19/09/2009: AGOSTO 2009: RIVOLTA NEI CENTRI di IDENTIFICAZIONE e ESPULSIONE (CIE)


Lunedì 4: Nel CIE di Ponte Galeria lunedì sera arriva un gruppetto di algerini, appena trasferiti da Bari Palese. Tra loro c'è anche un ragazzo gravemente malato di cuore, che si lamenta e protesta: la polizia non ha provveduto a portare da Bari le medicine che deve prendere ogni giorno. Invece di procurare i farmaci, i poliziotti lo portano in infermeria e poi nella cella di sicurezza. Lì lo massacrano di botte. Quando lo riportano in sezione è pieno di lividi e sangue. Lui è malato di cuore per davvero e durante la notte si sente malissimo: i suoi compagni danno l'allarme, e il malato lascia il Centro a bordo di una ambulanza. La mattina dopo i suoi compaesani vengono raggruppati e portati via. Tutti pensano ad un rimpatrio, e solo la sera si scoprirà che in realtà il gruppo è stato messo in "isolamento" nel reparto delle donne. Intanto, durante tutto il giorno, del ragazzo malato di cuore, non si sa più niente. Passano le ore, e i reclusi del Centro si ricordano di Salah Soudami, morto soltanto cinque mesi fa in circostanze pressoché identiche, e pensano al peggio. Così chiedono aiuto ai solidali che stanno fuori dai Centri e lanciano un appello, vogliono avere notizie del loro compagno. Vogliono sapere come sta, se è vivo o morto, e dov'è. Lo hanno chiesto alla Croce Rossa e non hanno avuto risposta. Lo hanno chiesto pure agli agenti, e anche loro sono stati zitti.

Mercoledì 5: Un gruppo di prigionieri di Ponte Galeria ha rifiutato il vitto ed è rimasto nelle gabbie all'ora di pranzo, protestando rumorosamente. La polizia è intervenuta in forze ma i reclusi hanno continuato a protestare fino a quando non è stato promesso loro un incontro con il direttore. Previsto per la serata, l'incontro però non c'è stato, e non c'è stato neanche questa mattina. A detta dell'amministrazione, il direttore è assente dal centro.

Giovedì 6: A due giorni dall'appello di Ponte Galeria nulla si è mosso. Gli algerini, testimoni dell'accaduto, sono ancora in isolamento dentro alla sezione femminile: non vengono fatti uscire, neanche per mangiare e non hanno contatti con nessuno. L'ambasciata algerina, chiamata in causa, sostiene di non saperne niente. Una troupe di Canale 5, chiamata da alcune mogli di reclusi, si è vista negare l'accesso al Centro.

Venerdì 7: Sempre più fitto il muro di silenzio intorno al pestaggio di lunedì sera a Ponte Galeria. Il direttore del Centro continua a farsi negare e, soprattutto, gli algerini testimoni dell'accaduto sono stati velocemente rimpatriati, dopo aver passato qualche giorno in isolamento. Da parte sua, l'ambasciata algerina, interpellata sia da alcuni prigionieri del Centro che da alcuni solidali da fuori, continua ad ignorare vistosamente la situazione: evidentemente l'accordo bilaterale per "rafforzare l'azione di contrasto all'emigrazione clandestina" siglato quindici giorni fa ad Algeri da Antonio Manganelli e Ali Tounsi, capi rispettivamente della polizia italiana e di quella algerina, sta cominciando a dare i suoi frutti. Domani entrerà in vigore il "pacchetto sicurezza". La gran parte delle prigioniere e dei prigionieri dà inizio ad uno sciopero della fame e della sete contro questo "pacchetto" che tra le altre cose, estende la prigionia (per mancata identificazione) dai precedenti 2 a 6 mesi prevedendo inoltre la "retroattività" per tutte/i coloro attualmente già rinchiuse/i nei CIE.
La protesta si collega subito alla mobilitazione in corso nei CIE di Ponte Galeria (Roma), di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), di Torino e infine di Bari. Anche a Milano un gruppo di prigionieri e prigioniere inizia lo sciopero della fame e della sete.

Sabato 8: A Gradisca occupano il tetto, bottigliate da una parte e lacrimogeni e manganelli dall'altra. La polizia che si sta ancora riprendendo dalla sorpresa, per ora, si è limitata a rinchiudere i detenuti nelle camerate, senza acqua e senza mangiare, sottoponendoli a perquisizioni frequenti: li ha messi in castigo, insomma. Intanto le autorità continuano a fare finta che lunedì sera a Ponte Galeria non sia successo nulla. I reclusi sono convinti che il ragazzo algerino malato di cuore sia morto in seguito alle percosse e che i responsabili del Centro abbiano nascosto il corpo. "Qui è come Guantanamo", - dicono - "manca solo la tortura!". La tortura fisica, perché quella psicologica c'è già. Il pacchetto sicurezza, passato in Parlamento, firmato dal Presidente della Repubblica, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, scatena la prima battaglia e non sarà l'ultima. A Milano nel CIE di via Corelli continua, compatto, lo sciopero della fame: "Nessuno è caduto" ci dicono, da dentro, i reclusi. Per ora, continuano a rifiutare il cibo due intere sezioni, la femminile e una maschile. Hanno chiesto assistenza medica continua alla polizia e ai volontari, ma gli è stata negata. Così come poliziotti, volontari e gestori del centro continuano a negare che l'estensione della reclusione a 180 giorni sia retroattiva. Ma poco importa, i reclusi sono determinati a continuare a lottare.

Domenica 9: Si allarga la protesta nei CIE contro l'entrata in vigore delle norme del pacchetto sicurezza. Ed è la volta di Gradisca d'Isonzo, e questa volta è una sommossa: tutti sul tetto. Intanto, a Milano e a Roma prosegue la mobilitazione. Da Roma arriva un altro particolare, inquietante. Lunedì sera, gli algerini arrivati nel Centro da Bari-Palese erano in quindici. Quelli rimpatriati l'altro giorno, dopo essere stati tutta la settimana in isolamento, quattordici. Ne manca uno: un elemento in più che conferma la convinzione dei reclusi che il malato di cuore scomparso in realtà sia morto.

Mercoledì 12: A Milano una trentina di compagni/e si reca in via Corelli per ottenere un incontro fra una propria delegazione - comprendente un medico - e i detenuti, che intanto hanno interrotto lo sciopero della sete, e per consegnare loro delle bevande. L'incontro viene negato con le rituali argomentazioni burocratiche. La situazione dentro già di per sé tesa dal timore dell’applicazione retroattiva della legge (i 180 giorni del “pacchetto sicurezza”) e dalle solite misere e sporche condizioni di vita ed è surriscaldata dall'arrivo, nel pomeriggio, di una trentina di prigionieri da Gradisca, trasferiti in seguito alla lotta. La rivolta è nell'aria. Da fuori si capisce che fra le sezioni (3 maschili e 1 femminile) si sviluppa comunicazione, probabilmente cercano di coordinarsi, di occupare gli spazi collettivi (passeggi, sala mensa-tv, magari i tetti…). Polizia e i militari, vista la determinazione delle persone prigioniere a difendersi, scelgono di non intervenire. Il sostegno solidale all'esterno si concretizza con battiture e slogan.
A Torino, proprio nel mezzo della sommossa di Corelli, anche i reclusi di corso Brunelleschi hanno scelto di scendere in campo, rifiutando la cena. Appena la polizia si è accorta che qualcosa non andava, ha cominciato a circondare le gabbie con i manganelli temendo una rivolta. Ma la voce si è sparsa e i solidali da fuori hanno cominciato a telefonare al centralino del CIE per protestare ("Ci hanno chiamato in milioni" - si sono lamentati dal centralino della Questura). La polizia si è poi ritirata in buon ordine.

Giovedì 13: A Milano inizia il settimo giorno di sciopero della fame, la rivolta divampa in tutte le sezioni. Le persone rinchiuse esigono delle risposte, non possono e non vogliono essere aggredite, ingannate, trasfigurate da persone "senza permesso di soggiorno" (clandestine) in galeotte. La risposta dello stato è quella di sempre in questi casi. Verso le 19.30 polizia, carabinieri, guardia di finanza e militari entrano nelle sezioni. La loro è una rappresaglia: avanzano a colpi di manganello, lancio di gas lacrimogeni, impiego di idranti e occupano i tetti per strappare alle persone arrestate una base importante, solitamente adoperata per comunicare con l'esterno. Dentro resistono, innalzando barricate con quel che hanno sottomano, materassi, termosifoni, panchine…Una trentina di compagne e compagni riesce ad arrivare sotto Corelli, ma solo verso le 22.30. La battaglia è ancora in corso, l'odore dei lacrimogeni, delle cose bruciate al pari dei rumori sordi e forti causati dai colpi alle porte blindate, alle pareti, caratterizzano l'intera nottata. Riprendono le battiture, gli slogan. Qualche passante attirato dai rumori, dalle voci, si azzarda nella via laterale, si avvicina. Da dentro chiedono, con insistenza e fermezza, che la notizie della rivolta sia divulgata il più possibile, che sia rafforzato il sostegno. Polizia ecc... vogliono riprendere il controllo a tutti i costi e per raggiungere l'obiettivo utilizzano anche l'arma degli arresti e del carcere. Le persone arrestate sono selezionate in base all'impegno messo nella lotta, ma anche dalle conseguenze delle manganellate subite. Gli sbirri sanno che nelle "altre" carceri, in qualche maniera, vige la visita medica per le persone "nuove giunte"; la gran parte delle persone che ha sul corpo i segni delle legnate non viene infatti arrestata, viene separata per essere trasferita. Vengono arrestate 14 persone, 5 donne e 9 uomini; 47 invece le persone selezionate per essere trasferite (28 a Bari-Palese e 19 a Brindisi). Dopo l'una di notte, una trentina di poliziotti con caschi, scudi e manganelli esce dal CIE per aprire la strada al primo blindato che porta in questura le donne in stato di arresto. Riusciamo a vederle e a salutarle, il loro sguardo è incredulo e preoccupato, sono ammanettate con le braccia dietro la schiena e sul collo il fiato di un branco di poliziotti. Queste sono le fasi violente e ultime della battaglia. All'esterno si giunge alla conclusione, anche sentendo gli avvocati, che la mattina successiva si svolgerà l'udienza di convalida. Alle 2.30 di notte il presidio si scioglie.

Venerdì 14: All'udienza di convalida attendiamo dalle 9 del mattino, per ore, l'arrivo delle persone arrestate in seguito alla rivolta in Corelli. Si è lì per ribadire che la legittimità della lotta contro il "pacchetto sicurezza" e i CIE, non può essere criminalizzata. Ci viene impedito di entrare nell'aula, il motivo è che l’udienza di convalida si tiene a porte chiuse. Si resta nel vicino corridoio per tutta la giornata. I "capi di imputazione" sono pesanti: danneggiamento seguito da incendio, resistenza e lesioni in concorso tra loro. L'arrivo in manette e catene delle persone arrestate, attorniate da decine di poliziotti, viene accolto con l'urlo "libertà", "horria" (libertà in arabo) e altri slogan, con pugni chiusi e battimani e si andrà avanti così fino a quando, gli arrestati/e, lasceranno il tribunale per essere portati in carcere.
A Torino contemporaneamente, nel secondo giorno di sciopero della fame al CIE, dopo aver rifiutato il cibo a colazione e a pranzo, nel pomeriggio i reclusi cominciano a gridare tutti assieme "libertà! libertà!". Esasperati dalle condizioni di reclusione, preoccupati per la salute di alcuni svenuti per i primi effetti dello sciopero della fame, in contatto con il CIE di Milano in lotta da giorni, resisi conto che l'estensione a 180 giorni di reclusione li colpisce direttamente, rincuorati da un rumoroso presidio improvvisato fuori le mura, cominciano a spaccare il primo ostacolo che li separa dalla libertà: le porte. La polizia, che da ieri gira in tenuta antisommossa, carica. E per ben due volte i reclusi tengono, non fuggono, resistono. Alla terza carica la polizia e i militari riescono a sfondare, e picchiano giù duro. Nel frattempo, il presidio fuori viene disperso da poliziotti e alpini. In serata, la situazione si tranquillizza, e la polizia vuole l'ultima parola, con una specie di perquisa con cani e macchine fotografiche.

Domenica 16: Dopo due giorni un po' deprimenti passati ad ambientarsi, i rivoltosi di Milano trasferiti nel Cie di Bari Palese hanno ripreso la lotta, e stanotte hanno dato vita ad una lunga battitura. "Se non la piantate vi carichiamo tutti!", hanno intimato i soldati del battaglione San Marco che sono di stanza nel Centro, dopo aver convocato un bel po'dei ribelli dentro ad una stanza. I ribelli sono stati zitti, sono ritornati nelle loro camerate e hanno continuato a battere: testardaggine premiata, nessuna carica. Hanno esperienza di lotta, del resto, i nuovi arrivati a Bari: e sono pure temuti, tanto che nell'aereo che li ha trasferiti venerdì avevano un poliziotto ciascuno seduto accanto a loro, alla faccia di Maroni e della sua ostentata tranquillità.

Lunedì 17: Questa mattina due prigionieri del Cie di Bari sono stati arrestati dopo un tentativo fallito di evasione. I due sono stati arrestati come ritorsione per la protesta dell'altra notte e sono stati accusati di devastazione e saccheggio. Secondo la polizia la protesta della notte di Ferragosto avrebbe causato migliaia di euro di danni e sarebbe stata un tentativo collettivo di evasione; secondo i nostri contatti all'interno, invece, i danni alle strutture c'erano già.

Martedì 18: Si allunga la lista delle rivolte nei centri di identificazione ed espulsione, ora è il turno del Cie di via Lamarmora a Modena. La protesta è cominciata ieri pomeriggio con uno sciopero della fame proclamato da una trentina di nordafricani. In serata, alcuni reclusi hanno dato fuoco a diversi materassi, provocando un incendio spento solo tre ore dopo dai pompieri. Il fuoco della rabbia dei rivoltosi ha seriamente danneggiato quattro camerate, e infatti le dodici donne rinchiuse a Modena sono state trasferite in un altro centro, ma la polizia ha dovuto liberare quattro cinesi, che non sapevano proprio dove diavolo mettere.

Giovedì 20: Questa mattina, nonostante il regime di massima sicurezza imposto dalla questura di Gorizia dopo la rivolta di sabato scorso, sette reclusi del centro di Gradisca di Isonzo sono riusciti ad evadere, forzando le sbarre delle loro celle. Altri due, che hanno cercato di scappare dai tetti, sono stati purtroppo riacciuffati dalla polizia. Stando ai giornali la fuga è avvenuta in piena notte ed è stata organizzata con una certa maestria. A renderla possibile il fatto che il sistema di sicurezza del Centro era andato distrutto nel corso della rivolta dell'8 agosto scorso. Le rivolte servono, insomma, anche a distanza di tempo.

Venerdì 21: A Milano inizia il processo ai 14 arrestati/e a seguito della rivolta dello scorso 13 agosto. All'appuntamento, provenienti da diverse città, un centinaio di compagne e compagni, oltre ad amici e parenti dei prigionieri. Entriamo in un'aula dove le persone sono chiuse in gabbie distinte: da una parte 9 uomini, dall'altra 5 donne. Gli arrestati/e, in barba ai soliti tentativi di divisione, decidono di affrontare il processo tutti insieme; rifiutano la trappola dei riti alternativi che, in cambio di una riduzione di pena, eliminano praticamente la possibilità di dare al processo il carattere politico che merita. I prigionieri/e si dimostrano determinati a rivendicare la scelta collettiva della protesta e a rendere pubbliche le violenze adoperate da polizia e carabinieri tanto nella repressione della rivolta, quanto nella quotidianità. La giudice tenta invano di eliminare ogni riferimento politico, affermato con forza dagli avvocati della difesa; la formalità del rito processuale svanisce non appena in aula viene convocato l'ispettore capo direttore di Corelli. Le donne e gli uomini nelle gabbie e noi con loro, gli siamo addosso all'unisono, con lo sguardo, con l'urlo: vergogna, libertà, horria (libertà in arabo), assassini... compare anche un piccolo striscione "A Corelli si tortura". La comunanza-sintonia costruita fra compagne/i fuori e arrestati/e, già espressa a distanza nei momenti della rivolta, ora anche fisicamente unita, si esprime stupendamente. Nel clamore la giudicessa, prima licenzia il boia, poi dichiara sospesa l'udienza, ordina lo sgombero dell'aula e infine se ne va. Niente e nessuno riesce più ad impedire l'incrociarsi dei saluti, delle parole d'ordine scandite assieme, riusciamo a scambiare qualche breve impressione con le prigioniere e i prigionieri prima che vengano portate/i fuori. Il primo segnale del mutamento della situazione lo si coglie alla ripresa dell'udienza "a porte chiuse" senza pubblico ma con le persone arrestate. Noi siamo nel corridoio antistante l'aula, presidiata da sbirri con scudi ecc., salutiamo i passaggi delle prigioniere e dei prigionieri, insomma siamo lì in contro presidio e staremo con gli arrestati/e per tutto il giorno.

Lunedì 24: Una buona notizia dal CIE di Bari Palese: un ragazzo arabo è riuscito a fuggire la notte scorsa dal Policlinico barese, dove era stato trasportato dopo aver ingerito tre viti smontate da un tavolo del Centro. Non c'erano poliziotti a sufficienza per piantonarlo costantemente. Gli auguriamo buon viaggio, alla faccia di Maroni. Una brutta notizia dallo stesso CIE: questa sera, intorno alle 22.30, due reclusi hanno "fatto la corda": uno di seguito all'altro hanno cercato di impiccarsi. I loro compagni di camera li hanno salvati appena in tempo, "respiravano ancora", hanno detto. Sono stati portati via dalle gabbie, in infermeria o al Pronto Soccorso. Ci hanno raccontato la storia di uno dei due. Trattenuto due mesi in via Corelli è stato deportato in Algeria, e lì trattenuto in una struttura detentiva dove racconta di essere stato torturato: a detta dei suoi compagni di cella di questi giorni, sul corpo porta segni inequivocabili di questa esperienza. Dopo tre mesi l'Algeria l'ha riconsegnato all'Italia ed stato riportato in via Corelli più di un mese fa. Il resto è storia nota: lo sciopero della fame, la sommossa, i pestaggi, il charter per Bari e un'altra sommossa a ferragosto. Questa sera la disperazione e il tentativo di suicidio. Anche oggi, come pochi giorni fa, nel CIE di Gradisca hanno tentato nuovamente di evadere, purtroppo questa volta non ci sono riusciti.

Martedì 25: Anche questa mattina un nutrito gruppo di compagne e compagni solidali ha atteso in tribunale, all'ingresso dell'aula, l'arrivo delle e degli "imputati". Questa volta, a differenza delle precedenti (udienza di convalida e prima udienza del processo in direttissima), non ci è stato possibile incontrare lo sguardo di nessuno/a degli arrestati/e. Sono infatti, stati/e fatti entrare direttamente in aula dalla porta sul retro, quella dove i signori della corte sono soliti ritirarsi per decidere le sorti dei loro nemici. L'udienza come annunciato si è svolta a porte chiuse; la giudice non ha accettato la richiesta di ingresso per il pubblico. L'ispettore capo di Corelli è stato il primo teste ascoltato; nella prima parte, quella in cui faceva le domande la pm, ha reso una testimonianza precisa e particolareggiata. Tra l'interrogatorio dell'accusa e quello della difesa però, c'è stata una pausa temporanea ed è quindi uscito sorridente dall'aula per raggiungere i suoi colleghi. Peccato che ad accoglierlo ci fossero anche voci fuori dal coro che non hanno esitato ad urlargli in faccia quello che realmente è: un boia. Inizialmente strafottente ha smesso di ridere, evidentemente grida, urla e battitura sulle porte lo hanno irritato, è infatti dovuto rientrare in aula ancor prima che suonasse la campana! Nella seconda parte della sua testimonianza - quella in cui gli avvocati interrogavano e hanno chiesto di visionare i filmati delle telecamere poste all'interno - ha dichiarato che queste erano rotte, poi che forse i filmati erano stati cancellati per poi tornare a dire che in due settori erano rotte da due mesi. Gli è stato chiesto inoltre dove fossero i "reperti testimoniali" che potrebbero sostenere le prove accusatorie (materassi bruciati, oggetti divelti e distrutti ecc…) e ha risposto di averle viste nella (non meglio precisata) discarica, proprio la mattina stessa. Queste sono alcune delle consuete negligenze che polizia e apparati vari dimostrano! Al termine della sua testimonianza però l'ispettore capo è uscito dal retro, evidentemente aveva perfettamente chiaro cosa si sarebbe sentito urlare in faccia e ha scelto di scappare via, di nascondersi come si meritano gli esseri come lui. Dopo la ripresa dalla pausa pranzo, il compagno portoghese arrestato, ha rilasciato una dichiarazione per dire che - proprio due giorni prima dei fatti - dall'infermeria aveva potuto tranquillamente guardare i monitor collegati alle telecamere che riprendevano e mostravano tutto quanto, con immagini nitide e chiare, altro che telecamere rotte. Sono infine stati sentiti altri due sbirri dei dodici che si erano fatti repertare (i più per distorsione del rachide cervicale procuratosi mentre massacravano le prigioniere e i prigionieri).

Mercoledì 26: Ancora un tentativo di evasione del Cie di Gradisca: fallito, ancora una volta. La notte scorsa un gruppetto di detenuti è riuscito a far saltare il lucchetto della propria camerata per poi allargare uno dei molti buchi rimasti nella struttura dal giorno della rivolta e dai tentativi di evasione precedenti. Sono stati beccatti sul fatto, purtroppo, e rimessi sotto chiave. Non si placa, insomma, la tensione dentro al Centro e il permanere del regime di isolamento imposto ai detenuti da quasi tre settimane, non fa che esasperare ulteriormente gli animi.

Giovedì 27: Oggi si è svolta a Milano la terza udienza agli arrestati/e a seguito della rivolta scoppiata lo scorso 13 agosto nel CIE di via Corelli. Anche oggi il pubblico non è stato ammesso in aula ma per l'intera giornata - conclusasi alle 18.30 - un gruppo di compagne e compagni ha presenziato all'esterno dell'aula facendo sentire agli arrestati/e tutta la propria solidarietà e vicinanza. Nel corso della mattinata sono stati ascoltate tre testimonianze da parte del personale della croce rossa; nel pomeriggio è iniziato l'esame degli "imputati", per ora ne sono stati ascoltati quattro, due donne e due uomini. Una delle donne ha denunciato davanti alla giudice un tentativo di violenza sessuale da parte dell'ispettore capo del CIE. Nel corso delle prossime udienze, che si terranno lunedì 21 e mercoledì 23 settembre, verrà chiamato a testimoniare il direttore della croce rossa e due prigionieri presenti alla rivolta, attualmente ancora rinchiusi nel CIE (la giudice ha ammesso quindi i testi della difesa che aveva rifiutato nel corso della prima udienza). Nell'udienza successiva verranno ascoltati alcuni degli sbirri oggi ancora convalescenti per poi proseguire con l'esame degli "imputati/e".

Venerdì 28: Nonostante i controlli fittissimi delle volanti tutto intorno al Centro di Identificazione ed Espulsione di corso Brunelleschi, un gruppo di antirazzisti riesce ad avvicinarsi alle mura per salutare i reclusi. Urla e battiture, come d'abitudine, ma per pochissimo tempo: la Digos è proprio là e non si può fare di più. All'improvviso, però, dall'altro lato del Centro partono petardi e fuochi d'artificio. Dalle gabbie i reclusi rispondono ai saluti.

Sabato 29: Buone notizie da Brindisi. Questa mattina, all'alba, trentasei reclusi nel CIE di Restinico sono fuggiti dal Centro. Solo uno è stato ripreso, e gli altri sono alla macchia. Ricordiamo che a Brindisi erano stati trasferiti il 14 agosto scorso una parte dei reduci della sommossa di Corelli. Al momento del loro arrivo, in realtà, la struttura di Restinico era ancora un Centro di Prima Accoglienza: solo tre giorni dopo, il 17, è diventato un CIE. Là dentro c'è spazio - stretti stretti - per 83 persone e a vigilare le gabbie ci sono 75 soldati e 30 poliziotti. La prima evasione, dunque, dodici giorni dopo l'inaugurazione: un buon auspicio, senza dubbio.

Milano, settembre 2009

I materiali sopra riportati sono stati redatti anche grazie alle informazioni che i compagni/e di macerie quotidianamente divulgano e alle testimonianze dirette raccolte dai reclusi, trasmesse via radio (Radio Black-out) e pubblicate in internet (www.autistici.org/macerie/).

http://www.autprol.org/
Lunedì 21 settembre, ore 12: Presidio al tribunale di Milano in occasione del processo agli arrestati nel CIE di Milano