Intervista ai quattro militanti prigionieri di Action Directe

Pubblichiamo la prima parte di un'intervista ai quattro militanti prigionieri di Action Directe: Nathalie Ménigon, Joëlle Aubron, Jean Marc Rouillan, Georges Cipriani.

Nel corso dell'intervista, i quattro militanti di Action Directe affrontano un vasto arco di questioni che vanno dai cambiamenti introdotti nella politica carceraria dai giovani socialisti mitterrandiani agli scioperi della fame contro la tortura dell'isolamento e per il raggruppamento, ai rapporti con gli altri prigionieri poitici e comuni, alla questione dell'amnistia per i prigionieri politici, al problema dello statuto per i prigionieri politici.

Domanda: Voi siete detenuti ormai da tre anni e mezzo...

Jean Marc: Per quanto ci riguarda, siamo stati arrestati all'inizio del 1987, cioè nel cuore della fase dell'"emergenza contro-rivoluzionaria", della reazione dello Stato alle nostre offensive ed agli attacchi delle organizzazioni integraliste arabe. Per la prima volta dalla guerra d'Algeria, l'esercito veniva utilizzato in operazioni di polizia, venivano votate leggi speciali con procedure d'emergenza, tutti i soprusi della polizia politica erano permessi e "coperti"; nel contempo si veicolava una campagna mass-mediata senza precedenti che andava dall'appello alla delazione con forti vantaggi premiali, al sostegno per mezzo di manifesti alla campagna di ricerca di indiziati, alle persecuzioni di massa nei confronti della popolazione costretta a sottomettersi a perquisizioni corporali nei luoghi pubblici, fino alle provocazioni sanguinose, come l'assassinio di un lavoratore a Provins o il falso attentato contro l'abitazione del giudice Bruguière. Provocazioni che avevano lo scopo di rafforzare la campagna di sottomissione e di intossicazione con cui si voleva dimostrare che la guerriglia non attaccava unicamente dei generali o dei padroni, ma che faceva anche degli attentati ciechi; intossicazione, questa, che l'intera nostra storia smentisce, poiché noi non abbiamo mai attaccato una persona che non fosse politicamente e direttamente nel mirino.

Il nostro arresto divenne rapidamente uno spettacolo mass-mediato. Lo Stato ne ha fatto la vetrina della sua politica repressiva contro-rivoluzionaria, che si reggeva su due assi semplicistiche: "Lo Stato è il più forte, è inutile combattere" e "i rivoluzionari non sono che un piccolo pugno di disperati isolati".

Attorno a questi due concetti, la forza della borghesia, la debolezza della resistenza rivoluzionaria, è stata elaborata la prima fase della nostra detenzione.

Lo Stato voleva vincere e vincere presto. Farla finita con l'organizzazione e soprattutto con la guerriglia, con la pratica politica della lotta armata. Noi quattro rappresentavamo le due cose, l'organizzazione, della quale eravamo presentati come il suo direttivo, e la guerriglia. Per questo siamo stati immediatamente accusati come membri dei Commandos, e ciò sino alla buffonata di accusarci di tutto l'insieme delle loro operazioni armate.

Vincere, per lo Stato, significò da quel momento, spezzarci collettivamente, spezzare la nostra politica e la nostra resistenza. Per questo ha, molto evidentemente, utilizzato l'isolamento, la tortura bianca. Una detenzione eccezionale pianificata nel tentativo di distruggerci e recuperarci ai fini della loro dimostrazione: "la loro forza e la nostra debolezza". La loro forza: ossia quella di utilizzarci, cioè costringerci ad abiurare, a riconoscere che la lotta armata era inutile, dannosa e anche criminale, che l'azione armata andava contro il processo di liberazione; oppure quella di distruggerci: schiacciarci con la tortura, ridurci all'individualizzazione, alla sottomissione e, con ciò, materializzare la nostra debolezza, la debolezza delle organizzazioni e di ciascun militante, vale a dire l'impossibilità della resistenza.

L'isolamento che abbiamo subito in quella fase era un indice dell'isteria repressiva. Avendo conosciuto le vecchie Q.H.S. (Sezioni di Massima Sicurezza, n.d.t.), posso dire che, se la struttura era rimasta identica, l'ambiente era tuttavia d'una estrema tensione, come se la detenzione avesse assorbito la guerra, vi era come una concentrazione dello scontro nella tortura.

Georges: Ciò che da allora è fondamentalmente cambiato non sono tanto le nostre condizioni materiali di detenzione ma soprattutto il progetto e gli obiettivi dello Stato contro di noi, per l'estendersi della politica contro-rivoluzionaria dello Stato e della sua applicazione, in modo particolare, sul terreno delle detenzione politica. Dapprima la politica repressiva ha segnato dei punti a suo favore e, in rapporto con il riflusso del movimento rivoluzionario, si è costituita una situazione apparentemente pacificata. Lo Stato ha così potuto affrontare una fase di maggiore normalizzazione/prevenzione in sostituzione dell'emergenza. Questo doppio gioco della normalizzazione/prevenzione si traduce non soltanto in una dimostrazione della attuale pacificazione ma anche, sempre più, nella negazione di tutto il passato. Non riscrivere né criminalizzare la memoria, ma la negazione di questa memoria collettiva della lotta rivoluzionaria.

La normalizzazione e la negazione è il silenzio, cioè imporre dunque anche l'accettazione di questo silenzio. E sempre di più lo spazio della detenzione politica si costruisce qui su questo silenzio, sulla misura di sicurezza della negazione. Vedi, non è la sola rappresentazione che afferma "lo Stato è il più forte", ma il tentativo di spingere ad una constatazione: "non è successo niente, l'ordine regna, e l'ordine è immutabile".

Joëlle: Praticamente, la reazione controrivoluzionaria si è tradotta con la messa a punto di una detenzione specifica attorno a noi 4. Essa si è caratterizzata attraverso dei cambiamenti nel carcere femminile di Fleury-Mérogis. In questo modo essi hanno trasformato la funzione della loro sezione d'isolamento. Progressivamente, hanno applicato nei nostri confronti qualcosa di assolutamente nuovo nella sezione femminile, fino a rendere la nostra sezione il più possibile simile ad una sezione d'isolamento come quelle esistenti da anni nelle sezioni maschili; ma furono bloccati nel loro progetto; furono costretti a lasciarci tutte e due nel medesimo carcere: non ci sono molti carceri femminili a Parigi e non c'erano strutture equivalenti a quelle della DIIR.

Quel progetto era lo stesso che si può trovare dappertutto nel carcere imperialista dalla fine degli anni '60: l'annientamento politico e collettivo a partire da una destrutturazione delle individualità attraverso la tortura dell'isolamento.

Nathalie: Attuando uno sciopero della fame nel 1987-'88, noi li abbiamo messi sulla difensiva rispetto alla gestione di questa pianificazione. Anche se non siamo riuscite ad ottenere che una riduzione parziale dell'isolamento totale (uscite all'aria separate ciascuno/a con un detenuto/a comune, e per gli uomini una detenzione nella stessa sezione d'isolamento) li abbiamo costretti tuttavia a modificare il loro sistema di applicazione dei regolamenti, dunque a fare marcia indietro.

Ma progressivamente questa "conquista" è sparita. Ben presto Georges e Jean Marc si sono ritrovati di nuovo in isolamento totale (novembre '88), poi in aprile è stato il nostro turno. Nello stesso periodo, da parecchi mesi, stavamo preparando la ripresa del nostro attacco contro lo Stato per il nostro raggruppamento mediante l'applicazione dello statuto di prigioniero politico. Questo anche nel contesto della lotta dei compagni della RAF e della Resistenza nella Repubblica Federale Tedesca.

Il 21 aprile '89 abbiamo dunque iniziato la seconda fase della nostra lotta per il raggruppamento. Il 21 luglio abbiamo cessato il nostro sciopero della fame dopo aver ottenuto un certo numero di impegni dalla Amministrazione carceraria: fine dell'isolamento, accesso alle attività ed ai corsi dispensati come negli altri carceri, così come delle celle contigue e delle uscite all'aria comuni per i due uomini da una parte e le due donne dall'altra, la fine della censura politica e l'autorizzazione alla corrispondenza e ai colloqui fra noi quattro.

Joëlle: Ma concretamente, quello che l'Amministrazione ha presentato in un comunicato come l'ordinanza per la "nostra reintegrazione nel diritto comune del regime di detenzione provvisoria definito dal Codice di Procedura Penale", ben presto si tradusse solo in un "mini-raggruppamento" di Jean Marc e George a Fresnes in una sezione di semi-isolamento e noi a Fleury. Dove, ancora una volta, hanno introdotto una innovazione nella detenzione al femminile, allestendo intorno alla nostra detenzione una sezione speciale sottratta alla "detenzione normale". Dove cioè la selezione delle nostre co-detenute si fa più o meno su una base di volontariato: le prigioniere "calme" vengono selezionate, e in cambio, esse hanno la garanzia di essere in due per cella e, se vanno d'accordo con le loro compagne di cella, possono restare insieme senza troppe difficoltà mentre in "detenzione normale" la scoperta di una buona intesa fra le detenute comporta la loro separazione, ed inoltre, contrariamente a noi, esse hanno accesso alle attività ed ai corsi.

Così, questa presenza di prigioniere comuni garantisce la facciata della normalizzazione pubblicizzata attraverso i mass-media dalla Amministrazione, anche se in questa nuova divisione il nostro trattamento resta del tutto eccezionale: perquisizioni quotidiane, celle speciali, movimenti ridotti al minimo indispensabile in base al principio del nostro isolamento dal resto della "detenzione normale", ecc.

Di fatto, le modalità del nostro soffocamento si sono evolute in funzione delle nostre lotte. L'obiettivo concreto dello Stato resta il nostro annientamento politico e collettivo, sono solo stati costretti a cambiare i loro strumenti; le lotte attaccano la normalità del progetto.

Nathalie: Dall'annientamento diretto, cioè dalla tortura per mezzo dell'isolamento totale, siamo passati ad una forma di annientamento progressivo attraverso il soffocamento. Questo si basa sul ricatto di una possibile trasformazione della nostra detenzione qualora fossimo disposti a rinnegare la nostra politica e la nostra collettività organizzativa e ad abbandonare ogni idea di lotta per il nostro raggruppamento attraverso lo S.P.P. (Statuto di Prigioniero Politico n.d.t.).

Così, come alternativa, essi pongono questa questione permanente: distruzione o rinuncia-normalizzazione.

Joëlle: Posto in questi termini, questo ricatto non ci riguarda. Esso rivela, al contrario, la loro incapacità a gestire l'antagonismo rivoluzionario, vera contraddizione del sistema attuale, la loro incapacità a portare avanti una politica contro-rivoluzionaria che non si rivolti contro di loro. La loro politica e la loro strategia è l'annientamento ma essi non hanno i mezzi tattici idonei a questo scopo e agiscono come capita, colpo su colpo, secondo lo stato del rapporto di forza globale.

Nathalie: Ciò che rivela il modo in cui di volta in volta hanno risposto alle nostre lotte, è che l'alternativa "distruzione o normalizzazione-dissociazione" viene adattata sulla base della costante di normalizzare la nostra detenzione qualunque essa sia. Quando non hanno più potuto normalizzare il nostro isolamento totale, hanno tentato un trucco assolutamente bastardo: un isolamento un po' meno totale, che, per loro, tiene conto delle necessità del momento. Ora, con le nostre due lotte, non soltanto essi sanno che noi combatteremo senza tregua questa formula di detenzione, ma anche che ogni volta noi facciamo crescere la nostra identità collettiva determinata alla lotta per il raggruppamento.

La situazione dei prigionieri è sempre transitoria, a meno che essi abbiano rinunciato al loro progetto politico; questo fa parte della loro condizione di ostaggi nello scontro Rivoluzione/controrivoluzione.

La nostra presente detenzione è una normalizzazione dell'eccezione, una pretesa di normalità in una realtà eccezionale. La negazione dell'eccezione come dato permanente.

Domanda: Quali possibilità di contatto avete con altri prigionieri politici e "comuni"?

Joëlle: Come ho appena spiegato non abbiamo contatti diretti che con la quindicina di detenute che escono con noi all'aria. Evidentemente, nella selezione fatta dalla direzione, le altre prigioniere detenute alla M.A.F. (Casa di Reclusione Femminile, n.d.t.) sono sistematicamente escluse. D'altra parte alle prigioniere "comuni" che desiderano essere aggregate a questa divisione, si richiedono le loro opinioni politiche e ciò che esse pensano di Action Directe.

Con le altre prigioniere politiche non possiamo dunque avere che dei rapporti epistolari, con tutto quello che ciò significa in termini di rischi dovuti alle diverse censure.

La possibilità di contatto sono molto ridotte, il che non rappresenta che la continuità della strategia di soffocamento politico ed umano nei nostri confronti.

George: Per quanto ci riguarda, noi due qui a Fresnes siamo in una sezione speciale dove ci sono soltanto quattro celle e siamo esclusi da qualsiasi attività collettiva. Infatti, non abbiamo alcun contatto diretto con altri prigionieri politici e neanche con il resto dei prigionieri. Dopo l'isolamento totale siamo attualmente nell'isolamento "parziale". Il detenuto o i detenuti - mai più di tre - che hanno la possibilità di uscire con noi durante l'aria, sono scelti dall'Amministrazione Penitenziaria; e notiamo in questi ultimi tempi che di fronte al fallimento della normalizzazione, la selezione tende ad imporre detenuti malati, vecchi o decisamente psichiatrizzati.

E' l'ultima fase del fallimento della normalizzazione senza la nostra individualizzazione.

Domanda: Alcuni fra voi furono già detenuti per qualche tempo durante gli anni '70...

Jean Marc: Negli anni '70 eravamo perseguiti da tribunali eccezionali, da tribunali militari usciti direttamente dal colpo di Stato di De Gaulle nel 1958 e dalla repressione della rivoluzione algerina. Al momento della sua creazione la CSE (Corte di Sicurezza dello Stato) ha dovuto introdurre un regime di detenzione speciale, una nuova versione del regime dei condannati politici. Due ragioni per questa decisione, innanzitutto la lotta permanente dei prigionieri del FLN e degli altri militanti, e in secondo luogo il fatto che la CSE doveva anche giudicare lo stato maggiore dei generali dell'armata coloniale che aveva organizzato il colpo di Stato d'Algeri nel 1961, come pure la squadra dell'O.A.S. (Organizzazione dell'Armata Segreta, estrema destra colonialista).

Di fatto, quando sono stato detenuto negli anni '70, eravamo tutti raggruppati nello stesso carcere, tutti i prigionieri politici delle diverse organizzazioni. Ma già nell'80 la situazione si era un po' trasformata e i diversi gruppi erano stati separati gli uni dagli altri.

Nell'amnistia del 1981 e nello scioglimento della CSE tutti hanno visto il contenuto progressista senza vedervi il significato che gli dava il nuovo potere costituito: la criminalizzazione di qualsiasi opposizione radicale. Come in tutti gli altri campi sociali, il partito riformista si rivelava anche qui non come il partito progressista che voleva apparire ma proprio come il partito della nuova reazione, della modernizzazione dello Stato e della sua più rigida integrazione nel blocco occidentale. Dunque, a partire dall'83, '84, Mitterrand ha applicato le disposizioni europee guidate da strutture controrivoluzionarie come la NATO ed il gruppo di TREVI per esempio, ed egli ne ha inventate altre come le misure di dispersione o il raggruppamento limitato in condizione di detenzione normale... Nel 1984-'86, dopo che le offensive della guerriglia hanno portato dei colpi molto pesanti alla stabilizzazione del potere, lo Stato ha risposto con la reintroduzione dell'emergenza, la reintroduzione dei tribunali straordinari, della tortura, della detenzione speciale... i governi di destra e di sinistra contribuendo, uno dopo l'altro, ad aggiungere una pietra all'edificio della nuova struttura repressiva.

Domanda: Quali furono le ragioni delle amnistie a favore dei prigionieri politici del 1981 e 1989?

Jean Marc: Durante l'inverno 1980-'81 la vittoria della sinistra si è delineata con più nettezza e perciò s'imponeva una scelta politica ed organizzativa: come affrontare la trasformazione della situazione in considerazione dello stato delle forze fra i due campi, come essere presenti di fronte alla svolta che si profilava e rinforzarsi politicamente senza rimettere in discussione i fondamenti del nostro impegno e le basi del processo rivoluzionario nel nostro paese? Noi sapevamo che la battaglia per la liberazione dei nostri prigionieri e degli altri 200 prigionieri politici non sarebbe stata una battaglia per la resa ma uno scontro politico contro lo Stato, e che questo scontro doveva essere un momento d'organizzazione e d'unità con il movimento rivoluzionario.

Durante 20 anni i rivoluzionari s'erano battuti contro la CSE, noi dovevamo in quel momento infliggerle un colpo decisivo, non un colpo che fosse il punto finale di una singola lotta ma un momento della continuità dell'insieme di tutte le lotte rivoluzionarie contro lo Stato e le sue politiche repressive.

Il primo passo è stato fatto attraverso la dichiarazione politica di una tregua da parte della guerriglia, un gesto questo che ha fatto scattare un processo di aggregazione dei differenti collettivi del movimento rivoluzionario sulla base della liberazione dei prigionieri politici: "di tutti senza condizioni".

Mitterrand, all'inizio, non volle far votare l'amnistia generale, egli proponeva una grazia condizionata per le pene inferiori a otto anni. Ciò era ridicolo e anche indice della più totale ipocrisia - tipica del personaggio - poiché la pena media più bassa comminata dalla CSE era di nove anni. Questa misura avrebbe dunque comportato ben poca libertà per i prigionieri politici, pur servendo a dare prestigio al Partito Socialista e come mezzo di divisione. La lotta raddoppiò d'intensità, nelle carceri essa si unificò naturalmente alla lotta dei prigionieri "comuni" contro i Q.H.S. e per una grazia collettiva. Ne seguirono sommosse, scioperi della fame, scontri nelle manifestazioni... Il ministro della giustizia diede le dimissioni, e il suo successore Badinter chiuse le Q.H.S., accordò una grazia collettiva e fece votare un'amnistia limitata. Ma poiché l'obiettivo era "tutti", la lotta proseguì. Solo Nathalie restò in carcere, noi abbiamo allora legato la sua liberazione a quella di una ventina di altri militanti rivoluzionari che non erano riconosciuti come prigionieri politici. Il movimento si è esteso e si è rafforzato, è diventato il primo movimento organizzato contro "l'ondata rosa" e l'affermazione del nuovo potere, contro le prime decisioni di trasformazione di questo nuovo potere.

Un mese più tardi avevamo ottenuto la liberazione di tutti i prigionieri politici e lo scioglimento della CSE, sul filo di una lotta senza compromessi, cioè nell'unità delle lotte, per un processo rivoluzionario di liberazione.

Georges: Infatti, se la lotta per la liberazione dei prigionieri politici è una costante della battaglia rivoluzionaria, non è evidentemente un fine a se stante, in quanto essa deve collocarsi nello sviluppo e nel radicamento di questa battaglia. La guerra di classe rivoluzionaria non è un processo lineare, una strada rapida e liscia, è un lungo processo fatto di offensive e di ritirate, d'attacchi e di soste, un processo dialettico che ritrascrive e materializza nell'azione le rotture del movimento reale, i suoi mutamenti, ciò che essi determinano per le condizioni generali dello scontro.

E' essenziale sapersi adattare a queste condizioni e l'adattamento non ha mai significato opportunismo né liquidazione ma riqualificazione. Allo stesso modo, l'adattamento dell'azione rivoluzionaria in una fase precisa, nei mutamenti delle condizioni politiche, non è affatto una rimessa in discussione del processo di guerra rivoluzionaria, cioè dell'organizzazione della violenza rivoluzionaria del proletariato per la conquista del potere politico.

Nel 1981, noi avevamo la forza politica di condurre questa lotta e di vincerla effettivamente, cioè come momento e sviluppo del movimento rivoluzionario; nel 1989 la situazione era tale che essa non poteva essere portata avanti senza concessioni fondamentali, ed allora la continuità ha prevalso sulla rottura, in una fase diversa il progetto rivoluzionario deve essere diverso, molto semplicemente.

Fa parte delle buone maniere sussurrare dietro le quinte: "l'amnistia dei prigionieri politici non è altro che la soluzione borghese della lotta armata", e altre parole d'ordine del dottrinarismo e dell'immobilismo estremista, "il radicalismo della svendita", come diciamo noi. Immobilismo che vorrebbe essere un modo per preservare la battglia rivoluzionaria, lo spirito della lotta, la sua necessità, ma che può essere in certi casi assolutamente contrario all'effetto voluto e diventare l'affossatore di questo spirito antagonista. Bisogna diffidare delle formule vuote e delle posizioni di puro principio, lontane dalle necessità reali della situazione e della sua trasformazione, esse sono facilmente ribaltate dallo Stato contro l'unità delle forze rivoluzionarie e contro la battaglia stessa. La lotta permanente per la liberazione dei prigionieri politici è uno scontro nel quale vive l'unità e la solidarietà di classe contro l'oppressione e la repressione dello Stato. E' dunque uno dei momenti della battaglia generale per l'emancipazione.

Nathalie: Concretamente l'amnistia non ha né attenuato né frenato la nostra attività politica, qualunque essa fosse:

L'amnistia del 1981 è stata la conseguenza di una battaglia rivoluzionaria, ed essa ha aperto una fase particolare di questa battaglia. Noi abbiamo forse commesso degli errori nella comprensione delle problematiche di questo periodo, soprattutto a causa della mancanza di esperienza e di rigore nel lavoro di massa, errori di immediatismo e movimentismo senza alcun dubbio; ma anche di sottovalutazione delle distorsioni inerenti al confronto, azione clandestina dei comunisti da un lato e legalità-istituzionalizzazione, terreno unico e codificazione politica dello Stato borghese dall'altro. Bene, ma ciò difficilmente può essere spiegato in poche righe, l'essenziale è chiarire che se la liberazione dei prigionieri politici è integrata alla lotta del movimento rivoluzionario non come un fine o un obiettivo astratto, ma come una battaglia contro lo Stato, allora questa liberazione non può essere una soluzione politica della borghesia al processo della guerra rivoluzionaria.

Joëlle: Nel 1989 le amnistie comportavano un vizio di principio, lo Stato - costretto dalla data storica del bicentenario della rivoluzione francese - doveva fare un'amnistia spettacolo. Pressato da lotte settoriali, esso le ha rovesciate contro l'insieme dei prigionieri politici, costruendo l'amnistia sulla divisione.

Concretamente, tre collettivi di prigionieri politici sono stati amnistiati: i canachi, gli antillani ed i corsi; mentre altri tre collettivi ne venivano esclusi: i baschi del Nord e del Sud, i palestinesi/libanesi e noi, che venivamo privati anche della grazia concessa all'insieme dei prigionieri. Tutti i prigionieri politici furono esclusi anche da questa grazia, come nell'88 per l'elezione presidenziale o come nel '90...

In questo modo, il riflusso del movimento rivoluzionario, la pausa nell'attività rivoluzionaria non permetteva assolutamente di intraprendere una battaglia per la liberazione dei prigionieri politici, una battaglia che non fosse soltanto difensiva.

Domanda: In occasione dei due lunghi scioperi della fame, avete lottato per il raggruppamento in base allo statuto di prigioniero politico. Perché vi riferivate a questo statuto, che significato ha esso nella storia delle lotte in Francia?

Nathalie: Bene, tento di spiegarne il significato nella sua portata. Innanzitutto, questo statuto, tipico del contesto francese, attualizzato nella sua rivendicazione, rappresenta la memoria di 20 anni di lotte nel carcere (anni '60-'80) contro lo Stato colonialista e imperialista francese. Uscito dalla battaglia dei militanti algerini del FLN, esso è stato ripreso anche da quelli della Gauche Proletarienne (Sinistra Proletaria, n.d.t.), dagli anarchici o dai GARI (Coordinamento Antifascista, n.d.t.), come pure dai Movimenti di Liberazione Nazionale Bretone, Antillano, Corso, Basco. . . che ne rivendicano sempre l'applicazione.

Noi oggi ci riferiamo ad esso nella sua attualizzazione per rivendicare in primo luogo la sua funzione formale di raggruppamento. Ma siamo subito chiari, noi non ci limitiamo a rivendicare questa sola necessità. Noi intendiamo anche materializzare la sua portata intendendola come una delle espressioni, sul terreno dei contenuti, dello scontro Rivoluzione/ controrivoluzione. E' all'interno di questa dimensione ed articolata in quanto pressione politica irrisolvibile nella sua negazione o criminalizzazione, che la lotta per questa rivendicazione spinge su posizioni d'attacco la nostra esistenza di prigionieri politici. In effetti, da sempre, essa permette di battere la contraddizione rappresentata dalla stessa politica di negazione-normalizzazione da parte dello Stato di ogni processo e politica rivoluzionari. Condizione "sine qua non" del raggruppamento, noi ne orientiamo oggi la funzione verso il suo possibile sviluppo in elemento attivo della destabilizzazione e distruzione degli strumenti strategici di repressione politica e sociale, dei modi di eliminazione di ogni contestazione d'avanguardia mediante la concentrazione, in zone alienate, delle loro espressioni sino alla loro criminalizzazione sempre più caricaturale.

Il suo significato, qui da noi, si esprime dunque in termini di memoria, di strumento di raggruppamento, e di attualizzazione per lo sviluppo della sua portata politica e strategica; cioè un processo verso il raggruppamento e per l'imposizione del raggruppamento.

Questa concezione di raggruppamento è una nozione perfettamente compresa in Germania nella sua qualità politica. Mentre qui non è ancora pienamente compresa. Esiste una sorta di confusione, accuratamente mantenuta dagli organi della repressione statale, fra l'idea di un raggruppamento umanitario e la concezione politica del raggruppamento così come noi lo intendiamo. La rivendicazione del raggruppamento non può dunque essere slegata, per essere compresa nella fase attuale, dal suo riferimento allo statuto.

Una rivendicazione che si inscriva nel processo internazionale delle lotte, per essere imposta. Effettivamente, la rivendicazione del raggruppamento, in base a criteri territoriali, è una rivendicazione internazionale, comune a tutti i prigionieri comunisti rivoluzionari, antimperialisti, che vengono dalla guerriglia o dalla resistenza, una rivendicazione che di fatto li unifica. Essa si afferma, da sempre, come rivendicazione internazionalista, nella composizione di una forza internazionale, alla riunione dei militanti all'esterno per imporre la riunione dei prigionieri, come prima tappa della risoluzione della loro situazione.

Così, dall'aprile 1984, la nostra organizzazione definiva per i suoi militanti incarcerati quattro compiti da portare avanti: demistificare, con la lotta in carcere, l'immagine del "buon" carcere socialdemocratico; darsi gli strumenti per combattere all'interno, cioè ottenere con tutti i mezzi, attraverso lo statuto di prigioniero politico, il raggruppamento; legare le loro lotte a quelle dei prigionieri comunisti in Europa Occidentale; e, infine, liberarsi.

E' una linea politica che si inscriveva a priori in uno sviluppo internazionale, e s'arricchiva poi di ciascuna conquista realizzata, sul filo delle lotte e dei contatti, una linea che noi manteniamo con diverse forme d'azione in un processo permanente di trasformazione immediata che dinamizza le trasformazioni in divenire.

Georges: Sì, è così che oggi va inteso il riferimento allo statuto, la complessità stessa della sua funzione. Si tratta di una funzione complessa perché è anche nel superamento della sua sola dimensione all'interno del carcere che esso può entrare in movimento contro l'unicità politica attuale, imposta oggi oggettivamente e psicologicamente alla società.

In questo modo, esso si oppone con grande concretezza all'autolegittimazione fondata sul consenso del potere statale. Lo Stato, consapevole delle proprie debolezze, ha sempre cercato di eliminare le contraddizioni con una politica permanente di negazione delle stesse; e questa esigenza è ancora più forte in una fase come quella attuale di crisi di legittimità. E' sempre in questo contesto che la controrivoluzione, sulla base della propria necessità di eliminare i prigionieri rivoluzionari, accumula di fatto tutto un insieme di contraddizioni che, esacerbate e svelate nella lotta, evidenziano le finalità politiche della detenzione. Una politica, questa, che raggiunge il suo culmine durante i processi politici ai rivoluzionari, di cui si appropriano i tecnocrati della disinformazione borghese. In un contesto di questo tipo, i tribunali speciali, proprio per la loro natura eccezionale, impongono di fatto questo "black-out informativo" e dimostrano, loro malgrado e molto chiaramente, l'illegittimità del potere borghese. Essi si smascherano così come una delle contraddizioni politiche della repressione controrivoluzionaria, una contraddizione che porta in sé le condizioni stesse della sua distruzione. Costretto a usare questi strumenti per difendersi, il potere si sforza in ogni modo e contro ogni evidenza di nasconderne la natura strategica diretta ad eliminare gli antagonismi attraverso una politica di normalizzazione/negazione, sviluppata con violenza nella detenzione.

Nathalie: Sì, bisogna ricordare che lo statuto di prigioniero politico era collegato, originariamente, alla CSE e che si era sviluppato nello scontro con lo Stato, come mezzo di lotta e di informazione nei confronti di questa giurisdizione speciale.

Georges: E ciò che il potere vuole oggi è proprio separare l'eliminazione politico-giuridica, sempre spettacolarizzata, dei militanti rivoluzionari secondo il principio del "voltare pagina", dal loro isolamento perseguito in carcere in tutti i modi. Anche in ciò il riferimento allo statuto va ben al di là della sua funzione di base per il raggruppamento. Inteso nella sua necessaria attualizzazione, esso si pone invece come attacco a uno dei fini connessi alla politica di negazione, aprendo così l'informazione sulla prigionia politica, sulla sua organizzazione e sul carattere di necessità che riveste per il potere.

Un potere che viene sempre più indebolito dalle contraddizioni che genera. Non c'è un settore, minimamente sensibilizzato, che non contagi gli altri più o meno rapidamente, e in cui lo Stato non si trovi in una posizione difensiva e non sia costretto così a svelare la propria realtà di classe e il carattere fittizio del concetto di "democrazia" con cui si maschera.

In questa situazione, dunque, lo Stato può sopravvivere solo decretando una rigidità nella gestione politica e sociale della sua amministrazione. Una rigidità che, sin dal 1983-'84, si è espressa in carcere in un sistema di detenzione a due livelli. Un livello generale di detenzione cosiddetta comune, il cui scopo è quello di produrre normalizzazione sociale, pacificazione, e in cui i detenuti, ogni detenuto, devono capire e gestire dei presunti interessi individuali a una normalità.

I detenuti che non si adegueranno a questa regola, verranno, anzi vengono affidati al secondo livello: quello dell'isolamento e della normalizzazione forzata attraverso una politica di sicurezza speciale... con il rischio che vengano eliminate in un modo o nell'altro le "escrescenze" che possono prodursi (il direttore di Fleury-Mérogis nel 1987: «abbiamo diritto, come nell'esercito, al 7% di perdite»).

Per i prigionieri rivoluzionari, il percorso è in genere esattamente opposto: è nell'isolamento, e grazie ad esso, che il militante deve "dimostrare la propria volontà e la propria capacità di inserirsi nella normalità", di gestirla e dunque di pacificarsi per accedere al livello della detenzione comune. In questo percorso, la detenzione politica esisterebbe solo come anticamera dell'eliminazione... o della rinuncia e della dissociazione strisciante. E' quindi anche a tutto ciò e contro ciò che corrispondeva l'attualizzazione del riferimento allo statuto e alla sua funzionalizzazione.

Domanda: Sì, ma qual è il significato concreto di questo statuto nella storia delle lotte dei prigionieri in Francia?

Joëlle: Prima di tutto voglio sgombrare il campo da una critica che in Francia compare spesso, molto spesso, nel dibattito politico e che, pur avendo una spiegazione, si mangia la coda; si afferma cioè che la rivendicazione dello statuto di prigioniero politico introdurrebbe una differenziazione. Ciò corrisponde a una visione assolutamente lineare dello scontro. La nozione stessa di differenziazione appartiene alla strategia dello Stato e come tale essa viene utilizzata. In carcere essa viene applicata contro di noi, contro ogni prigioniero che si ribella, contro ogni individuo che rifiuta di sottomettersi. Inoltre, quando avanziamo questa rivendicazione, noi portiamo avanti una nostra esigenza, già esplicitata da Georges e Nathalie, ma evidenziando anche la nostra volontà di spezzare l'individualizzazione che vorrebbero imporci; la nostra lotta si inserisce nella totalità delle lotte carcerarie contro la differenziazione e contro ogni forma di separazione. Esiste una relazione dialettica che crea un'interazione tra quelle che possono essere le nostre specifiche rivendicazioni e quelle avanzate dalle lotte di tutti i prigionieri. Un esempio molto concreto: solo dopo che i militanti del FLN avevano imposto negli anni '59-'60 il diritto all'informazione - previsto dallo statuto - questa rivendicazione è stata ripresa e fatta propria dal movimento dei prigionieri nel suo complesso durante le lotte del 1974.

Georges: Un altro esempio che chiarisce bene questo discorso: la questione dell'isolamento. La lotta contro questa pratica di detenzione, che definisce concretamente una forma di attacco nei confronti dei prigionieri rivoluzionari, è anche al centro di tutti i movimenti di lotta dei prigionieri .

Nell'estate-autunno 1987, ci furono molte iniziative e lotte in tutte le carceri. Dal rifiuto del carrello (rifiuto del pasto dell'amministrazione) alle fermate all'aria, i movimenti si sono radicalizzati fino alla rivolta della Centrale di Saint Maur nel novembre 1987. Da tutte queste lotte emergeva una rivendicazione unitaria: la fine dell'isolamento, la cui applicazione veniva denunciata in quanto attentato contro l'identità della persona e contro la sua sopravvivenza. Ma benché queste lotte abbiano suscitato una certa emozione nell'"opinione pubblica", esse restarono comunque confinate a una dimensione spettacolare e furono ridotte a semplici "fatti di cronaca".

In occasione del nostro primo sciopero della fame nel 1987-'88, questa rivendicazione ha raggiunto la sua piena dimensione politica, legandosi a quella del raggruppamento mediante lo statuto di prigioniero politico, poiché in questo modo si mettevano in evidenza le finalità politiche della strategia controrivoluzionaria e anti-sociale della detenzione e del carcere stesso. La campagna di denuncia e di lotta ne uscì rafforzata costringendo, qualche mese dopo, un ministro di Grazia e Giustizia "a disagio", Arpaillange, ad ammettere che «l'isolamento costituisce una forma di tortura». Che lo Stato democratico fosse costretto a riconoscere questa sua contraddizione costituiva una vittoria. Essa era il risultato di tutte le lotte che si erano sviluppate nel carcere - cioè dell'interazione tra le nostre rivendicazioni e quelle del movimento dei prigionieri, cioè della convergenza dialettica di due fronti di lotta in apparenza contraddittori. Ma naturalmente lo Stato non poteva rimanere fermo su questo scacco, né perseverare nell'ammissione fatta; la sua risposta fu la separazione dei prigionieri politici da quelli comuni. I primi "uscirono" dalle sezioni di isolamento mentre gli altri continuarono a subirne tutta la violenza. La strategia di differenziazione di cui parlava Joëlle era necessaria al potere per contrastare quella vittoria e l'unità dialettica che vi si era realizzata. Questa strategia venne poi perfezionata in una tattica di separazione degli stessi prigionieri politici: da una parte i condannati per "reati di sangue" che furono trasferiti di nuovo nelle sezioni speciali e dall'altra quelli che dovettero subire un tentativo di normalizzazione nella cosiddetta detenzione comune.

Joëlle: Questo riepilogo delle lotte del periodo 1987-'88 esemplifica molto bene il rapporto di scontro che si gioca sul terreno del carcere e il legame tra le lotte dei prigionieri politici e quelle dei prigionieri comuni. Un legame che dimostra, contro ogni strategia di differenziazione, il ruolo trainante esercitato dai prigionieri rivoluzionari nei confronti di tutti i prigionieri. E ciò chiarisce anche il riferimento allo statuto, superandone la necessità immediata, inteso come il rapporto che introduce la nostra identità di militanti comunisti che svolgono una funzione di politicizzazione della detenzione in generale, una funzione volta a raggiungere una coscienza effettiva del ruolo che il carcere svolge nell'organizzazione capitalista della società di cui esso rappresenta l'aspetto più estremo, quasi caricaturale, di una comune condizione di sfruttamento e di oppressione. Una funzione di politicizzazione che vive concretamente nelle nostre lotte e nella loro interazione con l'insieme delle lotte sul carcerario; e perciò, nel campo specifico della detenzione politica, nelle rivendicazioni per il raggruppamento attraverso lo statuto di prigioniero politico e per la chiusura immediata e definitiva delle sezioni speciali di isolamento.

Jean Marc: Come ricordavo prima, fino al 1981, eravamo giudicati direttamente dall'esercito. Procedure eccezionali come i Consigli di guerra in Spagna, ma nei fatti delle strutture repressive inadatte e superate, non più corrispondenti all'immagine ideologica degli Stati moderni e della loro integrazione in Europa. Il progetto originario del governo socialista era di arrivare a un grado tale di pacificazione che nessuna struttura eccezionale fosse necessaria alla repressione di classe, tutte le "devianze" sociali e rivoluzionarie non essendo che forme di criminalità più o meno collettive. Ma la realtà della battaglia, della guerra di classe, è tutt'altra, e lo Stato ha dovuto considerevolmente sviluppare la propria struttura repressiva d'emergenza (Sezioni Speciali nel 1986). All'inizio, sin dall'82, il governo ha messo fuori legge la nostra organizzazione, poi esso ha introdotto contro di noi una vecchissima legge, votata alla fine del secolo scorso per lottare contro il movimento operaio, una legge meglio conosciuta come la "legge scellerata" nei libri di storia sociale; questa legge si articola sulla nozione di delitto collettivo, delitto politico. Nelle nuove leggi che l'hanno rafforzata, la sua denominazione generale "associazione a delinquere" è stata coniugata con il termine molto alla moda di "terrorismo", un legame che corrisponde bene all'idea dettata dalle istanze repressive internazionali: "criminalità ideologica" ! !

La scelta che qualifica questa imputazione è altamente politica, cosicché, se le organizzazioni rivoluzionarie per i loro attacchi contro l'oligarchia borghese sono classificate come "associazioni terroristiche", come del resto i combattenti dei Movimenti di Liberazione Nazionali, le organizzazioni fasciste, quali che siano i gruppi di estrema destra, come quello responsabile dei numerosi attentati razzisti sulla Costa Azzurra contro i lavoratori immigrati, o, ancora, il GAL (Gruppo Antiterrorista di Liberazione), struttura parapoliziesca che ha rivendicato parecchie decine di assassinii di militanti e di rifugiati Baschi, non sono comprese nella giurisdizione speciale.

Come ogni giurisdizione eccezionale, questa significa anche rafforzamento dei poteri polizieschi: strutture speciali, polizie politiche, legami con l' esercito e i servizi segreti, così come bande di provocatori... ed ancora rafforzamento delle procedure e dei metodi speciali: controllo a vista prolungato, centralizzazione a Parigi dei processi (in questo modo i militanti delle colonie sono deportati nelle carceri francesi... come gli Antillani,i Kanachi...). Giudici istruttori raggruppati in una struttura "bunkerizzata", Corti di Assise Speciali con dei giurati "professionisti" (sono gli stessi giudici!). Altro punto, la retroattività delle leggi; in questo modo hanno deliberato i tribunali su dei fatti anteriori, talvolta di parecchi anni, con leggi votate nel settembre 1986. E' bene evidentemente ricordare il legame diretto che esiste fra questa giurisdizione e la detenzione eccezionale alla quale sono sottoposti gli accusati, in modo tale che giurisdizione speciale, tortura, isolamento, ricatto, minacce e mercanteggiamento... costituiscono un tutt'uno. Dopo i militari della Corte di Sicurezza dello Stato, le Sezioni Speciali sono l'espressione molto "civilizzata" del terrore giudiziario contro-rivoluzionario attuale.

Domanda: Ci sono già stati parecchi processi contro di voi.

Nathalie: Le Sezioni Speciali sono delle giurisdizioni politiche, ciascun processo è diverso secondo la realtà politica che affronta e secondo le fasi della repressione. Con noi fino ad ora hanno dovuto (come lo diceva Jean Marc nella prima domanda) imporre questa rappresentazione: "la forza dello Stato e la debolezza della resistenza", i processi sono stati così fino al parossismo, la vetrina spettacolare di questo scenario obbligato. D'altra parte, ciascun processo si è conformato alla volontà dello Stato di ridurre a noi quattro la realtà dell'organizzazione.

E questo era tanto un imperativo quanto una questione di comodo per favorire la farsa giudiziaria che essi dovevano spettacolizzare; in effetti, non potendo individualizzare le partecipazioni reali, l'immagine artefatta del nostro nucleo doveva mantenere un'apparenza sfumata e globalizzante. Ma più fondamentalmente, si trattava di negare qualsiasi realtà politica, qualsiasi natura di azione e di organizzazione rivoluzionaria. Ridurre l'attività della guerriglia all'agitazione di un piccolo nucleo paranoico di "criminali ideologici ".

Joëlle: In un paese come la Francia che santifica l'espressione degli artifizi democratici, il tribunale eccezionale deve nello stesso tempo eliminare l'oppositore - le Sezioni Speciali pronunciano generalmente le pene massime previste dal codice - e garantire la sua immagine di "Giustizia", dunque non condannare che per dei "crimini", dei "fatti" precisi... negando ogni forma di politica, sia quella di cui esso è l'espressione, che quella del militante che pretende di giudicare e questo fino all'estrema caricatura. Scimmiottando il diritto comune in questo scopo di criminalizzazione, le procedure non diventano che delle scimmiottature caotiche sulla base di dossier incompleti, manipolati, costruiti su false perizie e prove grossolane. Di fronte a questa spettacolare manipolazione, noi avevamo deciso di non confutare alcuna delle montature giudiziarie e poliziesche per concentrare tutti i nostri interventi nell'affermazione della rottura e della critica rivoluzionaria, della necessità dell'organizzazione dei comunisti e della guerriglia. Così noi dovevamo affrontarli, negando loro il diritto di giudicarci, di giudicare l'azione rivoluzionaria. Rivelare la caricatura costituita da questa giustizia "amministrativa", come sola espressione dell'eliminazione dei militanti, non per quello che essi hanno fatto individualmente ma come conseguenza del pericolo politico che essi costituiscono organizzandosi, combattendo fuori dagli ambiti e dai codici imposti dall'istituzione dell'egemonia di classe.

Tale è stato il nostro atteggiamento durante i primi processi, ma noi non ne facciamo una posizione assoluta per gli altri militanti; al di là dei soli principi di non collaborazione con il "potere giudiziario" e di non-individualizzazione, noi pensiamo che ogni processo debba essere affrontato con una sola idea direttrice: come combatterli, come vincerli su questo terreno che essi ci impongono.

Domanda: Nella situazione politica attuale qual è l'obiettivo perseguito dallo Stato?

Nathalie: Noi non siamo accusati di tutte le azioni di Action Directe che coprono il periodo '84-'86. Esprimere questa relativa selettività in termini di "quasi tutte" non può rendere chiara la sua natura. Come sottolineavamo rispondendo alla precedente domanda, questa selettività è conforme alla volontà statuale di ridurre la realtà dell'organizzazione a noi quattro, a un piccolo gruppo di "criminali ideologici". In termini generali, la situazione impone la necessità della rappresentazione dello "Stato di diritto contro la barbarie" e, dunque, sempre in termini generali, attraverso le giurisdizioni eccezionali il diritto diventa una caricatura di se stesso nella sua funzione di classe, sempre più diritto della borghesia, diritto dell'oppressore.

L'altro aspetto della selettività delle nostre accuse è la separazione che è stata fatta fra le azioni rivendicate da parte delle Unità Combattenti e quelle rivendicate da parte dei Commandos. Il primo obiettivo di questa separazione è di slegare le azioni dei Commandos dal loro contesto. Cioè di togliere loro qualsiasi significato politico-strategico estraniandole dalla loro concettualizzazione teorico-pratica: la campagna politica determinata nella strategia della Lotta Armata che esse hanno il compito di portare avanti.

D'altra parte, poiché le azioni effettuate dai Commandos sono dei tentativi di esecuzione o delle esecuzioni, è anche il rapporto con la violenza rivoluzionaria che essi vogliono falsare. Così, se noi siamo accusati di tutti gli attentati rivendicati dai Commandos dell'organizzazione, non è un caso che le due sole operazioni rivendicate dalle Unità Combattenti nelle quali essi hanno ritenuto necessario coinvolgerci siano degli attentati dinamitardi, potenzialmente "reati di sangue". Che si tratti dell'autobomba contro l'UEO o dell'attacco contro l'Interpol (un poliziotto ferito), queste due azioni sono equivalenti a delle esecuzioni.

Joëlle: Questa separazione vuole anche avere un carattere di prevenzione. L'esecuzione di un militare o di un padrone non deve generalizzarsi ed è dunque necessario, per loro, bloccare questa possibilità di combattere. Attraverso la guerra psicologica, vi è così un tentativo di spostare il rapporto tra elementi oggettivi e soggettivi della guerra di classe su un terreno di volta in volta morale ed emozionale, nella speranza di impedire ogni comprensione ed appropriazione, all'interno di un quadro politico determinato, della violenza rivoluzionaria.

Nessuno deve riconoscersi nelle nostre azioni, per questo essi si sforzano di mantenere tutto nel vago, in una dimensione esterna allo scontro di classe, focalizzando sull'aspetto più spettacolare, sulla morte provocata, l'attenzione delle coscienze.

Attraverso questa focalizzazione, essi sperano di rendere inesistente ogni processo oggettivo di guerriglia e di resistenza, ogni processo di liberazione proletaria, ogni possibilità di combatterli al di fuori degli spazi autorizzati e gestiti dallo Stato, presentando la violenza rivoluzionaria come l'"ultima barbarie nelle democrazie". Il "diritto", il loro "diritto", deve regnare per loro, l'assassinio è sempre e soltanto l'arma legittima della ragion di Stato. La ragion di Stato, essendo compresa nello "Stato di diritto", il diritto d'assassinare appartiene a loro!

C'è tutta un'implicazione simbolica nella scelta degli attentati dei quali siamo o non siamo accusati. Per quanto la violenza resti sempre privilegio dello Stato, non è soltanto la formalizzazione di questa appropriazione che viene in causa attraverso lo spettacolo dei processi, ma anche la messa in evidenza del "reato di sangue", della nozione di criminalità ideologica. Un dato oggi indispensabile della gestione carceraria dei prigionieri politici che così viene messo in primo piano. In tal modo la scelta delle nostre accuse coincide con i tre principali elementi della negazione della politica della guerriglia:

I processi sono per lo Stato dei momenti di applicazione di diverse tattiche inscritte nella strategia contro-rivoluzionaria dei poteri europei-occidentali: negazione della politica della guerriglia, negazione della realtà e della possibilità dell'organizzazione politico-militare, guerra psicologica diretta contro il proletariato ed il Movimento Rivoluzionario allo scopo di impedire qualsiasi comprensione ed appropriazione della politica e della prassi rivoluzionaria, della guerriglia comunista.

Domanda: Cosa intendete per detenzione politica in termini di scontro?

Georges: La detenzione politica è un terreno di scontro permanente e non può essere in nessun caso neutra o avulsa dal rapporto di forza tra la volontà di imposizione dello Stato e la resistenza del militante prigioniero.

Lo Stato vuole negare l'identità del prigioniero politico, condurlo a negare la propria identità attraverso la sottomissione e l'individualizzazione e renderlo quindi malleabile, in quanto ostaggio, alle politiche e ai progetti controrivoluzionari.

Dal canto suo il collettivo dei militanti prigionieri deve palesare e materializzare questo terreno di scontro per affermarsi come soggetto unitario nella realtà della lotta e della resistenza. Concretamente ciò significa aprire e far vivere un fronte di lotta, uno fra i tanti, del movimento rivoluzionario antagonista.

In quattro anni di carcerazione il nostro Comitato ha iniziato e partecipato a numerose lotte, tutte diverse fra loro a seconda delle situazioni e degli obiettivi, ma tutte interne a una logica di collettivizzazione e di scontro con lo Stato.

Così il nostro primo sciopero, che durò dal dicembre 1987 sino al marzo del 1988, ha dovuto scontrarsi con una situazione "di emergenza" e con gli obiettivi iniziali delle Sezioni Speciali contro il nostro Collettivo.

Lo Stato ha utilizzato la tortura e l'isolamento per spezzare la nostra determinazione, per individualizzarci e separarci dal movimento rivoluzionario all'esterno. Noi abbiamo risposto con una lotta dura e determinata nelle Sezioni Speciali, una lotta che superò le mura del carcere per diventare una campagna di massa contro l'isolamento e contro il progetto volto alla nostra eliminazione.

D'altro canto, nonostante fossimo in sciopero della fame, essi avevano allestito dei grandi processi "spettacolo", veri e propri "riti di propaganda anti-terrorismo", obbligandoci a presenziare alle udienze in barella, semi- incoscienti e sotto trasfusione. Ciò però ha permesso di smascherare la natura speciale di quei tribunali e di denunciarla. Inoltre, avendo riunito nella stessa gabbia realtà diverse del movimento rivoluzionario, nell'amalgama di un'unica criminalizzazione, essi hanno tentato di dimostrare il nostro isolamento anche all'interno di questo movimento, di metterci gli uni contro gli altri. Ma ciò si trasformò per loro in una amara sconfitta, perché, durante tutto il processo, noi abbiamo formato un fronte solidale.

Nathalie: Un altro elemento essenziale di questa lotta è stata la pretesa e l'affermazione, in questa sede, del carattere unitario delle due rivendicazioni oggi fondamentali e comuni a tutti i prigionieri politici in Europa: "contro l'isolamento, per il raggruppamento". Il che significa lottare in Francia per la chiusura delle Sezioni di Massima Sicurezza e per il raggruppamento, che noi colleghiamo all'ottenimento dello Statuto di Prigioniero Politico, come rivendicazione storica dei militanti prigionieri in questo paese.

L'attuazione di queste due rivendicazioni ha creato un vasto dibattito dentro e fuori dal carcere, fra tutte le realtà del movimento così come in tutti i collettivi di prigionieri politici. Nello stesso tempo esse hanno rappresentato da subito le prospettive di lotta più avanzate nella rottura del progetto "emergenziale", della politica di sterminio e delle politiche di individualizzazione/normalizzazione.

Un movimento e delle rivendicazioni, queste, che saranno riprese dal collettivo dei prigionieri politici baschi per ben due volte durante lo stesso anno. Noi stessi dovemmo riprendere la lotta dall'aprile al luglio 1989, seguiti dai prigionieri libanesi che appoggiavano Anis Naccaché, nell'autunno-inverno 1989-'90.

Oggi queste due rivendicazioni vivono realmente all'interno del movimento dei prigionieri politici. Il nostro parziale raggruppamento (e quello dei prigionieri politici baschi) non è che una tappa per nuove lotte finalizzate alla conquista dello Statuto di Prigioniero Politico. Per quanto riguarda l'isolamento esso continua ad essere applicato, anche se a un numero minore di prigionieri politici: e noi non possiamo accontentarci di queste mezze misure.

Con queste due rivendicazioni la prigionia politica, qui in Francia, si è trasformata in un vero e proprio fronte di lotta per centinaia di militanti imprigionati dei Movimenti di Liberazione Nazionale e della causa proletaria.

Domanda: Come pensate di costruire l'interazione tra le lotte dei prigionieri politici e quelle che percorrono il carcere imperialista nel suo insieme?

Jean Marc: Pur essendo la detenzione politica un terreno particolare e specifico, essa non è tuttavia separata dal contesto generale della reclusione cui sono sottoposte decine di migliaia di proletari e di oppressi. La detenzione politica è un momento della lotta rivoluzionaria, e la reclusione è un momento dell'imposizione della dittatura borghese: la sanzione alla trasgressione dei ruoli assegnati dalle regole sociali.

I rivoluzionari agiscono nella prospettiva di costruire una società che preveda l'abolizione del carcere; in ogni lotta che facciamo assieme ai detenuti deve vivere l'obiettivo della distruzione del carcere e della rivoluzione sociale. Si tratta dell'obiettivo permanente di fondere nella lotta le rivendicazioni immediate per migliori condizioni di vita con l'orientamento dello scontro contro la giustizia di classe, contro la dittatura della magistratura e del padronato, contro lo Stato.

Dobbiamo dunque con la nostra posizione politica, il nostro lavoro di propaganda, le nostre lotte, smascherare la natura e il ruolo sociale del carcere all'interno del sistema. Smascherare lo sfruttamento, l'emarginazione sociale e l'oppressione che il carcere rappresenta per le classi popolari... In questo modo potremo costruire, anche a partire da questo terreno, la solidarietà, l'unità e la lotta di classe.

Una solidarietà, comunque, che non ha niente a che spartire con quelle tendenze che propugnano la costruzione in carcere di una sorta di sindacalismo diretto da "sermoni" populisti, vere e proprie tendenze opportuniste che hanno vissuto il loro apogeo durante la "campagna ugualitaria" contro la liberazione dei prigionieri libanesi e palestinesi del gruppo Naccaché. (1)

Joëlle: Non si può avere un atteggiamento coerente nella lotta all'interno del carcere se non si tiene in considerazione la specificità della prigionia politica o se si trascura la necessità della lotta con il resto dei detenuti e, ancor peggio, se non si tiene conto dell'interazione di questi due aspetti.

Nel corso della nostra detenzione, in ogni Sezione Speciale abbiamo creato comitati di lotta (nel carcere di Fresnes come in quello di Fleury Mérogis), comitati che sono stati molto importanti nel lavoro di propaganda e di mobilitazione contro il carcere e l'isolamento e che sono stati anche al centro della lotta delle piattaforme (estate-autunno 1988). Una lotta che è culminata con un grande sciopero della fame di molte migliaia di prigionieri intorno a rivendicazioni comuni: chiusura delle Sezioni Speciali, amnistia per quei detenuti che avevano partecipato alle rivolte e ad altri movimenti, giuste mercedi per i detenuti-lavoranti, diritto all'affettività in carcere...

Uno dei motivi principali che ha determinato una battuta d'arresto nella politica di normalizzazione applicata nei nostri confronti in quanto prigionieri politici è stato proprio questo rapporto con gli altri detenuti. Se siamo sempre tenuti separati dal resto dei detenuti, cioè dal circuito carcerario "normale", non è a causa del nostro piccolo raggruppamento, ma perché rappresentiamo un potenziale di lotta e una forza politica destabilizzante, sia nei confronti della condizione carceraria che della sua accettazione.

Domanda: La vostra nuova lotta parla, giustamente, di fronte di resistenza contro la giustizia di classe e contro il carcere. Questo vuol dire che la costruzione di questo fronte è uno degli obiettivi della vostra iniziativa?

Georges: Riteniamo sia indispensabile oggi dar vita a lotte, tenere sempre aperto il terreno delle rivendicazioni fondamentali, della situazione carceraria,... un fronte di resistenza, cioè un vero e proprio polo di riferimento che dia continuità alla diverse lotte sul carcere e le coordini. Un fronte, però, che si leghi anche alle iniziative e alle lotte esterne contro la giustizia di classe, contro le politiche di controllo sociale e le politiche controrivoluzionarie che in questo periodo hanno avuto un'accelerazione.

È arrivato il momento di reagire e di superare la tendenza a dare risposte frammentarie e separate di fronte ai progetti dello Stato ormai fortemente coordinati e integrati, perché questi progetti repressivi sono destinati a rafforzarsi ulteriormente nel processo di integrazione europea. Il testo del trattato di Schengen è molto esplicito al riguardo, sia contro il "nemico interno" (l'antagonismo e la resistenza delle classi oppresse, le organizzazioni armate...) sia contro il "nemico esterno" (i rifugiati politici, gli immigrati...).

A partire da realtà diverse, i diversi collettivi e le loro espressioni di movimento devono coordinare le proprie lotte, portarle a una nuova qualità dello scontro in grado di bloccare lo sviluppo delle politiche "di sicurezza", di sovvertirle e di rivolgerle contro il potere.

Evidentemente si tratta di un lavoro di sensibilizzazione, di confronto e di organizzazione, con tempi lunghi, ma questo è l'orientamento principale della nostra attuale lotta. Di fatto è anche un orientamento che determina la forma stessa della lotta, lo sciopero a scacchiera, cioè un movimento destinato a durare a lungo nel tempo.

Jean Marc: Mi sembra necessario, arrivati a questo punto, chiarire ulteriormente l'attuale contesto generale, in modo da collocare la nostra iniziativa con maggiore precisione.

Nei paesi imperialisti, la crisi e le profonde trasformazioni che essa ha imposto, hanno accentuato la fase di monopolizzazione nella concorrenza. Perciò la concentrazione e lo sviluppo delle forze produttive si sono tradotti in un nuovo balzo in avanti del capitalismo monopolistico di Stato, caratterizzato da una nuova qualità del dominio politico di classe, un dominio che si presenta sempre più centralizzato e concentrato. Siamo in presenza cioè di rapporti di potere che si generalizzano e sono monopolizzati dallo Stato in una forma di imposizione reazionaria e autoritaria, una nuova manifestazione della dittatura della borghesia.

Se è vero che questo Stato penetra tutti i conflitti, assegna loro un carattere di classe, per poi affrontarli e risolverli all'interno delle articolazioni del potere stesso, è anche vero che così facendo esso si rivela sempre di più come strumento della garanzia e della riproduzione dello sfruttamento capitalista. Oggi, con una crisi economica che perdura e si acutizza, la rappresentazione dello Stato come "protettore" del benessere collettivo è scomparsa; esso appare dunque negli abiti della disuguaglianza, della emarginazione, del profitto privato, della corruzione, della repressione... Lo Stato autoritario è dunque lo Stato della crisi politica attuale e deve essere lo strumento forte del dominio, che rappresenta l'egemonia di una frazione limitata della borghesia imperialista. Ma così esso diventa anche uno strumento contraddittorio che porta dentro di sé ed accentua lo sviluppo delle contraddizioni. In sostanza uno Stato che si rafforza e si indebolisce nello stesso tempo.

Per esempio, mentre da un lato il sistema, lo sfruttamento, la disuguaglianza aumentano... evidenziano sempre di più la realtà delle classi e il loro scontro, dall'altro sempre più lo Stato interviene politicizzando questo antagonismo, sempre più le classi sono oppresse ed escluse dalle decisioni politiche, rifiutate fino ad essere negate in quanto tali, in ogni loro espressione politica.

O ancora, più il modello borghese sacralizza il concetto di democrazia, e più qualsiasi forma di democrazia è assente dai veri luoghi decisionali, dal cuore del progetto borghese. La crisi dello Stato è anche questa mancanza di democrazia rappresentata dalla sua struttura tecnocratica e dai nuovi rapporti di potere che essa impone. Il processo centrale di costruzione europea ne costituisce una rappresentazione molto chiara.

Joëlle: È inevitabile che questa stessa tendenza si generalizzi a livello di apparato giudiziario; anch'esso oggi in crisi nella molteplicità dei suoi ruoli: ideologico, politico e repressivo. Lo "Stato di diritto" esprime così senza veli i rapporti di forza tra le classi, la capacità dello Stato di gestire questo antagonismo con la repressione e il consenso accettato o estorto.

Questa tendenza si amplifica ulteriormente con l'imposizione della nuova qualità dello Stato, come Stato autoritario. Una monopolizzazione e una concentrazione dei poteri che possono realizzarsi solo a partire da una pacificazione e da una omogeneizzazione delle situazioni sociali - vale a dire eliminando, negando, riducendo ogni tipo di conflitto. Ciò, però, richiede un sempre maggiore impiego degli strumenti istituzionali e la repressione su scala allargata degli antagonismi popolari. E questa pressione accumulandosi si trasforma in crisi delle diverse strutture, in crisi della "giustizia".

In Francia ciò è stato un elemento chiave della crisi di potere, l'anno scorso, nella moltiplicazione degli scandali, dalla corruzione allo storno dei fondi pubblici, e nelle decisioni repressive contro gli oppressi, i lavoratori, gli immigrati, i giovani...

La crisi della "giustizia" è in questo caso l'elemento rivelatore della pressione dello Stato nella sua trasformazione, del rafforzamento della codificazione e dell'assegnazione dei ruoli sociali e della repressione che l'accompagna; essa, tuttavia, dimostra anche il livello di resistenza e di lotta di massa, nonostante questa lotta sia ancora sporadica, diffusa e disorganica. In questo contesto, ogni intensificazione delle politiche di sicurezza e di prevenzione sociale deve confrontarsi con un polo di resistenza e di organizzazione, base di un fronte allargato contro la giustizia di classe, contro lo Stato autoritario. La nostra nuova lotta, e il nostro lavoro contro il carcere, si inseriscono certamente in questo orientamento.

Domanda: Per concludere, vorrei tornare sulla questione dell'integrazione dell'Europa Occidentale e su quella dell'unità dei prigionieri politici su questo terreno. Come concepite questa unità?

Jean Marc: La creazione di un centro di concorrenza capitalista in Europa orientale è, naturalmente, un elemento chiave in questa fase; questa integrazione ha sperimentato nel corso degli anni '80 un salto di qualità e oggi, superando il semplice fenomeno di internazionalizzazione e di organizzazione della concertazione, si costruiscono delle vere e proprie realtà istituzionali transnazionali, che agiscono come le istanze nazionali. Si costituiscono nell'unità europea dei rapporti di dominio, che sono rapporti di potere statale che la borghesia stabilisce nel corso del processo contraddittorio e ineguale di fusione delle diverse frazioni del capitale europeo-occidentale.

Questa dimensione continentale è pertanto uno dei momenti essenziali del carattere dello Stato autoritario all'interno della monopolizzazione e centralizzazione del dominio di classe.

Nel momento in cui la situazione di dominio determina lo scontro politico nelle varie espressioni del suo sviluppo, il terreno europeo deve superare la fase della semplice constatazione oggettiva e diventare una prospettiva concreta della proposta rivoluzionaria. Cioè una forma e un metodo - la proiezione delle nuove prospettive comuniste su questo terreno - adatti alle caratteristiche e alle forme assunti oggi dal dominio politico della borghesia imperialista.

Negare la dimensione europea dei rapporti di potere della borghesia e perpetuare la concezione di questi rapporti al livello dello Stato-nazione costituisce di fatto una revisione del concetto marxista dello Stato, della sua corrispondenza alle fasi e ai diversi stadi del capitalismo, dei suoi mutamenti di carattere strutturale che esprimono ogni fase nei rapporti di produzione e di riproduzione, ma anche nelle lotte politiche, nei rapporti di forza tra le classi a livello internazionale e nazionale. Bisogna porre con forza questa critica perché troppo spesso si leggono ancora delle analisi che intendono la lotta a livello europeo semplicemente in termini di solidarietà internazionalista e anti-imperialista. Al contrario, essa deve essere azione rivoluzionaria diretta contro il dominio di classe, coscienza e organizzazione politica - costruzione realmente intesa come Fronte rivoluzionario.

Georges: Se oggi il dominio di classe determina una situazione omogenea sulla questione dello Stato, cioè anche della politica rivoluzionaria di classe, è tuttavia impossibile sorvolare sulle differenze storiche derivanti dai diversi sviluppi e dalle situazioni concrete di ciascun paese che fa parte della comunità europea. Sarebbe un grave errore, perché il processo rivoluzionario a livello continentale è una "lunga marcia" che si rafforza nello sviluppo dell'integrazione del dominio, nell'omogeneizzazione delle condizioni generali e delle situazioni particolari, ma anche, ovviamente, nelle lotte, nella coscienza che esse determinano e nell'organizzazione. Così questo processo vive e acquista forza già a partire dai vari sviluppi del Movimento Rivoluzionario in Europa e vi infonde la capacità di tracciare prospettive concrete di unità e di azione rivoluzionaria. Esso percorre tutte le realtà di questo movimento e, in meno di dieci anni, ha fatto un formidabile salto in avanti, nonostante le ritirate e le difficoltà che noi tutti abbiamo subito. E lo spazio rivoluzionario europeo rappresenta sempre più la risoluzione dello scontro contro la dittatura della borghesia nel suo livello più avanzato e più corretto, sulla base della più ampia unità di classe.

L'integrazione a livello europeo investe la globalità dei poteri: nel controllo della centralizzazione, così, essa rende omogenei i territori sotto il profilo normativo e delle nuove codificazioni; nello stesso tempo, come conseguenza e a garanzia del processo di concentrazione, essa intensifica lo sfruttamento e l'oppressione da parte dei monopoli nei confronti delle masse.

Questa accentuazione della pressione del Capitale nei confronti del Lavoro è una dimensione fondamentale del processo di integrazione europea e del nuovo carattere assunto dallo Stato. E questi due fenomeni si realizzano determinando una accelerazione dell'antagonismo nella società e la conseguente reazione sul terreno politico.

Concretamente ciò significa che la borghesia ha bisogno di rafforzare e integrare le politiche contro-rivoluzionarie. E questa necessità si ricollega, su un altro versante, a ciò di cui abbiamo già parlato prima come di una risposta alla crisi dello Stato.

I punti forti di queste politiche, che si sviluppano in ciascun territorio sulla base delle situazioni con cui si confrontano, sono la rottura della resistenza popolare, la negazione delle sue espressioni politiche, la distruzione dei poli di riferimento e di lotta rivoluzionaria, l'imposizione delle norme e del diritto istituzionali.

Nelle varie situazioni che più direttamente ci riguardano è evidente che gli attacchi ai diversi collettivi esistenti di prigionieri politici assumono un rilievo ben più ampio che in passato. E giustamente, poiché i militanti prigionieri vengono considerati dalla borghesia del tutto interni allo scontro (basta considerare la realtà e l'obiettivo della politica degli ostaggi).

Perciò sarà proprio facendo vivere dialetticamente la loro internità al Fronte rivoluzionario, attraverso le lotte contro l'isolamento e per il raggruppamento, naturalmente secondo le specificità delle situazioni esistenti, che i militanti prigionieri potranno realmente respingere e spezzare questi attacchi della borghesia, essendo cioè essi stessi elementi costitutivi e coscienti del Fronte e dell'istanza di liberazione che esso porta avanti.

Perché è attraverso questa internità che noi possiamo costruire la nostra unità e il nostro raggruppamento dentro e attraverso le lotte che conduciamo, ed è su questo terreno che si possono stabilire nuovi rapporti e la loro organizzazione: cioè la trasformazione di questo terreno.

Poiché non si tratta di un'unità astratta, essa può esistere concretamente solo nel suo rapporto e nella sua interazione con il movimento reale di lotta e resistenza, solo come parte del Fronte rivoluzionario, inserendovi la propria realtà e la propria determinazione.

Nathalie Ménigon, Joëlle Aubron, Jean Marc Rouillan, Georges Cipriani

Nota

(1) A questo proposito è opportuno segnalare due dati importanti. Prima di tutto un movimento legittimo di protesta contro le condizioni di detenzione è stato deviato e falsificato dalla pubblicità oltraggiosa fatta ad alcuni comunicati di dubbia attribuzione, che riprendevano concetti reazionari e persino razzisti. In secondo luogo questo gruppo di prigionieri politici non ha negoziato la sua liberazione ma è riuscito ad imporla grazie alla lotta condotta qui e in Medio Oriente.