indice n.162

PRESIDIO CONTRO LA LEONARDO DI NERVIANO (MI)
PRESE DI MIRA DUE NAVI MAERSK
NOTE A MARGINE DEL RAPPORTO DI ANTIGONE SULLE PRIGIONI
Lettera dai detenuti di Regina Coeli (rm)
Lettera dal carcere femminile di Torino
SULLA SENTENZA PER IL CORTEO DELL'11 FEBBRAIO A MILANO
Lettera dal carcere di milano-Opera
CORTEO A PARIGI: PRIGIONIERI PALESTINESI E GEORGES ABDALLAH
Lettere dal carcere di Uta (CA)
CAMPAGNA “DATE I NUMERI” sulle CONTENZIONI in Toscana
Dalla Palestina, in breve su questioni enormi
LA STORIA DI TAREK
Una lettera di Luca sulla resistenza palestinese
Lettera dal carcere di Massama (OR)
Preferisco di no
LETTERE DAL CARCERE DI NAPOLI-SECONDIGLIANO
Lettera dal Carcere di massama (Or)
Lettere dal carcere di Milano-Opera
Lettera dal carcere di Volterra
Lettera dal carcere di Padova
Carceri e rivolte
Notizie dai CPR
Il sistema carcerario degli Stati Uniti
Lettera di Maja che conclude lo sciopero della fame
GENOVA 2001-2025


PRESE DI MIRA DUE NAVI MAERSK
Tra il 18 e il 20 aprile, il popolo marocchino ha scritto una pagina di dignità e resistenza contro la macchina di morte
sionista. A Casablanca prima e poi a Tangeri, migliaia di persone si sono mobilitate contro l’arrivo della nave MAERSK
DETROIT, carica di componenti destinati ai caccia F-35 usati dall’esercito "israeliano" per portare avanti il genocidio
a Gaza. La mobilitazione, guidata da sindacati nazionali, lavoratori portuali e sostenuta da un’ampia partecipazione
popolare, ha impedito l’attracco della nave per quasi 40 ore.
Quasi contemporaneamente un'altra nave, la NEXOE MAERSK, mentre tentava di raggiungere Tangeri, ha trovato ad attenderla
un’altra ondata di dissenso, nonostante la violenta repressione messa in atto dalla polizia al servizio di un regime
che, pur dichiarandosi solidale con la Palestina, si mostra complice del genocidio attraverso la normalizzazione dei
rapporti con "Israele" e il silenzio sui traffici di morte. Il popolo marocchino, come altri popoli arabi in lotta, ha
dimostrato che l’embargo popolare sulle armi non è solo uno slogan, ma una pratica concreta di azione contro la filiera
bellica che arma l’occupazione. La resistenza che abbiamo visto nei porti marocchini è un segnale chiaro: i popoli non
vogliono essere complici. È una lezione che dobbiamo portare anche in Italia. Nei nostri porti — Genova, Ravenna,
Trieste — e negli interporti di Padova e Bologna, Maersk continua a operare indisturbata, trasportando strumenti di
morte verso "Israele". (da Instagram Giovani Palestinesi)
La nave diretta a israele con materiale militare è ferma, bloccata al porto di Marsiglia! Questa è un'azione fortissima
che dimostra come ci si possa opporre concretamente al gen*cidio in corso. (Da WarZone canale telegram, 6 giugno 2025)
Il CALP (Collettivo Autonomo Portuali di Genova) di Genova è entrato ieri, 7 giugno, nel porto di Genova dopo aver
bloccato Varco Etiopia. In seguito alla segnalazione dei portuali di Marsiglia che si erano rifiutati di caricare
armamenti su una nave diretta in Israele, il CALP ha verificato che la nave arrivata a Genova era priva del materiale
segnalato. (Da WarZone canale telegram, 8 giugno 2025)

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Alcune azioni contro la Leonardo Spa
Il 29 aprile 2025, il gruppo ambientalista Extinction Rebellion ha occupato l'ingresso principale della sede produttiva
di Leonardo sulla via Tiburtina a Roma, esponendo uno striscione con scritto "Partigiane per il clima, non per le vostre
guerre" e "Sabotare la guerra non è reato". A marzo erano saliti sulla ciminiera della sede di Torino. Il 26 maggio 2025
a Roma, un blitz pro Palestina sotto alla sede di Leonardo Spa con fumogeni e lancio di vernice rossa e, indossando
magliette con scritto "Palestina Libera", i partecipanti hanno interrotto l'assemblea pubblica degli azionisti:
“L’Italia ripudia la guerra, eppure Leonardo la sta finanziando”. Il 25 giugno a Pomigliano con gli operai della
Leonardo contro la guerra. A Livorno il 3 luglio, iniziativa “Fuori la Leonardo” con presidio davanti alla sede. Il 5
luglio a Torino striscione ed entrata alla sede di Leonardo da parte della rete @stopriarmo. Presidio a San Benedetto
del Tronto l’11 luglio. Il 15 luglio a Edimburgo, danneggiato l’esterno della sede di Leonardo.

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IL SIONISMO E LA GUERRA TOTALE PER SFUGGIRE ALLA SUA MORTE
L’aggressione militare lanciata da “Israele” contro l’Iran il 13 giugno 2025 rappresenta un punto di non ritorno. Non si
tratta di un semplice episodio di escalation regionale: è una dichiarazione di guerra a pieno titolo che segna un
momento di svolta nell’aggressione sistematica condotta dall’asse imperialista statunitense-sionista contro le forze
rivoluzionarie arabe e islamiche della regione. Un atto che accelera la transizione da una crisi regionale a un
conflitto mondiale latente, il cui epicentro continua a essere la Palestina colonizzata. Non si può comprendere la
portata dell’aggressione “israeliana” se non si colloca questo attacco nel quadro di un’escalation militare studiata da
tempo, parte integrante della strategia congiunta “israelo”-statunitense per colpire, dividere e spezzare la resistenza
che, dal 7 ottobre 2023, ha riconfigurato radicalmente i rapporti di forza nella regione. L’Iran, attore centrale del
fronte anti-sionista, viene preso di mira non per presunti sviluppi nel programma nucleare, ma per il suo ruolo di
sostegno alle lotte armate e popolari che si oppongono al progetto coloniale sionista e all’egemonia occidentale nella
regione. L’aggressione non è frutto di un calcolo improvvisato. È il risultato di una lunga preparazione diplomatica,
militare e mediatica, messa in moto in parallelo al genocidio in corso in Palestina, ai continui bombardamenti sul
Libano, all’occupazione in espansione del territorio siriano e agli attacchi sistematici contro lo Yemen. In questo
contesto, il raid contro Teheran rappresenta il tentativo disperato di un sistema coloniale in agonia di riconquistare
l’iniziativa militare e simbolica.
In Cisgiordania, il blocco totale imposto dalle forze di occupazione si inscrive nella stessa logica: l’obiettivo non è
la sicurezza, ma la pulizia etnica. Ogni villaggio isolato, ogni checkpoint rafforzato, ogni arresto di massa è parte
del progetto di completamento della colonizzazione, non più solo di Gaza, ma dell’intera Palestina.
Lo stesso discorso di Netanyahu rivolto direttamente al popolo iraniano, esortato a rovesciare il proprio governo,
chiarisce le vere intenzioni: non solo colpire militarmente, ma sovvertire l’intero assetto politico iraniano, aprendo
la strada a un ordine regionale dominato dal sionismo, in cui ogni opposizione venga disarticolata alla radice. L’ordine
imperialista, costruito sulle rovine delle rivoluzioni arabe e sulla frammentazione coloniale dei territori, mostra
sempre più chiaramente le crepe della sua crisi strutturale. Il sionismo, espressione armata e ideologica di questo
ordine, è oggi in crisi esistenziale: delegittimato sul piano globale, incapace di garantire sicurezza ai suoi coloni,
ridotto ad amministrare un’occupazione che si regge solo sulla violenza più brutale. La sua risposta è la guerra totale.
Una guerra che non si accontenta più di reprimere, ma punta a trascinare l’intera regione in una spirale distruttiva,
prima di collassare. Il bombardamento di obiettivi strategici iraniani avviene in un momento delicato: da settimane si
registravano segnali di una possibile ripresa del dialogo tra Teheran e Washington sul programma nucleare. Colpire ora
significa sabotare ogni spazio di trattativa, innescando uno scontro aperto e definitivo. Il dossier nucleare, agitato
come pretesto, maschera in realtà un disegno ben più ampio: colpire il centro propulsore della Resistenza regionale,
isolare l’Iran, impedire la costruzione di una rete di alleanze che sfidi l’architettura imperiale e apra a un progetto
di decolonizzazione nella regione. L’annullamento della Conferenza ONU sulla “soluzione a due Stati”, convocata da
Francia e Arabia Saudita, proprio all’indomani dell’attacco “israeliano” contro l’Iran, rivela in filigrana la totale
irrilevanza del discorso diplomatico per un regime sionista che non mira alla pace, ma alla sottomissione completa del
popolo palestinese e alla colonizzazione definitiva della Palestina. In questo quadro, risulta sempre più mio
pe e complice la retorica di certi settori della sinistra istituzionale occidentale che continuano a invocare soluzioni
fittizie basate su confini e Stati, ignorando che il nodo non è la convivenza tra due entità, ma la liberazione totale
dai meccanismi del sionismo coloniale.
Allo stesso tempo, “Israele” approfitta della crisi interna siriana, aggravata dalla caduta del regime di Assad, per
intensificare l’occupazione di territori strategici nel sud e nell’est della Siria, consolidando una nuova geografia
coloniale che garantisca profondità militare e continuità territoriale al suo progetto di supremazia regionale. È in
questo quadro che l’attacco all’Iran assume pienamente il suo significato: non come una deviazione, ma come una tappa
coerente del contrattacco reazionario contro l’onda rivoluzionaria apertasi il 7 ottobre. La Resistenza palestinese, con
la sua irruzione armata e politica, ha infranto l’illusione di una “normalizzazione” e ha riattivato una spinta di
decolonizzazione che si è irradiata dai campi profughi alle capitali arabe, dai porti yemeniti alle montagne del sud del
Libano. L’attacco a Teheran è dunque un colpo diretto a questa traiettoria storica: si vuole soffocare la possibilità di
un’alternativa, far rientrare le popolazioni e le forze rivoluzionarie nella gabbia della paura, dell’assedio e della
sconfitta. È sintomatico, in questo contesto, che anche i settori cosiddetti “moderati” dell’opinione pubblica
“israeliana” – e dell’opposizione politica parlamentare – abbiano accolto l’attacco all’Iran come necessario,
inevitabile o addirittura “giusto”. Si rivela così la realtà strutturale del consenso interno al progetto coloniale,
smentendo ogni narrazione illusoria su presunti fronti democratici o alternativi all’interno del sionismo. Ridurre il
conflitto alla figura di Netanyahu è un errore grave: è l’intera architettura ideologica del sionismo a essere orientata
alla guerra permanente come condizione della propria sopravvivenza. Ma ciò che emerge con chiarezza è anche il grado di
vulnerabilità dell’ordine imperialista. L’alleanza tra Stati Uniti e “Israele”, da sempre pilastro della dominazione
coloniale sulla regione araba, appare oggi guidata non più dalla sicurezza della superiorità, ma dal terrore del
declino.
L’imperialismo, per sopravvivere, è costretto a incendiare. Ma è proprio in questo tentativo estremo che si manifesta la
sua fragilità: un sistema capace solo di distruggere, senza più legittimità né futuro.
Il 13 giugno non apre soltanto un nuovo fronte: disegna un orizzonte di guerra globale. La possibilità concreta di una
terza guerra mondiale, con epicentro nel cuore arabo della regione, non è più una semplice previsione teorica, ma un
rischio tangibile. Ed è attorno a questo nodo che si giocherà il prossimo ciclo storico: tra chi vuole riportare
indietro il tempo e chi, nella Resistenza, costruisce il possibile oltre l’imperialismo e il sionismo. In questo
contesto, l’impegno nelle geografie della diaspora non è né simbolico né secondario. Ogni infrastruttura, ogni
collaborazione, ogni legame economico, politico e militare che lega lo Stato italiano al sionismo e alla macchina
imperiale statunitense rappresenta un nodo da colpire. È in Italia, come altrove in Europa, che si muove il carburante
politico, finanziario e ideologico che alimenta la guerra coloniale contro i popoli della regione. La mobilitazione deve
essere materiale: boicottaggio delle imprese e istituzioni colluse con l’impresa coloniale sionista; pressione diretta
contro le università, i porti, le basi militari e le aziende che cooperano con l’industria bellica “israeliana” e
statunitense. Supportare la Resistenza oggi significa rompere l’impunità dell’impero là dove si muove. Fare pressione là
dove vive, cresce, si protegge. È nel cuore dell’Occidente coloniale, nel cosiddetto “ventre della bestia”, che si può
colpire alle fondamenta l’edificio del dominio. E questo, oggi, è parte imprescindibile del fronte.

da Instagram Giovani Palestinesi, 15 giugno 2025


A OGNUNO IL SUO RUOLO
NOTE A MARGINE DEL RAPPORTO DI ANTIGONE SULLE PRIGIONI
Ogni anno l’Osservatorio di Antigone stila il Rapporto sulle condizioni delle prigioni e sul funzionamento della
macchina penale. Senza respiro è il ventunesimo ed è stato presentato il 21 maggio di quest’anno a Roma nella sede
dell’associazione. L’analisi come sempre è rigorosa e si articola in un’area tecnica (Temi) in cui si definiscono i
contorni maggiormente problematici della detenzione intra ed extra-muraria, due dossier specifici (uno riguardo ai
suicidi dal 2024 al 2025, l’altro sui principali processi per tortura in corso), un’ultima area distinta di
Approfondimenti riguardo agli aspetti di politica criminale ed esperienze di attivismo all’interno delle galere. Le
prigioni, come da sempre sosteniamo, sono un ingranaggio nevralgico per il funzionamento dell’economia capitalistica
perché rappresentano l’argine principale per la massa crescente di soggetti espulsi dal sistema produttivo. Per questo
l’immagine che viene fuori dalla lettura del Rapporto è interessante per capire la fase che stiamo attraversando. Prima
di ogni cosa i numeri. Il 30 aprile i detenuti presenti erano 62.445, il 30 giugno erano 62.728 in spazi che possono
contenerne 51.280 (a cui devono sottrarsi almeno 4.500 posti perchè spazi inagibili o in ristrutturazione). L’aumento è
consistente e “se si pensa che le nostre carceri hanno una capienza media di circa trecento posti significa che la
popolazione detenuta sta crescendo dell’equivalente di un nuovo carcere ogni due mesi”. Questi flussi impattano
fortemente sull’economia nazionale, tuttavia il bilancio dell’Amministrazione penitenziaria indica che il costo per
sostenere ogni recluso è in netta diminuzione e questo significa che all’aumento delle persone detenute non
corrispondono maggiori investimenti. A ogni modo, come sempre la voce di spesa più alta dell’intero budget (61,7%) è
destinata al pagamento del personale di polizia penitenziaria. A proposito dei costi destinati alla reclusione,
l’Osservatorio registra il progressivo allargamento delle attività del terzo settore anche nella gestione
dell’esecuzione della pena. Tale processo di privatizzazione non riguarda soltanto l’affidamento di singoli servizi a
enti esterni (come la mensa o l’approvvigionamento idrico per le strutture che non hanno l’allaccio), ovvero di percorsi
trattamentali (il laboratorio di teatro) e lavorativi (la sartoria) già ampiamente affidati a cooperative, ma della
reclusione tout court. Il decreto legge 92/2024, convertito con legge 112/2024, disciplina le nuove “strutture
residenziali per l’accoglienza e il reinserimento sociale dei detenuti”. Il ministero di giustizia dispone di un elenco
delle strutture residenziali e per il funzionamento di questi spazi affida un finanziamento di sette milioni di euro
(bacino economico di Cassa delle Ammende). La critica di Antigone è chiara: “Il comma 4 dell’art. 8 cita esplicitamente
la disponibilità ad accogliere soggetti in regime di detenzione domiciliare. Quest’ultima è una forma di detenzione a
tutti gli effetti, sebbene in privata dimora. Quando la privata dimora non appartiene alla persona stessa che sta
scontando la pena bensì ad altro soggetto privato, e quando questo soggetto privato riceve fondi pubblici per provvedere
alla reintegrazione sociale del condannato, il risultato somiglia molto a un carcere privato”. L’“impresa del bene”,
cresciuta nei margini di questo settore, comincia a recuperare fette di mercato sempre più ampie. È il caso della
regione Emilia-Romagna che sostiene le Comunità Educanti con i Carcerati, che propongono un programma di rieducazione
del condannato gestito privatamente dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. Anche in Campania si trova un’esperienza simile,
infatti l’associazione Terra Dorea, costituita a gennaio 2025, già a maggio ha stretto un importante protocollo con il
Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per “creare comunità educative alternative alla detenzione e, così,
ridurre il sovraffollamento carcerario”. Di quest’ultima associazione si sa pochissimo, sembra nata dal nulla, ma appare
già molto inserita nel contesto istituzionale della pena. Dopo un mese dalla costituzione, il 5 febbraio firma una
convenzione con il Tribunale di Napoli Nord per lo svolgimento di percorsi di recupero destinati agli autori di reati di
violenza domestica e di genere. Questo ente del terzo settore si sta muovendo su ogni campo del reinserimento. Spiega la
giovanissima presidente, avvocata Claudia Majolo, in una delle prime note apparse sulla stampa locale: “Terra Dorea si
propone come un ponte tra il carcere e la comunità, promuovendo l’educazione, la formazione professionale e il supporto
psicologico. L’obiettivo è fornire gli strumenti necessari affinché chi ha vissuto l’esperienza della detenzione possa
riscattarsi, facendo leva su una visione di giustizia che non si limiti alla punizione, ma che favorisca una reale
trasformazione sociale e culturale”. L’immagine dell’istituzione che viene fuori dalla lettura del rapporto è di un
carcere pronto a implodere di nuovo e che tenta di immaginare possibili traiettorie di riequilibrio in senso
securitario, ma tali soluzioni sono del tutto inconsistenti rispetto alle contraddizioni interne e alla enorme pressione
degli ingressi. Rispetto a quest’ultimo punto, è interessante la posizione del ministero espressa nel corso della
presentazione romana. Il consigliere Ernesto Napolillo, magistrato, direttore dell’Ufficio generale detenuti e
trattamento, comincia il proprio intervento senza mezzi termini: gli unici dati giusti sono quelli forniti
dall’istituzione, le associazioni e gli altri enti non operano con metodo scientifico e devono occuparsi di altro. Entra
poi nel merito toccando alcuni punti oggetto della discussione. L’ufficio che dirige il magistrato coniuga le due
tensioni del carcere: l’esigenza di sicurezza connessa alla pericolosità penitenziaria e la necessità del trattamento
del detenuto. Sulla rieducazione, il consigliere penitenziario afferma senza remore che l’istituzione registra un
“cronico e gravissimo problema di effettività del trattamento”. Secondo il ministero l’assenza di lavoro è la causa
principale. L’autorità si dilunga, poi, esponendo il posizionamento politico: “Il modello tradizionale di carcere come
luogo di segregazione votato anche al trattamento è superato… il carcere non è più il luogo della pena ma è un luogo di
conquista della criminalità organizzata. Ci sono delle organizzazioni criminali che preparano i propri affiliati e li
mandano in carcere per controllare le piazze di spaccio nelle carceri”. C’è la necessità, quindi, di un nuovo paradigma
per riequilibrare l’istituzione ed è quello della legalità: “Garantire il diritto alla sicurezza è il miglior modo per
garantire la sicurezza dei diritti”. A ognuno il proprio ruolo: il trattamento è rimesso alla società civile, al
volontariato, alle organizzazioni religiose. L’istituzione, invece, deve garantire la sicurezza e l’autorità attacca la
vuota retorica dei proclami delle amministrazioni precedenti: “Troppe passarelle ci sono state fino a oggi… ci sono più
protocolli che attività, ci sono più iniziative di lavoro che lavoratori”. Il piano politico è coerente con una
rappresentazione muscolare dell’istituzione: rispristinare la sicurezza conducendo una guerra totale. In tale
prospettiva devono essere letti il decreto sicurezza (convertito in legge 80/2025) e la nuova iniziativa legislativa
titolata “Operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari” che estende alla polizia
penitenziaria le possibilità dell’art. 9 della legge 146/2006, ammettendo operazioni sotto copertura, uso di identità
coperte e lo scudo penale per gli agenti coinvolti, purché le autorità giudiziarie siano previamente informate. Queste
misure rappresentano gli armamenti giuridici per condurre il conflitto interno e impedire l’organizzazione collettiva
delle lotte. Dal mondo delle prigioni emerge il coerente rafforzamento dei poteri repressivi dello Stato in una fase
complicata per il capitalismo italiano ed europeo in cui si deve necessariamente conservare l’ordine sociale mentre
occupazione e salari sono in caduta ripida e gli scenari di guerra esterna si fanno sempre più concreti. Ci sono
tuttavia delle distonie che rendono problematica la realizzazione del programma politico. Alcune sono emerse sempre nel
corso della presentazione del Rapporto di Antigone. Il sindacalista Gennarino De Fazio, segretario Uil Pa, rispondendo
punto per punto alle affermazioni del dirigente dell’Amministrazione, ha ricordato che i suicidi tra le fila della
polizia penitenziaria sono in aumento (l’ultimo si è ammazzato il 27 giugno, appena finito il turno con un colpo di
pistola nel parcheggio del carcere di Secondigliano). La frustrazione al fronte è enorme e senza soluzione. Questa
guerra si combatte senza soldati. “I detenuti sono aumentati di 5.000 unità… al di là della propaganda la polizia
penitenziaria è aumentata di 133 unità che non sono andate nelle carceri ma a integrare gli uffici dipartimentali dove
c’è anche il consigliere Napolillo. Il personale è sempre più senza respiro”. Il sindacalista ha criticato fortemente il
graduale processo di omologazione degli agenti penitenziari agli altri corpi di polizia, perché la funzione è
sostanzialmente diversa e ha attaccato duramente il piano formativo dei nuovi agenti che vengono mandati al macello con
qualche giorno di corso da remoto. Tralasciando il tentativo di rafforzare la propria organizzazione di categoria, le
criticità segnalate e la spaccatura interna tra la polizia che opera in trincea e i generali che governano la battaglia
dalle scrivanie è reale. Lo registriamo costantemente anche nei corridoi dell’aula bunker durante le lunghe attese del
processo sulla Mattanza nel carcere di Santa Maria CapuaVetere. Difatti, per quanto gli apparati stiano correndo per
prepararsi alla guerra, da tempo le macerie sociali di questo ordine di cose aumentano. Le prigioni sono una di queste e
sono pronte a esplodere. Non c’è tempo. La realtà dei fatti, al di là delle lezioni di vita dei dirigenti, è che molti
istituti di pena si autogestiscono. In istituti dove persiste un sovraffollamento del 150% circa, dove è assente ogni
tipo di intervento anche solo riempitivo della giornata, con le presenze di personale civile e in divisa in
sottorganico, l’implosione è scongiurata solo in virtù di autogestione informale e precaria dei poteri interni ufficiosi
e ufficiali. “Vengo da laggiù dove tutto è finito… e tutto ricomincia”, sono le parole della Cassandra di Dimitriadis;
stiamo ricominciando daccapo ed è necessario per evitare di rimanere sepolti dalle rovine di questo mondo, rivitalizzare
e moltiplicare l’organizzazione delle lotte, estendendo l’intervento a ogni ambito della riproduzione sociale. Trovare
nei legami collettivi e nei percorsi di resistenza la fiducia per “l’assalto al cielo”. A ognuno il suo ruolo, questo è
il nostro.

Da napolimonitor.it, 11 Luglio 2025

***
Il decreto sicurezza 1660 è legge
Il nuovo Decreto Sicurezza è stato approvato definitivamente. Il governo ovviamente lo giustifica parlando di nuove
tutele per i “cittadini onesti”, in realtà è soltanto una misura volta a reprimere il dissenso. Questo fatto è evidente
dalla sproporzione delle pene legate a pratiche di protesta, come blocchi stradali, manifestazioni, occupazioni.
Bloccare una strada in modo del tutto nonviolento ora può comportare pene fino a due anni di reclusione. In precedenza
si trattava di un illecito amministrativo punito con una sanzione pecuniaria. Una pena superiore a quella per il reato
di percosse.
L'occupazione arbitraria di un immobile è ora punibile con la reclusione da 2 a 7 anni. Una pena comparabile a quella
prevista per reati gravi come il sequestro di persona (da 6 mesi a 8 anni)
Il decreto introduce il reato di "rivolta" nei centri di trattenimento per migranti e nelle carceri, punendo anche la
resistenza passiva con pene da uno a cinque anni di carcere, praticamente paragonando questo tipo di reato a stalking e
maltrattamenti. La pena può arrivare a 18 anni nel caso in cui dalla “rivolta” derivino lesioni gravi, più di quella
prevista per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Si inaspriscono anche le sanzioni per resistenza a
pubblico ufficiale se commessa per impedire la costruzione di opere pubbliche o infrastrutture strategiche, con
possibili condanne fino a 20 anni.
Nel complesso si introducono nuove fattispecie di reato, si inserisce la discrezionalità del giudice nell’incarcerare le
donne incinte e le madri di figli piccoli. Inoltre si vieta la cannabis light e si ampliano i reati che i servizi
segreti possono commettere impunemente.
Chiunque abbia un briciolo di senso logico capisce che il vero pericolo in questo paese non proviene da chi manifesta e
lotta ma da chi cerca di silenziare le voci critiche attraverso l'inasprimento delle pene e la criminalizzazione del
dissenso. (Tratto dalla pagina facebook di Cronache Ribelli, 5 giugno 2025)


Lettera dai detenuti di Regina Coeli (rm)
Cara Radio Onda Rossa, è un po’ che non vi scriviamo, ma sentiamo ogni giorno il vostro affetto nei saluti che ricordano
frequentemente chi è privato/a della libertà personale. Ci teniamo a festeggiare con voi i 48 anni di attività e lotte e
saremo con voi il 23-24-25 Maggio col cuore.
Avremo tanto da raccontarvi e la situazione a Regina Coeli è peggiorata ancor di più negli ultimi mesi. Intanto, in
barba alle tante promesse del ministro Nordio, la popolazione detenuta è salita a 1060, a fronte di 570 posti effettivi
e di un’intera sezione chiusa dopo l’incendio di settembre 2024. Una enorme quantità di corpi ammassati in celle
piccole, fatiscenti, tra ratti, insetti, cimici e pidocchi. Inoltre una circolare del DAP di 2 anni fa, rispolverata ad
arte 3 mesi fa, ha imposto la chiusura di tutte le celle, sopprimendo la già insufficiente sorveglianza dinamica. Siamo
tutti chiusi e viviamo giorno e notte schiacciati in queste celle. Possiamo solo scendere nell’ora d’aria in un lugubre
cortiletto di cemento con alti muri su ogni lato. Molte delle attività che c’erano, sono state compromesse. Anche la
scuola, servizio obbligatorio per l’Amministrazione Penitenziaria, ormai salta in diverse sezioni: oltre alla settima
dove non è mai stata attivata, adesso anche in prima, seconda e quarta sezione l’aula scolastica è spesso occupata dai
nuovi arrivi, detenuti gettati sui materassini di gommapiuma, a terra, senza doccia, senza acqua calda, senza una sedia
per mangiare. L’imperativo è chiudere tutti, per gestire un’emergenza ingestibile.
Solo tre giorni fa c’è stata l’ennesima rivolta (in terza) con battiture, incendi e lanci del vitto rancido. È
l’esasperazione di chi, in questi buchi, sta perdendo la testa, di cui non riesce più a sopportare questa tortura.
Intanto Antigone ha denunciato sull’ultimo rapporto che l’uso di psicofarmaci a Regina Coeli ha raggiunto una cifra
impressionante: l’88% dei detenuti (record nazionale). Per sopravvivere non hai alternative. Ti devi spegnere, non
pensare, anestetizzarti per non soffrire. La sofferenza è ciò che meglio esprime il nostro sistema carcerario. Nulla di
rieducativo. Nessuna prerogativa di sicurezza sociale. È lo Stato che si abbatte sulle vite con tutta la sua violenza, e
infrange le stesse regole che dovrebbe far rispettare. E reprime qualsiasi iniziativa, fino a a colpire esperienze
virtuose come il giornalino. Le scene alle quali assistiamo quotidianamente sembrano quelle di un girone dell’inferno:
sono decine le persone che si tagliano, ingoiano lamette, compiono gesti disperati anche solo per avere una coperta, per
essere visitati da un medico o poter sentire i propri cari.
Tutto il sistema si è adattato alle condizioni disumane e tende alla semplice sopravvivenza. Le attività trattamentali
sono quasi scomparse, così come il lavoro esterno: solo due detenuti su 1060 hanno ottenuto l’articolo 21, la
possibilità di un lavoro vero. Il lavoro intramurario è invece una schiavitù mascherata: contratti di 2-3 ore al giorno
per almeno 8 lavorate (e non pagate) e se ti lamenti, perdi il posto.
Poche settimane fa il Tribunale di Roma ha condannato per la terza volta l’Amministrazione Penitenziaria per
sfruttamento e mancata applicazione dei contratti collettivi, ma la cosa non sembra scalfire il sistema. Ora le ore in
più sono dichiarate come “volontarie”. Il personale è insufficiente, si sa. Ma negli ultimi tempi qui ci sono state
notti con 5 agenti per tutto il carcere. Dopo le 23 siamo abbandonati nelle sezioni e, se succede qualcosa, possiamo
solo urlare e battere fino a che qualcuno sente. Mediamente ci vogliono 30-40 minuti. Tra tutte le storie vogliamo
raccontarvi quella di Paolo, un signore di 62 anni, diabetico e cardiopatico. Quando è entrato non c’era posto, così è
finito su una di quelle “terze brande” montate sopra il letto a castello. (Abbiamo misurato che è a 2,20 metri
d’altezza). Pochi giorni dopo il suo arrivo Paolo ha avuto una crisi ipoglicemica in piena notte e verso le 5 di mattina
è precipitato a peso morto dalla branda. L’impatto è stato violento e Paolo non si muoveva. Abbiamo iniziato a urlare
tutti, a battere. Non c’erano agenti. La sorveglianza è arrivata un’ora dopo, ma mancava il personale sanitario, così
Paolo viene solo segnalato, coperto con una coperta di lana e lasciato lì a terra. Solo alle 8:30 è arrivato un medico
che ha constatato la gravità e chiesto l’intervento dell’ambulanza (3 ore ½ mezza dopo la caduta!).
Alle 9:30 è arrivato il personale del 118 che ha immobilizzato Paolo e l’ha portato via. In ospedale vengono
diagnosticate la frattura del bacino, la frattura di due vertebre e vari traumi. Da oltre un mese Paolo è immobilizzato
a Regina Coeli, presso il centro clinico. È solo un esempio di ciò che capita quotidianamente. Una mattanza che si
unisce ai casi di autolesionismo e ai suicidi che ormai sembrano non fare più notizia.
Tra questi vogliamo ricordare Emanuele, un ragazzo di soli 19 anni suicidatosi poche settimane fa dopo aver ottenuto il
trasferimento in comunità. Era un ragazzo fragile, soffriva, ma chi doveva e poteva aiutarlo non ha mosso un dito,
nonostante i tanti segnali che tutti avevamo davanti. Emanuele è oggi un numero in un elenco, una statistica. Perché chi
è in carcere diventa invisibile, perfino quando muore.
Come se tutto questo non bastasse, il carcere sta diventando un contenitore sociale nel quale sperimentare la brutalità
delle politiche liberticide e repressive, vanto di questo governo. Solo negli ultimi giorni sono arrivate circa 30
denunce per rivolte e proteste, sparando nel mucchio. Si rischiano pene molto alte per fatti che, fino a poco tempo fa,
avrebbero prodotto al massimo un rapporto disciplinare. A questo si aggiungono le espulsioni sommarie. Vengono a
prendere persone che hanno già scontato la pena, prossime alla liberazione. Come Ismael, un ragazzo senegalese di 27
anni che era in Italia da quando aveva 12 anni. Aveva i fratelli qui, era inserito, lavorava e aveva una casa. Aveva
scontato la sua pena ma mercoledì, a pochi giorni dalla sua liberazione, lo hanno prelevato e caricato su un volo per
Dakar con un foglio d’espulsione. Un trofeo in più per Piantedosi da postare sui social.
Per quanto un pezzo di sinistra si sforzi ancora per pensare ad un carcere più umano e cerchi di convincersi della
necessità di avere luoghi di detenzione, noi crediamo che l’unico carcere buono sia quello che non esiste. Dobbiamo
tornare ad investire sull’utopia di una società senza gabbie, immaginando un nuovo Basaglia per le galere.
Perché nessun errore, nessun danno può trovare soluzione nella cattività, nell’umiliazione, nell’abbrutimento
dell’essere umano. In carcere si muore e basta. Muore il bello che c’è in noi. Muore la voglia di vivere. Muoiono le
relazioni. Muore il nostro presente e il nostro futuro. Muoiono i nostri corpi.
Per questo vi chiediamo aiuto. Aiutateci a far aprire gli occhi a chi è fuori. A rendere trasparenti questi muri. Non
vogliamo spegnerci qui dentro!
Grazie ancora per la vostra vicinanza e buona lotta!

Detenuti liberi Regina Coeli (Seguono diverse firme di detenuti)
Da ondarossa.info, 24 maggio 2025
Lettera dal carcere femminile di Torino
Siamo alcune delle detenute del Padiglione Femminile del carcere di Torino.
Torino da sempre è un carcere più che problematico, la nuova “gestione” nel reparto femminile non semplifica le cose, il
pacchetto sicurezza ci impedisce anche le forme di protesta più pacifiche, lotte che il femminile, per richiamare
l’attenzione, porta avanti da anni, tanto da essere definite “LE RAGAZZE DI TORINO”. La repressione del pacchetto
sicurezza e lo staff che comanda crea un clima che rende la galera “doppia” come se non bastassero gli spazi fuori norma
dove dobbiamo espiare le nostre pene, spazi che siamo obbligate a condividere posizionando un letto a castello, non
sempre possiamo dividerlo con persone con cui instaurare un rapporto decente, con le conseguenze che comportano liti. Il
caldo e gli spazi non regolamentari rendono il clima incandescente e basta poco per fare scatenare delle proteste con
delle conseguenze inevitabili di rapporti disciplinari che non sempre stabiliscono la vera causa del diverbio, e il fine
pena si allunga. Le perquisizioni giornaliere dovrebbero essere mirate al ritrovamento di cose illegali e pericolose
invece le perquisizioni vengono fatte invasive ed eccessive, destabilizzando l’equilibrio mentale anche delle detenute
sane psicologicamente, togliendo anche cose acquistate in spesa.
Riguardo il lavoro ci dovrebbe essere una graduatoria la quale non viene rispettata, varie detenute hanno spese fuori di
qua e figli da dover mantenere e il carcere è costoso. Il percorso non è riabilitativo ma afflittivo. Infine di minor
importanza ma a noi crea un grande disagio il fatto che vengano chiuse le celle mezz’ora prima alla sera e 1 ora durante
ogni distribuzione del vitto. Abbiamo scritto varie volte alla direttrice per un incontro ma non abbiamo mai avuto una
risposta, di tutto questo ne abbiamo parlato con la garante dei detenuti comunale ma sembra avere le mani legate anche
lei, infatti i suoi interventi con la direzione non hanno avuto nessun riscontro.
Nelle sezioni dinamiche abbiamo diversi soggetti con delle problematiche mentali e nonostante le nostre richieste di un
presidio medico inoltrato attraverso la classe politica e le istituzioni non si è ancora risolto il problema con le
conseguenze di sezioni diventate a dire poco ingestibili. Anche se le problematiche sono tante queste sembrano le più
importanti. Chiediamo di essere ascoltate e che venga risolta la situazione, perchè qua dentro non si vive più.

Un saluto prigioniero, Torino 25 giugno 2025
Da osservatoriorepressione.info, 4 luglio 2025


SULLA SENTENZA PER IL CORTEO DELL'11 FEBBRAIO A MILANO
Il 17 giugno si è concluso il primo grado del processo per il corteo dell'11 febbraio 2023 in solidarietà allo sciopero
della fame di Alfredo Cospito. Le condanne vanno da 1 anno e 6 mesi fino a 4 anni e 7 per resistenza aggravata,
danneggiamento e travisamento. Nelle settimane intorno a questa data la solidarietà con lə imputatə è stata forte,
centinaia di persone hanno partecipato ai presidi fuori dal tribunale, al saluto al carcere di San Vittore e al corteo
partito dalle colonne di San Lorenzo. Questi momenti di solidarietà hanno rappresentato un’occasione per parlare
nuovamente di cosa sia il 41 bis, un luogo di tortura nel quale più di 700 persone sono rinchiuse ancora oggi, un
sistema carcerario che non permette nessun tipo di contatto umano puntando ad annientare fisicamente e psicologicamente
chi è detenut al suo interno. I limiti imposti dal 41 bis ad Alfredo e le altre persone recluse sono infiniti e
arzigogolati; qualche settimana fa la corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Dap e ministro della giustizia contro
la decisione del tribunale di Sassari che aveva permesso ad Alfredo di tenere in cella farina e lievito. A maggio la
direzione carceraria di Bancali gli ha vietato l’acquisto di un vangelo apocrifo e alcuni libri di fisica e fantascienza
perché considerati pericolosi. In ultimo gli avvocati di Alfredo sono stati recentemente segnalati dal direttore del
Carcere all'ufficio di disciplina dell'ordine degli avvocati per averlo salutato a fine colloquio con una stretta di
mano e due baci, segnalati per aver espresso empatia nei suoi confronti. Questo è il 41 bis, un regime carcerario che ha
sempre controllato in maniera ossessiva anche il lavoro degli avvocati e il loro rapporto con i propri assistiti,
utilizzando la legittimazione conferita dalla cosiddetta lotta alla mafia per creare un buco nero intorno alle persone
lì rinchiuse. Con la stessa ferocia con cui lo Stato aveva deciso di lasciar morire di fame Alfredo e poi di lasciarlo
marcire tra le mura del 41 bis, si abbatte oggi la repressione su chi ha deciso di lottare contro questo ordinamento
penitenziario ed esprimere solidarietà nei confronti del compagno e di tutte le persone detenute. Nel 2023, durante lo
sciopero della fame di Alfredo, è stata portata avanti in Italia e non solo una grande mobilitazione che ha trovato
espressione in molte forme, dagli appelli di avvocati fino all’azione diretta, passando per i numerosi cortei e
appuntamenti in strada. Una mobilitazione che è riuscita a squarciare il silenzio e l’indifferenza che aleggiano intorno
alla questione del 41 bis, da sempre relegata al mondo mafioso, legittimata dalla narrazione di forte criminalizzazione
dei suoi appartenenti e mai messa in discussione. In quei mesi l’orrore del 41 bis, con le sue disposizioni volte ad
annientare i detenuti, è venuto a galla insieme all’ostinazione dello Stato di continuare a torturare chi finisce in
quel regime. Ci troviamo oggi con diverse inchieste aperte in Italia riguardo quel periodo di lotta che prevedono accuse
e condanne molto gravi: a Torino si sta svolgendo il processo per devastazione e saccheggio per i fatti del 4 marzo
2023, a Bologna si apriranno i processi per i due cortei del 21 dicembre 2022 e del 19 gennaio 2023, inoltre due anni fa
è stata aperta un’inchiesta per 270 bis per l’incendio di alcuni ripetitori in opposizione alla guerra in Ucraina e
all’imposizione del 41 bis ad Alfredo. Questi sono solo alcuni degli episodi repressivi che riguardano la lotta a fianco
di Alfredo e contro il 41 bis. Nello specifico a Milano le condanne esemplari ricevute il 17 giugno non sono solo
l’espressione dell’accanimento di giudici e Stato contro una lotta che ha messo in discussione per alcuni mesi uno dei
capisaldi del sistema carcerario italiano, ma anche l’espressione manifesta di anni di aggravamento dei reati di piazza,
con continui aumenti di pene per i manifestanti e di maggiori tutele nei confronti delle forze dell’ordine. È lampante
il tentativo di delegittimazione dei discorsi e delle pratiche politiche che vengono ridotte a mera questione di ordine
pubblico, svuotate di ogni carica rivendicativa e di lotta e represse severamente grazie a un apparato giuridico sempre
meglio affilato. Per alcun imputat al processo ə ə milanese l'accusa è di concorso morale in resistenza aggravata: la
presenza di queste persone alla manifestazione, e di conseguenza la volontà di portare solidarietà e supporto quel
giorno, le ha rese responsabili e quindi perseguibili di quella resistenza che viene contestata in tribunale. Questo ci
fa intuire ancora una volta in che direzione si sta andando. L'obiettivo dello Stato è quello di pacificare ancora di
più la società. Il dissenso resta esprimibile finché si parla la lingua della democrazia, finché azioni e concetti
rientrano nell’intervallo di valori stabiliti democraticamente; intervallo che è sempre più rosicato dagli innumerevoli
interventi legislativi e giudiziari che limitano la possibilità di mettere in campo i propri corpi e le proprie voci per
lottare e diffondere l’idea che un mondo diverso sia possibile. L’accanimento dello Stato nei confronti dei suoi nemici
interni, chi lotta e chi rappresenta una minaccia per la sua sicurezza o semplicemente chi è di troppo non è certo
niente di nuovo, ma possiamo affermare che l’inasprimento della repressione va di pari passo con il clima di guerra e la
corsa al riarmo che i governi stanno portando avanti negli ultimi anni. Per garantirsi quanto più controllo possibile e
non lasciare che all’interno dei propri confini la situazione sfugga di mano, da un lato lo Stato mette in campo misure
repressive sempre più dure e dall’altro, per assicurarsi un ruolo accanto alle grandi potenze e nei conflitti che
generano, firma patti di sicurezza accordando, per esempio, il 5% del PIL nazionale al riarmo e a politiche securitarie.
Per quanto riguarda il processo milanese il discorso non è ancora chiuso, si attendono le motivazioni che arriveranno a
90 giorni dalla sentenza e la fissazione dell’appello. Al di là delle condanne, è stato importante in quelle settimane
trovarci in tantə in strada in solidarietà alle persone condannate e contro il 41 bis. Già alla prima assemblea pubblica
chiamata a seguito delle richieste di pena della pm, c’è stata molta partecipazione, che non è mancata neanche fuori dal
tribunale per i due presidi chiamati in occasione delle due udienze che hanno portato alla sentenza. Molte realtà di
movimento si sono sentite di portare il proprio contributo solidale e in tante e tanti abbiamo raggiunto gli
appuntamenti in strada per stare vicino alle persone colpite e riaffermare che il 41bis è tortura. Ciò, oltre a
scaldarci i cuori e far sentire meno solə ə l compagnə condannatə, ci sembra essere il giusto modo per rispondere a un
attacco repressivo. Ed è così che ci piacerebbe venisse intesa la solidarietà. Laddove colpiscono gli individui
rispondere che la lotta è di tuttə e che non si fermerà per delle condanne specifiche, laddove lo Stato ci vuole divisə
tra buonə manifestantə e cattivə ribadire che le pratiche di lotta sono tutte valide e che, di fronte alla guerra
globale che avanza, sono ancor più da difendere e rilanciare. Anche a Milano lo spazio che ci viene lasciato è
esattamente quello che riusciamo a strappare alla controparte; ci sembra allora molto significativa l’unità avuta in
strada durante queste due settimane in cui si aspettava la sentenza, presenza e unità che ci fanno apparire più forti
agli occhi di chi ci persegue e infine ci giudica. Attenderemo le prossime fasi processuali, con la convinzione che chi
lotta non è mai effettivamente solo e che la forza per ribaltare questa sentenza sta nelle mani di chi decide di usarla.
Un sentito grazie a chi ha scelto di esserci; a presto, ancora nelle strade. Solidarietà a tutt i condannat, indagat e
perquisit. Fuoco alle galere e ai tribunali.

Galipettes Milano

***
INIZIA IL PROCESSO a torino PER IL CORTEO IN SOLIDARIETà AD ALFREDO
Il 4 Marzo 2023 un corteo in solidarietà allo sciopero della fame di Alfredo Cospito - intrapreso il 17 Ottobre 2022
contro 41 bis ed ergastolo ostativo - ha attraversato alcune vie della città di Torino. Un corteo per rispondere alla
decisione della corte di Cassazione, che non esitava a condannare a morte il prigioniero anarchico, dando parere
negativo alla revoca del regime speciale di detenzione. Un corteo con cui rompere il silenzio di fronte alla
repressione, le sue pene esemplari ed i suoi strumenti di tortura. Un corteo autodifeso a tutela di chi decideva di
attraversarlo con rabbia, determinazione o anche solo per la necessità di esserci. Devastazione e saccheggio è il reato
che oggi la Procura tenta di utilizzare, tra gli altri, per portare sul banco degli imputati alcunx compagne e compagni
che quel corteo lo hanno vissuto insieme a tantx altrx. Il 3 Luglio 2025, a più di 2 anni da quel momento di strada, il
Tribunale di Torino celebra la prima udienza di dibattimento del processo per la cosiddetta "operazione City", guidata
dall'ex direttore della Digos Carlo Ambra e firmata dal PM Paolo Scafi. Eredità del codice penale fascista Rocco, questo
reato è sempre più utilizzato per colpire, non solo momenti di piazza, ma anche e soprattutto lotte e rivolte
all’interno dei centri di detenzione penali e amministrativi. Infatti, l’8 Luglio - pochi giorni dopo l’udienza del
processo “City” - lo stesso Tribunale pronuncerà la sentenza per le rivolte avvenute nell’IPM Ferrante Aporti la notte
fra l’1 e il 2 Agosto 2024. L’inchiesta per quella giornata di rivalsa dei giovani reclusi del minorile di Torino,
diretta dal PM Davide Fratta, vede imputate 11 persone sempre per il reato di devastazione e saccheggio. Quelle rivolte,
però, che hanno dato non poco filo da torcere all’amministrazione penitenziaria e reso inagibile buona parte della
struttura detentiva, non possono essere considerate un caso isolato, ma devono essere ricordate come parte di una
stagione di resistenze, proteste e rivolte che hanno infiammato decine e decine di carceri in tutta Italia e che
continuano ad infiammare i centri di detenzione amministrativa. (Liberamente tratto da nocprtorino.noblogs.org, 13
giugno 2025)
***
BLOCCO totale DELLA CORRISPONDENZA AL COMPAGNO ANARCHICO ALFREDO COSPITO
Aggiornamento a inizio luglio 2025. In questi giorni arrivano nuovamente notizie riguardanti la situazione
particolarmente afflittiva che la direzione del carcere di Bancali, probabilmente di concerto col ministero della
cosiddetta giustizia, sta imponendo al nostro compagno anarchico Alfredo Cospito, in particolare nei riguardi della
corrispondenza epistolare. Ricordiamo che la censura della posta in entrata e in uscita è un elemento costitutivo del
regime di 41 bis a cui il compagno è sottoposto. Da molto tempo Alfredo non riceve lettere, cartoline, telegrammi e
comunicazioni di nessun tipo. Questo nonostante in molti stiamo continuando a scrivergli, anche con iniziative di
corrispondenza collettive come quella che si è svolta a Foligno lo scorso 31 maggio. Inoltre la direzione del carcere ha
smesso da tempo di comunicare al prigioniero la notifica di avvenuta censura, un documento contro il quale appellarsi
per ricevere il materiale epistolare posto sotto sequestro. La posta semplicemente sparisce nel nulla. Questo
comportamento si aggiunge a una lunga serie di disposizioni persecutorie, volte alla distruzione psicologica e politica
del compagno: dal negato accesso ai libri già ordinati e autorizzati, ai CD o alle cuffie per ascoltare musica, fino
alla segnalazione all’ordine degli avvocati per i suoi difensori colpevoli di avergli stretto la mano e dato un bacio al
momento del colloquio – vale a dire colpevoli di averlo trattato come un essere umano. Tutto ciò in un contesto già
enormemente afflittivo quale quello del 41 bis che prevede due ore di aria al giorno in gruppi di massimo quattro
persone decisi dal ministero, un’ora di colloquio al mese con un familiare separato da un vetro o in alternativa dieci
minuti di telefonata durante i quali il familiare autorizzato deve recarsi all’interno di una caserma per chiamare.
Nonché come già detto la censura della corrispondenza e l’impossibilità di leggere libri che riguardano tematiche
ritenute sensibili (e le grosse difficoltà nel reperire qualsiasi libro in generale). Denunciamo con fermezza che questo
accanimento è evidentemente una vendetta di Stato per l’intransigenza e la determinazione con cui è stato condotto lo
sciopero della fame del 2022-23 e la mobilitazione solidale internazionale, ponendo i riflettori su quella zona d’ombra
che è il 41 bis con un’intensità senza precedenti, andando a picconare quella fasulla aurea celestiale che circonda la
struttura antimafia-antiterrorismo. Un accanimento che avviene peraltro all’indomani della condanna del sottosegretario
Delmastro a 8 mesi per rivelazioni di atto d’ufficio, maturato proprio nel tentativo gaglioffo di infangare Alfredo
Cospito durante lo sciopero della fame. Balza agli occhi la miseria di questi personaggi di fronte alla coerenza di un
anarchico che non ha mai piegato la testa. Da una parte chi gambizza uno stregone del nucleare, dall’altra chi a
capodanno strafatto di cocaina in un momento di rara coerenza si spara alle gambe da solo. Nel clima di guerra mondiale
che si respira di questi tempi, ribadiamo che questi episodi vanno letti come vere e proprie politiche di guerra nei
riguardi del nemico interno. Grandi sono le sfide che impegnano i rivoluzionari in un periodo storico di questo tipo, ma
a maggior ragione noi non possiamo e non vogliamo lasciare indietro nessuno. Perché chi si dimentica dei prigionieri
della lotta rivoluzionaria, si dimentica della lotta rivoluzionaria stessa.
In vista del possibile rinnovo del 41 bis per Alfredo Cospito a maggio dell’anno prossimo, facciamo sì che anche questo
torni a essere un campo di battaglia gravido di contraddizioni per lo Stato. (Circolo Anarchico “La Faglia” – Foligno,
Luglio 2025)

È importantissimo continuare a scrivere al compagno Alfredo Cospito, tuttora in 41bis nel carcere di Bancali (Sassari).
Il lavoro certosino (e spesso francamente incomprensibile e contraddittorio) dell'ufficio censura, insieme al
pressapochismo tipico delle patrie galere e all'inaffidabilità delle poste italiane (strumento sempre più spesso
appannaggio esclusivo delle comunicazioni galeotte), rende fortemente consigliato l'invio della corrispondenza
attraverso sistemi tracciabili quali la raccomandata (anche senza ricevuta di ritorno) o la “Posta 1”. Il tagliando e il
codice di tracciabilità permettono di conoscere lo stato della spedizione e intraprendere poi l'iter burocratico per
cercare di sbloccare la corrispondenza, dato che gli agenti non sempre rendono noti i trattenimenti e la posta spesso
semplicemente scompare.
Invitiamo quindi tutti i solidali a scrivere e ad inviare scansione o foto dei tagliandi (o comunque dei codici di
tracciabilità) alla Cassa Antirep delle Alpi Occidentali, che si incaricherà di raccoglierli e inviarli all'avvocato di
Alfredo per fare i dovuti ricorsi e recuperare quante più lettere possibile. La solidarietà è un atto concreto, non
lasceremo mai Alfredo da solo nelle mani dei boia di Stato: sommergiamolo di affetto anche attraverso lettere e
cartoline!
L'indirizzo per scrivergli è:
Alfredo Cospito, C.C. "G.Bacchiddu", Strada Provinciale 56, n°4 (Località Bancali) - 07100 Sassari
mentre per inviare le vostre ricevute: cassantirepalpi@autistici.org

***
Rinnovato il 41 bis a Marco Mezzasalma
Continua la pura vendetta di Stato. Ai primi di luglio i giudici che presiedono la sezione di sorveglianza hanno
rinnovato, all’ex appartenente alle nuove Br, Marco Mezzasalma il regime detentivo del famigerato 41 bis per i prossimi
quattro anni. Ancora una volta – come avviene da oltre 20 anni – verso Marco Mezzasalma (ed altri pochi compagni) viene
dilatata a dismisura una condizione carceraria feroce e totalmente disumana. Una condizione generata e usata,
dichiratamente, per accrescere tutti i fattori di violenza, di desolidarizzazione, di umiliazione e di annichilimento
psico/fisico verso i detenuti sottoposti a tale “classificazione“.
Recentemente la vicenda umana e politica del compagno anarchico Alfredo Cospito aveva riportato all’attenzione pubblica
– anche a seguito di un devastante, per Alfredo, sciopero della fame – tale mostruosità giuridica e materiale. Anche in
questa occasione avevamo assistito alle grida sdegnate e vigliacche dei tanti forcaioli bipartisan che invocavano
ordine, punizioni esemplari e modelli disciplinari sempre più capillari ed invasivi verso qualsiasi voce dissonante. La
notizia del rinnovo della misura del 41bis a Marco Mezzasalma ci “ricorda” che nelle carceri speciali italiane sono
ancora ristrette donne e uomini protagonisti, a vario titolo, di una stagione politica passata. Donne e uomini che con
straordinaria dignità morale e politica hanno scelto di non abiurare le loro esperienze politico/pratiche. Oggi, in un
contesto politico generale profondamente diverso dagli anni passati in cui si consumò quella stagione politica,
continuare ad affiggere dolore e sofferenze ad alcune persone è una pratica crudele verso cui non è possibile tacere o
volgere lo sguardo dall’altra parte. Continuare, dunque, anche nel quadro dell’opposizione alle recenti misure
liberticide approvate dal governo Meloni, ad agitare l’obiettivo dell’abolizione del 41bis è una battaglia culturale e
politica di grande civiltà da rilanciare, articolare e generalizzare in tutta la società. Marco, Alfredo, Nadia... ma
anche i tanti “criminali comuni” dimenticati nel buco nero della detenzione infinita senza diritti hanno bisogno della
nostra attenzione e sostegno per affermare – finalmente – la cancellazione definitiva di questa infamia penale e
materiale.

Da contropiano.org, 9 luglio 2025


Lettera dal carcere di milano-Opera
Ciao a tutti i compagni di Olga. Sono Antonio Girardi, vi scrivo dall'ospedale San Paolo, il repartino di Opera, dove
dovrò sottopormi a un intervento alla gola e all'esofago per un tumore maligno. Ho iniziato ad avere i primi sintomi a
settembre 2024 all'orecchio sinistro e alla gola. Diverse visite mediche sono risultate un buco nell'acqua, solo alla
fine di ottobre ho fatto una visita dall'otorino secondo cui sembrava una semplice infezione all'udito, ma purtroppo
anche dopo una cura di antibiotici e cortisone, la gola e la voce continuavano a peggiorare. Per puro caso alla fine di
gennaio 2025 una dottoressa di turno mi fa una valutazione diversa, con una diagnosi più preoccupante. A febbraio 2025
all'ospedale San Paolo la triste notizia: un tumore all'esofago. Perché dico ciò? Mi auguro che il sistema sanitario
all'interno delle carceri italiane non consideri mai più i detenuti pazienti di seconda classe. Come ho constatato
direttamente alcuni detenuti con patologie per ottenere una visita arrivano a compiere autolesionismo. Il governo deve
prendere atto di tutto questo. Io sono qui a repartino San Paolo, una sezione sanitaria delle carceri dell'interland di
Milano ed è triste vedere persone di 70,75 anni non in grado di autogestirsi, abbandonati dai servizi sociali totalmente
assenti, che vengono scarcerati solo quando sono sopra un letto tutti intubati e trasferiti in un reparto dell'ospedale
comune. Anche questo è lo stato italiano attuale e di questi casi ce ne sono tantissimi, persone sulle sedie a rotelle,
con ossigeno al seguito, soprattutto al 41 bis. Non dobbiamo dimenticare e dobbiamo fare in modo che tutto questo
finisca. So e sappiamo che la strada è lunga e in salita, ma è per questo che dobbiamo continuare a far arrivare la
nostra cruda realtà al popolo che viene disinformato. Anche chi non ha nessuno deve avere sostegno sociale e
psicologico; in maniera che si possa fare una carcerazione dignitosa. Per adesso vi saluto con un grande abbraccio a
tutti, in attesa che questa radio-chemioterapia abbia un buon inizio anche se so che non è una semplice passeggiata.

Girardi Antonio, 12 aprile 2025
Via Camporgnago, 40 - 20141 Milano MI


CORTEO A PARIGI IN SOLIDARIETA' AI PRIGIONIERI PALESTINESI E A GEORGES ABDALLAH
Il 14 giugno 2025 a Parigi diversi collettivi e organizzazioni francesi ed europee, si sono unite per formare un corteo
anticolonialista e antimperialista, in solidarietà con la resistenza palestinese e per la liberazione di Georges Ibrahim
Abdallah. Segue il discorso tenuto da una Giovane Palestinese d’Italia in occasione del corteo.

Oggi siamo venuti a Parigi dall’Italia per essere accanto ad un prigioniero che è l’orgoglio dei popoli arabi e
dell’orgogliosa lotta anti-colonialista e anti-imperialista: Georges Ibrahim Abdallah. Ma oggi siamo qui anche per
chiedere la liberazione del nostro compagno Anan Yaeesh.
Anan Yaeesh è un combattente della resistenza palestinese in Gisgiordania, un combattente partigiano che ha deciso di
dedicare la sua vita alla causa della liberazione nazionale e che ora vive in Italia. Nel 2024 l’entità sionista ha
chiesto la sua estradizione e lo stato italiano lo ha arrestato e lo tiene in prigione. Grazie alla mobilitazione questa
estradizione è stata evitata ma da gennaio 2024 Anan è in prigione [a Terni Ndr] ed è oggi sotto processo con l’accusa
di terrorismo in Italia. In Italia e altrove in Europa e nel mondo nelle prigioni imperialiste c’è resistenza ed è
nostra responsabilità lottare dall’esterno affinché le loro porte si aprano e che vengano liberati tutti i prigionieri.
Libertà per Georges. Libertà per Anan. Libertà per tutte e tutti i prigionieri palestinesi.

***
La corte d’appello di Parigi, giovedì 17 luglio, ha deciso a favore della liberazione di Georges Abdallah. Il militante
libanese, condannato nel 1987 per un presunta “complicità in omicidi terroristici”, lascerà il carcere di Lannemezan
(negli Alti Pirenei) e sarà espulso verso Beirut il 25 luglio. A 74 anni, il vecchio militante delle Frazioni Armate
Rivoluzionarie Libanesi (FARL) avrà quindi una settimana per svuotare la sua cella a Lannemezan (Alti Pirenei), dove si
sono accumulati per decenni lettere di sostegno, bandiere e poster con l’effigie del Che Guevara, libri e giornali.
Trasportato con un volo militare a Parigi, sarà posto in un centro di detenzione prima di prendere un volo per Beirut,
dove sarà consegnato alle autorità libanesi. Potrà così tornare nel suo villaggio di Kobayat, nel nord del Libano.
Arrestato nel 1984 e poi condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità negli omicidi di Charles R. Ray, addetto
militare aggiunto americano, e di Yacov Barsimantov, secondo segretario dell’ambasciata d’Israele – entrambi uccisi
dalle FARL nel 1982 a Parigi – Georges Ibrahim Abdallah si è sempre dichiarato innocente per questi due attentati. Ma li
ha anche sempre definiti “atti di resistenza” contro “l’oppressione israeliana e americana“. Il militante e attivista
libanese poteva essere rilasciato già dal 1999. La maggior parte delle sue richieste di libertà sono state però respinte
dalla giustizia. Quando pure la giustizia aveva deciso diversamente, il governo si era opposto, sia spingendo la procura
a fare appello (come nel 2003), sia rifiutando la sua espulsione verso il Libano, condizione sine qua non posta dai
giudici nel 2013 per la sua liberazione. Questa era la dodicesima richiesta di liberazione e è stata quella buona. Ma
non era scontato. Con grande sorpresa, i giudici del tribunale di applicazione delle pene avevano stabilito, in una
decisione ampiamente motivata il 15 novembre 2024, che la durata della detenzione di Georges Ibrahim Abdallah era
“sproporzionata” rispetto ai “crimini commessi”, e che questo detenuto “anziano”, desideroso di finire i suoi giorni nel
suo villaggio nel nord del Libano, non rappresentava più un rischio di “disturbo all’ordine pubblico”. Al contrario,
sottolineava la sentenza, era proprio la sua detenzione a costituire un disturbo all’ordine pubblico a causa delle
innumerevoli manifestazioni di solidarietà che da decenni si verificano un po’ in tutta la Francia. Da parte nostra un
grande e fraterno abbraccio al compagno Georges Abdallah. (Da contropiano.org, 17 luglio 2025)

***
Parlando dalla sua cella nel carcere di Lannemezan, nel sud della Francia, durante una visita della deputata di estrema
sinistra Andrée Taurinya e alla presenza dell'Agence France-Presse, Abdallah ha dichiarato: "Se hanno accettato di
rilasciarmi, è grazie alla crescente mobilitazione a sostegno della causa". "Il tempo trascorso dietro le sbarre non
determina il rilascio di un prigioniero politico", ha affermato. "Che si tratti di cinque anni, venti, trenta o
quaranta, non è questo da solo a portare alla libertà". Abdallah ha sostenuto che è stata un'azione collettiva più ampia
a fare la differenza, affermando che "quando un prigioniero politico o un attivista in detenzione entra a far parte di
una lotta più ampia all'esterno, è la mobilitazione delle persone là fuori che ne garantisce il rilascio. Questa è la
vera ragione". (Da english.almayadeen.net, 18 luglio 2025)


Lettere dal carcere di Uta (CA)
Sardinna no est Italia. Saludi kunpanjas e kunpanjus.
Scrivo per rassicurarvi che sia a me che a Joan Florian è arrivato il numero di Olga (n. 161), come da me c'era il libro
di M. Chrichton “La grande rapina al treno”. Qua siamo alle prese con uno sciopero della fame, io ho ripreso ieri 8
maggio e presto a staffetta dovrebbero (condizionale d'obbligo) altri, anche per movimentarci da questa apatia che ci
aggredisce. Le motivazioni di questo sciopero, sono ben centrate nel documento che abbiamo elaborato e che sappiamo si
può trovare sia in Internet, sia anche nel quotidiano Unione sarda della fine di Aprile (la data non la ricordo).
Già il 25 Aprile io avevo iniziato uno sciopero della fame, poi sospeso il 28 aprile quando venne il garante comunale
prigionieri (Gianni Loy), che vedendo anche altri prigionieri coinvolti nella lotta, assicurò di un suo interessamento.
Poi il 30 aprile venuta Irene Testa garante regionale prigionieri, un'emanazione della maggioranza che “governa” la
Sardegna, una tipa arrogante, piena di sé, più interessata a conoscere il “mandante” (secondo lei) di un manifesto
appeso a Cagliari e Sardegna, in cui veniva indicata come complice (insieme a Loy) delle nefandezze che si compiono ad
Uta. Si è scontrata con me visto che il "mandante” sarei io, secondo sbirri e connessi, anche lei un po’ ridimensionata
ha detto che si sarebbe occupata della situazione, anche se doveva seguire 11 carceri in Sardegna (così ha detto il
giorno)… Poi più tardi sempre lo stesso giorno è arrivato Gianni Loy con lui è più facile discutere, ed a lui abbiamo
dato ulteriori documenti in nostro possesso, nonchè le 150 firme che avevamo raccolto. Entrambi (Testa e Loy) hanno
detto che avrebbero fatto una relazione (da lì abbiamo capito che fra di loro non corre buon sangue) da consegnare alla
presidente del tribunale di sorveglianza di Cagliari.
Ebbene dopo 8 giorni nulla è cambiato, siamo appesi ad un cappio (che non teniamo noi), pertanto si riprende con lo
sciopero della fame, fino a quando non ci saranno risposte alle nostre richieste. Se non altro notiamo un po’ di
“agitazione” da parte dei secondini, ciò in qualche modo ci gratifica stante le continue viltà, provocazioni, pestaggi
che avvengono qui dentro. Senpri ainnantis.

9 maggio 2025
Paolo Todde, C.C. “E. Scalas” - 09068 Uta (CA)

***
Ciao a tutti compagnx di Olga, vi scrivo per denunciare l'ennesimo abuso da parte delle guardie di Uta. Oggi mentre
passavo il vitto per i compagni, c'è stata una rissa all'interno della cella n. 5 sezione Arborea C. Il fatto è che
all'interno della cella c'era un prigioniero con problemi psichiatrici. Ha dato di matto e i suoi due concellini lo
hanno immobilizzato e pestato, io ho cercato di mettermi in mezzo ma sono arrivati i secondini di merda che hanno
sbattutto il detenuto a terra e in due gli stavano sopra per immobilizzarlo. Nel mentre sono arrivati gli infermieri con
la puntura per sedarlo, e subito dopo è stato portato via ammanettato dietro le spalle chissà dove. Aggiungo anche che
il mio compagno e coimputato dall'8 maggio è in sciopero della fame nell'indifferenza totale dell'area sanitaria e della
direzione. L'ennesima giornata di follia qui a Uta.

Monne Joan Florian, 29 maggio 2025
C.C. “E. Scalas” - 09068 Uta (CA)

***
SOLIDARIETÀ CON IL COMPAGNO PAOLO TODDE IN SCIOPERO DELLA FAME
Il compagno sardo Paolo Todde, già colpito dalla repressione nella prima metà degli anni 2000 per l'inchiesta contro il
vecchio FRARIA di Cagliari, attualmente prigioniero in custodia cautelare con l’accusa di rapina dal 23 ottobre 2024 e
già prigioniero pochi anni fa sempre con l'accusa di rapina a mano armata, ha iniziato il 25 aprile uno sciopero della
fame insieme ad altri prigionieri per protesta contro le condizioni di vita del carcere di Uta (CA). L’intervento dei
garanti con le loro vuote ed inutili promesse ha fatto sì che lo sciopero collettivo venisse interrotto dopo meno di una
settimana, ma Paolo ha deciso di riprenderlo da solo l’8 maggio con il chiaro intento di portarlo avanti ad oltranza.
Specifichiamo che Paolo ha più di sessant'anni e ha iniziato lo sciopero della fame partendo da un peso corporeo di soli
61 kg. Paolo condivide con noi il sogno di mille cose: una Sardegna libera, l’odio per le galere e la società che le
produce e non è mai stato indifferente di fronte alle continue violenze e prevaricazioni delle forze d'occupazione
coloniali. Per lo Stato farlo tacere o eliminarlo serve da monito per chi combatte contro il sistema e per tutti i
prigionieri che si ribellano alla galera. Per questo è sottoposto a continue provocazioni e infamie da parte delle
guardie penitenziarie, come il blocco arbitrario della corrispondenza, l’ingresso di denaro, non permettergli di
effettuare le video chiamate con la scusa che non c’è linea, portarlo con grande ritardo ai colloqui e fare cadere nei
secchi in cui lava gli indumenti i libri, la corrispondenza e tutto ciò che può rovinarsi, etc. Tutte queste violenze si
aggiungono alla situazione che vivono tutti i detenuti e che Paolo denuncia da mesi. Infatti, a Uta (CA), l’acqua non è
potabile, non può essere utilizzata neppure per cucinare, dopo che l’amministrazione l'ha mescolata al cloro per
eliminare il grave inquinamento da colibatteri fecali che la rende inadatta anche per l’igiene personale. Le celle
sempre sovraffollate (sono rinchiusi 140 prigionieri in più della capienza massima) sono chiuse 22 ore al giorno.
L’accesso alla biblioteca e al campo di calcetto sono contingentati. Le temperature estive del sud Sardegna raggiungono
spesso i 43 gradi. L’assistenza sanitaria è inesistente, le provocazioni della polizia penitenziaria sono continue tanto
sui prigionieri che sui loro familiari e spesso si traducono in pestaggi. Una vita di questo genere è insopportabile per
qualunque essere umano, e ancora di più per chi in tutta la sua vita non ha mai piegato la testa ed è sempre stato
solidale con i nemici del sistema a partire dal Comitato di Solidarietà con il Proletariato Sardo Prigioniero Deportato.
Paolo, come l'anarchico rivoluzionario Alfredo Cospito, ha deciso di utilizzare il suo corpo come una barricata,
iniziando, a rischio della propria vita, una lotta immensa che potrà conseguire risultati solo se saremo in grado di
condurre, con la stessa determinazione, una mobilitazione di solidarietà rivoluzionaria e internazionale. Ribadendo la
nostra solidarietà ed il nostro impegno ad estendere la lotta perché l’amministrazione non possa avere pace, ricordiamo
ai funzionari, alla polizia penitenziaria e ai vari garanti dei detenuti tutti corresponsabili della situazione attuale
che gli oppressi hanno una lunga memoria e che se a Paolo dovesse accadere qualcosa, dovranno assumersene tutte le
conseguenze. Non lasciamo solo Paolo in questa sua battaglia.

Cagliari, 31 maggio 2025
Alcuni anarchici sardi e altri compagni di Paolo
Paolo Todde ha sospeso lo sciopero della fame contro le condizioni detentive nel carcere di Uta (21 giugno 2025)
Informiamo della sospensione dello sciopero della fame contro le condizioni detentive nel carcere di Uta, in Sardegna,
avviato l’8 maggio dal compagno Paolo Todde. Riportiamo alcuni stralci di questa sua lettera: “[…] da sabato 21 giugno
ho ripreso ad alimentarmi, lo sciopero della fame è sospeso, il caldo, l’afa mi stavano giocando un brutto scherzo,
infatti avevo dei momenti di giramento di testa, tanto che dovevo appoggiarmi al muro… ad un certo punto sanguinavo dal
naso, la pressione arteriosa ballava nel mio corpo, e mi faceva questi scherzi. Sono due giorni che sto mangiando, però
riesco ad ingurgitare poco e niente, perché ho un limite di sazietà molto basso […]”. Inoltre il compagno specifica che
lui risponde a tutti, ma sta avendo problemi la posta in uscita, la stanno facendo sparire. Seguiranno aggiornamenti
sulla situazione del compagno». (da ilrovescio.info)


CAMPAGNA “DATE I NUMERI” sulle CONTENZIONI in Toscana
Nel 95% dei 329 reparti psichiatrici ospedalieri legare i pazienti è ancora un’attività abituale. In Italia continuano a
essere legati a un letto anche i minorenni. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità la contenzione meccanica
provoca danni fisici e psicologici. Ogni reparto dovrebbe custodire un registro delle contenzioni meccaniche. Ma a oggi
non è possibile una raccolta completa delle statistiche. A un monitoraggio del 2024 quasi metà delle regioni non ha
risposto o ha comunicato di non detenere dati sulle contenzione meccanica a livello regionale. Tra queste, la Regione
Toscana. Eppure:
- nel 2010 la conferenza delle regioni ha raccomandato di «monitorare a livello regionale il fenomeno delle contenzione
attraverso la raccolta sistematica di dati di qualità tale da consentire di predisporre azioni migliorative».
- Nel 2022 l'intesa tra Stato, Regioni e Province autonome si è posto l'obiettivo di superare la contenzione meccanica
entro il 2023; ha stanziato 60 milioni di euro destinati, tra l'altro, a «conoscere e monitorare la contenzione».
DATE I NUMERI!
Quanto si lega nei reparti psichiatrici? Per quante ore? O giorni? O settimane? Quanti adulti vengono legati? Quanti
bambini?
Chiunque deve sapere cosa succede nell’inferno dei reparti psichiatrici.
Affinché questa pratica disumana venga abolita!
Per Francesco Mastrogiovanni, Elena Casetto, Wissem Abdel Latif e tanti altri.
Morti perché legati in un reparto psichiatrico.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo, 38 - 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org - artaudpisa.noblogs.org - 3357002669


Dalla Palestina, in breve su questioni enormi
Almeno 72 detenuti palestinesi sono morti nelle carceri israeliane dall’ottobre 2023. I sopravvissuti denunciano torture
brutali, negligenza medica e condizioni disumane. Le autorità israeliane sono accusate di torturare i detenuti
palestinesi. Questo include l’ammanettare e incatenare 24 ore su 24, sette giorni su sette, persino mentre dormono,
mangiano e usano il bagno. Le testimonianze descrivono anche percosse regolari da parte delle guardie, sovraffollamento
estremo, umiliazioni e condizioni igieniche inadeguate. Un soldato di riserva israeliano ha denunciato recenti e
sconvolgenti abusi nella famigerata base militare israeliana di Sde Teiman, descrivendola come un “luogo di tortura
sadico” dove decine di detenuti palestinesi di Gaza sono morti in condizioni brutali... “Alcuni urinavano e defecavano
su se stessi perché non era loro permesso usare il bagno”, ha affermato. Nell’agosto del 2024, l’organizzazione
israeliana per i diritti umani B’Tselem ha accusato le autorità di occupazione israeliane di aver sistematicamente
abusato dei palestinesi nei “campi di tortura”, sottoponendoli a gravi violenze e aggressioni sessuali. Il suo rapporto,
intitolato “Benvenuti all’inferno“, si basa su 55 testimonianze di ex detenuti provenienti dalla Striscia di Gaza, dalla
Cisgiordania occupata, da Gerusalemme Est e da cittadini israeliani. La stragrande maggioranza di questi detenuti è
stata trattenuta senza processo. (Da Quds News, 21 giugno 2025)

Le organizzazioni palestinesi di supporto ai prigionieri hanno riferito che il numero di palestinesi detenuti nelle
carceri dell’occupazione israeliane è salito a circa 10.800 all’inizio di luglio, segnando il più alto dalla Seconda
Intifada, nel 2000. Questo totale non include i detenuti nei campi militari di occupazione, il cui status rimane in gran
parte sconosciuto. In una dichiarazione congiunta, le organizzazioni hanno osservato che il numero di detenuti
amministrativi è salito a 3.629, la percentuale più alta rispetto ai prigionieri condannati e a quelli etichettati come
“combattenti illegali”. Il numero di prigionieri classificati come “combattenti illegali” ha raggiunto quota 2.454,
esclusi i numerosi cittadini di Gaza detenuti nei campi militari e include anche detenuti arabi provenienti da Libano e
Siria, riflettendo ulteriormente la più ampia portata regionale delle politiche di detenzione di “Israele”.
Le forze carcerarie israeliane hanno avviato una violenta repressione contro i prigionieri palestinesi in diversi centri
di detenzione, assaltando le celle e picchiando i detenuti con il pretesto che stessero celebrando le rappresaglie
dell’Iran contro Israele, secondo quanto riportato dalla Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS). Amjad al-Najjar,
direttore della PPS, ha dichiarato in un comunicato stampa che le unità di repressione israeliane, accompagnate da cani
poliziotto, hanno fatto irruzione nelle sezioni dei detenuti, aggredendo brutalmente i detenuti con manganelli e gas
lacrimogeni dopo averli ammanettati. (Da infopal.com, 17 giugno 2025)

L’Ufficio informazioni per i prigionieri ha avvertito che le violazioni commesse contro i leader del movimento dei
prigionieri palestinesi potrebbero portare alla loro morte in qualsiasi momento. “Israele sta usando i prigionieri come
ulteriore tattica di pressione, proprio come fa con la popolazione civile di Gaza, trattenendo gli aiuti e usando la
fame per costringere la resistenza ad accettare le sue condizioni”. (Da Palestine Chronicle, 12 giugno 2025)

Abuso sistematico e negligenza medica: L'escalation di crimini contro prigioniere palestinesi nelle carceri "israeliane
". L'ultimo rapporto del Club dei prigionieri palestinesi fa luce sulle crescenti violazioni commesse dalle autorità
"israeliane" contro donne prigioniere palestinesi. Descrive in dettaglio i gravi maltrattamenti subiti durante l'arresto
e la detenzione, la continua negligenza medica e gli sforzi sistematici per sopprimere e umiliare le prigioniere con il
continuo ricorso alla violenza fisica e all'intimidazione psicologica. Le donne prese di mira provengono da ogni ceto
sociale, tra cui professioniste, studentesse e parenti di martiri e prigionieri. (Da Resistance News Network, 3 giugno
2025)

Un campo di concentramento israeliano a Rafah per confinare “l’intera popolazione” di Gaza. Dirigenti israeliani hanno
informato giornalisti e diplomatici stranieri su un piano per costringere l’intera popolazione di Gaza, oltre 2 milioni
di persone, a trasferirsi in un campo di concentramento controllato dall’esercito israeliano nei pressi del confine tra
Gaza e l’Egitto, secondo quanto riportato dal New York Times (NYT) il 14 luglio. Il governo israeliano non ha ancora
annunciato ufficialmente né commentato il piano, proposto per la prima volta la scorsa settimana dal ministro della
Difesa Israel Katz durante un briefing con i corrispondenti israeliani esperti in affari militari. Il New York Times ha
esaminato i resoconti scritti dell’incontro redatti dai partecipanti. I primi rapporti indicavano che 600.000
palestinesi sarebbero stati costretti a trasferirsi nel campo. (Da thecradle.com, 16 luglio 2025)

Il direttore del Mossad David Barnea ha incontrato a Washington l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff per chiedere
l’aiuto degli USA nel convincere altri Paesi ad accogliere centinaia di migliaia di palestinesi sfollati da Gaza.
Israele avrebbe già avviato contatti con Etiopia, Indonesia e Libia, che avrebbero mostrato apertura. (Da Vox genocidio
in Palestina telegram, 19 luglio 2025)

A luglio, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha delineato un piano per la creazione di quella che ha
definito una “città umanitaria” sulle rovine di Rafah, dove saranno confinati inizialmente 600.000 palestinesi. Il piano
è stato ampiamente condannato. L'ex primo ministro israeliano Ehud Olmert ha dichiarato alla BBC che la proposta sarebbe
stata “interpretata come simile a un campo di concentramento”. La distruzione di Rafah però continua per fare spazio ai
Palestinesi da costringere in quello spazio e poi da destinare alla deportazione. (Da BBC, 18 luglio 2025)

Acqua e cibo, trappole mortali per i gazawi. Al 15 luglio 2025 sono 830 i Palestinesi uccisi mentre cercavano aiuti a
Gaza. L’Ufficio Stampa Governativo di Gaza ha affermato che l’esercito israeliano ha compiuto decine di massacri contro
civili che cercavano acqua, uccidendo oltre 700 persone, per lo più bambini. “L’acqua viene usata come arma di guerra
per punire collettivamente la popolazione e privarla dei suoi diritti umani più fondamentali”. (Da Ufficio stampa
governativo di Gaza, 15 luglio 2025)

Gli aiuti che uccidono. Quando il primo sito della Fondazione umanitaria di Gaza (GHF) è stato aperto il 26 maggio 2025,
è arrivato con promesse coraggiose. È stata annunciata come la soluzione di quattro centri di soccorso centralizzati,
sorvegliati da appaltatori privati statunitensi, coordinati con la supervisione israeliana e presumibilmente progettati
per portare ordine nel caos della crisi della fame di Gaza. Secondo le affermazioni dei funzionari israeliani e
statunitensi, gli aiuti avrebbero dovuto fluire in sicurezza verso i più vulnerabili. Ma solo due giorni dopo, carri
armati, gas lacrimogeni e proiettili salutarono la folla che si era radunata a Rafah. Invece di cibo, hanno trovato la
morte. Finora, quasi 900 palestinesi sono stati uccisi e oltre 5.000 feriti registrati nei siti di aiuto. Madri, bambini
e anziani sono tutti intrappolati tra la fame e i proiettili.
(Da Palestine Chronicle, 17 luglio 2025)

Yasser Abu Shabab, leader di una milizia vicina all'ISIS e coinvolta in vari attacchi contro camion di aiuti umanitari a
Gaza, ha confermato per la prima volta in un'intervista in diretta che la sua milizia si coordina con le forze
d'occupazione israeliane a Gaza, informandole in anticipo delle operazioni pianificate e ricevendo supporto, pur
sostenendo che "la cooperazione non va oltre [questi attacchi] ma che il suo gruppo si sente più sicuro sotto il
controllo israeliano che sotto Hamas". In un comunicato congiunto rilasciato da tutte le fazioni della resistenza
palestinese, si dichiara che Shabab e i suoi uomini pagheranno il prezzo della cooperazione con l'occupazione. (Da
thecradlemedia, 8 luglio 2025)

"Come un videogioco": Israele esegue le evacuazioni da Gaza con droni che sparano granate. L'esercito israeliano sta
usando droni di fabbricazione cinese per controllare gli ordini di espulsione da Gaza, e i soldati dicono di prendere
deliberatamente di mira i civili in modo che gli altri “imparino” a non tornare, come rivela un'inchiesta. (da +972.com,
10 luglio 2025)

Cisgiordania occupata. Il governo israeliano ha ripreso i piani per espandere gli insediamenti illegali nell’area
sensibile dell’E1, a est della Gerusalemme occupata. La mossa minaccia di tagliare in due la Cisgiordania e di
annientare ogni prospettiva futura per uno Stato palestinese geograficamente contiguo. Il progetto E1 eliminerebbe
l’ultimo corridoio di terra aperto tra Ramallah, Gerusalemme e Betlemme, un’area che ospita quasi un milione di
Palestinesi. Le autorità israeliane puntano a collegare i principali blocchi di insediamenti e isolare Gerusalemme dal
resto della Cisgiordania. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha definito lo sviluppo dell’E1 una
“fine di fatto dello Stato palestinese” e ha invocato l’arrivo di un altro milione di coloni in Cisgiordania. Ha
dichiarato che Israele sta agendo “in modo professionale” e mira a imporre la propria sovranità sul territorio.
Da Quds News, 16 luglio 2025

Palestine Action fuorilegge. Dalla mezzanotte di sabato 5 luglio sostenere il movimento di azione diretta in solidarietà
al popolo palestinese “Palestine Action” nel Regno Unito è un reato penale punibile fino a 14 anni di carcere. È la
prima volta nella storia britannica che un gruppo di disobbedienza civile non violenta viene classificato come
organizzazione terroristica. (Da lindipendente.online)


LA STORIA DI TAREK
La storia che vi racconto è una storia che è caduta nel silenzio, che pesa 4 anni e 8 mesi di condanna. E’ la storia di
Tarek che in questo momento si trova nel carcere di Regina Coeli. E’ la storia di un tunisino arrivato qui in Italia nel
2008, una storia come tante, è una dei diversi dannati di questa terra. Una storia come in queste città ce ne sono
tante, se ne sentono tante. Il 5 ottobre 2024 stava in piazza per la Palestina a piazzale Ostiense a Roma. Ha ricevuto
una condanna così pesante perché quel giorno hanno rosicato un botto, hanno rosicato un botto perché quel giorno il
monopolio della violenza glielo abbiamo sbattuto in faccia con un cartello stradale. E’ stato bello quel giorno essere
in piazza, essere insieme. E’ necessario oggi rompere il silenzio e non lasciare nessuno indietro. E’ necessario rompere
il silenzio per portare la storia di Tarek in tribunale perché alla condanna che ha ricevuto in primo grado, faranno
appello nei prossimi mesi. Abbiamo un paio di mesi per far sentire la sua voce e la sua storia. E’ una storia di cui si
è parlato troppo poco, di cui sentirete parlare, ma se non ne sentirete parlatene voi.
Lo abbiamo fatto per Alfredo Cospito contro il 41bis!
Lo abbiamo fatto per Seif quando ce lo siamo andati a riprendere dal CPR!
Lo faremo anche per Tarek!
Palestina libera. Contro il carcere e la società che ne ha bisogno!

da Instagram noddl1660 – Roma, 5 maggio 2025


Una lettera di Luca sulla resistenza palestinese
Il 13 giugno 2025, è stato arrestato e messo ai domiciliari, Luca, compagno sardo, per un corteo che vi era stato
qualche settimana prima a Cagliari contro l'occupazione militare dell'isola e per la Palestina. Il suo arresto è stato
proprio il giorno prima della manifestazione contro la base militare di Decimomannu, in cui i manifestanti sono riusciti
ad entrare nell'area e il lancio di lacrimogeni da parte delle forze dell'ordine ha provocato alcuni incendi. Quelle che
seguono sono le parole di Luca, a cui ci stringiamo con affetto, solidarietà e complicità.

“I fatti sopra descritti possono essere considerati indici di un’indole incline alla prevaricazione e alla
sopraffazione, specie nei confronti delle istituzioni militari, sintomatica di una personalità pericolosa e socialmente
allarmante.” Con queste parole, tra le tante, nel pomeriggio di ieri 13 giugno, è stato disposto il mio arresto
domiciliare in seguito ai fatti avvenuti il 10 maggio a Cagliari durante un corteo in solidarietà al popolo palestinese.
In quell'occasione nel porto di Cagliari era presente la nave militare Trieste nella quale venivano eseguiti screening
pediatrici gratuiti sponsorizzati dalla fabbrica di Bombe RWM, da Amazon, Terna e altre multinazionali. Sono nato e
cresciuto in una terra colonizzata e piegata agli interessi di uno Stato che ci usa come discarica, come laboratorio di
guerra e come luna park per gli eserciti di mezzo mondo, come luogo in cui costruire super carceri anziché ospedali, un
luogo buono per piantare pale eoliche e pannelli fotovoltaici, anziché permettere lo sviluppo di attività autoctone e
sostenibili per l'ambiente. La miseria in cui ci hanno ridotto è la stessa che ci porta ad accettare tutto, a non
lamentarci mai di nulla, a non lottare per modificare la nostra condizione subalterna, la stessa che porta tante persone
a non capire le mie scelte, che sono poi quelle che mi hanno portato a questa condizione. Ma le condizioni sono buone o
cattive in base a dove le si guarda, se per tanta gente la mia situazione è considerata una disgrazia, perché sono
rinchiuso in casa, per un'abitante di Gaza non sono altro che un privilegiato che almeno una casa ce l'ha. Cosa c'è da
aggiungere davanti alle immagini dello sterminio e dei bombardamenti, davanti alle più atroci azioni di prevaricazione e
sopraffazione? Per me l'unico posto giusto è quello a fianco a chi prova ad opporsi.
Sempri ainnantis. Po una vida e una terra liberas dae sa gherra e dae sa tirrania. Cun sa Palestina in su coru. (Tratto
da ilrovescio.info)


Lettera dal carcere di Massama (OR)
Ciao compagni, ho ricevuto il vostro plico, vi ringrazio per la vostra attenzione e disponibilità. Dopo circa
quarant'anni sono andato per la prima volta in permesso, immaginavo esplosioni di emozioni, invece tutto si è svolto
nella massima serenità, solo il rientro l'ho vissuto un po' frastornato. Credo che l'età dia la facoltà di gestire gli
eventi e le emozioni, in modo migliore e in modo sereno. Continua lo stillicidio genocidiario in Palestina, con la
complicità del mondo occidentale e il silenzio sempre complice del mondo musulmano, non del popolo ma dei suoi
governanti, d'altronde come lo è anche in Europa. In Italia, per colpa dei governanti, ci troviamo sempre dalla parte
sbagliata della storia, è successo nel 1938 e lo è anche oggi; ieri volevano sterminare il popolo ebraico, oggi si è
complici nel coprirlo, nella stessa nefandezza che hanno subito per mano nazifascista. Quando vedo Gaza, penso subito al
ghetto di Varsavia, le stesse scene, la stessa infamia e la stessa crudeltà. Viene difficile comprendere che un popolo
che ha subito un genocidio possa a sua volta commetterlo e paradossalmente in nome di Dio che gli avrebbe lasciato per
testamento la Palestina, per questo motivo si sentono legittimati a sterminare un altro popolo a casa loro. Hitler è
stato un buon maestro, dimenticano che ha fatto una brutta fine. Con un forte abbraccio vi saluto a voi tutti.

2 giugno 2025
Pasquale De Feo, Loc. Su Pedriaxiu - 09170 Massama (Oristano)


Preferisco di no
Cosa fare, nella sezione “semi-liberi” di un carcere, contro l’orrore di Gaza?
Il nostro amico e compagno Massimo ha deciso di partecipare allo sciopero generale “Fermiamo il genocidio” (proclamato
nella provincia di Trento da due sindacati di base per il prossimo 30 maggio). Nel suo caso, uno sciopero “un po’
paradossale”, perché consiste nel rimanere in carcere invece di uscire per lavorare. Il testo che segue ne spiega le
ragioni.

Benché nella mia esistenza non abbia trascorso che una manciata di anni recluso, si tratta comunque di molto più tempo
di quello che ho passato lavorando come salariato. Di conseguenza, tra i metodi di lotta che ho praticato non rientrava
fino ad oggi lo sciopero, se non nella forma indiretta dell’appoggio solidale. I casi della vita (e della repressione)
fanno sì che in questo momento io sia contemporaneamente un lavoratore dipendente e un detenuto in semi-libertà (o semi-
prigionia). Mi trovo quindi nella situazione un po’ paradossale di poter scioperare, scegliendo di non uscire dal
carcere per farlo. Lo sciopero generale “Fermiamo il genocidio” indetto a livello provinciale dai sindacati di base Cub
Trento e Sbm per venerdì 30 maggio me ne dà l’occasione.
L’orrore di Gaza, la cui violenza genocida sta oggi assumendo i caratteri della vera e propria soluzione finale, è un
pungolo fisso che sento nel costato e nello spirito. Da quando sono qui non ho smesso di chiedermi cosa posso fare che
abbia un minimo di senso. Non perché m’illuda di poter mettere chissà quale peso sulla bilancia della storia, ma perché
non posso accettare che la normalizzazione del massacro guadagni terreno nella mia coscienza. Rinunciare a qualche ora
di “libertà”, standomene in carcere con indosso una maglietta sulla resistenza palestinese e una kefiah, mi accomunerà
se non altro a quei milioni di persone nel mondo che non sanno esattamente cosa fare ma che non possono far finta di
niente.
Il prigioniero palestinese Anan Yaeesh ha scritto, nella sua potente e commovente dichiarazione, di sentirsi un
privilegiato rispetto al suo popolo stretto tra le bombe, la fame e la violenza assassina dei coloni. Se è un
“privilegio” per un palestinese la prigionia nella sezione di Alta Sorveglianza di Terni – la stessa in cui è rinchiuso
il mio amico e compagno Juan –, la mia condizione è allora un doppio privilegio. Se sono convinto che senza azioni
diffuse e risolute non si può spezzare l’infame complicità dello Stato e del capitalismo italiani (delle loro fabbriche
di armi, delle loro banche, dei loro porti, della loro logistica, dei loro centri di ricerca, delle loro università) con
il regime sionista, mi piace la proposta di uno sciopero economico, sociale e umano, perché la non-collaborazione
individuale e collettiva è parte necessaria di un movimento internazionalista di solidarietà. L’anarchico francese
Albert Libertad lo chiamava, più di un secolo fa, «sciopero dei gesti inutili». Se generalizzato, lo sciopero dalle
attività anti-ecologiche e anti-sociali su cui si fondano e con cui si riproducono lo Stato e il capitale potrebbe
sfidare il più oppressivo dei regimi. Il punto è che nella storia la non-collaborazione non è mai riuscita a sottrarre
così tanta legna da spegnere il fuoco del potere – di qui la necessità di altre pratiche di resistenza e di lotta. Ad
ogni modo, l’espressione «preferisco di no» è il lievito di ogni rivolta morale – sempre possibile, anche quando si è
all’angolo (o in una cella).
Nel ringraziare chi ha proclamato lo sciopero, e nello stringere idealmente la mano a tutti quelli che il 30 maggio
cercheranno di essere sabbia e non olio negli ingranaggi automatizzati del genocidio, posso solo dire che la mia
“libertà” oggi vale ben poco senza la liberazione del popolo palestinese, la cui indomita resistenza perfora i muri
(persino quelli delle carceri).
Servano le sbarre a ricordarmi la sua prigionia. Possano queste mie povere parole servire come monito a non cedere al
comfort della rassegnazione. Come occasione, anche, perché «possiamo intanto che abbiamo cuore».
«Durano i sentimenti / più del tuo corpo / e del mio»
Francesca Matteoni
«A dire che non siamo che occasioni, contenitori provvisori di qualcosa che comunque esisteva, esiste ed esisterà:
prima, durante e dopo di noi, che possiamo. Ma possiamo intanto che abbiamo cuore» (Maria Grazia Calandrone)

Carcere di Trento, 14 maggio 2025
Massimo Passamani, via Pilati, 6 - 38100 Trento

Da ilrovescio.info, 26 maggio 2025


LETTERE DAL CARCERE DI NAPOLI-SECONDIGLIANO
Ho ricevuto con piacere il vostro scritto datato 4 aprile, in data 24.04.
Rispondo solo ora con un leggero ritardo ma non sono stato benissimo. Una delle cose peggiori che può capitarti in
carcere è il mal di denti; la seconda cosa peggiore è il dentista. Vi ringrazio per l’opuscolo di OLga che ricevo e
leggo sempre con piacere. Insieme alla rassegna, che ricevo regolarmente grazie a compagnx esterni, l’opuscolo funge da
ulteriore mezzo di diffusione per noi carcerati. Condivido il pensiero di Alfredo che definisce il 41bis un regime
aberrante, fatto passare come emergenziale e applicato in assenza di una “vera e propria emergenza”. Un regime studiato,
strutturato e pensato per annientare l’essere umano, per disumanizzarlo, infantilizzarlo e annichilirlo, di fatto
trasformandolo in “non umano”. Un regime in cui il trattamento e l’ordinamento in sé viene, di fatto, sospeso. Negando
al prigioniero ogni suo diritto, compreso il più importante, quello della luce e dell’aria naturale. Un regime di
tortura spinto da una logica dispotica e legittimato dalla retorica dell’allarme sociale. Definisco “retorica
dell’allarme sociale”, tutta quella propaganda mediatica che condiziona x cittadinx facendolx sentire “vittima del
reato” ancor prima che accada. Il senso di insicurezza e la paura a priori che possa accaderci qualcosa non appena si
esce di casa, in un certo senso ci distoglie dalle nefandezze del sistema, legittimando ogni intervento repressivo. Per
quanto riguarda la disoccupazione che non viene erogata al detenuto è una problematica di vecchia data ed è uno dei
ricorsi che depositiamo in favore dei detenuti. La grande barzelletta risale al tempo in cui l’Inps chiese al ministero
se doveva erogare la Naspi. In sintesi l’Inps chiese al nostro datore di lavoro se doveva pagarci la disoccupazione,
secondo voi il ministero cosa rispose? Il gioco subdolo attraverso il quale hanno esentato l’Inps dal riconoscimento
della Naspi è semplice. Una volta entrato nel circuito dei lavoranti, ossia, nel momento in cui un detenuto viene
chiamato a ricoprire una mansione lavorativa, anche nel momento in cui cessa l'attività, non viene licenziato ma rimane
disponibile a turnazione. Piccola premessa, nel 90% degli istituti non esistono contratti lavorativi ma ti viene detto
semplicemente a voce quando devi iniziare a lavorare, allo stesso modo, ti viene comunicato a voce la fine del rapporto.
Non si è al corrente del tipo di contratto (che non esiste); del tipo di inquadramento; delle ore stabilite, che variano
a seconda delle disponibilità economiche dell’istituto etc. Rimanere, come si suol dire, “a giro”, significa che se in
base alle disponibilità lavorerò una volta l’anno non sarò in grado di percepire la disoccupazione. (secondo loro).
Secondo noi e secondo la Cassazione sì, poiché, se bene rimaniamo a disposizione, il rapporto di lavoro, di fatto, si
interrompe e, conseguentemente vi è il diritto alla Naspi. Per quanto riguarda la Sentenza a cui facevate riferimento,
la situazione è leggermente diversa, in quanto si tratta di un lavoro su “appalto” e, quindi, è pacifico che la chiusura
del rapporto non dipende dalla volontà del detenuto ma dalla volontà del datore di lavoro. Anche in questo caso, il
detenuto ha diritto alla disoccupazione, anche alla luce del fatto che l’ordinamento penitenziario prevede espressamente
che i lavoratori in appalto abbiano gli stessi diritti di quelli esterni. Ho letto con piacere il libricino scritto da
Stecco, con il quale condivido molte riflessioni. Pur avendo trovato lo scritto molto interessante, vorrei sollevare
alcune precisazioni. Per ciò che concerne il lavoro salariato, che sia esso svolto in carcere o in fabbrica, vi invierò
un testo che intendo condividere con tuttx voi, poiché se di lotta allo sfruttamento si vuole parlare, bisogna farlo
lontano dai luoghi comuni. Diversamente vorrei chiarire nuovamente la nostra definizione di sindacato “apolitico”, che
propugnamo e rivendichiamo con convinzione e non confusione. Cosa significa per noi essere apolitici:
a) riconosciamo che i confederati, cosa noi non siamo, hanno e mantengono un indirizzo politico. Se mai il nostro
piccolo lavoro dovesse destare interesse da parte di qualche confederato e, se mai qualcuno volesse avanzare una
proposta di assorbimento nei nostri confronti noi rifiuteremo in quanto intendiamo rimanere a-u-to-no-mi.
b) non appoggiamo ne mai ci faremo appoggiare da alcun partito politico, ne appoggeremo mai alcun politicante di turno
per mero interesse. Il nostro interesse è rivolto a tuttx x prigionierx! Siamo neofiti? Forse; ai primi passi?
Sicuramente. Una cosa però va chiarita: non siamo in vendita, e non intendiamo neanche confrontarci con i confederati,
che sono stati esclusi dalle carceri, senza neanche una piccola lamentela da parte loro, dimostrando ampiamente di
sbattersene altamente di noi detenuti… Forse perché ai carcerati non potevano chiedere l’1% della busta paga?
Cambiamo argomento, il nostro lavoro procede a rilento ma bene. Di volta in volta e grazie ai consigli che riceviamo
aggiustiamo il tiro. Se ben ricordo, uno dei primi consigli fu quello di trascrivere il volantino informativo in varie
lingue, in modo tale da poter oltrepassare eventuali barriere linguistiche. Vi allego copia volantino informativo
tradotto in arabo coranico grazie ai compas esterni, che vi chiediamo di poter diffondere nelle carceri lombarde. Adesso
chiudo che invio la posta. Un abbraccio solidale a tuttx voi. Claudio

***
Un saluto a tuttx i/le compagnx, inizio ringraziandovi per aver passato il mio contatto a Radio Fujiko [trasmissione
mezzoradaria Ndr] alla quale ho risposto dando la mia disponibilità per eventuali scritti. Io sto bene anche se oberato
di lavoro e di studio. Oggi si è tenuto uno spettacolo teatrale in centro a Napoli che ha visto coinvolti circa 15
detenuti del Mediterraneo. Un progetto partito tempo fa che ha dato la possibilità a molti di dare i permessi premio.
Fortunatamente Secondigliano dà spazio a molte iniziative rispetto ad altri istituti, speriamo che cambiando direttore
le cose non peggiorino. Il progetto del Sindacato procede, se pur a rilento data la nostra condizione attuale. Ad oggi
siamo riusciti ad avere molte adesioni anche fuori regione e per questo ringraziamo tuttx i/le compagnx che ci hanno
supportato, infatti, ad oggi siamo riusciti ad avviare circa 40 contenziosi lavorativi equiparando il detenuto
lavoratore al lavoratore esterno. Siamo riusciti ad aiutare qualche compagno attraverso un supporto legale penale e ciò
ci rende consapevoli che ogni azione fatta per i detenuti, anche la più piccola, va sempre coltivata (siamo sempre
aperti a consigli, pareri e confronti). Vi rimando il libro che mi avete inviato (I figli della mezzanotte), sarebbe
magnifico avere le doti straordinarie narrate. Vi saluto con un abbraccio, Claudio.

4 maggio 2025
Claudio Cipriani Secondigliano, Via Roma verso Scampia, 350 - 80144 Napoli


Lettera dal Carcere di massama (Or)
Ciao compagni/e. Ho ricevuto la vostra lettera con piacere e subito rispondo. In merito al sindacato [Sindef, Sindacato
Detenuti Ndr] sono stato il primo a iscrivermi, ho la tessera da molto tempo, li sto aiutando con le iscrizioni, ho
ricevuto 15 moduli e tanti ne ho fatti iscrivere. Mi avevano spedito cento moduli ma sono andati persi, non mi sono mai
arrivati. Aspetto di riceverne altri per distribuirli.
Tutte le iniziative per evidenziare le problematiche del sistema penitenziario sono benvenute. Se avessi potuto, avrei
fondato un partito dei diritti, saremo stati una forza in parlamento che avrebbe avuto peso; siamo 60 mila, in carcere
ogni anno entrano ed escono circa 200 mila persone, in Italia ci sarebbero almeno un milione di persone che hanno
visitato le “patrie galere”, ognuna di queste persone ha una famiglia, parenti e amici, lascio immaginare quello che si
poteva fare.
Avevo fatto affidamento su “Potere al Popolo”, ma li hanno fatti sfasciare prima che potessero diventare una forza che
avrebbe potuto incidere in parlamento. Il potere che gestisce il paese “politica, sindacati, Confindustria, e chiesa” si
adopera subito quando si forma un gruppo che è al di fuori del loro cerchio; anche i forconi fecero la stessa fine. Il
governo in carica se riesce a fare approvare il decreto sicurezza, sarà l’inizio dell’autocrazia simile a quella di
Orban; quando il dissenso diventa reato è l’inizio della dittatura. Oggi non è quella dei dittatori del passato, ma una
democrazia limitata, con i media indottrinano la popolazione con una realtà artificiosa.
Mi piacerebbe leggere la biografia di Danilo Dolci e il libro di Buzzi quello che gestiva la cooperativa “29 Giugno” a
Roma, arrestato nel processo “Mafia capitale”. Vi invio a voi tutti/e gli auguri di buone feste e di trascorrerle
serenamente. Un abbraccio fraterno e solidale

27 Marzo 2025
Pasquale De Feo, Loc. Su Pedriaxiu Massama - 09170 Massama (Oristano)


Lettere dal carcere di Milano-Opera
Salve a tutti i lettori, sono Londero Fabio e sono detenuto presso il carcere di Opera da quattro anni di fila e la
situazione è molto ma molto critica. Ho visto persone morire non essendo state visitate e curate dal medico. In questa
lettera voglio esporre ciò che avviene non avviene dentro l'istituto di Opera a Milano. Qui un soggetto con una pena
medio lunga viene emarginato dalla struttura stessa, la quale ha palesi carenze organizzative e dove l'aria
trattamentale è completamente assente e avviene l'effetto contrario alla rieducazione. Emerge forte la statistica di
come un carcere dove non sono presenti i vari progetti di reinserimento sociale, una volta che un detenuto riconquista
la libertà non sarà altro che un avanzo di galera marchiato dalla società per fatti del passato. È proprio questa
l'aggravante della storia e della struttura stessa perché resta evidente il fatto che in una casa di reclusione
inadeguata come senza ombra di dubbio si dimostra essere Opera, i reclusi vengono privati di ogni diritto a partire da
quello sanitario, dove vi sono gravi mancanze, dalle piccole cure alla presa in carico di chi ha patologie croniche. Ma
soprattutto trovo sconvolgente trovare persone incompatibili con il sistema carcerario. Non è possibile vivere una vita
detentiva di tale portata. Tutto ciò ha gravi effetti sulla psiche della popolazione ed è solo il preludio a vedere
trasformata una sezione attenuata, da normale a una Rems. L’unica colpevole è la nuova direttrice assecondata
dall'ufficio comando dove vivono delegando e subordinando anziché agire e fare. Trasformano una struttura efficiente e
adatta architettonicamente, da perfetta a carcere psichiatrico, dove ogni richiesta viene calpestata anche se è fatta in
modo pacifico ed educato, producendo effetti aggressivi sulla disciplina di ognuno di noi, facendoci tirare fuori il
peggio che con il tempo va a peggiorare. Anche i detenuti hanno diritto alla dignità. Lo sancisce la costituzione
italiana all'articolo 27, valori questi incontrovertibili. Siamo davanti al fallimento del sistema penitenziario il
quale preferisce imbottire di psicofarmaci i detenuti e non trovare un modo per fargli fare una carcerazione più degna e
lungimirante. Ciò l'ho visto con i miei occhi anche in altri istituti penitenziari diventati oggi promotori di
illegalità e morte con 98 suicidi nel 2024 e lasciamo stare il 2025. Io sto pagando per le mie colpe, chi ci amministra
non paga neanche davanti a veri e propri omicidi che loro stessi causano. Tutto questo ormai è all'ordine del giorno
perché qui a Opera vengono richieste le domandine modello 393 per qualsiasi cosa. Vengono disperse, buttate e non
vengono mai accettate la maggior parte delle volte. Purtroppo io sono un ragazzo di 31 anni appena compiuti e
sinceramente non vorrei mai morire qui dentro. Sto richiedendo esami per sapere come sto, perché è da due anni che non
effettuo un esame. Diagnosticata un'ulcera allo stomaco un anno e passa fa, mai ricevuto un controllo o una medicina.
Continuo a segnarmi a visita medica e all'aumentare del dolore da molti mesi. Non è venuto nessuno e nemmeno mi danno
cure. Per qualsiasi dolore ti danno la Tachipirina. Il medico non si vede mai. Ho fatto lo sciopero della fame, ho perso
5 kg ma da quando l'avevo iniziato, avendo consegnato domandina più allegato, sono stato visitato dopo quattro giorni,
perché la domandina più l'allegato erano spariti e l’agente di servizio a cui l’avevo consegnata non ha fatto relazione
di servizio come lui era obbligato a fare. Perciò di cosa stiamo parlando? Veramente di un posto senza dignità che
dovrebbe invece impegnarsi a farci vivere con le giuste cautele e sereni. Già abbiamo tanti pensieri per la testa ma
loro te ne portano di più, ti stressano mentalmente e fisicamente. Qui non c'è cura e non funziona veramente niente. E
questo è il giudizio di tutta la popolazione dell’istituto. Non so più che cosa fare e inventarmi.

25 marzo 2025
Fabio Londero, via Camporgnago, 40 - 20090 Opera (Milano)

***
Ciao come stai? Spero vada tutto bene fuori e al lavoro. L'opuscolo come va? Mi arriverà quello nuovo con la mia lettera
stampata sopra. Spero andava bene. Ultimamente per me è un periodo molto brutto. Non mi fanno lavorare per mantenermi
almeno in vita. Sono dimagrito 15 kg in tre settimane, sono stressato, non ce la faccio più. Sto diventando psichiatrico
senza prendere farmaci. Il mio avvocato è da un bel po' che non si fa vedere, non risponde alle mie chiamate. Non so più
cosa fare, nessuno mi caga nel vero senso della parola. …. il pacchetto email costa €30, che sarebbero 30 mail perciò
devo farmi versare la mail da qualcuno qui che le ha, perché sai le mie possibilità... Qua non mi aiuta nessuno, solo la
volontaria una volta al mese mi mette o 5 o 10 euro per ricaricare la scheda, se mi va bene che viene, perché è da un
po' che non si fa vedere, ma sicuramente perché c'erano le feste Pasquali e il primo maggio festa dei Lavoratori. Pensa
che fino a tre mesi fa c'era il lavorante che puliva la rotonda, il gabbiotto assistenti più le scale dove scendono i
Secondini. Lo pagavano bene, era un ragazzo che era qui da sei sette anni e ora è uscito. Mi avevano promesso che mi
mettevano lavorante solo delle scale del terzo piano, cioè il mio. Invece dal primo al terzo piano hanno messo un altro
che lecca il culo e gli hanno fatto fare il contratto di tre mesi, €150 puliti al mese. A me facevano comodo, potevo
vivere. Adesso devo aspettare altri tre mesi per lavorare e addirittura devo aspettare il 20 Giugno per rinnovare la
visita del medico del lavoro qui interno. Figa veramente mi stanno facendo stare male, scusa se ti assillo con questo
star male, ma è la verità. Ti giuro che manca poco che mi faccio mandare isolamento almeno finisco alla frutta della
frutta tanto più merda di così non può andare. Sarei molto felice se venissi a farmi qualche colloquio per parlare un
po' e conoscerci bene. Ovviamente se vuoi e hai possibilità, nessuno ti costringe. È una scelta spontanea, io sarei
molto felice di conoscerti personalmente e poi sarebbe una bellissima cosa fare colloquio per me, non avendone mai fatti
con nessuno in tutta la mia galera. Sarebbe una bellissima gioia e nuova esperienza. Mi vengono i brividi solo a
pensarci, dopo dieci anni un colloquio, una follia! Spero potrò avere questa possibilità ovviamente io non so se tu
vorrai farlo e hai disponibilità di venire da uno sconosciuto, delinquente. Io accetto anche le critiche e specialmente
i consigli di una persona normale, regolare, adulta, ne ho bisogno. Adesso ti lascio con questo papiro che sto scrivendo
alle 23:52. Non so se riuscirò a dormire, stanotte sono un po' pensieroso e incazzato nero con l'assistente di stasera
che mi aveva promesso che mi portava due sigarette che in questo periodo sono rimasto solo in sezione. Tutti quelli che
mi aiutavano a campare con mangiare, sigarette, detersivi eccetera li hanno mandati tutti e sei al secondo reparto. Sono
rimasto solo io il più vecchio di tutti, anche per questo vorrei andare in isolamento, mi sono trovato solo nel giro di
una settimana. Faccio fatica a chiedere le cose a persone che non conosco. Poi tutti stronzi che non ti danno nemmeno un
goccio di caffè figurati la sigaretta, non ho nemmeno carta igienica per andare al bagno. Vabbè passerà.

Fabio Londero, via Camporgnago, 40 - 20090 Opera (Milano)


Lettera dal carcere di Volterra
Ciao a tuttx carx compagnx, ho ricevuto tempo fa la vostra missiva e non ho avuto modo di rispondervi prima, a causa
della mancanza di francobolli e in quanto da qualche mese a questa parte soffro di bronchite cronica (anche a causa
dell’inefficienza di questo carcere), dove siamo stati per oltre tre mesi senza un asciugacapelli)… Ora che mi sono un
po’ ripreso a livello di salute ne approfitto per scrivervi due righe. Sono mio malgrado recluso nel carcere di
Volterra, che da un po’ di tempo a questa parte sta peggiorando sempre più. Ahimè è composto perlopiù di lecchini e 58
ter, quindi i problemi non si vedono, non vogliono essere visti, la sbirraglia se la canta e se la suona dipingendo una
realtà che nei fatti non esiste. L’unica nota positiva è la cella singola che ti permette di evitare gli infamoni e
dedicarti (per quanto possibile…) ad attività personali più utili di quelli propinate dall’amministrazione come “panacea
rieducativa”. Infatti, per star qui vige l’obbligo di frequentare le scuole superiori (tanto che oramai sto frequentando
per la terza volta e avendo già due diplomi, non so a che pro… se non quello di fare guadagnare l’istituto carcerario e
scolastico… visto che siamo costretti a pagare le tasse scolastiche con tanto di contributo volontario estorto senza
informarci…) o il “magnifico” teatro delle “marionette umane” di Armando Punzo. Diciamo che queste due mafie, oltre alla
penitenziaria, sono quelle che detengono il maggior potere nel decidere sul nostro “percorso rieducativo”; se sia valido
o meno ai fini della concessione di benefici. Ahimè, come tutto in questo carcere, (e solo ed esclusivamente di
facciata, le persone obbligate ad andare a scuola e che dunque non sono animate da un serio amore per la conoscenza…)
non imparano nulla e le poche animate da un qualche interesse, non imparano altrettanto nulla, dovendo adattarsi a
livelli di preparazione molto disomogenei. Il teatro non lo capisco… i detenuti non recitano battute e si limitano come
ho detto a muoversi per il palcoscenico, travestiti in maniere folli, mentre l’ancor più folle regista recita frasi
sconnesse e senza senso. Ahimè, come ho detto, credo sia tutto in funzione del capitale, tutti ci guadagnano (i detenuti
le briciole e qualche promessa di benefici futuri…) e si procede così per inerzia. Alla fine ci si ritrova a procedere
come automi, la mattina si lavora (per pochi spiccioli, anche lì…), appena tornati dal lavoro si “mangia” (il cibo è
terribile…) di fretta e si corre a scuola fino alle 18, e così si viene “rieducati” al tipico lavoro da catena di
montaggio di 12 ore al giorno. Poi se riesci hai il tuo tempo libero, per pulire la cella, farti la doccia, fare
palestra, ecc… fino a sera, quando finalmente chiuso nel tuo tugurio puoi collassare. E così che procedono le mie
giornate da 5 anni a sta parte (su 14 anni di branda). Fortunatamente mi mancano ancora 4 anni al fine pena (non chiedo
benefici per non dovere sottostare a ricatti, ci tengo alla mia libertà di poterli mandare a fare in culo e lamentarmi
senza dovere pensare più di tanto alle conseguenze o ai ricatti) e spero di non farli qui. Vorrei dedicare più tempo
alla lettura ed a progettare le lotte future, vista la schifosa situazione che ci troviamo costretti a dovere vivere, e
da qua è difficile farlo, vista la mancanza di tempo e di confronto (a meno di non volersi confrontare con qualche 58
ter, ma non avrebbe molto senso). Bon, non so cosa altro scrivervi per ora aspetto vostre notizie e nel mentre vi mando
un forte abbraccio. A presto.

23 Febbraio 2025
Valerio Carelli, Rampa di Castello, 4 - 56048 Volterra (Pisa)



Lettera dal carcere di Padova
Cari-e amici-che. Provvederò a farvi recapitare la mia lettera anche se probabilmente verrà bloccata. Dovete sapere che
un paio di giorni fa, mese maggio, ho tentato di tagliarmi la gola e sul braccio ho preso diversi punti credo 30 40
perché avevo tranciato credo un nervo. Dopo la medicazione in ospedale ho dovuto fare la visita con la psichiatra che mi
ha chiesto se mi volevo uccidere e gli ho detto che è stato in atto dimostrativo. Se gli avessi detto di sì avrebbe
ricorso al TSO obbligatorio.
Ho spiegato che stavo male psicologicamente per il fatto che dal 2018 cioè da 7 anni non faccio un colloquio con la mia
famiglia che abitano in Toscana-Lucca, ma il DAP continua a rigettarmi l’avvicinamento in Toscana quando in Toscana c'è
Sollicciano, Livorno, Prato è impossibile che non ci sia un posto.
Un abbraccio a tutti-e

14 maggio 2025 [Timbro di Visto Censura]
Mauro Rossetti Busa

Mauro Rossetti Busa è stato trasferito al carcere di Perugia. S.da Regionale 220 Pievaiola 252 - 06132, Perugia


Carceri e rivolte
Appresa dai giornali la notizia di una rivolta in corso nel carcere genovese di Marassi, nel primo pomeriggio di oggi
(04-06-25, alle 15 circa) alcune persone solidali si sono recate sul posto per non lasciare soli i detenuti e cercare di
capire cosa stesse succedendo realmente. Dai media si era appreso di tensioni nella prima e seconda sezione, di detenuti
arrampicatisi sul muro di cinta interno e alcuni giornali hanno parlato di uno stupro ai danni di un detenuto da parte
di altri detenuti, come causa scatenante dei disordini. La zona intorno al carcere era blindata da reparti della celere
e dei carabinieri, pare siano stati fatti arrivare un gran numero di agenti di polizia penitenziaria da altre carceri.
Dall'unica sezione con cui si riusciva a comunicare alcuni detenuti hanno risposto alle richieste di informazioni su
cosa fosse successo dicendo che tutto aveva avuto inizio a seguito di uno stupro ai danni di un detenuto di diciotto
anni, e del conseguente suo tentativo di suicidio per impiccagione. Di queste informazioni non si ha certezza, sia a
causa della difficoltà di comprensione fra dentro e fuori, sia poiché arrivavano da un'altra sezione. La presenza
solidale è durata fino alle ore 18 circa e fino a quel momento non sembrava fossero stati operati trasferimenti.
Sappiamo che questi sono momenti delicati durante i quali la violenza repressiva dello stato all'interno delle galere
può raggiungere livelli ancora più brutali rispetto alla quotidiana tortura che avviene dietro quelle mura […] Il
bilancio è di due agenti feriti portati in ospedale, due medicati sul posto e diverse celle devastate. Alcunx detenutx
sono saliti sui tetti e sul camminamento delle mura di cinta ma sono poi scesi spontaneamente. Secondo quanto
ricostruito alcunx detenutx hanno iniziato la protesta e hanno poi aperto le altre celle scatenando il caos. Alcunx
detenutx sono saliti sui tetti, denunciando sevizie su un detenuto, che sarebbero avvenute ieri ad opera di altri
carcerati. So
no intervenuti diversi reparti della polizia penitenziaria. Sarebbero un centinaio i detenuti, della seconda sezione,
che hanno dato via alle proteste. (Tratto liberamente da Zena.info, Genova, 4 giugno e Materiale Piroclastico, 6 giugno)

Detenuti in rivolta a Terni e Spoleto. È in corso una violenta protesta all’interno del carcere di Terni, dove diversi
detenuti rinchiusi nelle sezioni H e G di media sicurezza, hanno danneggiato telecamere e suppellettili, arrivando anche
ad appiccare un incendio. La situazione non è ancora sotto controllo: l’area è stata isolata e rinforzi sono stati
inviati sul posto. Almeno un agente penitenziario è rimasto ferito ed è stato soccorso dal personale sanitario, ma il
bilancio finale non è ancora definitivo. A gestire l’emergenza sono le forze della Polizia Penitenziaria. È intanto
emerso che, poco prima di Terni, una protesta simile era scoppiata anche nel carcere di Maiano, a Spoleto, dove i
detenuti hanno devastato le celle per poi lanciare bombolette di gas in fiamme contro gli agenti intervenuti. La polizia
penitenziaria ha usato gli idranti. Le rivolte sembrano essere provocate, oltre dal sovraffollamento, dal caldo intenso
di questi giorni. Secondo il garante dei detenuti dell’Umbria, Giuseppe Caforio, le rivolte sono il sintomo di problemi
strutturali irrisolti, “nelle celle l’acqua spesso non arriva ai piani alti”.
Il carcere di Terni ospita oggi 588 detenuti a fronte di 422 posti regolamentari, mentre quello di Spoleto ne accoglie
498 su 456 posti disponibili.
Liberamente tratto da No 41 bis – International Mobilisation, 16 giugno 2025


Notizie dai CPR
CPR di Gradisca d'Isonzo. Due detenuti hanno tentato il suicidio. Nominare i responsabili è il minimo: EKENE (l’ente
gestore), il direttore Simone Borile, i suoi lavoranti, i medici in servizio; ASUGI (l’azienda sanitaria locale), che è
al corrente ma minimizza e rimanda; e le forze dell’ordine impiegate: Polizia di Stato, Esercito, Carabinieri, Guardia
di Finanza. (Tratto liberamente da nofrontierefvg.noblogs, 1 giugno 2025)
La rete NO ai CPR ha diffuso un video che mostra un uomo in mutande, inseguito, strattonato e portato via da agenti in
tenuta antisommossa. Il video si interrompe e poi riprende con lo stesso uomo a terra, il volto insanguinato e
apparentemente privo di sensi. A Gradisca d’Isonzo, da tempo, si ripetono proteste per il cibo insufficiente, le
condizioni igienico-sanitarie disastrose e una probabile epidemia di scabbia tra i trattenuti, come denunciato dai
medici della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni). (Tratto liberamente da cronacheribelli.it, 19 giugno
2025)
CPR di Palazzo San Gervasio (Potenza). La sera del 20 giugno, una persona detenuta è stata stata male. Senza chiamare
l’ambulanza è stata trattenuta in infermeria per evitare che la situazione diventasse pubblica. Alcunx solidalx, appena
lo hanno saputo hanno chiamato il 118, ma la risposta è stata: "Non sappiamo nulla". L’episodio è avvenuto a seguito
delle proteste nell’istituto durate tutta la giornata, a cui le autorità hanno prima risposto con psicofarmaci e poi con
i manganelli. Solo verso le 2 di notte del 21 giugno, i soccorsi sono giunti nel CPR. (Tratto liberamente da
brughiere.noblogs, 5 luglio 2025)

CPR di Bari Palese e Brindisi. Dopo l’omicidio di Abel, il CPR di Brindisi resta un lager invivibile, ma la lotta delle
persone recluse non si è fermata: scioperi della fame (uno degli ultimi contro il cibo pessimo è durato una settimana),
autolesionismo e resistenza quotidiana. Domenica 25 giugno, due persone sono riuscite a fuggire, ma sono state poi
arrestate. Martedì 27, alle 7 del mattino, dieci persone sono state prelevate per essere trasferite in Albania; chi ha
resistito è stato ammanettato e portato via con la forza. Intanto a Bari, lo stesso giorno, tre persone sono state
prelevate alle 4 del mattino per il trasferimento in Albania. Una di loro era stata trasferita da Torino dopo le ultime
rivolte. (Tratto liberamente da japrlekk.noblogs.org, 4 giugno 2025)
Sabato 5 luglio, moltissimx detenutx del CPR di Bari-Palese sono salitx sui tetti in segno di protesta. Chiedevano di
parlare con la direttrice per le condizioni insopportabili: cibo avariato, mancanza di pulizia e violenza delle forze
dell’ordine. Quasi tutti i moduli hanno partecipato, tranne il modulo 6 (senza accesso al tetto), che ha aderito con uno
sciopero della fame.
Nella notte di domenica 6 luglio, dalle 3 di notte fino al mattino, diversi moduli hanno preso fuoco. Il giorno dopo,
moltx sono tornatx sui tetti, bloccando l’accesso agli avvocati e impedendo le udienze. Nel modulo 2, una persona ha
avuto un’overdose da metadone ed è stata portata in ospedale. Sempre lì, unx detenutx si è tagliatx, mentre due altrx
hanno tentato di impiccarsi senza riuscirci, venendo poi portatx via.
Lunedì 7 luglio, lx reclusx hanno continuato la protesta sui tetti, bloccando ancora le udienze. Nonostante il caldo
torrido, sono rimastx lì, sapendo che solidalx stavano arrivando in supporto. All’esterno si è formato un presidio,
durato oltre 7 ore. Nella notte, tre persone sono state arrestate per i disordini.
(Tratto liberamente da brughiere.noblogs, 8 luglio 2025)

CPR di Caltanissetta-Pian del Lago e Trapani-Milo (Sicilia). Negli ultimi giorni, sino giunte segnalazioni allarmanti
dai CPR di Trapani-Milo e Caltanissetta. A Milo, si sono verificati quattro tentativi di suicidio, gravi atti di
autolesionismo e l’inizio di uno sciopero della fame. A Caltanissetta, un tentativo di suicidio e uno sciopero della
fame collettivo (poi sospeso). Alcune testimonianze: Y.: "Non ne possiamo più. Ogni giorno qualcuno si fa del male.";
G.: "Il tempo qui non passa. C’è chi è qui da 5 mesi, chi da 9. I giudici prorogano sempre il trattenimento. Per loro
non siamo niente." (Tratto liberamente da memoriamediterranea.org, 22 giugno 2025)

Aggiornamenti da un CPR in costante ricostruzione. A Torino, dopo l’ultima rivolta al CPR di Corso Brunelleschi (16
maggio), i tre quarti della struttura sono inagibili. L’"area bianca", da cui è partita la rivolta, è completamente
bruciata. Le persone recluse hanno dormito all’aperto per due giorni, prima di essere quasi tutte trasferite nei CPR
"punitivi" del Sud: Palazzo San Gervasio, Bari e Brindisi. Nell’unica area ancora attiva ("blu"), restano 30 recluse.
(Tratto liberamente da nocprtorino.noblogs.org, 27 maggio 2025)


Il sistema carcerario degli Stati Uniti
Anche se Donald Trump vuole riportare la prigione californiana di Alcatraz alla sua vecchia funzione, gli Stati Uniti
hanno già più carceri e detenuti di qualunque altro Paese del mondo, tra istituti statali e federali. Ecco i dati in
crescita costante da 25 anni. Dopo l’ultima dichiarazione del Presidente Donald Trump sul suo desiderio di riaprire il
carcere federale di Alcatraz per ospitare i detenuti più pericolosi del Paese, la condizione del sistema carcerario
negli Stati Uniti è tornata al centro del dibattito pubblico. Un tema molto più controverso e complesso della riapertura
di Alcatraz, che probabilmente non avverrà mai, dato che gli ultimi prigionieri furono trasferiti verso altre strutture
il 21 marzo 1963 e da decenni è una delle mete turistiche più visitate della Baia di San Francisco. Ma parlando di fatti
concreti, esaminiamo come funziona il sistema carcerario statunitense, suddiviso in due livelli: federale e statale.

Un record mondiale. Partiamo da un dato: gli Stati Uniti hanno il più alto tasso di incarcerazione a livello globale
(almeno per quanto riguarda i Paesi democratici), con 580 persone detenute ogni 100.000 residenti. In totale, si tratta
di oltre 2 milioni di persone.
I numeri del sistema carcerario: le prigioni federali e le altre tipologie. Entrando più nel dettaglio, negli Stati
Uniti ci sono 1566 prigioni amministrate dai singoli Stati, 98 prigioni federali (ossia quelle gestite direttamente dal
governo degli Stati Uniti e in cui sono detenute persone che hanno commesso reati federali), 3116 prigioni locali (local
jails), 1277 strutture di detenzione minorile, 133 centri di detenzione per i migranti e 80 prigioni amministrate dalle
comunità indiane (Indian country jails). A queste si sommano anche le prigioni militari, gli ospedali psichiatrici
statali e i centri di detenzione su territori statunitensi al di fuori degli Stati Uniti, come il famigerato carcere di
Guantanamo a Cuba.
Il sistema delle "local jails". Meno conosciuti, ma fondamentali per il sistema carcerario statunitense sono le carceri
locali, i local jails che si occupano di detenere le persone per periodi di tempo che non superano la giornata. Oltre
l'80% di coloro che sono detenuti per ordine delle autorità locali sono ancora in attesa di giudizio. La crescita della
popolazione carceraria negli ultimi 25 anni parrebbe quindi una diretta conseguenza dell'aumento delle detenzioni
cautelari. L'importo medio della cauzione per i reati gravi è di 10.000 dollari, che rappresenta 8 mesi di reddito per
il detenuto tipo, che non può permettersi la cauzione.
Il peso relativo delle carceri private. Un altro punto interessante su cui fare chiarezza è la questione dell’impatto
dei privati sul sistema carcerario statunitense. Dati alla mano, la percentuale di persone detenute in strutture gestite
da privati negli Stati Uniti si aggira intorno all’8% del totale, e sono praticamente quasi tutte lì per reati minori
(come ad esempio quelli legati alle droghe, poiché permettono ai governi di risparmiare sui costi di costruzione e
gestione) o perché sono migranti. Secondo la Ong Sentencing Project, nel 2022 quasi 91.000 detenuti si trovavano in
prigioni private. A differenza del predecessore Joe Biden, Trump è molto più vicino agli interessi delle compagnie che
si occupano di carceri private, ma è poco probabile che nei prossimi anni si registri un aumento significativo delle
detenzioni in queste strutture, visto che oltre ad essere costose da mantenere e gestire, i costi associati possono
diventare un ostacolo per i governi statali e federali.

Fonti: Dichiarazioni di Trump su Alcatraz; Rapporto Mass Incarceration: The Whole Pie 2025Il rapporto Private Prisons in
the United States

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RIVOLTE NEGLI USA CONTRO LE RETATE DELL’ICE
Proteste e scontri tra le comunità locali di Los Angeles e le forze di polizia/ICE. Dal 6 giugno le forze dell’ordine
impiegano formazioni tattiche come la “crossbow” per eseguire arresti rapidi e isolare manifestanti, come mostrato nei
materiali divulgati sui canali di contro-informazione.
In queste strade non ardono solo automobili: bruciano vite, speranze, e dignità. Dalle ceneri, come sempre, si leva una
forza collettiva che rifiuta di chinare il capo. Una dignità messicana e chicana che si ribella, che non è solo migrante
ma parte viva e inscindibile di questi Stati Uniti. Una voce che reclama rispetto, giustizia, libertà di movimento e di
identità. Pronta a difendere con forza la propria storia, le radici profonde di una cultura che resiste, e un futuro
fatto di dignità e speranza che nessuna frontiera potrà mai soffocare. Nelle strade a gridare “Fuck ICE” non ci sono
solo gli/le indocumentati o la furia dei giovani chicanos; gruppi di vicini, studenti universitari, collettivi
antifascisti, sindacati di base, indigeni delle riserve, uomini e donne di Los Angeles, con il cuore empatico e
solidario, che incarnano la coscienza meticcia profonda di questo pezzo – da sempre ribelle e pulsante – degli States.

A Los Angeles, migliaia di persone sono scese in strada per opporsi alle operazioni di rastrellamento condotte contro le
persone migranti dagli agenti dell’Agenzia federale per l’Immigrazione e le Dogane (ICE). Si tratta delle deportazioni
di massa di migranti volute dall’amministrazione Trump. I manifestanti hanno circondato alcuni dei centri di detenzione
utilizzati dai federali per trattenere le persone fermate. Ne sono nati duri scontri con la polizia, schierata in
assetto antisommossa.
L’Amministrazione Trump intensifica la sua guerra contro i migranti, inviando la Guardia Nazionale a Los Angeles per
sedare le proteste contro le sue retate deportative. Con l’intervento di 2.000 soldati e la minaccia di dispiegare altri
500 marine, il clima di repressione cresce, con lacrimogeni, proiettili di gomma e manganelli a colpire chi scende in
piazza per opporsi a questa escalation… Nonostante la repressione, la rabbia popolare non si placa, tanto che diversi
veicoli della polizia e dell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement) sono stati dati alle fiamme in tutta la
California, uno degli Stati più progressisti e antitrumpiani, dove la comunità migrante è particolarmente forte. Le
proteste contro l’amministrazione del presidente Donald Trump si sono allargate a molte delle principali città
statunitensi: tra le altre New York, Boston, Atlanta, Chicago, Austin, Dallas, San Francisco e Philadelphia. Si sono
estese anche a Seattle. Centinaia di studenti e cittadini stanno bloccando gli ingressi degli edifici federali con
biciclette e monopattini elettrici, nel tentativo di impedire l’uscita dei veicoli governativi. L’11 giugno 2025 è
partito il coprifuoco a Los Angeles. Trump: "Manifestanti sono animali, pagati da qualcuno". Le proteste pro-
immigrazione negli Usa continuano a estendersi oltre Los Angeles e San Francisco fino a New York. "L'amministrazione
Trump continuerà lo sforzo di deportazioni di massa che il presidente ha promesso al popolo americano", ha dichiarato la
portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, durante il briefing con la stampa. "Trump non permetterà mai che prevalga
la legge della strada in America". "Quello che abbiamo visto accadere a Los Angeles, in California, negli ultimi giorni
è vergognoso. Radicali di sinistra che sventolavano bandiere straniere hanno attaccato ferocemente gli agenti dell'Ice.
Questi attacchi non erano diretti solo alle forze dell'ordine, ma alla cultura e alla società americana stessa", ha
aggiunto la portavoce. "Dal 6 giugno sono stati arrestati 330 immigrati clandestini durante le rivolte a Los Angeles" e
"113 di questi immigrati clandestini avevano precedenti penali". La sindaca di Los Angeles Karen Bass ha dichiarato lo
stato di emergenza locale e imposto un coprifuoco notturno nel centro della città dopo diverse notti di disordini,
vandalismi e saccheggi. Settecento Marines sono mobilitati e si trovano nell'area di Los Angeles, ma non nelle strade
cittadine, ha detto un funzionario della Difesa. Al 12 giugno erano oltre 500 gli arresti. Coprifuoco anche a Spokane.
Il governatore Newsom: “Democrazia sotto attacco”. Tajani: “Guantanamo, mai esistito un pericolo per gli italiani”.
Trump parla a Fort Bragg: “Libereremo la città”. I Marines hanno completato l'addestramento e saranno dispiegati a Los
Angeles, in 700 affiancheranno le forze della Guardia nazionale.

Liberamente tratto da chronocol.com, giugno 2025
Lettera di Maja che conclude lo sciopero della fame
Cari fratelli, compagni e sostenitori. Mi chiamo Maja. Sono in sciopero della fame dal 5 giugno. L’ho iniziato come
protesta contro l’estradizione illegale e ancora irrisolta dalla Germania all’Ungheria un anno fa, contro la
persecuzione repressiva degli antifascisti, contro lo svolgimento pregiudizievole e discutibile del processo, nonché
contro l’isolamento permanente e le condizioni disumane nelle carceri ungheresi. Ora, dopo quasi sei settimane, ho
deciso di interrompere lo sciopero della fame.
Non voglio mettere ulteriormente a dura prova la mia salute, perché sento che se non torno indietro ora, sarà presto
troppo tardi. Anche se le mie richieste venissero accolte, servirebbe a poco. Ne sarei segnat* a vita, e forse lo sono
già. Non ho mai voluto che si arrivasse a questo punto; speravo ingenuamente che un passo così radicale come lo sciopero
della fame avrebbe finalmente sensibilizzato chi ricopre posizioni di responsabilità e tutti coloro che possono fare la
differenza, in modo che agissero dopo un anno di rassicurazioni, sorrisi e ignoranza.
Ormai non rimane molto di me. Il mio corpo è uno scheletro, con uno spirito intatto, combattivo e vibrante. Sorride,
cerca libertà e comunità all’orizzonte e si rifiuta di accettare che non ci sia giustizia. Ma non sono pronto a fare il
passo verso la morte imminente. Certo, è incerto; potrebbero esserci ancora giorni, forse settimane. Ma se dovessi
perdere conoscenza, avrei un debito nei confronti delle persone che combattono al mio fianco, un debito che non sono
pronto a gravare su nessuno. Così come non sono pronto a sottopormi a misure coercitive.
Il 1° luglio sono stat* trasferit* in un ospedale carcerario a 250 km da Budapest, perché già allora si temeva
seriamente per la mia salute. Il nuovo posto è più tranquillo del carcere nella grande città, ma altrettanto isolato, se
non di più. I contatti con la mia famiglia sono altrettanto limitati. Il mio avvocato, sempre un supporto
indispensabile, ora ha bisogno di un giorno intero per farmi visita. Durante la mia passeggiata di un’ora nel cortile,
non incontro altri detenuti. Trascorro le restanti 23 ore in cella, perché qui non ci sono attività ricreative. La
solitudine mi sta dilaniando, la nostalgia di casa aleggia all’orizzonte. Dal punto di vista medico, è possibile curare
il mio corpo fino alla guarigione qui, ma un recupero mentale sembra impossibile persino qui. Con un imminente
trasferimento a Budapest, nulla sarebbe cambiato, perché ciò che ha reso necessario lo sciopero della fame mi attende
lì. Né l’ospedale né il carcere in Ungheria possono essere una soluzione.
Le mie richieste rimangono invariate! Devo essere rimpatriat* in Germania o posti agli arresti domiciliari e sottopost*
a un regolare processo. Sono determinat* a non rimanere in silenzio domani e continuerò a protestare finché sarà
necessario. Concludo lo sciopero ora affinché nessuno sia ritenuto responsabile di danni alla salute a lungo termine o
permanenti. Tuttavia, questo passo non esonera nessuno dalla responsabilità di creare condizioni carcerarie umanitarie,
libere da dolore e sofferenza per tutti, di condurre un processo indipendente e giusto che non pregiudichi, e di
garantire l’integrità dei prigionieri, rispettandone la dignità anziché disprezzarli e punirli. Se ciò non accadrà, e se
le mie richieste continueranno a essere ignorate, sono determinat* a riprendere lo sciopero della fame.
Chiedo ciò che è necessario: poter tornare a casa con la mia famiglia, poter realizzare il mio potenziale attraverso la
scuola, il lavoro, ecc., potermi preparare al processo in condizioni di parità e non essere sepolto vivo in una cella.
Aspetto ancora una dichiarazione chiara e onesta, delle scuse da parte dei responsabili dell’estradizione e un’offerta
di risarcimento. Anche se dovesse arrivare per ultima, è la cosa più importante per me.
Grazie a tutti coloro che hanno parlato, che sono al nostro fianco, e a coloro che sono stati lì coraggiosamente per
molto tempo, a coloro che sostengono con fermezza il necessario antifascismo, a coloro che sostengono, che sacrificano
notte e giorno, che donano e sono punti di riferimento. Questa diversità significa resistenza e utopia allo stesso
tempo. I miei pensieri sono sempre con la famiglia e i compagni più cari, percependo il dolore che stanno attraversando
e ammirando il coraggio e l’altruismo con cui sopportano. Il mio ringraziamento di oggi ha parole. Ma state tranquilli,
il seme della solidarietà con ciò che è possibile giace in terreno fertile. Quindi spero che non solo io, ma molti altri
siamo stati in grado di unire coraggio e forza di volontà nelle ultime settimane per guardare al futuro mano nella mano,
senza mai perdonare, ma con un sorriso.
In solidarietà. A presto, mi farò viv*.

Maja, 14 luglio 2025
Da freeallantifa.noblogs


GENOVA 2001-2025
Ogni anno costruiamo momenti pubblici di confronto su cosa è stato il G8 di Genova, un pezzo imprescindibile della
nostra storia. Lo facciamo consapevole di come i risvolti di quelle giornate non riguardino solo chi presenziò in piazza
nel 2001, ma anche tutte le successive generazioni di persone che, nel solco delle rivendicazioni di quel multiforme
movimento, hanno deciso di impegnarsi per ribaltare il sistema di potere e oppressione che, oggi come allora, genera
guerre, disastri ambientali, disuguaglianza sociale. Genova vive oggi nella Resistenza del popolo palestinese, nel
contrasto all'imperialismo di USA e Israele, nelle lotte contro infrastrutture dannose come Pedemontana, nella
costruzione di percorsi autorganizzati e solidali nei quartieri in cui viviamo. Ha recentemente acceso polemiche in
città la nomina a Questore di Monza di Filippo Ferri, all'epoca dei fatti capo della squadra mobile di La Spezia, con un
ruolo attivo nel tentativo di coprire l'operato della Polizia nel massacro della scuola Diaz: questa circostanza ha
mostrato ancora una volta come lo Stato provi in ogni modo a riscrivere la storia, tra impunità e archiviazioni, tra
pacche sulle spalle e promozioni. Se questo atteggiamento delle istituzioni e della Polizia è un dato di fatto, è nostro
il compito di preservare con determinazione la memoria collettiva di quelle giornate, una memoria sulle cui basi
continuiamo ogni giorno a scrivere la storia di chi lotta.

FOA Boccaccio