco rivoluzionario quanto quello franchista.

La formula di "guerra imperialista" a proposito di questo conflitto potrà shockare coloro che assimilano imperialismo e lotta per un dominio direttamente economico. La logica profonda delle guerre imperialiste, da quella del '14-'18 ai conflitti odierni, è di risolvere le contraddizioni economiche e sociali del capitale, di eliminare la tendenza potenziale verso il movimento comunista. Poco importa che in Spagna non si trattasse direttamente di mercati da spartire. La guerra serviva a polarizzare i proletari del mondo intero, dei Paesi fascisti come di quelli democratici, intorno all'opposizione fascismo-antifascismo, e preparava cosi l'Unione Sacra della Seconda Guerra Mondiale. I motivi strategici ed economici non erano d'altronde assenti: si trattava pure per gli schieramenti presenti, i cui contorni erano ancora mal disegnati, di guadagnarsi degli alleati o delle neutralità benevole, e di sondare la solidità delle alleanze. é del tutto normale che la Spagna non abbia poi partecipato al conflitto mondiale. Non ne aveva più bisogno, avendo risolto il proprio problema sociale mediante il doppio annientamento (democratico e fascista) dei proletari nella guerra spagnola; e il suo problema economico mediante la vittoria delle forze capitaliste conservatrici, che limitarono lo sviluppo delle forze produttive al fine di evitare l'esplosione sociale. A partire dagli anni Sessanta, contro ogni ideologia, il fascismo anticapitalista e "feudale" svilupperà, malgrado tutto, l'economia spagnola. La guerra del 36-39 svolse per la Spagna la stessa funzione di quella del 39-45 per il resto del mondo, ma in altro modo, con questa importante differenza (che non modifica né la natura né la funzione del conflitto): essa ebbe come punto di partenza una pressione rivoluzionaria sufficiente a far indietreggiare il fascismo e a obbligare la democrazia a impugnare le armi contro di esso, ma insufficiente a distruggere entrambi. Non abbattere l'uno insieme all'altra, significava correre incontro alla sconfitta, giacché tutti e due erano potenzialmente lo Stato capitalista legittimo. Quale che fosse il vincitore, non poteva che subissare i proletari dei colpi sempre riservati loro dallo Stato capitalista. Le misure antifasciste servono in seguito contro i radicali (p. es., nel '68, i gruppi gauchisti furono disciolti con un decreto dell'epoca del Fronte Popolare).

IL CENTRISMO

Nel dibattito sulla Spagna, "Bilan" si trovava di fronte a due tipi di avversari. Gli uni erano all’interno nel movimento rivoluzionario, malgrado vari difetti, e su certi punti vedevano più giusto di "Bilan". Gli altri appartenevano a quel che si può chiamare il centrismo. Questo termine va precisato. Negli anni Trenta, la Sinistra italiana, cosi come Trotsky, designava con il termine "centrismo" i partiti comunisti, secondo l’idea che Stalin rappresentasse una linea conciliatrice tra la sinistra (Trotsky) e la destra (Bucharin) sia in politica interna sia in politica estera. Questa idea partecipava del rifiuto trotskysta (a lungo condiviso da Bordiga36) di pronunciarsi sulla natura capitalista della Russia, cosi come sul suo orientamento: la linea staliniana sarebbe stata un compromesso tra la borghesia e il proletariato in Russia, e tra il capitale mondiale e la difesa delle "conquiste dell’Ottobre" sul piano internazionale. Ne discendeva un’incapacità a comprendere la funzione dei partiti comunisti, giudicati soprattutto "opportunisti".

Infatti, il termine "centrismo" era di uso frequente tra i rivoluzionari dopo il 1914, per designare il centro zimmerwaldiano (che, come ad esempio lo Spartakusbund, voleva lottare contro la guerra ma respingeva il disfattismo rivoluzionario), e in seguito coloro che si separavano dalla Seconda Internazionale senza arrivare fino al comunismo. Per la Sinistra tedesca, centrista era la maggioranza dell’Internazionale Comunista, poiché raccomandava il parlamentarismo, il sindacalismo, i partiti "di massa" eccetera. Il Partito Comunista d’Italia, indi la Sinistra italiana, che restarono assai più a lungo nell’Internazionale Comunista, avevano una posizione diversa, almeno fino alla vittoria di Stalin nel Partito Comunista Russo (1926).

A partire dalla fine degli anni Venti, una serie di scissioni scossero i partiti socialisti e quelli stalinisti Esse vennero operate da un punto di vista tattico (in primo luogo l’incapacità dei partiti socialisti e comunisti di resistere al fascismo), senza visione globale, come se la linea fosse sbagliata, mentre era l’organizzazione stessa a essere antirivoluzionaria. Anche quando quest’ultima seguiva una politica suicida (come in Germania), non si trattava di un’aberrazione. I gruppi o i partiti sorti da queste scissioni partecipavano dell’orizzonte teorico e politico dell’epoca. Attualmente, il "centrismo" sarebbe rappresentato da tutte le forme di gauchismo, cioè di fissazione di rivolte e di movimenti confusi su punti parziali, inoffensivi per il capitale. Spesso i gruppi centristi s’incaricano delle rivendicazioni riformiste trascurate o combattute dalle organizzazioni sindacali e politiche ufficiali.

Il centrismo è ciò che fuoriesce dal "movimento operaio" integrato senza evolvere verso posizioni rivoluzionarie, restando a mezza strada, contribuendo a bloccare i proletari su strade senza uscita, cercando di far pressione sul movimento operaio considerato, malgrado tutto, come la vera organizzazione della "classe". Trattare i partiti comunisti come centristi e traditori, alla maniera di "Bilan", significa condividere una tale illusione. In senso stretto, il "centrismo" spagnolo, era costituito dal poum e dalla sinistra della cnt.

IL POUM

Per l’immensa maggioranza dei gruppi di sinistra e di estrema sinistra di allora, la rivoluzione borghese restava da fare in Spagna37. Tutti i sostenitori di questa tesi erano d’accordo sulla debolezza della borghesia spagnola. Secondo loro, la rivoluzione borghese sarebbe andata dunque incontro alla sconfitta, a meno di mostrare più audacia, di essere più "popolare" che nei Paesi capitalisti moderni. Ma essi si dividevano poi sulla portata più o meno radicale di questo superamento. Un solo rimedio, comunque, per giungervi: l’"unità". In un articolo su "Masses", A. Patri citava come esempio la Catalogna, ove il Blocco Operaio e Contadino e il Partito Socialista si erano alleati: "Prima che un generale sguaini di nuovo il suo spadone, occorre che il movimento operaio si sia costituito in Spagna. é la sola possibilità di salvezza"38.

Trotsky credeva nella necessità di una fase democratica, la cui realizzazione da parte della classe operaia avrebbe forzato quest’ultima ad andare oltre, fino alla rivoluzione socialista. A questo schema di "rivoluzione permanente", che prevede un legame indissolubile tra le due fasi, il POUM opponeva la tesi di una tappa democratica borghese distinta da quella successiva, in cui il proletariato avrebbe fatto "pressione" sulla rivoluzione borghese senza assumersene i compiti. Nel 1931, il POUM definiva la prossima rivoluzione spagnola come un nuovo 1789: "Il mercato interno si allargherà in proporzioni favolose e l’industria uscirà dal suo rachitismo tradizionale"39. C’era incertezza all’interno del POUM: Maurin era per una struttura governativa di tipo borghese, Nin per delle nuove strutture di potere ("giunte rivoluzionarie"). Questa questione si legava ad altre divergenze nel POUM. Maurin era vicino al separatismo di diverse province, mentre Nin raccomandava una soluzione che legasse unità nazionale e autonomia regionale. L’ex BOC, che era diretto da Maurin e dava al POUM il grosso dei militanti, era più radicato nella situazione reale, e ne subiva ancor di più le pressioni democratico-riformiste, che non il piccolo gruppo riunito attorno a Nin, proveniente dal trotskysmo. Peraltro, la divisione Maurin-Nin non ebbe grand’effetto pratico durante la guerra. Maurin era prigioniero dei nazionalisti, e creduto morto. Nin dette al POUM una fraseologia di sinistra, applicando un indirizzo di destra.

Alla metà del 1936, lo spettro politico della sinistra spagnola differiva da quello degli altri Paesi. Il movimento operaio tradizionale era costituito innanzitutto dalla cnt e, in minor misura, dal Partito Operaio Spagnolo e dalla sua centrale sindacale ugt. Il Partito Comunista era molto debole in rapporto al "centrismo" rappresentato dal POUM (ma come si è visto, era il Partito Comunista a essere qualificato "centrista" da "Bilan"). Il PCEsi sarebbe sviluppato solo una volta giunto al potere, grazie al controllo dello Stato e all’appoggio russo. Fino al 1934-’35, il POUM era per il "fronte unito", mentre il PCE difendeva la linea "settaria" detta "classe contro classe". Generalizzando l’esperienza delle Asturie e dell’Alleanza Operaia del ‘34, il POUM rifiutò all’inizio il Fronte Popolare, proponendo l’Alleanza Operaia. Respingeva sul piano elettorale ciò che in fondo accettava, incapace di vedere che il problema era prima di tutto nella natura delle organizzazioni "operaie", sia che si riunissero in un fronte di "lotta" o in una coalizione parlamentare.

Dopo il luglio ‘36, di fronte al Partito Comunista che diceva: "soprattutto niente socialismo, difendiamo solamente la democrazia", il POUM sosteneva: "noi lottiamo per la democrazia e per il socialismo". Non cercò mai di darsene i mezzi, né indicò che la condizione di una lotta per il socialismo sarebbe stata una rottura definitiva con il capitale. I partiti comunista e socialista irreggimentavano le masse, il POUM serviva a giustificare la guerra da un punto di vista "rivoluzionario". Alla fine del ‘36 voleva "un governo di operai e contadini [...] che non versi sangue per una repubblica democratica, ma per una società liberata da ogni sfruttamento capitalista"40. Fu dunque condotto a scontrarsi con lo Stato spagnolo come con l’urss, senza mai attaccarli frontalmente: una politica suicida. La repressione subita non ne fa per ciò stesso un gruppo rivoluzionario.

Le riforme appoggiate dal POUM (come quella della Giustizia, col ministero Nin) dovettero essere abbandonate, adempiuto il loro ruolo, che consisteva nel tenere occupate le masse per distoglierle dalla lotta contro lo Stato. Le collettivizzazioni agricole e industriali esprimevano un’immensa spinta rivoluzionaria. Ma quando tali spinte non superano i limiti politici (lo Stato) e sociali (l’economia mercantile) capitalisti, si condannano. Al fine di contribuire all’evoluzione di tali forme al di là di questi limiti, la critica rivoluzionaria si fa più incisiva, mostrando fin dove il capitale può spingersi per riformarsi, cedendo su tutto pur di salvaguardare l’essenziale. Il POUM fece il contrario. Dovette riconoscere che lo Stato sussisteva come in precedenza, comprese le sue funzioni chiave: "Il POUM non riesce assolutamente a influire sulla polizia"41. Ciò non gli impedi di spingere verso trasformazioni economico-sociali, private allora di ogni fondamento.

Il POUM fu incapace di vedere nel maggio ‘37 una vittoria dello Stato, che attaccò e fece cedere (dopo una vivace resistenza) gli operai che credevano ancora in lui, anche quando si opponeva loro con le armi. Il POUM e la cnt cosi come avevano appoggiato lo Stato alla fine del luglio ‘36, egualmente ricercarono il compromesso con lui nel maggio ‘37, e chiamarono (con successo) gli operai a deporre le armi42. Il POUM e la cnt accettarono l’arrivo a Barcellona di 5.000 gendarmi da Valencia. Il carattere centrista del POUM è dimostrato dal fatto che esso mirava prima di tutto a convincere un’organizzazione "operaia" ma di fatto non rivoluzionaria (la cnt) ad agire in maniera rivoluzionaria, piuttosto che a condurre esso stesso un’attività rivoluzionaria. La sua contraddizione era di volere la conquista del potere nel mentre appoggiava il potere statale esistente. Lo Stato si accorse di avere le mani libere, e la liquidazione cominciò.

"Il 19 luglio [1936] fu una vittoria militare, ma una sconfitta politica. Nonostante quanto si fece poi, questo errore era irreparabile. A partire da settembre, le forze "dell’ordine", che si erano riprese, contrattaccarono. In realtà le giornate di maggio [1937] non furono un’offensiva rivoluzionaria, ma una battaglia difensiva condannata alla sconfitta."43

La repressione successiva non apri gli occhi ai capi del POUM: con le spalle al muro, di fronte alle calunnie, alle torture e ai processi, essi denunciarono sempre i partiti (socialista e staliniano), mai lo Stato. Solo una minoranza si levò amaramente contro la direzione. Per esempio, una cellula di Barcellona concluse, prove alla mano, che la linea ufficiale del partito equivaleva a un sostegno allo Stato vigente44. Cosi, il 21 luglio 1937, il POUM domandò la "formazione di un governo con la partecipazione di tutte le componenti del Fronte Popolare". Questa cellula commentò: "un governo di quegli stessi che noi accusiamo di essere responsabili dell’insurrezione militare". Più oltre:

"L’unico punto [delle tesi del partito] che, in modo indiretto, concerne il problema del potere è il n. 8: "revisione della Costituzione della Catalogna in un senso progressivo". Senza dubbio è grazie a questa revisione che i lavoratori giungeranno poi alla dittatura del proletariato di cui ci parlerà il compagno Nin".

Ma questa minoranza non giunse mai (a nostra conoscenza) a definire un’altra prospettiva e neppure a provocare una scissione positiva.

L’ANARCHISMO E I SUOI DIFENSORI

La guerra di Spagna non dimostra il fallimento dell’"anarchismo" più di quanto il 4 agosto 1914 dimostri quello del "marxismo" (d’altronde nel 1914 anarchici notor", tra cui Kropotkin, aderirono all’Unione Sacra45). Quel che è rimarchevole, non è l’integrazione della CNT nello Stato. Questo fatto conferma l’analisi dei sindacati fatta dalla Sinistra tedesca dopo il 1914. Quale che sia la sua ideologia originaria, ogni organo permanente di difesa dei salariati si trasforma in organo di conciliazione e d’integrazione46. Anche se represso, e animato da numerosi militanti radicali, è condannato a sottrarsi loro, per divenire, in quanto istituzione, strumento del capitale. La partecipazione al governo del 1936 non fu una novità più di quanto lo fosse stata la capitolazione dei partiti socialisti nel 1914. Nel 1934, Maurin osservava già che gli anarchici non facevano politica direttamente, ma "per interposta persona"47.

Ciò che è interessante, è il meccanismo pratico e ideologico causa il quale un gran numero di anarchici, benché rivoluzionari sinceri, ma proprio perché anarchici, accettarono di capitolare di fronte al potere statale, e andarono poi in guerra contro Franco sotto la direzione di uno Stato capitalista. Fin dai primi giorni, la CNT e la FAI parlavano di lotta militare contro i fascisti, non di rivoluzione sociale in corso, o da fare. Ma ciò che sembra paradossale è totalmente logico. Quel che si deve criticare nell’anarchismo non è la sua ostinata ostilità verso lo Stato, ma la sua negligenza di fronte al problema del potere statale. Benché dia l’impressione di essere il nemico per eccellenza dello Stato, l’anarchismo si caratterizza, infatti, per l’incapacità di definire un atteggiamento rivoluzionario contro lo Stato. Sia che lo sopravvaluti, vedendo nell’"autorità" l’avversario n. 1 della rivoluzione, sia che lo trascuri, credendo che si possa fare la rivoluzione senza la distruzione dello Stato, o che questa distruzione avvenga tutta da sola. Marx disse nel 1871 che la rivoluzione deve distruggere lo Stato, e l’anarchismo crede di spingersi più lontano dicendo che bisogna distruggerlo immediatamente. é cosi che viene riassunta, perlopiù, la distinzione marxismo-anarchismo: come disse Lenin, essi sarebbero d’accordo sull’obiettivo ma in disaccordo sui mezzi.