Divisione
del lavoro e coscienza di classe
di Paul Mattick
Lavoro
produttivo e lavoro improduttivo
Recentemente
il problema della coscienza di classe ha
ricevuto una nuova formulazione in rapporto ai concetti
marxiani di lavoro produttivo e di lavoro
improduttivo, e rimesso così in discussione[1]. Benché Marx abbia trattato ampiamente tale problema[2], sollevato dai fisiocratici e dagli economisti classici, si può facilmente sintetizzare il suo pensiero in proposito. Al fine di distinguere il primo dal secondo, Marx rivolge la sua attenzione al modo di produzione capitalistico. "Nella sua cecità",
egli afferma, "il borghese attribuisce un
carattere assoluto al modo di produzione
capitalistico, considerandolo come la forma eterna della
produzione. Egli confonde il problema del lavoro produttivo, quale viene posto dal punto di vista del capitale, con il problema generale riguardante l'essenza e la qualità
del lavoro produttivo. A tale proposito egli si limita a
fare lo spiritoso rispondendo che ogni lavoro che
produce qualche cosa e che mette capo a un risultato
qualsiasi è per ciò stesso un lavoro produttivo"[3].
Secondo Marx
è produttivo solo il lavoro che produce
capitale, mentre è improduttivo il lavoro che viene
scambiato direttamente con un profitto o un salario.
"Il risultato del processo di produzione capitalistico",
egli sostiene, "non è quindi né un semplice prodotto (valore d'uso)
né una merce, cioè un valore d'uso avente
un valore di scambio determinato.
Risultato e prodotto di esso è la creazione di plusvalore per il capitale e quindi l'effettiva conversione
di denaro o di merci in capitale, cosa elle anteriormente
al processo di produzione essi non erano se non a livello di intenzione di destinazione.
Il processo di produzione assorbe
più lavoro di quanto sia pagato e tale
assorbimento, questa appropriazione del lavoro non pagato che
avviene nel processo di
produzione capitalistica ne costituisce lo scopo
immediato. Infatti ciò che il capitale (e quindi il
capitalista in quanto tale) vuole produrre, non è nè un valore d'uso immediato ai fini di autoconsumo, ne una merce destinata a essere trasformata
prima in denaro e poi in valore d'uso. Esso ha
come scopo l'arricchimento, la valorizzazione del capitale, il suo accrescimento, e quindi la conservazione
dell'antico valore e la creazione del plusvalore. E questo prodotto specifico
del processo di produzione
capitalistico viene ottenuto proprio grazie
allo scambio con il lavoro che, per questa ragione,
è detto produttivo"[4].
Infatti
all'interno del sistema capitalistico, processo di
produzione e processo di circolazione costituiscono
una totalità. Bisogna quindi distinguere la creazione del plusvalore dalla sua
distribuzione, poiché la distinzione tra lavoro
produttivo e lavoro improduttivo è attenuata dal
fatto che sia nella sfera della produzione sia in
quella della circolazione sono pagati dei salari e
realizzati dei profitti.
La divisione del lavoro, considerata come un prodotto storico dello sviluppo capitalistico e soggetta
come tale a continui mutamenti, fa sì che il capitale
si suddivida tra i diversi settori dell'economia di
mercato e, quindi, che i capitali impiegati improduttivamente ricevano una parte dal plusvalore
sociale globale. Analogamente al capitale creatore di
plusvalore, il capitale improduttivo assume la forma d'imprese che forniscono un profitto medio al
capitale che vi e investito.
L'unità dei due tipi di lavoro
si può cogliere anche al di fuori del
processo capitalistico di produzione
considerato nel suo insieme. Se si analizzano le imprese che generano plusvalore, si assiste ugualmente a una divisione
del lavoro, in funzione della quale
una parte della manodopera crea direttamente del plusvalore, mentre l'altra lo
crea indirettamente.
Secondo
Marx, ''il modo di produzione capitalistico ha come suo tratto distintivo quello
di separare i diversi tipi di lavoro - e quindi anche il lavoro
intellettuale dal lavoro manuale - o
i lavori appartenenti all'una o all'altra di queste categorie, e
di suddividerlo tra persone differenti. Tuttavia, ciò
non toglie che il risultato materiale sia un prodotto
collettivo di queste persone o che il loro prodotto collettivo si oggettivi nella ricchezza materiale,
il che, a sua volta, non esclude o non cambia assolutamente
niente al fatto che il rapporto di ciascuna
di queste persone con il capitale rimanga quello
di lavoratori salariati e, in questo senso principalissimo,
quello, di lavoratori produttivi. Tutte
queste persone sono non solo adibite immediatamente
per produrre una ricchezza
materiale, ma per soprappiù esse
scambiano immediatamente il loro lavoro
con denaro in quanto capitale e riproducono così immediatamente, oltre al loro salario, un plusvalore per i capitalisti"[5].
Oltre alle
occupazioni legate alla produzione di merci e alla loro circolazione, esistono
molte professioni che, senza partecipare
all'una o all'altra di queste sfere, producono servizi
e non merci. I loro membri attingono il loro salario
dai lavoratori o dai capitalisti, oppure da
entrambi. Dal punto di vista capitalistico il loro
lavoro, per quanto utile o necessario possa essere, è da
considerarsi improduttivo; sia che i loro servizi
siano comprati in quanto merci o remunerati con il
denaro proveniente dalle imposte, tutto ciò che essi
percepiscono proviene dal reddito dei capitalisti o dal
salario dei lavoratori.
A questo punto sembra insorgere
una difficoltà. Infatti, tra queste
professioni, ce ne sono molte i cui
membri (insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti e altri), pur producendo soltanto dei servizi,
non sono nè più nè meno che dei dipendenti
e portano un profitto all'imprenditore che dà loro lavoro.
Questo è il
motivo per cui quest'ultimo considera produttivo
il lavoro che egli ha pagato e che gli ha permesso
di realizzare un profitto, di valorizzare il suo
capitale. Per la società invece, questo lavoro è improduttivo poiché il
capitale così valorizzato costituisce una parte del valore e del plusvalore creato nella produzione. Lo stesso si può dire sia per il capitale commerciale e il capitale bancario che per gli impiegati di questi due settori; anche in questo caso viene prodotto pluslavoro e valorizzato del capitale, anche se i salari e i profitti riguardanti questi settori sono di necessità prelevati dal valore
e dal plusvalore creati nella produzione.
Inoltre,
esistono tuttora degli artigiani e dei contadini
indipendenti che non occupano operai e che non producono
quindi in qualità di capitalisti. "Essi si presentano unicamente come
venditori di merci, non come venditori di
lavoro; questo lavoro quindi non ha niente a che
vedere con lo scambio del capitale e del lavoro, né
tantomeno con la distinzione tra lavoro produttivo e
lavoro improduttivo, che poggia sul fatto che il
lavoro è scambiato con denaro sia in quanto tale sia
in quanto capitale. Pur essendo produttori di merci,
essi non appartengono nè alla categoria dei
lavoratori produttivi nè a quella dei lavoratori
improduttivi. Ma la loro produzione non è subordinata al
modo di produzione capitalistico"[6].
La coscienza
di classe nel suo rapporto con il lavoro
produttivo e improduttivo
L'esistenza
di indici di profitto medi, che la concorrenza
stabilisce in funzione della domanda e dell'offerta,
fa sì che per il capitalista abbia poca importanza che
il suo capitale sia investito nella produzione,
nella circolazione o nelle due sfere contemporaneamente.
Per lui non si pone il problema del lavoro
produttivo o improduttivo. Così i lavoratori dal
canto loro non si chiedono se sono impiegati in modo produttivo o improduttivo.
Nell'uno e nell'altro caso, infatti, la loro
esistenza dipende sempre dalla vendita della propria forza-lavoro. A causa della divisione capitalistica del lavoro, ogni grande categoria professionale riceve un diverso salario. I lavoratori si fanno concorrenza anzitutto per trovare lavoro, e poi per ottenere gli impieghi meglio retribuiti e meno duri. E' come se il capitale lasciasse alla concorrenza tra i lavoratori di fissare
le condizioni proprie alla riproduzione della forza-lavoro.
L'accumulazione
del capitale si accompagna alla concorrenza tra capitali da una
parte, tra lavoratori dall'altra, e a un confronto permanente tra padronato e operai riguardante il livello dei salari e quindi dei profitti. Questi diversi fattori si accavallano e s'influenzano reciprocamente. I rispettivi interessi economici assumono agli occhi dei capitalisti e dei
lavoratori l'aspetto di interessi di classe. I, primi non affrontano i lavoratori separatamente, e questi ultimi non fronteggiano il capitale nel suo insieme. Lo Stato e l'ideologia capitalistici servono a garantire l'interesse collettivo dei capitalisti mantenendo i rapporti di produzione esistenti. Quanto all'interesse
collettivo dei lavoratori, esso deve, se vuole spuntarla, prevalere sulla
concorrenza che questi si fanno tra loro e non può
oltrepassare i limiti loro imposti dalla dipendenza del
lavoro dal capitale. Questo si applica bene sia al
lavoro produttivo che a quello improduttivo.
Quando Marx
parla dello sviluppo della coscienza di classe
proletaria, lo fa sulla base non della distinzione
tra i due tipi di lavoro, ma dei cambiamenti che
intervengono nei rapporti di classe mentre continua
l'accumulazione del capitale e aumenta quindi la
divisione della società in due grandi classi con una progressiva
proletarizzazione delle masse. E' per questo che si
può leggere nel Capitale: "Con la diminuzione
costante del numero dei magnati che usurpano o monopolizzano tutti i vantaggi di
questo processo di trasformazione, crescono la
miseria, l'oppressione, la schiavitù, la
degradazione, lo sfruttamento, ma anche la ribellione
della classe operaia che sempre più s'ingrossa ed
è disciplinata, unita e organizzata dal meccanismo
stesso della produzione capitalistica. Il monopolio del capitale diviene un ostacolo per il modo di produzione che e cresciuto e ha prosperato con esso e sotto
i suoi auspici. La socializzazione del lavoro e la
centralizzazione dei mezzi di produzione raggiungono un punto in cui diventano
incompatibili coi loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. L'ultima ora della proprietà capitalistica e suonata. Gli espropriativi sono a loro volta espropriati"[7].
Così tutto
portava a credere che i lavoratori, "educati, uniti
e organizzati dal processo di produzione
capitalistico", avrebbero preso coscienza sia del loro sfruttamento e della loro situazione di classe che della possibilità che si offriva loro di abolire i rapporti di produzione capitalistici. L'attività collettiva di migliaia di lavoratori all'interno della fabbrica e la necessità di doversi continuamente difendere dal capitalista e dai suoi delegati non potevano non avere ripercussioni sulla loro coscienza. Di qui
all'organizzazione degli operai in partiti e in sindacati come pure alla comparsa di una coscienza di classe, il passo era breve. Benché quest'ultima non fosse propria soltanto dei lavoratori impegnati nella produzione, essa era destinata a manifestarsi in modo particolare tra di essi, poiché è in fabbrica che lo sfruttamento capitalistico si fa più chiaramente sentire e la lotta contro di esso assume gli aspetti
più promettenti. Di fatto, la lotta tra Capitale e Lavoro
si svolse per lungo tempo esclusivamente nella
sfera della produzione.
Non
bisognerebbe però concludere che il carattere
produttivo del lavoro ed esso solo sia all'origine di questa forma di coscienza di classe e che il lavoro improduttivo renda più difficile, o quanto meno
ne ostacoli, la formazione. Nella sfera della circolazione
come nell'altra, il processo di concentrazione capitalistico ha l'effetto di riunire larghe masse
di lavoratori, schiudendo loro delle possibilità di azione
che non sono per nulla inferiori a quelle dei lavorativi
produttivi. Così si sono visti i primi organizzarsi e dare vita a movimenti di sciopero esattamente
come i secondi. La coscienza di classe, quando si esprime attraverso lotte
economiche, caratterizza dunque allo
stesso modo entrambe le categorie di
lavoratori.
La nascita
della coscienza di classe e da mettersi in relazione alla situazione di classe
dei lavoratori, e
non al posto particolare loro assegnato nel quadro della divisione capitalistica del lavoro, anche se essa si e manifestata di preferenza nei lavoratori produttivi piuttosto che negli altri. Per sapere se i lavorativi
improduttivi hanno la possibilità di formarsi
una coscienza di classe che si possa in qualche modo paragonare a quella dei lavorativi produttivi, bisogna
anzitutto definire ciò che essa esattamente è.
Se avere una coscienza di classe significa rendersi
conto dei rapporti di produzione capitalistici e difendere i propri interessi contro il capitale, bisogna
ammettere che questa coscienza esiste in entrambi
i casi. I lavorativi delle due categorie si considerano
come una classe contrapposta ai capitalisti - anche
se essi non fanno ricorso al concetto di classe - e
cercano di salvaguardare i loro interessi di
fronte al capitale. Finora né gli uni nè gli altri si
sono chiesti come bisognerebbe fare per crearsi uno spazio maggiore nel rapporto
tra capitale e lavoro. La loro
"coscienza di classe" si colloca sul terreno
del capitalismo, ed e inutile insistere sulla idea che essi si fanno della loro condizione sociale, visto
che essi sono oggettivamente costretti a far valere i loro interessi economici
in funzione dei rapporti di classe
esistenti.
La coscienza di classe
rivoluzionaria che mira ad abbattere il
sistema capitalista è di tutt'altro genere. Produttivi o no, i lavoratori sono
dappertutto. Del resto, quando in tempi
di crisi sociale certi settori delle
masse lavoratrici d'Europa mossero all'assalto dell'ordine costituito, ciò era dovuto alla crisi, non al
carattere produttivo del loro lavoro; inoltre, a fianco di queste masse
figuravano altri elementi provenienti da diverse categorie sociali. Si potrà inoltre
osservare che se, al di là delle rivendicazioni immediate,
il movimento operaio dei primordi fece del socialismo il suo scopo
finale, vi rinunciò ben presto. Perciò i
lavorativi produttivi possono essere considerati
a questo riguardo come i detentori esclusivi della coscienza di classe.
Certamente essi
possono giungervi in tempi di crisi, ma lo stesso vale per altre categorie della popolazione lavoratrice.
Lavoro e
scienza
Comunque
sia, la discussione che ci e servita come avvio va
riferita non alla distinzione tra lavoro produttivo e
improduttivo quale la intendeva Marx, ma alla
particolare evoluzione verificatasi in questi ultimi
anni, nel corso della quale si e visto, da una parte,
aumentare il settore del lavoro improduttivo a detrimento di quello
produttivo, e dall'altra la scienza
interferire nella produzione in una misura ben più grande che nel passato.
Perciò, come si ama sottolineare, il
lavoro produttivo non sarebbe ormai proprio, dei soli operai
dell'industria; anzi esso includerebbe anche
le attività scientifiche oggettivate
nelle condizioni materiali del lavoro. Per questo sarebbe venuto il momento di riesaminare i rapporti della scienza con
i lavoratori e la società.
Anzitutto sì
tratta di due fenomeni che, pur essendo
collegati, non sono per ciò stesso meno contraddittori:
la crescita del lavoro improduttivo
e l'applicazione intensiva della scienza alla produzione. Se quest'ultima ha l'effetto di accrescere il plusvalore, la prima ha in compenso l'effetto di ridurlo
e quindi stroncare l'accumulazione del capitale.
Contemporaneamente all'allargamento della produzione, la parte del lavoro
improduttivo aumenta più in fretta
di quella del lavoro produttivo, il che rende tanto più difficile la valorizzazione del capitale
totale. Al fine di mantenere il ritmo dell'accumulazione,
mentre la parte del lavoro improduttivo è in aumento, occorre innalzare
la produttività del lavoro, e ciò è
possibile solo intensificando l'applicazione
della scienza alla produzione.
Di
conseguenza, se e vero che un certo numero di
investigatori scientifici assumeranno il ruolo di lavoratori produttivi, un
numero ben maggiore di altri lavoratori sarà ridotto alla disoccupazione, perché la messa in opera di tecniche scientifiche fa risparmiare forza-lavoro, mentre aumenta la produzione. Ma le realtà soggiacenti alla produzione sociale ostacolano questi sforzi di tutti i singoli capitali,
che devono imperniarsi sul mercato, a causa del mutamento subìto, all'interno
di questo processo, dal rapporto tra valore totale
del capitale e plusvalore sociale globale. Infatti,
poiché la quantità di tempo
del lavoro sociale, e quindi anche quella del lavoro
sociale non retribuito, deve diminuire in rapporto al
capitale globale, ed essendo il plusvalore tempo di
lavoro non pagato, la valorizzazione del capitale decresce. Di qui l'esigenza
che tutti i capitali particolari hanno di aumentare di
nuovo la loro produttività e quindi di aggravare
ancora tale contraddizione inerente al processo di
accumulazione capitalistico.
La parte che
hanno le applicazioni scientifiche nei progressi della produttività fa tutt'uno
con l'aumento generale della produttività del lavoro all'interno
dell'accumulazione capitalistica. Del resto queste
applicazioni si urtano con i limiti imposti all'incremento
della produttività in generale, cioè con i limiti
imposti alla valorizzazione del capitale. Poiché è
l'accumulazione a determinare il ricorso alle tecniche
scientifiche, quando non danno più profitto,
esse non sono più utilizzate. Infatti, l'andamento del
mercato segnala se queste non sono più redditizie, il che assume l'aspetto non
di una rottura di proporzione tra valore e
plusvalore, ma di una mancanza di domanda, la quale
toglie ogni senso, dal punto di vista capitalistico, a un nuovo aumento della produzione. I limiti della produzione - e quelli della tecnica in quanto
contribuisce ad accrescere il plusvalore - possono servire in seguito come base per una fase di espansione, nella misura in cui trasformazioni strutturali dell'economia globale permettano di rinnovare il plusvalore conformemente
alle esigenze della valorizzazione del capitale.
In
quest'ultimo caso, il tasso di accumulazione fa un balzo in avanti e così il
numero di lavoratori effettivamente occupati, benché
gli investimenti in capitale costante aumentino più
in fretta di quelli
in
capitale variabile. Se questo incremento ha luogo
solo in debole misura, il tasso di accumulazione ristagna
o si abbassa e la disoccupazione aumenta. Non
ci sono state molte occasioni di constatare questo
fenomeno dopo l'ultima guerra mondiale, poiché il movimento ciclico dell'economia è stato in
parte deviato dal suo corso da
interventi politici indiretti ad esso
esterni. L'espansione della produzione
improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata
con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito
nell'economia, ha mantenuto l'impiego
a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all'aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell'inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei
confronti del lavoro sociale globale.
L'accumulazione
del capitale e l'allargamento dei mercati hanno
come conseguenza l'aumento delle spese di
circolazione. Se la produzione aumenta rapidamente
sotto l'effetto di un'accresciuta produttività del
lavoro, il lavoro improduttivo speso nella sfera della circolazione viene a
gravare con il suo costo la massa delle merci gettate sul
mercato. Per esempio, l'estrazione petrolifera
assorbe una somma di lavoro molto ridotta, grazie a
un'automazione progressiva, ma la distribuzione dei
prodotti petroliferi mobilita un numero di
lavoratori che non cessa di aumentare. Benché il principio dell'economia di manodopera sia sovrano nella sfera della circolazione come in quella della produzione, quest'ultima si presta molto di più alla sua realizzazione. In genere, l'accresciuta produttività del lavoro ha l'effetto di modificare i
rapporti esistenti tra lavoro produttivo e lavoro
improduttivo a vantaggio di quest'ultimo, sebbene nei paesi industriali avanzati
i lavoratori produttivi costituiscano
ormai una minoranza.
Inoltre si può osservare
un'analoga trasformazione del rapporto
esistente nell'ambito della produzione tra
il numero degli operai occupati nell'industria e quello della manodopera avente una formazione scientifica.
Così,
negli Stati Uniti, il numero di tecnici e di ricercatori è passato, in rapporto al quantitativo totale della manodopera attiva, dall'1,50% nel 1940 al 5% circa nel 1970, mentre il numero complessivo degli operai occupati nell'industria restava immutato e la produzione raddoppiava. E' a questo ricorso intensivo alla scienza e alla tecnica che si attribuisce l'aumento della produttività del lavoro. Di qui il concetto di
"capitale umano" ritenuto adatto a definire
un fattore di produzione di particolare importanza e
sempre crescente, insieme al capitale e al
lavoro.
Si considera
redditizio investire la scienza e la tecnica in
quanto tali nei mezzi di produzione addizionali, la cui messa in opera ha
l'effetto di accrescere le economie di manodopera e il rendimento del capitale. Benché il fatto sia incontestabile, non bisogna dimenticare che in un sistema capitalistico tutto ciò che riguarda il rendimento è solo una questione
di creazione di plusvalore, che deve misurarsi al
capitale totale. Se l'economia di manodopera, dovuta a un'accresciuta produttività grazie alle applicazioni
della scienza, permette una riduzione proporzionalmente
ancora più alta del lavoro umano in generale,
le economie di capitale realizzate in tal modo
non modificano per nulla la tendenza alla discesa
del tasso di profitto che va di pari passo con
l'accumulazione, e, perché questa tendenza resti allo stato latente, bisogna che il
tasso d'accumulazione continui ad aumentare sempre più in fretta. Perché, malgrado queste economie, la valorizzazione del capitale rimane un imperativo categorico: oggi come ieri, la produzione deve permettere di trasformare
un capitale qualsiasi in un capitale più grande.
L'abbondanza capitalistica
Così, il
lavoro produttivo, mentre concedeva alla scienza uno
spazio sempre maggiore, ha descritto una parabola
discendente, non senza nutrire nuove allusioni. E'
un fatto ormai acquisito che, a causa di progressi
tanto spettacolari nei settore della pro
duttività del lavoro, la problematica del capitalismo si
è spostata dalla sfera della produzione a quella della distribuzione. Perciò,
si attribuiscono gli ostacoli contro i quali si urta il sistema non a una mancanza,
ma a un'abbondanza di plusvalore, abbondanza
che renderebbe sempre più ardua la realizzazione
di quest'ultimo all'interno dell'economia di mercato[8].
Di qui la necessità di utilizzare improduttivamente
tale surplus irrealizzabile per mantenere
a un livello socialmente accettabile le capacità
di produzione e d'impiego. Da questo punto di vista
il problema del lavoro produttivo e improduttivo va ricondotto allo spreco del lavoro a fini improduttivi, cioè
distruttivi. In tal senso, il lavoro improduttivo in quanto tale si vede
definito come un tipo di lavoro che perde
ogni necessità all'interno di una
"società razionalmente organizzata".
Questa
definizione ha sostanzialmente in comune con il
pensiero borghese la riduzione della distinzione tra
lavoro produttivo e lavoro improduttivo a considerazioni di carattere politico
ed etico mentre essa è determinata essenzialmente dalla produzione di plusvalore. Poiché ogni forma di società ha una sua
propria razionalità, si può opporre alla società capitalistica soltanto un altro tipo di società che abbia una
diversa razionalità, e non una "società razionalmente
organizzata". In un sistema capitalistico - soggetto alla concorrenza o ai monopoli - e razionale ogni attività che mira a creare del plusvalore
e, quindi, tutto ciò che mira a salvaguardare
e a riprodurre le condizioni proprie alla creazione di quest'ultimo. A
questa razionalità si riconducono dunque tutti gli elementi
"irrazionali" del sistema: le imprese improduttive e quelle che
producono per la distruzione; la penuria come l'abbondanza;
la disoccupazione e l'arresto
delle capacità di produzione; le crisi in quanto condizioni preliminari
di alte congiunture che preludono a loro volta a nuove crisi; l'arricchimento di
una parte della popolazione a spese
dell'altra; il depauperamento di
intere regioni a vantaggio delle grandi potenze capitalistiche; le devastazioni provocate dalle guerre e
dall'imperialismo che servono come base per nuovi incrementi della produzione; la distribuzione del
plusvalore come preliminare obbligatorio per un accrescimento
del plusvalore estratto dai lavoratori.
Per ritornare
al problema dibattuto all'inizio di questo
saggio, si può osservare che Altvater e Huisken rifiutano decisamente di
porre il problema dei lavoro produttivo e
del lavoro improduttivo sul piano di
una supposta contraddizione tra razionalità e irrazionalità, pur
giustificando che si possa fondare su questa
contraddizione una critica della società monopolistica[9].
Infatti, la contestazione studentesca ha
preso di mira in questi ultimi anni soprattutto gli
aspetti "irrazionali" del potere capitalista, senza quasi
preoccuparsi dei rapporti di produzione che lo presuppongono come se bastasse considerare le manifestazioni
esteriori delle contraddizioni interne del
capitalismo in un modo anch'esso puramente esteriore! Altvater e Huisken hanno certamente ragione a
sottolineare che "fino a quando non si è fatta
un'analisi del proletariato in funzione delle condizioni della
produzione, e delle condizioni della comparsa
della coscienza di classe in funzione dei movimenti oggettivi della lotta di classe, non si possono comprendere
i conflitti tipici del capitalismo e,
invece di vedere gli effetti della contraddizione
che oppone il lavoro salariato al capitale, si vedono
quelli della contraddizione tra razionalità e irrazionalità, tra possibilità tecniche e ostacoli sociali"[10].
Secondo
Altvater e Huisken, è senz'altro deplorevole (ma non
e un caso) che le teorie di Marcuse e quelle di
Baran e di Sweezey abbiano ricevuto così buona
accoglienza nelle file del movimento studentesco.
Questi autori hanno contribuito particolarmente ad
approfondire la distanza ideologica che separa
il movimento socialista dal movimento operaio. Non
contenti di nutrire l'illusione secondo cui il
capitalismo riuscirebbe a risolvere i suoi problemi economici con mezzi politici, non sostengono forse che è ormai
inconcepibile che il proletariato faccia la
rivoluzione? Tuttavia, essi dicono, il mondo ha pur sempre bisogno di una rivoluzione per porre termine alla
miseria in cui si trovano immerse
le
masse dei paesi sottosviluppati e le minoranze emarginate
dal benessere dei paesi avanzati, per scongiurare
il pericolo di una nuova guerra e per realizzare il progetto di una
società finalmente degna dell'uomo, progetto
che già esiste allo stato di virtualità.
Sempre secondo questo punto di vista, se è impossibile precisare quali
saranno esattamente gli agenti di questa rivoluzione, una cosa e sicura: gli operai
non ne saranno i protagonisti. Queste considerazioni,
limitate come sono agli aspetti più superficiali della società, non
meritano di essere confutate, ma esigono alcune spiegazioni che necessitano
a loro volta di un'analisi dei rapporti di produzione.
Quest'esame Marcuse lo
intraprende partendo dai concetti di lavoro
produttivo e di lavoro, improduttivo. Le trasformazioni strutturali del
capitalismo, come egli sottolinea,
hanno a tal punto coinvolto le classi e la loro situazione che gli operai
dell'industria non trovano più niente a ridire sullo sfruttamento.
Se è ancora legittimo domandarsi "se i milioni d'impiegati, che
lavorano nel settore pubblicitario, creano o no del plusvalore, questi stessi impiegati
sempre secondo Marcuse scambiano il loro lavoro immediato con capitale,
come vuole il concetto marxiano di
sfruttamento. I loro salari non rappresentano soltanto delle spese
generali, dato che essi assolvono delle funzioni assolutamente indispensabili al
buon andamento della produzione capitalistica. Non solo, ma la produzione commerciale
non potrebbe fare a meno dei loro servizi, poiché essi predeterminano la
forma delle merci, e anche la loro qualità e
quantità. Lo stesso si può dire,
ovviamente, dei tecnici, degli ingegneri, dei ricercatori
scientifici, degli psicologi e dei sociologi impegnati nel processo di produzione, il cui numero
è in costante e rapido aumento. Tutto ciò determina
trasformazioni strutturali all'interno della classe operaia. E poiché
sappiamo che il numero degli impiegati d'ufficio è destinato ad aumentare a detrimento
di quello degli operai dell'industria, che il rapporto tra lavoratori
manuali e lavoratori intellettuali continuerà
ad evolvere, dato che questi ultimi costituiranno sempre di più la base
umana del processo di produzione, sarà bene
trattare con cautela i concetti di proletariato e di dittatura del proletariato"[11].
Gli
avvenimenti di questi ultimi anni - i grandi movimenti di sciopero che si sono verificati in tutti i
paesi capitalistici e i sintomi di crisi che si moltiplicano
negli Stati Uniti - hanno modificato un
poco le concezioni di Marcuse, la sua
visione di una "società a una
dimensione" capace di risolvere il problema delle classi all'interno
della società di classe. Egli parlava fino a
ieri di "società dei consumi", oggi anche lui parla della "cosiddetta società
dei consumi", delle barriere immanenti contro le quali si urta il
modo di produzione capitalistico, cioè "la saturazione del mercato degli
investimenti e delle merci. Il lavoro 'improduttivo' aumenta a detrimento
del lavoro produttivo. L'inflazione, che significa l'abbassamento dei
salari reali, fa ormai parte della dinamica
del sistema"[12]. In
realtà è finito l'imborghesimento degli operai, diretta conseguenza del
miglioramento della loro condizione.
Se non si può
fare a meno di rallegrarsi nel constatare che Marcuse cerchi di
tener conto del cambiamento della situazione, bisogna però osservare che
si tratta nel caso specifico non di una "saturazione
del mercato" ma, al contrario, di ostacoli che, sulla base della
produzione capitalistica del plusvalore, si
oppongono a una "saturazione" effettiva
del mercato e forse anche la rendono impossibile. L'abbassamento dei
salari reali, assunto come "dinamica del
sistema", dimostra che la causa delle difficoltà che assillano il
capitalismo è da ricercarsi in una
mancanza di plusvalore a cui questa famosa "dinamica" si sforza
di rimediare. Il plusvalore può essere estratto solo nella produzione; esso
può essere accresciuto solo per mezzo di nuovi investimenti
e di un aumento della produttività. Il ristagno relativo del capitalismo
va dunque messo in relazione ai rapporti di produzione, che si esprimono
sotto forma di rapporti capitalistici di valore, al
tasso di sfruttamento in rapporto al capitale totale
o al tasso di profitto da cui dipende l'accumulazione. Un tasso di
accumulazione insufficiente, se sul mercato
assume l'aspetto di una sovrapproduzione
di capitale, in realtà deriva dai rapporti di produzione, la quale non può essere allargata se non a condizione
che il capitale sia stato valorizzato, senza
di che si verifica una crisi di sovrapproduzione.
Quando le
esigenze della valorizzazione del capitale
entrano in conflitto con quelle del suo rendimento,
si registra un abbassamento del tasso di accumulazione e, al tempo stesso, la fermata di una certa quantità
di lavoratori e di mezzi di produzione che riprenderanno la loro attività solo
al momento in cui lo consentirà
un'accumulazione accelerata. Se si ha l'impressione di vivere sotto il segno dell'abbondanza
dei beni di consumo e dei mezzi di produzione, è perché in realtà c'è una
mancanza di plusvalore, ed e questa penuria a esercitare un'influenza
preponderante sul corso della produzione.
Il capitale, lo ripetiamo, produce merci e mezzi di produzione solo a condizione di creare in tal modo plusvalore e
capitale. La sua forza o la sua debolezza derivano dalla sua capacità o
incapacità di produrre plusvalore, non da
una penuria o da un'abbondanza di beni utili. Di per se l'abbassamento del tasso
di profitto vieta che in un sistema capitalista esista una "saturazione" assoluta del mercato;
al massimo si può verificare una "saturazione" relativa
legata ad una mancanza di rendimento, a cui bisogna rimediare anzitutto
nella sfera della produzione per rilanciare l'economia, cioè per consentire
al "mercato degli investimenti e delle merci" di conoscere un
nuovo incremento.
Pur
interessandosi ai rapporti interni della società capitalistica,
Marcuse non resta tuttavia in superficie. La
contraddizione fondamentali del capitale non è altro,
secondo lui, che la contraddizione "tra una
prodigiosa ricchezza sociale e l'uso deplorevole e
distruttore che se ne fa"[13].
In realtà questa "prodigiosa
ricchezza sociale" semplicemente non esiste, poiché una minoranza
privilegiata può disporne e, se dovesse essere distribuita tra tutti i membri
della società, sarebbe tutt'altro che
"prodigiosa". E' proprio
l'impiego di una parte di questa "ricchezza" per
dei fini distruttivi che permette ai
lavoratori di beneficiarne, in una
misura molto ristretta a dire la verità.
Secondo Marcuse, le masse lavoratrici non ignorano
"dove si trova il loro interesse e il loro interesse immediato,
qual è la posta in gioco che li riguarda.
Esse sanno benissimo per esempio che il giorno in cui la guerra del Vietnam sarà veramente finita, decine di
migliaia di lavoratori perderanno il loro posto. Esse sanno benissimo donde
provengono le loro vacche grasse"[14].
Tuttavia questa "certezza"
gli operai la condividono con tutte le altre categorie della popolazione,
e tutto ciò significa in sostanza che le
condizioni di lavoro sono fissate dal capitale. All'interno dei rapporti di produzione capitalistici,
la qualità e il volume della produzione dipendono dal capitale e da esso
solo. Ciò che spinge i lavoratori a produrre
per la guerra non è il loro "interesse immediato", ma la necessità immediata di
vendere la loro forza-lavoro, senza poter controllare l'uso che ne viene fatto,
necessità che deriva dalla loro
situazione di classe. Poiché essi non hanno la possibilità di scegliere, è
assurdo attribuire a loro una parte
di responsabilità nella politica capitalistica, benché si possa loro
rimproverare con maggiore correttezza di non pensare all'abolizione del
capitalismo.
Marcuse vede
nell'impiego di una frazione della "prodigiosa
ricchezza" a fini di sterminio uno spreco
improduttivo di lavoro produttivo. Secondo lui, quasi tutti i tipi di
lavoro sono diventati lavori produttivi,
poiché si scambiano con lavoro. Ma ciò significa dimenticare che se, dal punto
di vista del singolo capitalista, il lavoro scambiato con capitale crea
del plusvalore - è dunque è
produttivo - dal punto di vista del
capitale nel suo insieme, esso resta in parte improduttivo, poiché le spese di
circolazione devono essere prelevate
dal plusvalore globale, il che riduce
il tasso di profitto medio. E ciò non
cambia nulla al fatto che i salari operai servano in parte a pagare il lavoro
improduttivo e, inoltre, una parte
delle imposte e delle tasse. Un'analisi astratta del valore può certamente lasciare da parte tutte
queste complicazioni e considerare il prodotto
sociale come eguale al valore della forza-lavoro - in quanto suo costo necessario di riproduzione - e al plusvalore del capitale, dedotte le spese di circolazione. In realtà, queste ultime
sono incluse nel prezzo delle merci e dunque
sono parzialmente a carico del
consumatore operaio. Si può anche andare
più oltre e definire
il salario come ciò che resta al
lavoratore dopo che ha pagato le tasse, considerando
al tempo stesso il plusvalore come oggetto esclusivo
d'imposta, benché in realtà sia la tassazione
del lavoratore che diminuisce il profitto e contribuisce,
quindi, ad avvicinare il salario al valore astratto.
La produzione
di materiale bellico, a cui è adibita una parte dei lavoratori nelle industrie
capitalistiche, permette a queste ultime di
ricavare dei profitti e d'ingrandire il proprio
capitale. Il lavoro eseguito su questa base è quindi un lavoro produttivo. Tuttavia,
è lo Stato ad acquistare la produzione
con il denaro proveniente dalle
imposte e dai prestiti, cioè
prelevato dai salari e dai profitti collegati alla produzione sociale
globale. Il plusvalore estratto nel settore
della produzione bellica può essere
"realizzato" solo diminuendo il plusvalore estratto nell'altro
settore. Dal punto di vista sociale il
lavoro speso nella produzione bellica viene scambiato non con capitale, ma con salari e profitti e, quindi,
rimane improduttivo dal punto di vista capitalistico.
Indipendentemente dal tasso di profitto medio
determinato dalla concorrenza, il lavoro improduttivo modifica di conseguenza la
distribuzione del plusvalore sociale
globale a favore dei produttori
di materiale bellico, cosa che gli altri produttori accusano sotto forma di un
abbassamento dei loro profitti che essi cercano di mascherare con un aumento
dei prezzi.
A mano a
mano che aumenta la porzione del lavoro
improduttivo, in seguito al rialzo della produttività relativa al lavoro
produttivo, e in particolare sotto
l'effetto della produzione addizionale indotta
dallo Stato, cioè della frazione della produzione
che eccede le esigenze abituali dello Stato, il plusvalore globale
diminuisce in rapporto al capitale sociale ed è sempre più difficile
valorizzare quest'ultimo. La ricchezza
capitalistica, che può consistere unicamente di plusvalore, segue nello stesso
tempo una curva declinante; così, i
capitalisti si sforzano di risalire la
china con tutti i mezzi. Quanto poi a sapere
se tali sforzi saranno efficaci, questa è un'altra questione che il capitale non è in grado
di porsi.
Sarebbe un
errore pensare, con Altvater e Huisken[15], che lo spreco a cui il lavoro
improduttivo è destinato moderi la tendenza
all'abbassamento del tasso di profitto, quando
proprio la parte del plusvalore suscettibile di
essere accumulata si trova secondo loro
ridotta. Se il tasso di accumulazione diminuisce, il tasso di profitto deve a
sua volta abbassarsi, poiché esso può
mantenersi a un livello determinato
solo in caso di accumulazione accelerata. La valorizzazione e l'ampliamento del
capitale vanno sempre di pari passo, e
quindi anche l'accumulazione; quindi,
se la possibilità di valorizzazione o il tasso di accumulazione
diminuiscono, il capitalismo si vede
precipitare in una crisi che provoca un
abbassamento effettivo del tasso di profitto. La tendenza
di quest'ultimo a scendere in seguito alle trasformazioni
strutturali subite dal capitale nel suo insieme
può trovarsi controbilanciata da un'accumulazione
accelerata, il che non esclude un ristabilimento di questa tendenza sotto l'effetto di un ristagno relativo del capitale. In quest'ultimo caso, al
contrario, cioè quella che era solo una tendenza diventerà
realtà, poichè la crisi che ne segue diminuisce
i profitti e ne annulla una parte.
Se si deve
credere ad Altvater e Huisken, i lavori improduttivi
aprono nuovi campi alla realizzazione di
plusvalore, poiché essi rappresentano un consumo nel senso economico, che viene
ad aggiungersi alla capacità di consumo delle
masse. "Essi hanno quindi l'effetto di allargare campo in cui
il capitale ha la possibilità di realizzare il
plusvalore estratto. II lavoro improduttivo del
soldato è di conseguenza diventato una condizione
preliminare del lavoro produttivo dell'operaio degli
arsenali. E' proprio questo rovesciamento del
rapporto tra lavoro pro
duttivo
e lavoro improduttivo che impedisce la comparsa di una coscienza di
classe tra i lavoratori produttivi
dell'industria bellica. Qualificare questo atteggiamento come irrazionale -
come fa Marcuse - o
classificare questi operai come lavoratori improduttivi
- come fanno Baran e Sweezy dimostra
ancora una volta che non si è capito nulla del principio che regola i rapporti economici della valorizzazione del
capitale e della sua realizzazione. L'ingrossamento
dell'apparato statale si rivela utile al
capitale allorché le sue possibilità di investimento produttivo
sembrano restringersi e il sistema entra contemporaneamente
in una fase di declino"[16].
Se è esatto
dire che l'espansione della produzione provocata dallo Stato aiuta la borghesia
a uscire da una crisi acuta e a creare per un pezzo le condizioni di una congiuntura apparentemente favorevole, riuscendo cioè ad ampliare i risultati di ogni iniezione di crediti nell'economia, ciò non toglie che essa lascia sussistere interamente il problema della valorizzazione del capitale e della sua realizzazione, soggiacente alla crisi. Per essere valorizzato, il capitale deve pervenire a realizzare il plusvalore attraverso l'accumulazione, poiché soltanto
l'eccedenza di prodotti non consumati - quale che sia il tipo di consumo a cui
sono destinati - può essere valorizzata. Perciò,
l'abbassamento del tasso di accumulazione significa che
la valorizzazione del capitale è sempre più
difficile, che si può sempre di meno realizzare il
plusvalore in quanto capitale.
Così
continua nascostamente un processo che alla luce del
giorno appare come un periodo di crisi, e che consiste
nelle difficoltà di conversione del plusvalore in capitale. Ciò che
durante le crisi del passato si manifestava con la disoccupazione e la cessazione
dello sfruttamento delle risorse produttive, assume
oggi l'aspetto di un incremento del lavoro improduttivo,
della produzione non redditizia, che è
tollerabile economicamente solo nella misura in cui il ritmo a cui assurge
la produttività del lavoro è più
rapido del ritmo a cui il plusvalore è consumato in lavoro improduttivo.
Lavoratori e
studenti
Una cosa è
certa, e l'abbiamo già sottolineata: i lavoratori,
in conformità alla loro situazione di classe, si curano
poco di sapere se il loro lavoro è produttivo o
improduttivo; ciò che interessa loro è il livello di vita legato al loro
lavoro. Così, la degradazione di questo
livello di vita e la ricomparsa della
disoccupazione, dovute a un abbassamento del tasso di accumulazione - che
la proliferazione del lavoro
improduttivo permette di controbilanciare solo
temporaneamente - possono avere l'effetto di radicalizzarli.
Qualsiasi cosa si sia affermata, a torto
o a ragione, sulle insufficienze della "prospettiva
della catastrofe", la storia del movimento operaio mostra con tutta
chiarezza che la coscienza di classe
rivoluzionaria si manifesta soltanto in tempi di crisi particolarmente profonda. Le lotte di classe che non mirano
ancora a fissarsi degli obbiettivi di classe
e non vanno al di là delle rivendicazioni salariali,
sono in sè delle reazioni spontanee a un deterioramento
lento o brutale della condizione del proletariato;
lo si è visto or non è molto in Polonia
ed è quel che avvenne nel 1968 in Francia.
E' solo nei
momenti di crisi che può svilupparsi la coscienza
di classe rivoluzionaria. In sè la coscienza di appartenere alla classe operaia
non ha molta importanza; in ogni caso, essa
esiste ovunque. E' vero che ci sono dei poveretti che,
pur appartenendo al proletariato, non si
considerano operai. Ma, tutto sommato, i lavoratori
sanno benissimo di appartenere a una classe antagonista a
quella capitalistica. Indipendentemente dal
sistema dei salari, essi sanno anche che sono
sfruttati e che creano del profitto a vantaggio del
capitale, e ciò quand'anche essi ritengano necessaria
l'esistenza del capitale, come è dimostrato dalle
trattative salariali e dal fatto che essi rinunciano a
conoscere i bilanci effettivi delle aziende per vedere
fino a che punto sono sfruttati.
Se si pensa
un momento all'enorme potenza che fronteggia il
proletariato e le sue aspirazioni di classe, si
comprenderà perché i lavoratori preferisco
no
adattarsi alle condizioni del momento piuttosto che
attaccarle. Essi non hanno nè il tempo nè la voglia
di dilungarsi - a
guisa di rivoluzionari professionisti -
in
contestazioni destinate a durare all'infinito,
dato che la politica capitalistica suscita una opposizione
permanente. E se essi trovano talvolta qualche
soddisfazione di carattere ideologico in attività politiche con programmi a lunga scadenza, queste
non hanno molto a che vedere con le loro immediate
esigenze. Una frazione dei lavoratori aderisce
a organizzazioni politiche ma ciò non significa
che siano disposti a portare avanti un'azione
rivoluzionaria reale. Un'altra frazione adotta incondizionatamente l'ideologia
borghese, ma ciò non significa che essa sia disposta a sostenere senza riserve
la borghesia. Indifferenti, le grandi masse aderiscono
all'ordine costituito, senza peraltro consentirvi,
e cercano di inserirsi alla men peggio, poichè
non sono in grado di concepirne un altro.
Fin tanto che
la classe dirigente è capace di fondare
sull'economia il suo potere politico - grazie a una prosperità reale o facile -, è vano sperare che la coscienza
della classe operaia assuma un carattere rivoluzionario. Ma è un tratto distintivo del capitalismo la sua incapacità di dominare il corso del proprio sviluppo economico.
L'interventismo
politico-economico di questi ultimi vent'anni non ha cambiato
nulla a tutto ciò.
Esso ha
dimostrato soltanto che, nella misura in cui aumenta
la produttività del lavoro, il lavoro improduttivo
si estende e che, con questo stesso espediente, è possibile
avvicinarsi alla piena occupazione con una
produzione in costante aumento.
Ma l'aumento
della produzione non può durare, poiché e
legato a una diminuzione delle possibilità aperte
alla valorizzazione del capitale. Oggi come oggi, nel
caso del capitalismo americano, il più
sviluppato che esista, la produzione globale effettiva
tende a scendere e la disoccupazione a crescere. In
breve, sia a causa della rinascita dei fattori di crisi che si credeva fossero
scomparsi per sempre, che dell'esaurimento delle possibilità
di far crescere la produzione a detrimento della valorizzazione del capitale, tutto sembra indicare che l'integrazione dei lavoratori al sistema subirà a sua volta un cambiamento.
All'origine
delle concezioni di Marcuse, di Baran e di Sweezy,
secondo cui sarebbe vano attendersi una
rivoluzione operaia nei paesi a capitalismo avanzato, poiché gli operai
dell'industria sono perfettamente integrati nel
sistema e sono diventati una minoranza dal punto di vista
sociale, stanno sia il loro passato personale,
sia la delusione da essi provata per il corso assunto
dalla storia. Per diversi lustri, infatti, questi
uomini hanno sostenuto lo stalinismo, e ancor oggi essi
vedono nel sistema capitalistico di Stato un
preliminare inevitabile verso la società socialista. Ora,
questo sistema implica la persistenza dei rapporti capitalistici di produzione
- la
separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione. E' dunque facile capire perché le loro analisi
di classe hanno un punto di partenza diverso.
Invece di pigliarsela con il capitalismo di Stato,
essi criticano unicamente gli errori e le deviazioni
della burocrazia dirigente e li condannano per
ragioni politiche o morali. Rifiutandosi ormai di avallare il capitalismo di
Stato nella sua forma sovietica, essi
sono tanto più propensi a prendere pienamente
partito a favore delle sue versioni cinese,
cubana o nord-vietnamita.
Allorché si cessa di stabilire
un legame specifico tra rivoluzione
socialista e rapporti capitale-lavoro,
si può aderire a qualsiasi movimento che, su
tutt'altre basi, insorga contro la forma dominante
del capitale. Secondo la teoria leninista, per
esempio, l'imperialismo costituisce una manifestazione
inevitabile del capitalismo moderno e una delle
condizioni principali della sua espansione. Il capitalismo
è quindi minacciato dall'interno e dall'esterno,
dal movimento operaio da una parte dal
movimento antimperialista dall'altra. Quest'ultimo, per definizione, non può essere soltanto operaio; esso è dunque
costretto ad appoggiarsi ai contadini
poveri; diretto dalla categoria, in via di formazione, degli intellettuali, esso
mira, in nome della liberazione nazionale, a rovesciare il potere delle
classi che, nei paesi oppressi, fanno lega con l'imperialismo e, quindi, ad
abbattere l'imperialismo stesso. La tesi che postula l'unità della lotta delle
classe proletarie nei paesi a capitalismo avanzato e delle lotte antimperialiste
dei paesi in cui lo sviluppo industriale è stato impedito, ha avuto come
conseguenze, sul pieno teorico, la trasformazione del marxismo in
marxismo-leninismo.
Senza voler entrare nei particolari di queste tesi, basterà constatare che le speranze a cui essa è stata associata non si sono finora realizzate. Certamente, la seconda guerra mondiale ha creato una nuova situazione, permettendo a numerosi paesi coloniali e semi-coloniali di ottenere l'autodeterminazione politica; certamente, esiste un movimento di lotta - che, pur essendo mondiale, non è perciò meno debole - contro lo sfruttamento e l'oppressione a cui l'imperialismo sottopone i paesi sottosviluppati; ma il movimento operaio dei paesi imperialisti non ha fatto sue queste cause. Quel che nel quadro di una crisi mondiale generalizzata avrebbe potuto diventare una probabilità, si è trasformato in illusione in seguito alla ripresa economica effettiva che ha avuto luogo dopo la seconda guerra mondiale. E anche se questa ripresa non faceva c