26/06/2007: Considerando la manifestazione del 9 giugno...


La manifestazione del 9 giugno partita da piazza Esedra, pur considerata nei suoi numeri effettivi, può senz'altro essere registrata come una rilevante mobilitazione di massa. Sicuramente, i suoi partecipanti erano 4 o 5 volte più numerosi che nell'occasione del 17 marzo. Se agli stessi aggiungiamo le ali di folla sui marciapiedi che, per la prima volta, sono state così folte su tutto il percorso del corteo, e se non dimentichiamo che moltissimi giovani sono rimasti a casa per via dei costi di trasporti, possiamo anche affermare che essa è una di quelle manifestazioni che lasciano il segno.
Naturalmente, ciò che è apparso il 9 giugno lascia aperti molti problemi (di cui parleremo), ma innanzitutto ci segnala un significativo passaggio del movimento reale. La massa dei partecipanti, pur recuperando alcuni temi e modalità di esprimersi di quanto era emerso nelle precedenti proteste contro la guerra, è scesa in piazza soprattutto contro il governo Prodi. E lo ha fatto pur essendo l'occasione favorevole alla solita protesta antiamericanista e pur cercando alcune forze promotrici della manifestazione di incanalarla in questa direzione, mettendo in evidenza il ruolo presuntamene subalterno (e quindi più o meno subìto) del governo italiano nella coalizione. Certamente, non possiamo dire che una consistente parte del proletariato italiano si sia spostata in tal senso, nondimeno possiamo parlare di un inedito: è la prima volta che una massa rilevante scende in campo esplicitamente contro un governo che vede la partecipazione di partiti che si autodefiniscono comunisti.
Non può perciò essere condiviso il giudizio secondo cui il corteo del 9 giugno rappresenterebbe la continuazione del movimento no war che ebbe il suo apogeo nel febbraio 2003. Un giudizio del genere, soffermandosi su alcune banalità, accomuna due tendenze opposte. Quella che vorrebbe comunque mettere di nuovo insieme tutta la sinistra in una dinamica che espunge lo scontro e vorrebbe farsi forte di una contaminazione che dovrebbe coinvolgere perfino gli avversari; e quella che invece - intravedendo giustamente in questa nuova impostazione il vecchio riformismo - giustifica la riproposizione di una posizione "indifferentista".
Lasciando per il momento da parte il più problematico giudizio sul rapporto con movimenti come quelli visti a Seattle, quello del 9 giugno, quasi in contemporanea con le proteste di Rostock, si pone in netta discontinuità con il movimento no war.
Quest'ultimo
a) comprendeva tutte le forze che si opponevano al centro destra,
b) era prevalentemente antiamericanista,
c) era caratterizzato dall'ideologia della contaminazione. Viceversa, il movimento del 9 giugno si è diretto contro il centro sinistra e si contrapponeva esplicitamente pure alla sinistra cosiddetta radicale riunitasi nella spettrale piazza del Popolo; ha espresso una forte tensione contro tutti gli imperialismi; era chiaramente animato da un'ideologia di scontro e di inconciliabilità.
Se vogliamo cercare le radici del nuovo movimento dobbiamo partire proprio dal passaggio del governo al centro sinistra. Da questo momento in poi la gran parte di quanto era scesa in piazza contro la guerra, essendo rappresentata dai partiti della sinistra istituzionale, si è posta in una posizione di sostanziale passività o al più di critica rassegnata strumentalizzabile anche in chiave populistica. Per la qual cosa la ripresa del movimento "a sinistra" non poteva che avvenire fuori e contro questa sinistra e il governo cui essa partecipava. Ma la ripresa non poteva essere evitata, giacché il centro sinistra - come si intravedeva dai suoi programmi - doveva continuare una politica antiproletaria sul piano interno e di aggressione imperialista sul piano internazionale.
Il primo momento di questa ripresa è consistito nella manifestazione del 30 settembre 2006 contro l'invio delle truppe in Libano. Il collegamento del 9 giugno con questa prima protesta non viene facilmente colto, per le diverse dimensioni numeriche, per la presenza nella seconda del "no dal molin" e di alcuni nuovi promotori. Tuttavia, è evidente che i promotori del 9 giugno erano in maggioranza gli stessi del 30 settembre 2006 e che è stata la loro determinazione nel perseguire l'opposizione alla guerra a mettere in crisi quelli che poi si sono aggiunti prima nel 17 marzo e ancora di più il 9 giugno. Il corteo del 30 settembre raccoglieva, è vero, solo militanti e simpatizzanti delle organizzazioni promotrici, ma quelli che vi prendevano le distanze riuscivano a farlo solo arrampicandosi sugli specchi, non potendo sostenere che l'obiettivo in sé della manifestazione era sbagliato. Ancor più diventava imbarazzante la diserzione di certe forze in occasione del corteo di novembre 2006 a sostegno della causa palestinese.
Diventava insostenibile opporre infine ancora una volta la necessità delle lotte territoriali contro la guerra (che appunto non ci sono state!) in alternativa alla mobilitazione nazionale quando gli organizzatori del 30 settembre promuovevano la manifestazione nazionale il 17 marzo contro il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Diventava insostenibile non solo perché l'obiettivo a parole era largamente condiviso da parte di quelle tendenze che si opponevano alla manifestazione nazionale, ma anche perché l'appello a manifestare, facendo breccia anche nelle loro aree, raccoglieva già il 17 marzo il doppio delle adesioni delle due precedenti proteste.
E' vero pure che contribuisce al 9 giugno la mobilitazione di massa di Vicenza, ma vi contribuisce non per il suo carattere maggiormente unitario rispetto alla sinistra e non al di fuori della dinamica innescata dalle due manifestazioni precedenti. A Vicenza la sinistra di governo si presentava, ma era ai margini come un corpo estraneo, perché la protesta non poteva che esprimersi soprattutto contro il governo di centro sinistra; viceversa, i promotori delle precedenti manifestazioni per il ritiro delle truppe dal Libano e a sostegno della lotta palestinese erano ben presenti per essersi resi attivi nella sua fase preparatoria. La lotta di Vicenza si è rovesciata a livello nazionale il 9 giugno, quando è maturata la convinzione che la stessa è parte integrante della lotta contro il militarismo del governo Prodi che aveva reagito alla mobilitazione di febbraio con atteggiamento arrogante rivendicando la costruzione della base come parte integrante del proprio programma.
Concludendo sugli aspetti positivi della manifestazione 9 giugno, possiamo dire che ha rappresentato un buon segnale, anche perché - considerando pure l'astensionismo alle elezioni di Vicenza - essa si è posta su un terreno prevalentemente extra istituzionale, avvertendo alcuni suoi promotori che non saranno facili i tentativi di utilizzarne la spinta per nuove rappresentanze istituzionali. Ciò non è deducibile solo in negativo (la netta contrapposizione alla piazza istituzionale senza Popolo), ma dalla presenza (maggioritaria) di una massa, soprattutto di giovani, chiaramente refrattaria alle logiche elettorali.
Quale dato ulteriormente positivo da registrare vi la presenza, ancorché minoritaria nelle file del corteo, di una componente che ha voluto segnalare la netta opposizione al governo Prodi in quanto protagonista di una propria politica imperialista espressione di interessi specifici ed in quanto tale nemico principale di un movimento italiano contro la guerra. Esso infatti aderisce alla aggressività statunitense non perché subordinato o incapace di rappresentare una posizione espressione dei veri "interessi nazionali".
Se il governo italiano è consenziente con la strategia statunitense, non è per servilismo ma perché l'attuale compartecipazione alla coalizione che fa capo alla Nato e alla alleanza occidentale, dalla quale non ha nessuna intenzione di separarsi, quanto casomai di aumentare al suo interno il proprio potere contrattuale e la propria autonomia relativa, permette all'Italia di partecipare alla spartizione dei bottini di guerra.
Questa posizione di netta denuncia del proprio imperialismo non solo ha avuto una presenza visibile nel corteo, ma soprattutto era percepita dal resto dei manifestanti come perfettamente interna alle tematiche e alle ragioni della mobilitazione.
Venendo ai problemi ancora aperti, il pur comprensibile ottimismo - che è parte della battaglia politica - non deve farci sfuggire che la maggioranza dei lavoratori non ha vissuto il 9 giugno come noi lo abbiamo vissuto. Non per la manifestazione in sé, ma perché ha ancora difficoltà a battersi sul terreno politico e soprattutto su temi di carattere internazionale. Facciamo questa constatazione non per assumere un atteggiamento distaccato, tanto meno per concludere che il corteo del 9 giugno non era composto prevalentemente da proletari. A quest'ultimo proposito, è il caso invece di dire che perfino i giovani (per lo più studenti) sono i futuri precari e che, avendone la certezza, non ragionano neppure oggi come aspiranti piccoli borghesi, nonostante l'intossicazione ideologica e mediatica prevalente.
Intendiamo invece segnalare che i proletari in gran numero presenti al corteo lo erano come soggetti politicizzati (organizzati o meno) e non come espressioni organizzate di lotte sul terreno della propria condizione sociale.
Nel contempo dobbiamo avere presente che le forze di opposizione al governo più organizzate sono ancora legate da una serie di fili alla sinistra di governo. Nel corteo non hanno potuto esprimere esplicitamente le loro posizioni, ma non hanno rinunciato e non possono rinunciare a riproporre sbocchi di tipo istituzionale.
La loro presa certamente dipenderà dalla dinamica oggettiva dei fatti e del movimento, ma essa non va a maggior ragione sottovalutata se si tiene conto che le svariate realtà che compongono il movimento attuale non riescono ancora a confluire su una comune battaglia politica.
La loro maggiore forza di attrazione dipende esattamente da quegli elementi di inevitabile ambiguità ancora presenti nel movimento contro la guerra al cui interno prevale tuttora una significativa componente antiamericana accompagnata dalla convinzione che il governo Prodi sia succube della strategia statunitense; ed in quanto tale da contestare.
Per tale motivo le tendenze collocate su posizioni di netto anticapitalismo ed internazionalismo, devono da una parte rafforzare la propria internità a tutte le occasioni di mobilitazione contro la guerra sia nazionali che locali, ma contemporaneamente curare la denuncia delle specifiche responsabilità delle istituzioni del governo e dei capitalisti nostrani, per contribuire ad accentuare la radicalità e l'autonomia dell'intero movimento. Ciò può essere realizzato sia battendosi affinché le varie mobilitazioni avvengano su appelli e su parole d'ordine non ambigui, come in parte è avvenuto nella stessa occasione del 9 giugno, sia promuovendo specifiche campagne nazionali che vedono al centro la denuncia degli interessi del capitalismo italiano.
Tale sforzo, deve essere fatto a partire dalle realtà territoriali tentando di dare stabilità continuità e ed un coordinamento effettivo ai vari organismi impegnati sul terreno dell'opposizione alla guerra e al militarismo, anche per superare in prospettiva la condizione di sostanziale intergruppi rappresentato dai coordinamento nazionale, cove pure riteniamo utile e necessario dare espressione ad una posizione internazionalista.
In particolare ci sembra che uno degli snodi su cui maggiormente concentrare l'attenzione è quello relativo al nesso esistente tra politica di aggressione verso l'esterno e gli attacchi cui contemporaneamente viene sottoposto il proletariato metropolitano. Un nesso che la realtà stessa si sta incaricando di mettere in evidenza, a cominciare dalle spese militari crescenti che sottraggono risorse alla spesa sociale, il militarismo diffuso che attraverso l'emergenza della lotta al terrorismo produce la ulteriore militarizzazione degli stessi territori metropolitani, oltre a giustificare una legislazione sempre più autoritaria ed una blindatura istituzionale da utilizzare anche nello scontro di classe interno. Naturalmente vi sono molteplici argomenti che si possono sviluppare per legare la lotta contro le aggressioni esterne con la difesa delle condizioni di vita e di lavoro nei paesi occidentali come elemento non ideologico ma maledettamente concreto. Il concetto di fondo da articolare nelle varie situazioni di intervento è comunque quello secondo cui la vittoria delle missioni di aggressioni verso l'esterno rendono più forti i nostri avversari di classe anche nei confronti del proletariato metropolitano, così come il rafforzamento della lotta su propri specifici interessi da parte di quest'ultimo, senza sottostare ai ricatti delle compatibilità e degli interessi nazionali, rappresenta il sostegno più concreto che possiamo dare alla lotta dei popoli aggrediti che resistono alle aggressioni imperialiste. È per tale motivo che la vera discriminante di una vera impostazione internazionalista non consiste tanto in presunti appoggi o identificazioni con le varie resistenze in atto (che il più delle volte non si sa nemmeno bene cosa significhi), ma nella lotta senza quartiere contro la politica di aggressione del proprio imperialismo in direzione di una sua sconfitta, tanto sul fronte interno che su quello internazionale.
In tali premesse, le forze che si sono riunite dietro lo striscione "no bush, no prodi, il nemico è in casa nostra", nel proseguire il loro confronto, si rendono fin d'ora disponibili ad iniziative comuni con altre realtà.

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