03/05/2006: GILBERT GHISLAIN ESCE DAL MODULO F.I.E.S. DOPO 15 ANNI


Ciao compagni,
mi trovo in un modulo di "vita ordinaria", dopo aver passato pi˙ di quindici anni in isolamento (anche se ho trascorso piu' anni pero' mi riferisco a 15 anni consecutivi).
Sono uscito dall'isolamento, pero' continuo in primo grado.
La direttrice del carcere penitenziario di Huelva mi ha proposto per una progressione al secondo grado, pero' la direttrice dell'Istitutuzioni Penitenziarie ha considerato che:
"Dalla condotta globale del detenuto non si nota una evoluzione sufficientemente favorevole che permetta di evidenziare le sue capacita' per una normale convivenza. Nonostante esistono condizioni che permettono l'applicazione degli aspetti propri del secondo grado con lo scopo di facilitare l'esecuzione di un programma specifico. Per il Consiglio di Trattamento (socio-psicologico -n.d.t.-) si approvera' un programma affinche' il recluso si vada adattando al regime ordinario che dovra' rimettersi a questa direzione generale.".
Queste restrizioni sembrano nascondere una certa preoccupazione o curiosita' di sapere se un uomo che ha passato gli ultimi quindici anni della sua vita sottomesso al regime carcerario piu' distruttivo d' Europa, e' capace di convivere con altri esseri....
Per quanto si possa negare l'esistenza dei moduli F.I.E.S., le istituzioni sanno quel che significa e che comporta cio' che loro stesse hanno creato.

Ho passato ventidue anni della mia vita sottomesso ai regimi piu' repressivi di Francia e Spagna e per quanto la capacita' di adattamento ha una relazione con la resistenza, la sopportazione etc, credo che la mia vita, e' in se' stessa, un esempio di adattamento.
Pero' se l'adattamento e' sinonimo di rassegnazione e assimilazione degli aspetti piu' distruttivi e inumani del carcere, la mia capacita' di adattamento e' nulla. Semplicemente non fa parte della mia natura. Ne' nella piu' oscura delle antiche celle sotterranee (non sto usando una figura letteraria, perche' in alcuni momenti della mia vita ho vissuto anche in queste celle), non ho mai avuto la sensazione di essere un priginiero, ma di stare prigioniero. Sono due concetti molto differenti da tenere in conto quando si parla di adattamento.
Vi racconto un po' le prime impressioni. Sono uscito lunedi'. La mia uscita fu un piccolo avvenimento. I carcerieri che mi accompagnavano al modulo 6, la mia nuova sistemazione, avevano la sensazione di accompagnarmi verso la liberta'. E' l'impressione che mi diedero. In realta' solo mi trasferivano al modulo di fianco. Sono sensazioni comprensibili. Ho passato sei anni nel modulo F.I.E.S. di Huelva, in un certo modo abbiamo convissuto insieme, e l'umanita' dietro l'uniforme e la sua funzione, non puo' ignorare la tortura che comporta tale regime.
Arrivai al modulo, lasciai le mie cose e uscii al cortile. Il mio regime di vita e' il seguente: la mattina scendo al cortile con gli altri e mangio nel refrettorio, la sera vengo privato del diritto di uscire al cortile e ceno nella cella.
Come dicono le carte mi trovo in primo grado con l'art. 100.2. Nel regime di vita in cui mi trovavo prima, avevo il beneficio di quattro ore al giorno di aria e due di attivita'. Siccome le attivita' nel modulo F.I.E.S. pare siano un mito, queste due ore di attivita' inesistenti furono rimpiazzate con due ore di aria che ho perso nell'arrivare a un modulo di vita ordinaria. Ossia ho acquistato in compagnia e perso in ore d'aria, senza che tuttavia mi abbiano dato nessuna attivita' da realizzare, queste sono le conseguenze del sistema penitenziario.
Suppongo che il consiglio di trattamento elaborera' un programma piu' concorde con la legge penitenziaria e con la possibilita' del centro stesso in cui mi trovo. Dico questo perche' se non dubito di un certo garbo progressista della Sig.ra Gallizo, non sono sicuro che sia cosciente della differenza esistente tra la realta' burocratica che gestisce e la realta' fisica che i prigionieri soffrono.

La maggior parte dei prigionieri vive male l'ora d'aria senza svolgere praticamente nessuna attivita'. Tutto il mondo sa che il carcere non riabilita nessuno, e che inoltre, fuori dal codice penale, non esistono strutture ne' mezzi per facilitare detta riabilitazione, per il quale l'elaborazione di un programma specifico puo' solo aggiungere piu' restrizioni, che e' quello che e' accaduto.
Molte poche cose mi diedero un impatto diverso di questo cambio. E' lo stesso di sempre, molta miseria e uomini coscienti che la vita li ha lasciati al lato. Il salire le scale mi diede un impatto forte (era molto tempo che non le salivo). Il guardarmi in uno specchio mi fece uno strano effetto (nel modulo F.I.E.S. gli specchi sono di plastica) sono invecchiato senza rendermi conto. Il cielo anche mi fece un forte effetto ( senza reti per guardarlo e' piu' bello c'e' piu' chiarezza e piu' luce).Quello che piu' mi ha sorpreso e' che alcuni pensieri ossessivi e nevrotici scomparirono subito. Pensavo che mi sarebbe costato di piu' levarmeli dalla testa.
Le distorzioni del pensiero non diminuiscono la capacita' di analisi, pero' si convertono in una tortura psicologica che puo' corrodere la resistenza. Erano piu' di due anni che mi svegliavo dalle cinque alle dieci volte ogni notte con incubi prodotti da fattori esterni all'isolamento, pero' scomparirono al giungere al regime ordinario.Questo significa che l'isolamento sovradimensiona le piccole tragedie dell'esistenza fino a convertirle in una tortura. Quindi si termina per sperimentare solo due cose: il dolore e in pochi momenti il non dolore. Ho difficolta' a percepire il mio prorio dolore, perche' e' da molto tempo che lo soffro e che non sperimento il contrario, ora non ho parametri per stare realmente cosciente dello stesso, pero' qui lo vedo intorno a me e ci devo convivere. per me e' la cosa piu' difficile: convivere con il dolore degli altri, e dolore, vi assicuro che qui ce ne e'.

Ho incontrato anche alcuni ritardati mentali, non mi riferisco a quei ragazzi che il carcere e la droga hanno distrutto psicologicamente, se non a giovani con problemi congeniti. Quanto avevo 18 anni, per scappare alla giustizia simulai la follia, mi rinchiusero in un manicomio. Oggi 25 anni dopo, seduto nel refrettorio, osservo gli stessi volti di sempre.
Ho lasciato la scrittura per un momento, perche' gli agenti penitenziari si sono presentati nella mia cella, per una perquisizione ordinaria. Tutto molto corretto e dialettico. Non mi sorprendo che percepiscano la mia situazione come un privilegio rispetto alla precedente, e che non percepiscano tanto facilmente, l'arbitrarieta' degli ultimi quindici anni. Chiaro che per poter lavorare in un carcere e convivere con i prigionieri, si deve lasciar da parte il sentimento di empatia.
Queste sono le mie impressioni, un poco lunghe per finalmente dire quello che tutto il mondo dovrebbe sapere: la galera, sia quale sia il regime e' sempre una merda. Dico questo siccome sto' in osservazione e non ho voglia di ritornare in isolamento, invece di salutarvi con un “abasso i muri delle carceri”.
Vi saluto con un sorriso.........

Forza e determinazione.
Gilbert

cassa anarchica di solidarietÓ anticarceraria, via dei messapi 51, 04100 Latina

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