indice n.163

COME I POPOLI IN RIVOLTA SCRIVONO LA STORIA
Contributo di Anan Yaeesh
Prigionieri e prigioniere Palestinesi
Palestine Action
Cisgiordania
Un lavoretto da portare a termine. Sul 41-bis
Che cos'è una prigione di tipo pozzo?
Lettera dal carcere di Napoli-Secondigliano
Lettera dal carcere di Volterra
Lettera da una residenza psichiatrica a media intensità
lettera dal carcere di perugia
Como: AL BASSONE FA UN CALDO FOTTUTO
Lettere dal carcere di Milano-Opera
Espulsione da Amburgo 14 novembre 2025
Resistere all'ICE a Chicago




COME I POPOLI IN RIVOLTA SCRIVONO LA STORIA
Comunicato sullo sciopero generale a sostegno della Palestina
Il 22 settembre 2025 rimarrà per sempre una giornata storica.
E’ stato pienamente messo in pratica quello che le organizzazioni palestinesi chiedono dall’8 ottobre 2023: scioperi,
blocchi delle armi, manifestazioni conflittuali che facciano davvero pressione sugli Stati, il tutto su scala nazionale.
Il 22 settembre dimostra definitivamente che lo sciopero qui è l’arma decisiva nella lotta contro il sionismo e
l’imperialismo, che i sindacati – in quanto organizzazioni dei lavoratori – hanno un ruolo centrale in questa lotta e
infine che solo l’unione di lavoratori, studenti e ampi settori della società può portare risultati determinanti e
sorprendenti. Questa è stata anche una risposta al disfattismo e al fatalismo che dopo ogni iniziativa ripeteva che il
movimento italiano fosse meno di quello di altri Paesi, perché non riusciva a produrre singole manifestazioni oceaniche.
Invece ieri l’Italia bloccata contro il genocidio è arrivata in tutto il mondo, Palestina compresa, come esempio di
lotta per tutti i popoli, soprattutto in Occidente. Il milione che si è mobilitato da Nord a Sud ha avuto un significato
molto più profondo di quello che avrebbe avuto concentrato in un solo punto; la sua efficacia non è stata solo il
numero, ma il saper disporsi per paralizzare i punti nevralgici, i porti, le stazioni, le strade.
Il popolo italiano si è svegliato tutto in una volta? No, la giornata di ieri non è un miracolo. La giornata di ieri è
il frutto di due anni di movimento incessante per la Palestina, dai piccoli comitati territoriali alle grandi
organizzazioni nazionali. Un movimento che, nonostante le difficoltà, ha saputo modellarsi sui giusti punti politici e
su parole d’ordine precise: il sionismo e l’imperialismo come problema e la resistenza come soluzione, resistenza che in
Italia e in Occidente significa sciopero, blocco della produzione, di scuole e università.
L’enormità della giornata di ieri, la discesa in campo e il protagonismo di ogni area di movimento, ci riporta la
necessità, e soprattutto la forza, dell’unità: nessuno può farcela da solo ma insieme possiamo tutto e blocchiamo tutto.
La sola risposta alla repressione, che aumenta man mano che cresce il movimento, è nell’unità delle piazze e nella
solidarietà dopo di esse.
Perciò rinnoviamo la nostra solidarietà senza se e senza ma ai compagni e alle compagne arrestati e feriti dalla
polizia, braccio armato dello Stato che difende il genocidio. Che questo sia solo l’inizio e un assaggio di quello che
il movimento di solidarietà con la Palestina in Italia può mettere in campo. Bisogna continuare ora più che mai con
questa precisione di pratiche e con questo entusiasmo. Dobbiamo continuare a lottare per impedire che Gaza venga rasa al
suolo, che la Cisgiordania venga annessa e che il sionismo e i suoi servi trionfino. Dobbiamo rimanere mobilitati per la
Palestina, per farci trovare pronti quando bloccheranno la Global Sumud Flottila e la Freedom Flottilla. Dobbiamo
tornare a scioperare per la Palestina il 3 ottobre. Dobbiamo spingere la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma
convocata dalle realtà palestinesi, per due anni di resistenza e per tutti quelli che serviranno fino alla liberazione.
Verso lo sciopero generale del 3 ottobre. Verso la manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma.
24 settembre 2025, Giovani Palestinesi d’Italia


Contributo di Anan Yaeesh
Anan Yaeesh è in carcere dal 29 gennaio 2024 per aver preso parte alla Resistenza in Palestina contro l’occupazione,
mentre ad agosto 2024 il Tribunale del Riesame decide per la scarcerazione di Alì Irar e Mansour Dogmosh che erano stati
arrestati a marzo. L’accusa delle autorità italianeè di “terrorismo” per aver, secondo accuse formulate solo dalle
autorità israeliane, finanziato la Brigata Tulkarem attiva nella resistenza palestinese nei territori occupati.
Sabato 4 ottobre 2025, Anan Yaeesh è entrato in sciopero della fame. Questa sua decisione si affianca alla solidarietà
con le mobilitazioni per la Palestina che nelle ultime settimane hanno attraversato l’Italia e, in particolare, nel
giorno della manifestazione nazionale a Roma, quando oltre un milione di persone è sceso in piazza contro il genocidio
del popolo palestinese e contro la collaborazione e la complicità del governo italiano con l’occupazione israeliana.
Attraverso lo sciopero della fame Anan Yaeesh intende anche riaffermare i propri diritti violati. Di recente, come
misura punitiva per i presidi di solidarietà organizzati davanti al carcere di Terni, è stato trasferito al carcere di
Melfi, in Basilicata. Una decisione arbitraria e punitiva che ha ulteriormente aggravato la sua condizione: la distanza
dal tribunale de L’Aquila, dove si svolgono i processi, e da Roma, dove si trovano i suoi avvocati difensori,
compromette gravemente il suo diritto alla difesa. Nel frattempo, il processo che avrebbe dovuto concludersi a stretto
giro è stato sospeso proprio nel pieno della grande mobilitazione per la Palestina, facendo in modo che non si corresse
il rischio di avere dei palestinesi condannati per terrorismo al centro dell’attenzione o, in caso di assoluzione, un
combattente della resistenza che potesse fare sentire le sue ragioni nelle piazze. Dopo continue violazioni dei sui
diritti da parte del carcere di Melfi, Anan si è ferito il 12 novembre, in segno di protesta, per denunciare la politica
punitiva messa in atto dalle autorità carcerarie del penitenziario di Melfi. Nonostante le autorizzazioni dell’autorità
giudiziaria e delle quali usufruiva presso la Casa Circondariale di Terni, in quella di Melfi invece ad Anan viene
ancora negato l’accesso a parte dei suoi effetti personali.
Nell'udienza del 21 novembre 2025 le richieste formulate dal pubblico ministero Roberta D'Avolio davanti alla corte
d'assise d'appello de L'Aquila sono state: dodici anni di reclusione per Anan Yaeesh, nove per Alì Irar e sette per
Mansour Dogmosh, imputati per attività di terrorismo internazionale. Secondo l'avvocato difensore Flavio Rossi
Albertini, la requisitoria dell’accusa è rimasta ancorata agli atti delle indagini preliminari, senza considerare in
modo adeguato le risultanze processuali e le indicazioni della corte di Cassazione che, su elementi analoghi, non aveva
riconosciuto neppure la gravità indiziaria iniziale per Alì e Mansour e ha inoltre ricordato che un tribunale militare
israeliano aveva condannato Anan a tre anni di reclusione e cinque di libertà vigilata per fatti legati alla seconda
intifada, definendo "sproporzionata" la richiesta di dodici anni formulata ieri dalla procura dell'Aquila. La prossima
udienza, con le arringhe difensive, è fissata per il 19 dicembre.
Di seguito un contributo di Anan tratto dall'opuscolo "Incarcerati in un mondo di guerra - due giorni contro il carcere
la carcerazione sociale e la guerra" tenuti al Terreno Notav di Mattarello Acquaviva (Trento) il 27 e 28 settembre 2025.

La Palestina non è solo per i palestinesi e Gerusalemme, la culla delle religioni e del Viaggio Notturno del Profeta
(Maometto), non è solo per i palestinesi, ma per tutti gli arabi. Tuttavia, quando gli arabi l’hanno abbandonata e il
loro sguardo si è perso nei falsi piaceri della vita, a noi palestinesi è stato affidato l’onore di difendere la nostra
sicurezza e la nostra patria. Dio ci ha concesso questo grande onore di essere la prima linea di difesa per i nostri
luoghi santi, ed eccoci qui oggi a pagarne il prezzo da soli. Sì, i palestinesi sono gli unici che pagano con la vita in
difesa dell’onore della nazione araba e islamica. I palestinesi non sono rimasti seduti ad ascoltare lo stupro delle
loro madri senza muovere un dito. Piuttosto, hanno difeso e stanno difendendo, e difenderanno finché Dio non giudicherà
tra noi e voi. Benedizioni al fratello e padre spirituale della resistenza e ai combattenti della resistenza, Georges
Abdallah, per aver ottenuto la sua libertà e aver ottenuto una nuova vittoria per la resistenza palestinese. La
resistenza palestinese ha dimostrato oggi al mondo intero che la liberazione della Palestina è imminente e che nessun
sogno rimarrà insoddisfatto. Piuttosto, è una visione chiara per coloro che sanno leggere bene la storia. La resistenza
palestinese dipinge ogni giorno un nuovo quadro di vittoria. Nonostante tutta la distruzione che ci ha colpito, il
numero di vittime e martiri, gli sfollamenti, i genocidi e i massacri contro il nostro popolo, la resistenza è rimasta
salda fino ad oggi, a due anni dalla guerra. La guerra non è contro l’entità occupante che possiede uno degli arsenali
militari più potenti al mondo, ma contro tutte le potenze coloniali di questo mondo occidentale e persino arabo. La
resistenza palestinese si è trovata sola in una terza guerra mondiale ordita e gestita dal regime sionista e americano
contro il popolo palestinese. Ciononostante, continua a resistere e a combattere e non ha alzato e non innalzerà la
bandiera della resa. Tuttavia, oggi abbiamo ottenuto anche vittorie internazionali, tanto che la questione palestinese è
tornata al vertice della piramide politica. La resistenza che è riuscita a ottenere un sostegno popolare dell’80% non
solo in Palestina e non solo tra i palestinesi, ma anche tra tutti i popoli liberi del mondo arabo e occidentale, questa
resistenza non è stata sconfitta e sarà vittoriosa. La resistenza palestinese emersa dopo la guerra del 1948 ha
dimostrato a tutti di essere l’unica a rappresentare il popolo palestinese. La resistenza palestinese ha dimostrato oggi
con tutto il merito e la forza che c’è chi difende i diritti di questo popolo oppresso ed è in prima linea contro tutti
gli attacchi coloniali. La resistenza palestinese chiederà conto, con pugno di ferro, a tutti i cospiratori e ai
sostenitori di questa entità nazista. Ma ogni cosa arriva a suo tempo, quindi non pensate che la resistenza dimentichi.
La resistenza terrorizza e non terrorizzerà. La resistenza palestinese ha risvegliato il mondo dal suo torpore durato
più di 100 anni. La resistenza palestinese trionferà e nessuna voce è più forte di quella dell’Intifada. Quando Israele
ha cacciato il popolo palestinese, non c’è stato nessun 7 ottobre in cui ha ucciso civili all’interno della Moschea di
Ibrahimi. Non c’è stato nessun 7 ottobre quando Israele ha ucciso la bambina Iman Hajjo e Muhammad al-Durrah. Non c’è
stato nessun 7 ottobre quando Israele ha bruciato Aisha al-Dawabsheh mentre dormivano in casa. Non c’è stato nessun 7
ottobre quando Israele ha commesso i massacri di Jenin, Tulkarem e Nablus del 2003. Non c’è stato nessun 7 ottobre
quando Israele è stato vicino a commettere massacri contro i civili. Dal 1947 al 2022, non c’è stato nessun 7 ottobre.
Israele non ha avuto bisogno di una scusa o di un pretesto per uccidere i palestinesi perché non c’è nessuno che possa
dissuaderli. Il 7 ottobre non è stato altro che un grido di giustizia dalla gola degli oppressi.
Se il nostro amore per la Palestina è considerato terrorismo ai vostri occhi, allora che la storia registri che siamo
tutti terroristi.
Se la nostra morte porta un sorriso sul volto delle nostre donne, allora benvenuta alla morte. Se la nostra morte porta
sicurezza e salvezza ai nostri figli, allora benvenuta alla morte. Moriamo per coloro che meritano la vita.

***
Libertà per Ahmad Salem, in carcere da sei mesi per aver chiamato alla mobilitazione contro il genocidio
Ahmad Salem è un giovane palestinese di 24 anni, arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale e che dopo il
suo arrivo, si è recato a Campobasso per presentare richiesta di asilo politico. Durante l’audizione davanti alla
Commissione territoriale, il suo telefono è stato sequestrato e perquisito ed a Salem sono stati contestati gli articoli
414 (istigazione a delinquere) e 270 quinquies (autoaddestramento con finalità di terrorismo) del cp.
L’intero impianto accusatorio si basa su un paio di frasi decontestualizzate estratte da un video di otto minuti
pubblicato online, in cui Ahmad invitava alla mobilitazione contro il genocidio in corso a Gaza, alla sollevazione in
Cisgiordania e a scendere nelle piazze in Libano; e per un passaggio del video in cui Ahmad condanna il silenzio e
l’immobilismo del mondo arabo e musulmano davanti ai crimini commessi da Israele, diventa, per la Digos di Campobasso,
un video di “propaganda jihadista”.Ahmad si trova da oltre sei mesi in carcere, in regime di alta sicurezza, a Rossano
Calabro, in attesa di giudizio. I suoi legali hanno presentato ricorso in Cassazione e hanno sollevato la questione di
costituzionalità dell’articolo 270 quinquies, articolo noto come “terrorismo della parola” recentemente introdotto con
il “DL Sicurezza” (ex DDL 1660) ad aprile, ampliando ulteriormente il margine repressivo in Italia.
Lo Stato italiano si dota di strumenti repressivi sempre più stringenti per colpire le lotte sociali ed ogni forma di
appoggio alla Palestina e alla legittima lotta del popolo palestinese per l’indipendenza e l’autodeterminazione.
Non possiamo restare a guardare: fermiamo lo stato di polizia, l'escalation bellica ed il genocidio, impegniamoci per la
liberazione di Ahmad, Anan e Tarek!
(da IG liberidilottare, 19 novembre 2025)

***
Tarek trasferito al carcere di Pescara
Vengono trasferiti come pacchi. È la storia di Tarek, ma è la storia di migliaia di detenut* ogni anno. Circa 300 sono
stati trasferiti dopo il crollo del tetto di Regina Coeli, meno di una settimana fa. Mentre De Fazio, Segretario
Generale Uilpa Polizia Penitenziaria, tira un sospiro di sollievo perché chi lavora nel carcere non si è fatto male, le
vite di detenutə valgono meno.
Trasferiti in fretta, in accappatoio, senza il diritto a raccogliere tutte le proprie cose, perché tanto non sono così
importanti; la vita dei detenuti non è così importante, così come i propri affetti. Avrebbero diritto a chiamate extra
per avvisare della condizione, ma anche questo non è avvenuto, non è importante. Chi si presenta al colloquio scopre che
il proprio caro si trova dall'altra parte d'Italia: "arrivederci signor*". Non è importante; non è importante la loro
vita, perché i "diritti inalienabili" per lə detenutə valgono a fasi, dunque non sono inalienabili ma a discrezione. A
discrezione del dap, del direttore del carcere, della convenienza di chi governa; perché lə detenutə in realtà sono
prigionierə, ostaggi di una condizione sociale. Della povertà sociale, del razzismo di Stato, degli interessi politici,
della precarietà come condizione perpetua e quindi anche della precarietà delle strutture penitenziarie. Non si tratta
di avere strutture più sicure, l'unica sicurezza è la libertà.
Teniamo il presidio al carcere di Regina Coeli perché la storia di Tarek è una ma sono centomila. È una storia di
razzismo di Stato, di chi non abbassa la testa, di chi si è opposto al genocidio in Palestina, di chi si arrangia in una
società violentissima. Ci vediamo venerdì ore 17 davanti al faro del Gianicolo per Tarek, per la Palestina, per la
libertà di tutti e tutte. (Da instagram Liberidilottare, 14 ottobre 2025)

Il 21 novembre 2025 è stato il ricorso in appello, dopo essere già stato condannato in primo grado, con rito abbreviato,
a 4 anni e 8 mesi (più di quanto avesse chiesto l'accusa). Il processo tuttavia è stato rinviato per impossibilità di
videoconferenza dal carcere di Pescara.

***
Mohamed Shahin, Imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di via Salluzzo a Torino, si trova al Cpr di Caltanissetta dopo
aver ricevuto un decreto di espulsione, firmato dal ministro degli interni Matteo Piantedosi. A Mohamed è stato revocato
il permesso di soggiorno come lungo soggiornante e rischia il rimpatrio nel suo paese d’origine, l’Egitto di Al Sisi,
dove prima dell’arrivo in Italia, vent’anni fa, era oppositore al regime. In Egitto, rischia la tortura e la morte. Le
ragioni della revoca del permesso sono legate al suo pensiero ed al fatto di averlo espresso sulla pubblica piazza:
parlare di Gaza e del genocidio in corso, prendere posizione senza censure equivale a condannarsi, soprattutto se sei
musulmano. In questi anni Mohamed non è stato il solo a ricevere la revoca del permesso di soggiorno con successivo
trattenimento in Cpr per aver parlato di Palestina. Noto è anche il caso del cittadino algeino Saif Bensouibat,
trattenuto al Cpr di Ponte Galeria e poi liberato. Negli anni passati anche diversi palestinesi sono stati rinchiusi in
centri per il rimpatrio: a Ponte Galeria, Brindisi, Palazzo San Gervasio. Le ragioni risultano perverse: tra queste la
pubblicazione di foto “sospette”, o valutazioni discrezionali delle forze dell’ordine relativamente alle interviste
rilasciate alla commissione per la protezione internazionale. Rinchiusi in Cpr per il solo fatto di essere gazawi o per
aver parlato a favore della Palestina, questi uomini sono stati prelevati, imprigionati, in un attimo resi nulla e
deprivati di ogni diritto, un trauma che ancora oggi segna le loro vite. La situazione negli ultimi mesi continua a
peggiorare, con un attenzionamento feroce verso chi continua a portare in piazza la questione palestinese. Una spirale
repressiva che sembra non aver fine e che lede la libertà di espressione soprattutto verso chi osa promuovere una
narrazione alternativa a quella dominante, complice dello stato genocida di Israele[…]
In questi giorni numerosi sono stati i presidi di piazza a Torino, Caltanissetta, Milano, che hanno solidarizzato con
Mohamed cui nel frattempo è stato convalidato il trattenimento e per il quale sono a lavoro gli avvocati contro
l’espulsione e l’incredibile diniego della commissione per la protezione internazionale. (da
osservatoriorepressione.info del 29 novembre 2025)


Prigionieri e prigioniere Palestinesi
L’orrore si aggiunge all’orrore, senza che vi sia un limite al peggio. Israele, entità coloniale canaglia, usa lo stupro
come arma di guerra, da sempre, e tale pratica è ulteriormente potenziata dal 2023 ad oggi. I detenuti palestinesi
recentemente rilasciati, rapiti nella Striscia di Gaza dalle forze israeliane, hanno descritto una “pratica organizzata
e sistematica di tortura sessuale”, che include stupri e aggressioni sessuali con oggetti e cani, nonché deliberate
umiliazioni psicologiche, parte di una crescente serie di segnalazioni di abusi sessuali nelle carceri israeliane. In un
nuovo rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), basato sulle testimonianze di diversi detenuti
palestinesi di Gaza, rapiti dalle forze israeliane durante il genocidio e recentemente rilasciati dalle prigioni e dai
campi di detenzione israeliani, i resoconti rivelano una “pratica organizzata e sistematica di tortura sessuale”. Tra
queste, stupri, denudamenti forzati, riprese con telecamera, aggressioni sessuali con oggetti e cani, oltre a deliberate
umiliazioni psicologiche volte a “distruggere la dignità umana e cancellare completamente l’identità individuale”. Il
PCHR ha osservato che gli arresti, compresi quelli di donne, sono stati effettuati senza alcuna giustificazione legale,
se non quella che le vittime erano residenti nella Striscia di Gaza, nell’ambito di una politica di “punizione
collettiva volta a umiliare i palestinesi e infliggere loro il massimo danno psicologico e fisico”. Prove indicano che i
prigionieri palestinesi sono stati sottoposti a tortura da parte di Israele
Gaza – PressTv. Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei
Territori palestinesi occupati dal 1967, ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che vi sono prove secondo cui i
prigionieri palestinesi provenienti da Gaza sarebbero stati sottoposti a tortura dal regime israeliano a partire da
febbraio 2024. La Relatrice Speciale ha fatto riferimento a un rapporto pubblicato dal quotidiano britannico The
Guardian, che ha rivelato le condizioni infernali nella prigione israeliana di “Rakefit”, dove i prigionieri palestinesi
vengono detenuti sottoterra, al buio. L’inchiesta esclusiva di The Guardian descrive la situazione di decine di
palestinesi imprigionati in un centro sotterraneo noto come Rakefet, dove sono privati della luce solare, di
un’alimentazione adeguata e di qualsiasi contatto con le famiglie o con il mondo esterno. Le informazioni si basano
sulle testimonianze di avvocati del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele (PCATI), che hanno visitato la
struttura e intervistato due prigionieri civili. Il rapporto evidenzia che molti detenuti non sono combattenti e che la
loro detenzione viene regolarmente prolungata tramite udienze video di pochi minuti, senza assistenza legale. I
tribunali israeliani giustificano queste estensioni con la formula: “fino alla fine della guerra”. (da infopal.it, 11
novembre 2025)

***
Primo via libera del parlamento israeliano alla pena di morte
Israele proclama l’apartheid, pena di morte obbligatoria ma solo per i palestinesi. Il provvedimento ha già incassato
l’ok della commissione per la sicurezza nazionale. Prevede che “un terrorista riconosciuto colpevole di omicidio
motivato dal razzismo o dall’odio sarà condannato alla pena di morte, in modo obbligatorio”. Ma non si applicherebbe a
israeliani che uccidano palestinesi. Esulta Ben Gvir, che dopo il voto ha distribuito… dolcetti. La prima – delle tre
letture – del provvedimento criminale, presentato da “Potere Ebraico”, l’estrema destra razzista e messianica dei coloni
guidata dallo stesso Ben Gvir ha ottenuto 36 sì e 15 no. Poco prima un ddl analogo, del partito di cosiddetta
opposizione Yisrael Beiteinu, ha preso 37 sì e 14 no, a conferma della sostanziale identità di vedute dei due terzi
della Knesset quando si tratta di reprimere il popolo palestinese, anche con la morte. (da osservatoriorepressione.info,
11 novembre 2025)
Palestine Action
I prigionieri per la Palestina iniziano lo sciopero della fame 2 novembre 2025.
I primi due prigionieri per la Palestina in sciopero della fame, Qesser Zuhrah e Amu Gib, hanno rifiutato il cibo.
Questo segna l'inizio del primo sciopero della fame a rotazione, che coinvolge un gruppo di prigionieri impegnati, in
una prigione britannica, da decenni. Il 2 novembre è il Balfour Day, l'anniversario della Dichiarazione Balfour, quando
con un tratto di penna Sir Arthur Balfour diede il via alla catastrofe che avrebbe colpito il popolo palestinese.
Prisoners for Palestine, che difende i prigionieri e i loro sostenitori, ha notificato al ministro dell'Interno
l'imminente sciopero della fame due settimane fa, il 20 ottobre. Da allora non c'è stata alcuna risposta da parte del
governo. Vista l'intransigenza dello Stato britannico, Qesser Zuhrah e Amu Gib si sono offerti volontari per essere i
primi prigionieri ad avviare lo sciopero della fame a rotazione. La ventenne Qesser è stata rinviata a giudizio il 19
novembre 2024. È accusata, insieme ad altre 23 persone, tra cui suo fratello minore Salaam, di essere stata coinvolta
nell'irruzione di Palestine Action nel centro di ricerca e sviluppo Elbit Systems a Filton, Bristol, il 6 agosto
2024[...] Gib è accusato, insieme ad altre quattro persone, di essersi introdotto con la forza nella base RAF di Brize
Norton, la più grande base aerea britannica, e di aver dismesso tre aerei militari. L'azione avrebbe causato danni per
un valore di 7 milioni di sterline. Qesser, entrata nella base militare di Bronzefield all'età di 19 anni, ha denunciato
maltrattamenti durante il suo soggiorno, tra cui restrizioni arbitrarie sui suoi libri, lettere e visite. È stata
aggredita dalle guardie, le è stata confiscata la kufiyeh e, di fatto, tutti i suoi hijab con motivo kufiyeh sono stati
confiscati. Da quando Palestine Action è stata messa al bando, Amu riferisce che il suo trattamento, e quello degli
altri prigionieri pro-Palestina a Bronzefield, è peggiorato, con le guardie che si riferiscono regolarmente a loro come
"terror
isti" e applicano ulteriori restrizioni. Amu denuncia anche maltrattamenti, tra cui la limitazione delle visite e delle
telefonate, l'isolamento regolare e l'allontanamento da un lavoro artigianale, per aver ricamato "liberate la Palestina"
su un cuscino. I prigionieri, di cui sono i primi, stanno lanciando uno sciopero della fame per protestare contro la
loro continua prigionia senza processo, i maltrattamenti subiti in prigione e a sostegno di una breve lista di
richieste, tra cui il diritto a un giusto processo e l'abbandono di tutte le accuse legate al terrorismo. La protesta
inizia appena due settimane prima dell'inizio del primo processo Filton 24, il 17 novembre. In una dichiarazione dal
carcere di Bronzefield, che annuncia l'inizio dello sciopero della fame, Qesser ha dichiarato: "Per 15 mesi, noi che
siamo imprigionati per la Palestina abbiamo messo alla prova questo "sistema giudiziario", e per 15 mesi abbiamo visto
Elbit Systems, l'entità sionista e il nostro governo abusare della giustizia e prolungare la nostra prigionia,
chiedendoci di abbandonare la nostra causa in cambio della nostra libertà. E così ora siamo costretti a confrontarci con
coloro che si rifiutano di guardarci negli occhi, con il fondamento stesso dell'umanità che negano di riconoscere in
noi: la nostra vita e il nostro diritto alla vita". Amu afferma inoltre: "Sono in sciopero della fame perché il mio
corpo è stato messo in custodia dallo Stato, ma ho ancora il dovere di lottare per la libertà dall'oppressione… Come
possiamo stare seduti in prigione, aspettando che il cappio si stringa intorno al nostro collo per opporci al genocidio?
Come potrei non agire, mentre bambini vengono assassinati nella più totale impunità da uno stato sionista genocida?
Distogliere lo sguardo dagli orrori non impedirà che accadano e dobbiamo affrontare la realtà. Dovremmo forse sorridere
e chiedere gentilmente le nostre condoglianze a un "sistema giudiziario" fondamentalmente corrotto dal sionismo?".
Francesca Nadin, portavoce di Prisoners for Palestine, ha dichiarato: "L'inutile incarcerazione di attivisti palestinesi
è chiaramente parte di una caccia alle streghe orchestrata dal governo britannico. Di fronte a questo abuso di potere
statale, i prigionieri non hanno altra scelta che reagire nell'unico modo possibile e battersi per la propria
libertà[...] Li sosterremo nel perseguire le loro richieste attraverso azioni di solidarietà in tutto il Paese,
galvanizzando la massiccia solidarietà pubblica nei loro confronti a causa della loro ingiusta incarcerazione".
"Palestine Action è stata messa al bando dal governo a luglio, in quanto presunta organizzazione terroristica, e da
allora il trattamento riservato agli attivisti in custodia cautelare in relazione alle azioni anti-genocidio è
ulteriormente peggiorato, con l'arresto di oltre 2000 manifestanti contrari al divieto[...] Attualmente, 33 prigionieri
sono detenuti in custodia cautelare nelle carceri britanniche per attivismo in favore della Palestina. Il 5 dicembre un
altro prigioniero si è unito allo sciopero mentre in tre sono all'ospedale con forte deterioramento fisico [...] Fuori
dalle carceri come durante le azioni avvenute ci sono state e ci sono manifestazioni di solidarietà e le azioni dirette
contro la Elbit Systems continuano. dalle carceri Italiane il compagno anarchico Luca Dolce si è unito allosciopero
della fame, terminato a fine novembre.
I prigionieri palestinesi liberati dalle prigioni sioniste dalla resistenza nello scambio Toufan al-Ahrar e che vivono
in esilio hanno espresso il loro sostegno agli scioperanti della fame che stanno combattendo la “battaglia degli stomaci
vuoti” all'interno delle prigioni britanniche, solidarietà giunta anche da Georges Ibrahim Abdallah. (da
prisoners4palestine@proton.me, November 3, 2025)

***
TESTO DI ADESIONE ALLO SCIOPERO DELLA FAME DEL REGNO UNITO
Ieri in data 04/11 ho ricevuto notizia dell’inizio di uno sciopero della fame indetto da decine di prigioniere e
prigionieri politici recluse nel Regno Unito per la loro lotta in solidarietà e liberazione della Palestina.
Nei mesi scorsi avevo letto dello sciopero della fame della compagna Teuta “T” Hoxha, ho avuto modo di seguire la sua
storia e quella dei compagni Casey Goonan e Malik Muhammad. Ho avuto tempo per riflettere se, come immaginavo, sarebbe
ricapitata un’occasione per aderire in tempo ad una lotta che sento mia in modo affine e profondo. La lotta contro il
carcere ed il sistema tecnoindustriale militare è imprescindibile per una lotta di più ampio respiro, di resistenza
rivoluzionaria ed internazionalista.
Aderisco allo sciopero della fame indetto, dalla data del 08/11, lo perseguirò facendo attenzione alla tattica e
modalità proposta dai compagni e compagne che l’hanno indetto. Lo perseguirò se andrà avanti ad oltranza ascoltando i
limiti del mio corpo, valutando in autonomia individuale l’interruzione e il proseguimento della protesta con altri
mezzi.
Mi prendo il giusto tempo per ulteriori riflessioni da far uscire nel proseguo della protesta. I motivi di questa lotta,
le azioni per cui ora questi compagni e compagne sono prigionieri parlano da sole. Mi affianco a loro in modo sereno e
deciso. Ad oggi non so se il compagno palestinese prigioniero nel carcere di Melfi Anan Yaeesh è ancora in sciopero
della fame. Indipendentemente da questo, la mia solidarietà a lui e ad Ali e Mansour è vivida e forte.
Concludo queste mie righe citando con umiltà e rispetto le parole della compagna curda Sakîne Cansiz: “D’altra parte,
fronteggiare da soli il nemico è anche qualcosa di speciale. La volontà rivoluzionaria si raccoglie in te. Puoi sentire
in te la convinzione, la determinazione, la pura voglia di combattere. È la parte più bella della lotta rivoluzionaria.
Niente ti distrae, e con la forza della tua personalità fai a pezzi il nemico. È qualcosa che ha a che fare con te, ma
anche la sua immagine riflessa in te. Nella tua difesa riconosce la sua impotenza.”
Luca Dolce detto Stecco, compagno anarchico Carcere di Sanremo 05/11/2025.
Massimo, compagno anarchico che si trova in semilibertà nella prigione di Trento, ha portato la sua solidarietà e
protesta rinunciando a una settimana di lavoro e quindi di uscite giornaliere.
Juan Sorroche dal carcere di Terni: "Ho deciso di aderire il 26/11/2025 anch’io con un gesto simbolico e di solidarietà
alle ragioni di questa protesta rinunciando alle mie ore d’aria (nel cortile) per una settimana nel carcere di TerniAS2,
dove mi trovo prigioniero, in solidarietà libertaria e internazionalista..."


Cisgiordania
Riportiamo, con un po’ di ritardo dovuto ai tempi di traduzione, una breve testimonianza e descrizione di quello che
sta/stava succedendo in Cisgiordania, all’8 ottobre 2025 (ad oggi la situazione potrebbe essere peggiorata e i numeri
presenti nel testo potrebbero risultare inesatti).

La superiorità “razziale” ebraico-israeliana e la persecuzione dei palestinesi in Cisgiordania durante la guerra di
genocidio e la pulizia etnica.
Dalle colline di Ramallah, la sera potevamo vedere le luci di Yafa, se il tempo era sereno potevamo vedere il mare.
Abbiamo sempre detto che un giorno saremmo riusciti a raggiungere il mare. Ma ad oggi, dopo due anni di guerra genocida,
non possiamo più stare sulle colline. I Coloni e i gruppi estremisti come i “giovani delle colline” e “la terra
promessa”, a volte indossando magliette con la scritta “la mia terra è ovunque posso occupare”, impediscono a chiunque
di raggiungere le colline, usando le armi che gli sono state distribuite dal Ministro della Sicurezza Nazionale, Ben-
Gvir. La possibilità di vedere il mare ci è stata negata. Negli ultimi due anni, Ben-Gvir ha distribuito 40 mila armi ai
coloni che vivono sulle colline della Cisgiordania. Ha distribuito centinaia di veicoli a quattro ruote motrici per
facilitare il loro accesso ai terreni montuosi, che sono stati confiscati dello Stato sionista, e ha finanziato
l’installazione di pannelli solari per ogni loro nuovo insediamento. I coloni occupano la terra, le fonti d’acqua e i
pozzi artesiani. Hanno rubato il bestiame e i trattori agricoli delle comunità beduine, distruggendo le loro case,
espellendoli dalle loro terre e fondando insediamenti al loro posto. I villaggi palestinesi sono stati attaccati da
coloni sotto la protezione dell’esercito dell’occupazione israeliano. Case, auto e campi sono stati bruciati e alberi
sono stati sradicati, come è successo a Turmus Ayya, al-Mughayyir, Khirbo Abu Falah, Huwara e Qaryut e a Kafar Malik, a
15 km da Ramallah, dove si trova il pozzo principale che fornisce il 40% dell’acqua necessaria alla città di Ramallah e
al-Bireh. Lì, i coloni hanno sequestrato la fonte d’acqua e l’hanno trasformata in una piscina e in un luogo dove lavare
il loro bestiame. Questi avvenimenti sono stati ripetuti in altri villaggi e province, in contemporanea alla pulizia
etnica e alle scene di genocidio e uccisioni trasmesse in diretta al mondo intero. Il campo profughi di Jenin, nella
Cisgiordania settentrionale, sta venendo silenziosamente sgomberato: oltre 100 famiglie hanno perso le loro case; le
infrastrutture fognarie, elettriche e idriche sono state distrutte così che tante persone hanno perso i loro mezzi di
sussistenza di base. La situazione non è diversa nei campi profughi di Nur Shams e di Tulkarem, nella provincia di
Tulkarem. I campi profughi sono stati divisi, le strade sono state distrutte e, nel nord, stiamo assistendo a un’ondata
di sfollamenti dai tre campi verso i centri delle due città. Con il sostegno legale e politico del governo
dell’occupazione sionista, le norme che regolano l’uso di armi da fuoco sono state modificate e ulteriore protezione è
garantita ai coloni che commettono omicidi contro i palestinesi. Ciò consente l’uso letale di proiettili (N.d.T. ossia
non più di gomma) contro i palestinesi, anche senza “giustificazione”. Ciò fornisce un chiaro riflesso nella profondità
del disprezzo dello Stato Occupante per le vite dei palestinesi e costituisce un elemento fondamentale della struttura
che consente a Israele di continuare a esercitare il suo controllo violento su milioni di palestinesi. Oltre 14 milioni
di persone vivono nelle terre tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, circa la metà delle quali sono israeliane e
l’altra metà palestinesi. La percezione prevalente – nella sfera pubblica e giudiziaria, politica, mediatica e dei
giornali – è che queste terre siano divise dalla Linea Verde: la prima metà si trova all’interno dei confini sovrani di
Israele, è democratica e stabile e ospita circa nove milioni di persone “tutti cittadini israeliani”; la seconda metà si
trova nei territori occupati da Israele nel 1967, il cui status definitivo dovrebbe essere determinato in futuri
negoziati tra le due parti. Circa cinque milioni di palestinesi vivono in queste aree sotto occupazione militare
temporanea. Tuttavia, questa definizione è diventata sempre più irrilevante nel corso degli anni. Ignora il fatto che
questa situ
azione persiste da oltre settant’anni, ossia praticamente dalla fondazione dello Stato di Israele, ma non tiene conto
delle centinaia di migliaia di coloni ebrei residenti in Cisgiordania, il cui numero è aumentato drasticamente in questi
due anni trascorsi dall’inizio della guerra di sterminio. Ma, cosa ancora più importante, questa distinzione ignora la
realtà di un unico principio del governo applicato in tutto il territorio che si estende tra il fiume Giordano e il
Mediterraneo: il rafforzamento e la perpetuazione della supremazia di un gruppo di persone – gli ebrei israeliani – su
un altro – i palestinesi. Tutto ciò porta alla conclusione che non si tratta di due sistemi paralleli che operano
casualmente secondo lo stesso principio, ma un sistema unico che governa l’intero territorio, controllando tutte le
persone che vi risiedono e operando secondo il principio del governo israeliano. Dall’inizio di questa guerra sono state
registrate 1.048 uccisioni in Cisgiordania, di cui 260 bambini.
Il sionismo non si è accontentato di questo. Il controllo coloniale, basato sull’isolamento e la sottomissione, ha
trasformato il territorio palestinese in un arcipelago di isole separate, come se fossero “cantoni” chiusi, separati da
cancelli di ferro, soggetti all’autorità assoluta dell’occupante. Migliaia di palestinesi sono stati e sono costretti
ogni giorno a percorrere strade alternative, spesso sterrate, casuali e rischiose che a volte non esistono neanche.
Queste chiusure delle strade ostacolano l’attività economica e l’accesso ai servizi sanitari e educativi, aumentano
l’isolamento delle aree rurali e trasformano il semplice spostamento in un viaggio di sofferenza sistematica. Alla luce
di questa realtà, le porte di ferro installate dallo stato Israeliano lungo le strade palestinesi, sono un chiaro
simbolo di punizione collettiva e parte di una politica più ampia, il cui obiettivo è: frammentare il tessuto sociale
palestinese, spezzarne l’autodeterminazione e radicare la realtà dell’apartheid sul territorio. Secondo un rapporto
pubblicato dalla Commissione per la Resistenza contro il muro dell’apartheid, nel settembre 2025, il numero totale di
posti di blocco militari e cancelli di ferro installati dall’esercito di occupazione in Cisgiordania ha raggiunto quota
910, di cui installati 83 dall’inizio del 2025. Mentre 247 cancelli di ferro sono stati installati dopo il 7 ottobre
2023. D’altra parte, in un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei
Territori Palestinesi Occupati del 20 marzo 2025, intitolato “Ultimo Aggiornamento Umanitario n. 274” | riguardo alla
Cisgiordania dichiara: “Attualmente, ci sono 849 ostacoli che controllano, limitano e monitorano il movimento dei
palestinesi in modo permanente e intermittente in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est e l’area di Al Khalil (Hebron)
controllata da Israele”. Un’indagine rapida condotta dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari
Uman
itari a gennaio e febbraio 2025 ha rilevato che nei tre mesi precedenti erano sono stati messi 36 nuovi ostacoli al
movimento, la maggior parte dei quali installati in seguito all’annuncio di un cessate il fuoco a Gaza a metà gennaio
2025, ostacolando ulteriormente l’accesso dei palestinesi ai servizi essenziali e ai luoghi di lavoro. Sono state
documentate ulteriori chiusure, che si ritiene siano state messe nel 2024. Vale la pena notare che fino ad oggi sono
stati installati in totale 29 nuovi varchi stradali in tutta la Cisgiordania. Sono stati costruiti sia nuovi varchi di
chiusura a sé stanti che varchi aggiuntivi nei posti di blocco già esistenti, portando il numero totale di varchi
stradali aperti o chiusi in Cisgiordania a 288, costituendo un terzo degli ostacoli al movimento. Di questi, circa il
60% (172 su 288) viene chiuso frequentemente. Oltre all’aumento del numero di ostacoli installati, l’aumento del
controllo sulla circolazione ha portato interruzioni della circolazione per lunghi periodi, chiusure delle strade
principali che collegano i centri abitati in Cisgiordania e un aumento del numero di varchi chiusi frequentemente. In
totale, gli ostacoli includono 94 checkpoint con militari 24 ore su 24, 7 giorni su 7; 153 posti di blocco (con militari
non sempre presenti) di cui 45 sono spesso chiusi, 205 cancelli stradali di cui 127 spesso chiusi, 101 posti di blocco
costruiti con muri di terra e fossati, 180 fatti con cumuli di sacchi terra e 116 ostacoli di altro tipo posti lungo la
strada. Questi dati non includono i check-point lungo la Linea Verde e altre modalità di restrizione, come la chiusura
del campo profughi di Jenin agli abitanti che vi facevano ritorno dopo lavoro e le segnalazioni di alcune aree come zone
militari chiuse – che non sono sempre caratterizzate da barriere fisiche.
Settantasette prigionieri palestinesi sono martiri a causa delle torture nelle carceri israeliane in Cisgiordania,
mentre sono stati registrati circa 20.000 arresti dall’inizio della guerra di sterminio due anni fa. I prigionieri sono
stati privati ​​del sonno e torturati nelle loro celle. Sono state negate loro le visite. I pasti sono stati limitati a un
singolo pasto al giorno a malapena sufficiente per sopravvivere. Sono stati privati ​​delle loro coperte e dei loro
vestiti in inverno. Malattie della pelle si sono diffuse tra i prigionieri a causa del divieto di lavarsi e di pulire la
loro cella. È stato inoltre negato loro qualsiasi tipo di assistenza medica durante la prigionia.
Lo Stato sionista però non si è fermato a queste vessazioni. Considerando che la maggior parte dei terreni agricoli si
trova nell’Area C, ai palestinesi è stato vietato raccogliere i frutti dei loro alberi e qualsiasi tipo di prodotto
delle loro terre. È stato negato l’accesso all’acqua. I campi coltivati ​​sono stati bruciati e, in alcuni casi, i coloni
hanno liberato le loro pecore e mucche per distruggere i raccolti. Le serre che un tempo si estendevano nelle pianure di
Tubas, Salfit e nella valle settentrionale del Giordano sono state demolite. Gli agricoltori sono stati fucilati,
arrestati e maltrattati.
E nonostante ciò Israele non si è accontentato, difatti ha anche impedito alla cassa del Tesoro dell’Autorità Nazionale
Palestinese di pagare i dipendenti pubblici, che non ricevono i loro stipendi da almeno nove mesi. Alla luce di tutto
ciò, i palestinesi non hanno smesso di riunirsi in gran numero per andare nei loro campi per proteggersi a vicenda. I
giovani dei villaggi vicini spesso partecipano alla difesa del villaggio preso di mira dai coloni dopo aver sentito la
chiamata dagli altoparlanti della moschea. I palestinesi si spostano tra villaggi, campi e città in gruppi per
proteggersi a vicenda dagli attacchi dei coloni. Hanno inventato vari meccanismi di comunicazione, inclusi i gruppi
Telegram che fornivano notizie di strada in tempo reale. La partecipazione ai gruppi Telegram è diventata, tuttavia,
motivo di percosse e accuse se viene scoperto dell’esercito. Tutta la comunità si mobilita per trovare cibo, alloggio e
vestiti. Nessuno proveniente dai campi demoliti nella Cisgiordania settentrionale rimane senza un pezzo di pane o senza
un riparo. Nonostante le ripetute incursioni dell’esercito, i palestinesi non hanno smesso di mandare i figli a scuola
ogni giorno, né hanno impedito loro di svolgere le loro attività quotidiane. Un esempio: il villaggio beduino di Al-
Araqib è stato demolito 200 volte e 200 volte ricostruito. Dei palestinesi rapiti dall’esercito che vengono rilasciati
lontano dai loro villaggi per essere torturati, nessuno si trova a dormire senza un riparo, per il senso di comunità e
solidarietà tra la gente palestinese. I giovani nei villaggi, nelle città e nei campi profughi non hanno altro che
pietre per affrontare la repressione dell’occupazione in Cisgiordania, che viene perpetrata con una forza letale. Nessun
scontro con l’occupazione avviene senza caduti e feriti. Il nostro obiettivo ora è rimanere nella nostra terra,
nonostante la corruzione politica delle autorità al potere in Cisgiordania, che a volte partecipa alla repressione delle
proteste, perchè nonostante il loro controllo sulle risorse governative, la loro preoccupazione principale è diventata
la salvaguardia dei loro interessi materiali, che sono legati all’esistenza dell’occupazione sionista stessa.

novembre 2025, tratto da IlRovescio


Un lavoretto da portare a termine. Sul 41-bis
All’inizio del mese di luglio (2025) il tribunale di sorveglianza di Roma ha rinnovato l’applicazione del regime
detentivo 41-bis a Marco Mezzasalma. Marco è stato arrestato nel 2003 ed in seguito condannato all’ergastolo per le
azioni dell’organizzazione di cui faceva parte: le Brigate Rosse per la costituzione del Partito Comunista Combattente.
Le più note azioni di questa organizzazione armata furono l’eliminazione di Massimo D’Antona, consulente del ministro
del lavoro Bassolino, e di Marco Biagi, consulente del ministro del welfare Roberto Maroni per l’elaborazione della
riforma del mercato del lavoro. Entrambi i giuslavoristi erano impegnati nella trasformazioni dei rapporti di
sfruttamento per renderli idonei all’affermazione del modello economico neoliberista.
Marco Mezzasalma, come altri due membri della sua organizzazione Nadia Lioce e Roberto Morandi, è soggetto al 41-bis da
oltre vent’anni, periodo in cui l’applicazione del regime speciale gli è stata costantemente rinnovata.
Il 41bis prevede la reclusione in istituti appositamente dedicati; l’isolamento; l’assenza di spazi comuni; limitazioni
all’accesso all’aria e la gestione delle sezioni unicamente da parte di corpi speciali della polizia penitenziaria
(GOM); la limitazione dei colloqui e l’utilizzo di vetri divisori; la censura della posta e forti limitazioni alla
possibilità di studio; la totale impossibilità di comunicare con l’esterno. Si tratta quindi di una forma di detenzione
finalizzata all’annientamento fisico, mentale e politico del detenuto.
Dalla data del 2 marzo 2023, in cui si verificò il conflitto a fuoco che portò alla morte del combattente Mario Galesi e
di un agente della PolFer, alla cattura di Nadia Lioce, ed al successivo arresto di altri membri del loro gruppo,
l’esistenza dell’organizzazione BR-PCC non si è più manifestata. Quindi è palesemente inesistente il presupposto legale
per cui viene applicato il 41-bis ai tre compagni, cioè recidere i contatti tra il detenuto e l’organizzazione
all’esterno, mentre è altrettanto evidente la sua non dichiarata funzione punitiva. L’accanimento con cui viene
prorogato il 41-bis sembra quindi essere l’esercizio della vendetta e dell’odio di classe della borghesia verso chi ne
ha messo in discussione il potere; ed essere inoltre un castigo esemplare attraverso cui si sottopone un corpo a
condizioni estreme per lanciare un monito a molti altri: che sappiano cosa li potrebbe aspettare se la loro rivolta
superasse determinati limiti.
Il 41-bis si manifesta come sospensione (delle regole previste dall’ordinamento penitenziario), si tratta quindi
dell’instaurazione dello stato di emergenza all’interno delle carceri, cioè di una misura di carattere eccezionale e
provvisorio prevista per gravi motivi di ordine pubblico e di sicurezza. Nei fatti, una volta introdotta, questa misura
di governo delle carceri è stata normalizzata e la sua applicazione progressivamente estesa: l’eccezione è divenuta la
regola.
Infatti il 41-bis, che riprende il percorso del carcere speciale (una storia sia europea che specificamente italiana
legata alla repressione dell’insorgenza rivoluzionaria degli anni 70), è stato inizialmente introdotto a tempo
determinato negli anni 80, ma successivamente la sua applicazione è stata costantemente prorogata ed infine è diventata
stabile nell’ordinamento penitenziario.
Inoltre il limite di tempo per il quale un detenuto può esservi sottoposto è stato prolungato da due a quattro anni. Ma
soprattutto, per quanto riguarda la durata, è importante rilevare che le istituzioni preposte ad amministrare questa
misura – la cui applicazione, dato il suo elevato livello di afflizione, era appunto prevista per periodi limitati –
hanno assunto nella maggior parte dei casi la decisione di rinnovarla costantemente, ed in sostanza automaticamente,
facendola diventare una pesante pena accessoria che, per molti detenuti, accompagna l’intera durata della reclusione.
Questa è una grave responsabilità politica di chi gestisce il 41-bis, cioè in primo luogo del Ministro della Giustizia
in carica e del tribunale di sorveglianza di Roma, ma evidentemente, risalendo l’ordine gerarchico, anche del presidente
del consiglio e del presidente della repubblica che avrebbero il potere di porre fine a questa situazione disumana.
Infine il 41-bis, originariamente utilizzato per contrastare “l’emergenza mafia”, dal 2002 è diventato uno strumento di
repressione politica, e vi possono essere sottoposti gli accusati di delitti commessi con finalità di terrorismo ed
eversione dell’ordine democratico.
Inoltre 41-bis si è esteso nello spazio, facendo dello Stato italiano un punto di riferimento per le politiche
repressive in campo internazionale. Infatti recentemente questo modello detentivo, sperimentato in Italia, è stato
proposto e preso in considerazione dalle amministrazioni dei sistemi carcerari cileno e francese. Il principale
argomento utilizzato per giustificare il carcere duro è la sua utilità nel contrastare la mafia, conseguenza della
diffusa quanto reazionaria ideologia antimafia.
Essere contro la mafia non vuol dire essere favorevoli al carcere duro, ad esempio gli anarchici sono contro la mafia,
perché qualsiasi mafia è un sistema fondato sulla gerarchia, sulla sopraffazione, sullo sfruttamento e quando lo scontro
tra le classi si accende si dimostra fedele alleata dei capitalisti e dello Stato, ma allo stesso tempo gli anarchici
sono per la distruzione del carcere. Basterebbe conoscere la storia degli anarchici di Africo in Calabria, della loro
lotta contro la ‘ndrangheta e di come lo Stato li abbia repressi per favorire l’insediamento delle Cosche, per fugare
qualsiasi dubbio in merito a questa irreversibile inimicizia, messa recentemente in discussione dalle vergognose
insinuazioni del sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro.
Non pretendiamo rappresentare l’opinione di tutti ma, limitandoci alle idee di chi scrive, riteniamo che l’esistenza
della mafia sia indissolubilmente connaturata all’ingiustizia insita nel sistema capitalista e che quindi solo tramite
la distruzione di questo sistema si potrà estinguerla. Il carcere duro invece non risolve nulla in questo senso, infatti
non solo la logica punitiva ed il carcere duro non hanno evidentemente sconfitto la mafia, ma l’antimafia ha creato
nuove concentrazioni di potere e rafforzato la parte più profonda e totalitaria dello Stato. Rigettiamo totalmente
quindi la logica punitiva insita nella concezioni giustizialiste, tanto di destra quanto di sinistra, che arrivano a
fare presa perfino in ambiti che si definiscono libertari. Questa visione, strettamente legata al pensiero dominante, si
concentra sulle responsabilità individuali di fenomeni ritenuti criminali o nocivi per la società, rifiutandosi di
indagarne le cause. Ragionando in questi termini i conflitti interni alla società vengono letti come un problema di
legalità e la soluzione è sempre la repressione. Invitiamo a ribaltare completamente questo paradigma ed a considerare
che si possono risolvere i problemi di una società solo analizzandone e comprendendone le cause originanti ed andando a
ad agire su di esse. La lotta di classe quindi è l’unica soluzione possibile per avere giustizia, per un vero
cambiamento della società, e anche per sconfiggere la mafia.
Il 41-bis va chiuso perché è tortura, è il carcere nella sua massima espressione, e la sua funzione antimafia non lo
giustifica. Inoltre il 41 bis va chiuso perché è uno strumento di guerra, pronto per per essere usato dallo Stato contro
chiunque osi metta in discussione l’ordine che domina la società in cui viviamo.
In un periodo di relativa pace sociale, lo Stato si è dotato di una serie di potenti strumenti repressivi, che vanno
dall’apice del 41-bis, fino arrivare al decreto sicurezza approvato quest’anno. Questi strumenti non sono scollegati tra
loro, ma andrebbero letti come un sistema complessivo che abbraccia l’intero spettro delle pratiche con cui si esprime
il conflitto sociale, mirando a impedirgli qualsiasi possibilità di espressione che non sia totalmente sterile o
recuperabile. Oggi che il pluridecennale periodo di dominio incontrastato del capitalismo occidentale è giunto al
termine e sul suo orizzonte si addensano pesanti nubi che portano tempesta, il rapporto tra conflitto sociale e
repressione è di stringente attualità.
Segnaliamo alcune importanti questioni, che comportano l’aumento della repressione, quali la fine del mondo unipolare e
la ridefinizione degli equilibri internazionali, quindi la guerra come questione fondamentale del presente e quindi la
necessità di mantenere un rigido controllo del fronte interno. Altra importante questione è la diminuzione costante
della richiesta di forza lavoro all’interno dell’occidente, dovuta ad una somma di cause tra cui l’introduzione di nuove
tecnologie, che porta all’esistenza di masse umane eccedenti rispetto alle esigenze del capitale, quindi alla necessità
per chi detiene il potere di gestirle: l’aumento di repressione e controllo è la soluzione che è stata adottata. Il 41-
bis è un carcere di guerra, è la punta di diamante di questo guerra di classe dall’alto verso il basso, uno strumento
che oggi è rivolto conto pochi combattenti ma che è a disposizione dello Stato qualora dovesse allargarsi il conflitto.
Lo sciopero della fame intrapreso dal compagno anarchico Alfredo Cospito per l’abolizione del 41-bis e dell’ergastolo
ostativo, ha avuto il grande merito di fare prendere coscienza a molti, anche al di fuori del movimento, della
inaccettabile esistenza del 41 bis.
Questa iniziativa è stata sostenuta da una campagna di solidarietà internazionale. In previsione della decisione su un
eventuale rinnovo del regime speciale di detenzione al compagno, che verrà presa dal ministro della giustizia Carlo
Nordio nei prossimi mesi, è giunta l’ora di riprendere la discussione e la mobilitazione in merito a questa lotta.
Un lavoro iniziato bene che dobbiamo ancora concludere…
Complici e solidali.
27 luglio 2025, da ilrovescio.info

***
Dichiarazione letta in aula da Dayvid
Arrestato ad Atene nel maggio 2022 per una condanna definitiva a 6 anni e mezzo per la giornata del 15 ottobre 2011
in piazza San Giovanni a Roma e attualmente detenuto nel carcere di Piacenza.
Dayvid ha letto la dichiarazione che segue nel processo che ha affrontato per il presidio al consolato
greco nel marzo 2021 in solidarietà con il compagno Koufudinas in sciopero della fame; Dayvid è stato
condannato a 4 mesi e mezzo per resistenza e lesioni.

Per questa mia dichiarazione dovrò prendere in prestito le parole di Dimitris Koufontinas, un compagno, militante del
gruppo 17 novembre che all'epoca dei fatti contestati era, all'età di 63 anni, da più di un mese in sciopero della fame.
Era la quinta volta che intraprendeva questa lotta contro la riforma carceraria del governo Mitsotakis.  Questo è uno
scritto di quei giorni: “la solidarietà è la condizione vitale che ci unisce nelle lotte. Ringrazio tutte le persone per
il loro sostegno, che non è stato il sostegno ad una persona, ma ad un momento di lotta contro un potere disumano.
Solidarietà e sostegno che hanno dimostrato che esistono forze sociali vive che resistono all'arbitrio, alla violenza e
all'autoritarismo. E questa è una nuova speranza. La famiglia al potere ha dimostrato quanto sia spietata nel suo non
rispettare neanche le sue stesse leggi e la costituzione, nell'amministrazione della giustizia. Questi vengano giudicati
dalle persone che scendono in piazza. Quello che sta succedendo là fuori è molto più importante di quello a cui è
iniziato di fronte alla potenza di queste lotte, dichiaro da parte mia che con il cuore con la mente ci sono anche io,
in mezzo a voi”.
Ecco la motivazione per cui io e altri solidali eravamo davanti al consolato greco. Era un'iniziativa internazionalista
in sostegno a Dimitris e contro il governo greco che prima con il suo nuovo pacchetto di leggi aveva previsto la
riclassificazione dei detenuti condannati per terrorismo presenti nelle carceri rurali, e il loro trasferimento
nell'ultimo carcere in cui erano ristretti. Tuttavia l'amministrazione penitenziaria manipolando i documenti lo aveva
trasferito invece che a Korìdalos, alla struttura di Domorus: un carcere “duro”.  Di fronte al trasferimento, Dimitris
ancora una volta aveva deciso di lottare mettendo in gioco il proprio corpo come ultima arma possibile. Come posso io
non rinnovare oggi come allora la mia solidarietà. Io che l'anno seguente ho avuto la fortuna di essere abbracciato, in
occasione del mio arresto dalla solidarietà dei compagni greci detenuti a Korìdalos, compagnia a cui va tutta la mia
riconoscenza e complicità. Come posso non trovare le somiglianze, le forze tra le mobilitazioni a sostegno di Dimitris e
la campagna di lotta che ha sostenuto il compagno Alfredo Cospito, anche lui costretto ad usare Il suo corpo come arma
contro l'infame tortura del 41 bis. Tortura che tu ancora sta subendo nel carcere di Bancali, così come le oltre 700
persone condannate a questo inumano regime. Regime contro cui continuerò, sia da libero che da prigioniero a lottare.
Riguardo questo processo mi tornano alla mente le parole di un teste dell'accusa in quest'aula: “con quelle persone è
impossibile avere una discussione civile.” Ebbene la vostra civiltà è basata sullo sfruttamento dell'uomo sulla natura e
sull'uomo stesso. Per mantenere ciò servono gli Stati con i loro tribunali e le loro gabbie, i loro giudici e le loro
guardie e tutto il marciume necessario garantire la pace mercantile. Questa civiltà necessita di uno stato di guerra
continua interna ed esterna. All'interno reprimendo i refrattari alle regole, reprimendo la solidarietà come si sta
cercando di fare in questo processo e quelli contro le azioni in sostegno di Alfredo. Sul fronte interno la guerra
necessita di prigionieri; non importa che la maggioranza siano gli esclusi dalla società stessa. Vivo quotidianamente le
sezioni piene di tossicodipendenti, immigrati, poveri ed emarginati dalla civiltà “colpevoli” di reati irrisori ben
lontani dalla spettacolarizzazione del criminale che quotidianamente spacciate.
Sul fronte esterno la vostra civiltà necessita di guerre continue come il genocidio attuato ai danni del popolo
palestinese e alle centinaia di altri conflitti, dimenticati o meno, in cui l'Italia se non è direttamente implicata con
i suoi militari ne è comunque complice coi suoi interessi. Ecco questo e molto altro è lo schifo che voi definite
civiltà ed ecco perché il tutore dell'ordine che in questa sala mi ha, di fatto, definito incivile mi ha fatto un
complimento in quanto io, non solo non voglio rispettare le regole imposte da questo tritacarne che voi definite
civiltà, ma vivo nel sogno di distruggerla, alla vostra repressione risponde la solidarietà, alle vostre guerre la
diserzione, alla vostra violenza la lotta. Non ho nulla di cui pentirmi. Ho sempre cercato di vivere nella continua
costruzione dell'utopia ed ho intenzione di continuare a farlo. L'unico rimpianto che possa avere è di non avere fatto
di più per rafforzare le lotte. Rimpianto che mi porta solo a raddoppiare il mio impegno. Sempre complici e solidali con
Alfredo, Dimitris e tutte le individualità in lotta contro lo stato e lo sfruttamento. Sempre per distruzione totale di
ogni gabbia sia essa fisica o mentale. Per l'anarchia. Dayvid

6 novembre 2025
Dayvid Ceccarelli, Strada delle Novate, 65 - 29100 Piacenza


Che cos'è una prigione di tipo pozzo?
Sosteniamo la lotta dei prigionieri politici anatolici in sciopero della fame per chiudere le celle-pozzo  
La classe dirigente turca, che ha sempre puntato sulla politica imperialista per reprimere la lotta delle masse
popolari, e in primo luogo la resistenza rivoluzionaria, ha preparato una nuova offensiva. La costruzione delle prigioni
di tipo S-R-Y è iniziata in Turchia alla fine del 2020. Nel 2021 sono state costruite 22 prigioni di tipo Y,
ufficialmente chiamate “prigioni di massima sicurezza”, e 7 prigioni di tipo S. In totale, in Turchia esistono 51
prigioni di questo nuovo tipo. I prigionieri le chiamano “prigioni a pozzo”. La struttura fisica delle prigioni di tipo
S non differisce molto da quella delle prigioni di tipo F (unità di detenzione isolata di alta sicurezza introdotte
dallo stato turco nella fine degli anni '90 e che avevano visto una grande mobilitazione e lotta da parte di centinaia
di prigionieri), ma offre un livello di isolamento e tortura psicologica più intenso. La differenza sta nella presenza
di telecamere all'interno delle celle, che sorvegliano e registrano i detenuti 24 ore su 24. Ogni conversazione, ogni
pasto, ogni attività è controllata. Senza alcuna base giuridica o giustificazione, ai detenuti viene imposto lo status
di “prigionieri pericolosi”. Le prigioni di tipo Y sono note come prigioni a più piani. Sono dotate di un muro molto
alto e di tre piani con corridoi. Ogni piano ha un certo numero di finestre. In ciascuna di esse ci sono quattro celle
(celle singole o triple). Ma il cortile della prigione non si trova davanti alle celle, quindi i detenuti non possono
accedervi quando vogliono. Devono recarsi in un luogo separato per accedere al cortile della prigione. Tuttavia, con
vari pretesti, come “la mancanza di personale”, ecc., non vengono condotti al cortile nelle ore abituali a cui hanno
diritto. Le finestre sono coperte da lamiere che impediscono alla luce del sole di entrare. All'interno delle celle c'è
quindi pochissima luce e aria. Queste prigioni sono chiamate “prigioni a pozzo” perché sono circondate da muri molto
alti dov
e i prigionieri vengono portati per prendere aria e dove è visibile solo una piccola parte del cielo. Tra queste mura è
assolutamente impossibile farsi sentire se si ha bisogno di qualcosa. In altre parole, si è lasciati in fondo a un
pozzo. Queste sono alcune caratteristiche di questo tipo di prigioni: Tipo S: Piccole celle che possono ospitare da 1 a
3 detenuti, con cortili in cemento. Sorveglianza 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che limita le interazioni sociali ai soli
compagni di detenzione. Tipo R: Blocchi di tipo ospedaliero con camere di isolamento. Accesso limitato alle cure
mediche: i detenuti sono spesso lasciati a se stessi. Tipo Y: Celle a forma di angolo, insonorizzate, di tipo “scatola
chiusa”. Massima frammentazione dei contatti tra i detenuti; chiamate “tombe del silenzio”. Caratteristiche generali:
Isolamento concepito per distruggere la vita collettiva e la solidarietà. Muri alti, insonorizzazione, visite
sorvegliate. Spazi comuni limitati o inesistenti; gravi effetti psicologici. Per opporsi a queste condizioni disumane a
cui sono sottoposti i prigionieri, per essere trasferiti in un'altra prigione che non sia di massima sicurezza e dove i
prigionieri possano stare tra i loro amici e vicini alle loro famiglie, per esigere la chiusura di queste prigioni
disumane di tipo S, R, Y, una dozzina di prigionieri rivoluzionari hanno intrapreso e persino ottenuto vittorie grazie a
scioperi della fame illimitati. Dal 2022 la resistenza continua nelle prigioni di tipo R, S e Y; famiglie e avvocati
documentano le condizioni; si intensificano le richieste di chiusura.
Il 10 novembre 2025 il prigioniero rivoluzionario Serkan Onur Yılmazun ha raggiunto un anno dall'inizio dello sciopero
della fame fino alla morte; insieme a lui altri due prigionieri Ayberk Demirdöğen e Fikret Akar hanno trasformato la
loro protesta in sciopero della fame illimitato ed ora sono in sciopero da più di 250 giorni. Per difendere la vita di
questi prigionieri e per chiedere la chiusura delle celle S,R e Y (tipo pozzo) a livello internazionale si stanno
tenendo numerose iniziative (momenti di informazione, manifestazioni etc.). Una forma per contribuire a rompere
l'isolamento che lo stato fascista turco vuole imporre ai prigionieri è quello della corrispondenza. Questi sono alcuni
degli indirizzi a cui è possibile mandare messaggi di sostegno e solidarietà e costruire un ponte anche tra chi è
rinchiuso nelle carceri in nazioni differenti ma subisce i medesimi trattamenti.
Informazioni tratte dall'opuscolo di solidarietà prodotto da "INTERNATIONAL SOLIDARITY FOR POLITICAL PRISONERS (IS4PP)".
Seguono una serie di nomi ed indirizzi:
Serkan Onur - indirizzo: Yilmaz Bolu F tipi hapishanesi, Bolu, Turkiye
Ayberk Demirdöğen - indirizzo: Kırıkkale F Tipi Kapalı Ceza İnfaz Kurumuna, Hacıbey Mah, 71480, Hacılar, Kırıkkale,
Turkiye
Fikret Akar - indirizzo: Karatepe yüksek güvenlikli hapishanesi A13, 59850 Çorlu/Tekirdağ, Turkiye


Lettera dal carcere di Napoli-Secondigliano
"Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti".
Michel Foucault nel suo celebre libro "Sorvegliare e Punire" ci parlava dell'autodisciplinamento del prigioniero, anche
in riferimento all'architettura carceraria. Tale sistema prende vita dalle teorizzazioni di Jeremy Bentham che nel suo
testo Panopticon, ossia, "tutto visibile" proponeva una costruzione circolare con un unico corpo centrale, dal quale un
solo agente poteva controllare tutte le celle senza essere osservato a sua volta.
La sensazione di essere osservato costantemente dall'occhio vigile dell'Istituzione innescava nel prigioniero il
riflesso inconscio dell'auto disciplinamento. Il prigioniero sviluppava nel tempo delle manie ossessive compulsive, come
la pulizia maniacale dei propri ambienti e della propria persona, la precisione nell’effettuare i rituali giornalieri
(colazione, orari delle preghiere, pasti ecc.) tali da auto irregimentarsi.
Sono passati oltre 200 anni da allora, eppure i Governi continuano a sperimentare ogni sorta di metodo coercitivo volto
a disciplinare, piegare, annichilire e sopprimere la volontà dell'individuo, incuranti di qualsivoglia convenzione
morale, che fa della tortura uno strumento aberrante e da rinnegare, almeno formalmente.
Dico e ribadisco "formalmente", almeno come sancito anche nella Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo, la quale
agli artt 1-5 ci parla di integrità fisica, diritto alla vita e divieto di tortura. A questo punto bisogna capire cosa
si intende per tortura.
Tortura fisica stile supplizi? Scosse date con morsetti collegati ad una batteria? Razioni di cibo ridotte al minimo?
Privazione del sonno? O per tortura va inteso anche tutta la sfilza di punizioni che, in maniera felpata e insidiosa
colpiscono la nostra psiche?
Prendere una persona, rinchiuderla in un buco a tre, quattro metri di profondità, privarla della luce naturale, privarla
della corrispondenza, della musica, della possibilità di ricevere libri, ridurre al minimo i contatti affettivi con il
mondo esterno può essere considerata una forma di tortura? Parcheggiare una macchina di servizio vicino la finestra di
una cella di detenzione con il lampeggiante acceso tutta la notte, tenere sveglio il prigioniero, privarlo del sonno,
può essere considerata una tortura? Bene, vi sveliamo un segreto, succede ancora oggi, proprio qui, proprio nelle nostre
carceri. Per chi non lo sapesse per alcuni regimi speciali, quali 41bis, il trattamento previsto dall'Ordinamento
penitenziario viene sospeso, ciò vuol dire che la persona è del tutto assoggettata e in balia del dispotismo dei suoi
aguzzini.
Cosa dire dell'ergastolo ostativo? La nostra Costituzione vieta e rifugge dalla pena di morte, principio cardine a cui
la società si dovrebbe ispirare ma sempre più spesso il giustizialismo e il populismo mediatico favoriscono il germinare
di controtendenze culturali. Queste controtendenze ben incanalano il malessere popolare sfociando in subculture
distruttive e disgreganti di quei principi stessi. In questo clima di odio strutturato ciò che spesso riecheggia e quel
desiderio impellente di vendetta, l'immarcescibile certezza della pena capitale spesso camuffata da giustizia attraverso
l'ergastolo. Chiedere allo Stato di gettare via le chiavi, come spesso si sente dire, significa chiedere una condanna a
vita, significa chiedere una condanna a morte; lenta e inesorabile. Inoltre significa anche dare per assodato che la
persona sottoposta a tale pena, per quanto giovane ella sia, non ha possibilità alcuna, divenendo etichettata e
marchiata come colui che non potrà mai cambiare per nessun motivo. Capisco e comprendo il senso di dolore che avviluppa
i famigliari delle vittime, e nei loro confronti nutro il massimo rispetto, ma penso anche che chiedere allo Stato di
sporcarsi le mani al posto nostro lasciando morire in carcere chi ha commesso reati di sangue, non solo ci mette sullo
stesso piano di un assassino ma non cambia ciò che è acclarato, ossia, che anche le nostre mani saranno sporche dello
stesso sangue. Finché permetteremo e tollereremo pene di morte mascherate da ergastoli saremo TUTTX complici.
Vorrei condividere con i nostri politicanti benpensanti, che hanno fondato la loro campagna elettorale sulla figura del
buon CRISTIANO, quale emblema del cittadino modello a cui ispirarsi, delle parole scritte oltre due secoli fa da un
grande letterato, Lev Tolstoj, che attraverso il suo alterego Nechljudov ci parlava così: Quando assiste alla funzione
religiosa in carcere Nechljudov si trova a riflettere sul fatto che: "a nessuno dei presenti [...] venne in mente che
quello stesso Gesù, il cui nome il sacerdote aveva ripetuto fischiando un tale infinito numero di volte [...] aveva
proibito appunto ciò che li si faceva; [...] e sopratutto aveva proibito non solo di giudicare gli uomini e di tenerli
reclusi, torturarli, disonorarli, giustiziarli, come si faceva lì, ma aveva proibito qualsiasi violenza sugli uomini,
dicendo che era venuto per dare ai prigionieri la libertà".
Conclude scrivendo: "[...] l'unica cosa ragionevole che si possa fare è cessare di fare quello che è non solo inutile,
ma dannoso, oltreché immorale e crudele"[1]. Claudio.

[1] Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone, Federica Resta "Abolire il Carcere" Chiarelettere editore,
Milano, 2022
Secondigliano, 20 settembre 2025

Claudio Cipriani, Via Roma verso Scampia, 350, 80100, Napoli (NA)
***
Libro Next stop Modena 2020
Viaggio tra le carceri di Claudio Cipriani
Questo libro costituisce una testimonianza di quanto accaduto l'8 marzo 2020 nel carcere Sant'Anna di Modena: la rivolta
e ciò che ne seguì in termini di repressione da parte dello Stato, che portò alla morte di nove persone detenute. Alle
quali in quei giorni se ne aggiungeranno, in diversi contesti, altre cinque, mentre saranno numerose quelle
sopravvissute a torture e soprusi. Questo racconto, dedicato alla memoria di quei quattordici morti, scritto durante la
detenzione e quindi mentre l'autore è ancora ostaggio dell'istituzione, porta l'attenzione su alcuni degli aspetti
fondanti del sistema carcere, in particolare all'interno di alcuni penitenziari, e sulla condizione di chi vi viene
rinchiuso. Riflessioni che l'autore vuole consegnare alle generazioni più giovani, in particolare a quelle che
quotidianamente "varcano il cancello" della galera. Infine, ci ricorda che anche in una delle cose che più fanno paura,
la violenza esercitata dall'istituzione, è possibile praticare forme di solidarietà in grado di rompere ogni isolamento.


Lettera dal carcere di Volterra (PI)
Ciao a tuttx carx compagnx, scusate l’estremo ritardo nel rispondervi ma ho avuto un po’ di problemi di salute, prima
con svenimenti e giramenti di testa e ultimamente con la polmonite che m’ha dato il colpo di grazia, sono un catorcio
ambulante, ma nonostante tutto sono ancora in piedi, per ora. Poi mi sembrava che la mia corrispondenza non vi
arrivasse, ma quando l’opuscolo di luglio mi è arrivato, con il libro che mi avete inviato, penso sia tutto apposto,
visto che avete pubblicato quello che vi avevo scritto. Non vi chiedo come va, che tanto il mondo-guerra procede a ritmo
incessante travolgendoci con la sua spietata disumanità verso sempre più elevati standard di indecenza ed etica
mortifera. Fortunatamente permane un minimo di resistenza e solidarietà, anche se purtroppo anche lì sempre più
strumentalizzate dalle “povere vittime” nazifasciste al governo (vedi la Meloni che pensa che la Flottilla sia un
diretto attacco al suo governo, poverina, lei che è già minacciata dalle “persone che ci sono” e che vanno sotto casa
sua a darle dell’assassina). Come capirete sono stanco di questo patetico teatrino, in cui sembra di veder rappresentato
ogni volta qualche tipo di parabola biblica con il “povero cristo” che si immola per il bene supremo. E pensare che
finora in realtà l’unica minaccia reale al “povero agnellino” sacrificale sono stati i suoi discepoli estremisti
neonazisti che volevano accopparla. Ahimè ora gira così un po’ ovunque, in special modo dove il capitalismo e gli affari
hanno preso il posto della farsa democratica che perlomeno dava una parvenza di civiltà e non si esponeva con discorsi
obbrobriosi e rivoltanti e senza alcuna vergogna come accade ora. Anche se poi sotto sotto sono sempre stati gli affari
a far girare il mondo. Pian piano è stato introiettato questo pensiero, in maniera sempre più diffusa grazie ai social
media, ed ora ci si adegua sempre più verso l’individualismo sperando in un proprio tornaconto. È uno stato di cose
disgustoso, ci ha tolto l’umanità della coesione e la voglia di riunirsi a lottare per il bene comune. La stessa
frammentazione che sperimentiamo qui in galera, insomma. Che poi se non c’è frammentazione, c’è la frustrazione di
vedere le proprie rivendicazioni, proteste, lotte, strumentalizzate, buttate in carcere o risolte a tarallucci e vino.
Come la proposta di pace coloniale di Trump e Netanyahu, dove a rimetterci come al solito è la popolazione palestinese e
chi ci guadagna sono i soliti colonialisti usurpatori. Francamente è difficile vedere qualcosa di positivo tra guerre e
propaganda guerrafondaia. Cos’altro dirvi, qui procede tutto come al solito con le solite idiosincrasie tipiche del
sistema imposto forzosamente e amministrato in maniera surreale dall’intellighenzia carceraria. Qualche giorno fa,
qualcuno pensando di fare cosa gradita (ed in effetti ce ne sarebbe bisogno) ha appeso dei fili di nylon (quelli per
tenere su i pomodori per intenderci) in uno stanzino per poter stendere i vestiti ad asciugare (dato che l’unico altro
posto per farlo è allagato, che non è d’inverno un granché a logica). Insomma, esito logicamente consequenziale,
perquisizione a tappeto, interrogatori a chi ha accesso al filo (quasi tutti, visto che lo si usa alla scuola agraria e
all’orto) e chiusura dell’attività nell’orto esterno. Tutto per un cazzo di filo di merda, che se uno volesse costruirsi
una garrota, non potrebbe benissimo usare il cavo di corrente della tv? I lacci delle scarpe? Insomma, di tutto, ma
quando c’è da rompere il cazzo, la nuova direzione di sto carcere non ha eguali. L’altro giorno invece, un altro
detenuto (con un fine pena irrisorio, meno di un anno) si è visto rigettare un permesso per motivi di sintesi. E cosa
c’era nella sintesi? Nessun riferimento a comportamento, attività svolta o altro, ma solo una filippica sul fatto che
non riuscirà a diplomarsi (il ragazzo è già diplomato, frequenta l’università e le superiori lo stesso, nonostante
tutto) e far guadagnare il carcere. Perché non allungargli di un po’ la pena per permettergli di sperimentare la gioia
di diplomarsi per l’ennesima volta e per di più in carcere? Non vi dico la gioia anche per me, che sto mese lavoro e
sono forzosamente a scuola da cui sto scrivendo, visto che non ho molto tempo). La mattina m’alzo alle 6, vado al
lavoro, torno alle 11 in cella, mangio di fretta e mi metto un po’ a leggere, alle 13 scendo a scuola, e tra casino e
tutto cerco di scrivere o studiare roba di mio interesse, fino alle 17:50, torno in cella, mangio, faccio un po’ di cose
mie, poi mi rimetto a leggere e studiare, fino a tardi se non crollo. Fra un po’ mi verrà un esaurimento nervoso o dovrò
iniziare ad usare anfetamine per fare tutto. Sono stufo e sono stanco, mi son ricordato ora che devo ancora telefonare,
quindi per ora la chiudo qua, così almeno stasera vi imbuco sta lettera e finisco un po’ con le corrispondenze che ho in
arretrato. Vi mando quindi un forte abbraccio sperando di risentirvi presto. Con affetto.

Casa di reclusione di Volterra, via Rampa di Castello n. 4, 56048, Volterra (Pisa)
Lettera da una residenza psichiatrica a media intensità
Ciao, ho ricevuto il piego di libri con il libro “Non è più il carcere di una volta” di Marco Nocente, l’ultimo
interessantissimo numero di OLGa e le informazioni sulle indagini svolte per portare all’arresto di “Stecco”. Grazie
dell’invio di tutto questo materiale e per aver ancora una volta pensato a me!!! Ho letto subito il materiale
sull’indagine, è impressionante la mole di lavoro che la polizia ha svolto per arrestarlo. Sarei curioso di sapere
quanto sono costate queste indagini. È impressionante l’accanimento con cui il potere persegue ogni forma di dissidenza.
La tolleranza del potere nei confronti della dissidenza, a fronte di un mondo che cade a pezzi, è davvero nulla o quasi.
Qualcosa, in tutto ciò, mi ricorda la rigidità dei nazisti e la crudeltà dei fascisti. È impressionante.
Ho iniziato a leggere l’ultimo numero di OLGa. Lo leggo la sera prima di addormentarmi. Molto interessanti sono le
dichiarazioni dei Giovani Palestinesi. Leggo anche il libro di Marco Nocente, sembra una operazione molto interessante
far studiare le lettere dei carcerati pervenute a OLGa da un sociologo che si batte per l’abolizione del carcere. Ci
metterò un po’ a leggerlo e vi farò sapere cosa ne penso mentre lo leggo. Ogni rivoluzione, diceva Gramsci, è preceduta
da dettagliati e approfonditi studi critici teorici (Treccani on-line). Ben venga dunque una dettagliata e approfondita
critica abolizionista del carcere!!! Chissà che non prepari l’avvento di tempi migliori. 
Io continuo a essere rinchiuso all’ergastolo bianco […] così la mia pena non ha una data di scadenza certa. È una
concessione: i magistrati e gli psichiatri possono concedermele, o meno. L’udienza per il rinnovo della “pericolosità
sociale” secondo l’assistente sociale del Ministero di giustizia che segue il caso, per conto dell’“Ufficio Misure
Penitenziarie”, afferma che mi sarà rinnovata “è la prassi”, dice. […] Ogni giorno tre volte al giorno scrivono su un
registro le osservazioni che fanno su di me. Ogni settimana ho un colloquio di gruppo con la psicologa del manicomio
dove sono internato: anche lei scrive le sue relazioni. Ogni 15 giorni vado dalla psicologa dell’Azienda Sanitaria
locale per una seduta di “terapia cognitivo-comportamentale”, una via di mezzo tra un controllo psicologico e un
lavaggio del cervello. Una volta al mese ho una visita di controllo della psichiatra dell’Azienda Sanitaria Locale, la
quale scrive la sua “cartella clinica”. Una volta ogni mese e mezzo vado a colloquio dall’assistente sociale del
Ministero, anche lei redige un suo registro. Una volta ogni sei mesi inviano una relazione al magistrato di
Sorveglianza, questa però non è fatta pervenire né a me né al mio avvocato difensore. Su di me scrivono un sacco di
parole in linguaggio tecnico e manicomiale. Nessuno però mi chiede nulla di quel che desidero, di quello che voglio, da
dove vengo e dove vado. Nessuno tra gli operatori psichiatrici pagati dallo stato per sorvegliarmi, in definitiva, mi
conosce o fa nulla per conoscermi. Sembra che abbiano tutti paura del contatto umano, del rapporto dialettico. Tutti
questi “psi” hanno in definitiva paura della complessità, la aborriscono in quanto non incasellabile nei loro “stupidi”
moduli digitali. A cosa serve poi osservare in modo così assurdo e pedante se poi la pericolosità sociale è rinnovabile
per “prassi” e per “consuetudine giuridica”? È burocrazia allo stato puro. Semplicemente nessuno vuole farsi carico di
togliermi la pericolosità sociale. Così continuo a rimanere privato della libertà a tempo indefinito. Mi hanno
condannato di fatto a un “fine pena mai”.
Ora saluto e buona prosecuzione delle attività. (22 agosto 2025)

***
DEFINISCI MALTRATTAMENTO
Sui fatti avvenuti nella struttura di cura per disabili Stella Maris nel 2016
“Definisci bambino”: abbiamo ancora nelle orecchie la sciagurata domanda pronunciata dal Presidente dell’associazione
Amici di Israele, rivolta durante un dibattito televisivo all’allibito interlocutore, per giustificare la strage di
minori nella Striscia di Gaza.
Queste parole, che producono sdegno e disgusto, possono essere paragonate a quelle pronunciate dall’avvocato Stefano Del
Corso, difensore della dottoressa Masoni, durante l’ultima udienza del processo Stella Maris. L’avvocato ha domandato
alla giudice e agli astanti di definire la parola “maltrattamenti” in riferimento a quanto accaduto tra le mura della
struttura di Montalto di Fauglia. E non era la prima volta! Altri avvocati nel corso del processo avevano provato a
sminuire e a derubricare gli efferati atti che sono stati ripresi dalle telecamere dei carabinieri nell’estate del 2016
nel refettorio della struttura. Secondo i legali degli imputati quei 284 episodi di botte, vessazioni, umiliazioni,
documentati dalle videocamere in quasi quattro mesi di riprese, non erano maltrattamenti ma un semplice eccesso di mezzi
di correzione. Eppure alcuni genitori quando sono stati chiamati dai carabinieri a vedere per la prima volta le immagini
dei propri figli malmenati, strattonati e offesi verbalmente, si sono sentiti male; quando i video sono stati presentati
al processo molti astanti sono usciti dall'aula; quando i giornalisti e i tecnici, che hanno prodotto il reportage della
Rai sui fatti della Stella Maris, hanno visto quelle immagini le hanno definite “violenze inaudite su soggetti indifesi
e quindi meritevoli di una cura ancora maggiore”. A tutti era parso evidente cosa vuol dire “maltrattamento”, non
appariva così complicato definire il termine. Erano bastate le immagini nella loro cruda evidenza, nella loro oggettiva
presentazione a spiegare che cosa è un maltrattamento. Ma per capire il senso di certe affermazioni che sembrano
offendere il buon senso, oltreché umiliare ancora una volta i ragazzi e i loro familiari, bisogna riferirsi al codice
penale e a quello che esso prescrive. È lì che si gioca la vera partita giudiziaria, è lì che il termine assume una
valenza valoriale. Il maltrattamento secondo il codice penale deve prevedere la presenza di atti abituali o sistematici
che cagionano sofferenze fisiche o morali: percosse, violenze fisiche o sevizie; minacce o ingiurie gravi;
“Comportamenti ripetuti che arrecano danno morale o psicologico”. Queste condotte devono avere come effetto la
sofferenza fisica o morale per la vittima anche senza la presenza di lesioni gravi. 
Il reato di maltrattamento ha dunque bisogno, per essere definito tale, della “abitualità”, deve cioè essere ripetuto
nel tempo, non configurarsi come un episodio isolato. Da ciò si capisce perché gli avvocati delle difese abbiano teso a
parlare di singoli episodi non sistematici, a fare riferimento a condotte isolate, cercando di dimostrare che i
maltrattamenti erano solo buffetti, al limite “eccesso di mezzi di correzione” o “ingiurie”: reati che se venissero
accolti come plausibili dalla giudice Messina sarebbero già prescritti da tempo. E tale accoglimento avrebbe dunque
l’effetto di ridurre in una bolla di sapone un processo andato avanti per anni con decine di persone implicate tra
imputati, parti civili, avvocati, consulenti. Ma la realtà è un’altra: come aveva scritto il Giudice dell’Udienza
Preliminare Giulio Cesare Cipolletta nella sentenza-ordinanza del 2019, dopo soli quattro giorni di riprese i video già
documentavano “atti di violenza fisica come schiaffi e strattoni oppure minacce ed ingiurie, poste in essere in maniera
del tutto gratuita e senza riferimento a pregresse condizioni dei pazienti”. Col passare del tempo quegli atti
reiteratamente compiuti, nell'indifferenza degli operatori che osservavano inerti la scena (a testimonianza di
un'abitualità fatta di violenze accettate e condivise,) hanno dimostrato, secondo la requisitoria finale del Pubblico
Ministero Pelosi, la presenza di un sistema fortemente radicato. Nella sua arringa finale il PM ha posto l’accento sulla
abitualità delle condotte maltrattanti, sull’atteggiamento indecoroso e poco professionale degli operatori Stella Maris,
sul clima di paura che dominava la struttura, sull’omertà che regnava in quelle stanze. Tutto ciò ha reso possibile il
fatto che la Stella Maris abbia potuto assumere l’aspetto di una struttura concentrazionaria (cosa peraltro ben
esplicitata anche dalla relazione del Perito del tribunale Alfredo Verde) dove la brutalità aveva preso il sopravvento,
dove le condotte violente erano sistematiche e non episodiche, reiterate anche di fronte a un pubblico inerte. Cosa è
accaduto, ci chiediamo, al di là del refettorio, l'unico luogo dove erano state posizionate le telecamere? Cosa poteva
succedere nei bagni, nelle camere, nei corridoi? Non è difficile immaginarlo. Il Pubblico Ministero aveva ben definito
come maltrattamenti quelle “condotte plurime rivolte a soggetti indifesi e appartenenti alla stessa comunità”, e in base
a tale convinzione aveva chiesto le relative pene fino a un massimo di cinque anni di reclusione. 
"Il più grande processo per maltrattamenti ai disabili in Italia" (come era stato definito dal documentario che la Rai
ha messo in onda due anni fa) che sta lentamente volgendo alla conclusione, è anche quello che ha portato alla luce la
pratica disumanizzante, degradante, brutale dell'"arrotolamento" degli ospiti ritenuti recalcitranti, oppositori,
ingestibili, all'interno di tappeti comperati per l'occasione all'Ikea. E della difesa pubblica di questa pratica da
parte di avvocati, testimoni e imputati, che l'hanno rivendicata addirittura come "strumento dolce", come una normale
routine da adottare per il bene dei "pazienti". Anche nel corso dell'ultima udienza c'è stato chi ha avuto la
spudoratezza di definire il tappeto contenitivo un "presidio di civiltà". Come Collettivo abbiamo denunciato e ribadito
in tutte le sedi che non ci sono ragioni che possano giustificare una violenza del genere. Che non si possono arrotolare
esseri umani in un tappeto. Che le pratiche manicomiali non dovrebbero mai trovare spazio. Che le persone non si legano,
mai.
La negazione e il ridimensionamento dei maltrattamenti (come purtroppo è accaduto anche nell’ultima udienza) e della
loro reiterazione e continuità di fatto, così come il tentativo di ridurre tutto a singoli episodi,
decontestualizzandoli e depotenziandoli, rappresentano l'ennesimo schiaffo intollerabile alle sacrosante aspettative di
giustizia delle vittime e delle loro famiglie.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo, 38 - 56100 Pisa 
antipsichiatriapisa@inventati.org www.artaudpisa.noblogs.org

Con sentenza emessa il 4 novembre 2025, sono state 10 le condanne, 5 le assoluzioni. Riconosciuti colpevoli delle
violenze sugli ospiti disabili, per vari e diversi singoli episodi, gli operatori, con pene che vanno dai 3 ai 4 anni.
Il Pm aveva richiesto la condanna a 5 anni di reclusione per le due dottoresse a capo delle due divisioni della
struttura, Irm e Rsd, ma non ha retto: le due professioniste sono state assolte, cosi come un altro dirigente
amministrativo (per cui lo stesso magistrato aveva comunque chiesto l'archiviazione) e due operatori.


lettera dal carcere di perugia
Riportiamo alcuni estratti da una lettera che ci è arrivata alcuni giorni fa dal carcere di Perugia. Vito, la persona
che ci scrive, da tempo denuncia il clima di intimidazione messo in atto in quel carcere dal personale di custodia, con
la copertura totale da parte dell'amministrazione, e l'estate scorsa è stato lui stesso aggredito dalla squadretta
punitiva (come descrive anche nel testo suo che riportiamo) che sembra dettare legge nella galera perugina.
Anche con l'obiettivo di ottenere il trasferimento ad altro istituto, Vito ha intrapreso uno sciopero della fame -
cucendosi, all'inizio, anche le labbra - e da tempo anche della sete, che sta mettendo a rischio la sua salute (infatti
ha già avuto significativi scompensi glicemici, come ci ha anche confermato uno dei suoi legali).
Non conosciamo Vito, non conosciamo la sua storia ma sappiamo che la sua accoglienza nei confronti di un compagno che
recentemente è stato recluso a Perugia è stata determinante per evitare provocazioni da parte del corpo di guardia nei
confronti del compagno stesso e siamo convinti che amplificare la sua protesta significa rompere il silenzio sulle
intimidazioni e violenze messe in atto nel carcere di Perugia. Dalla Cassa Antirepressione delle Alpi occidentali.

[...] Sono arrivato qui a Perugia il 23.11.2023 e ho fatto 3 mesi di osservazione, perché ero in punizione, in questa
sezione dove sono ora e poi mi hanno passato al reparto Penale... io ora sono al Circondariale dal 1.07.2025 e non hanno
la minima intenzione di riportarmi al Penale per ripicca, perché ho denunciato di essere stato picchiato.
Non potete immaginare cosa sto passando in queste 24 ore su 24 in cella, non posso partecipare alle attività e premetto
che quando ero al Penale ho partecipato a spettacoli teatrali sia all'interno sia all'esterno del carcere, lavoravo da
un anno all'ufficio spesa e in più facevo volontariato a pulire nei cortili l'immondizia che viene buttata dalle
finestre...
[...] Una mattina, mentre sto lavorando, mi ferma il Capo Reparto del Circondariale e mi dice "venga un attimo con me".
Mi porta in una stanza e comincia a chiedermi di droga e telefonini... ed io: "guardi che a me non interessano queste
cose perché il 4 ottobre avrò la camera di consiglio per andare in comunità". Mi fa: "Spogliati". E da lì il calvario di
quante botte ho preso. Poi mi fa "questa è tua, ce l'avevi nascosta nelle mutande". Era un involucro bianco, non sapevo
cosa fosse perché non era roba mia, l'ho aperta e dentro c'era una siringa... "bene, se lei dice che è mia, andiamo in
infermeria e mi sottopongo ad analisi perché quella non ce l'avevo io addosso e io non uso droghe"... e lui: "non mi
servono le tue analisi, qui comando io".
Per sua sfortuna, il venerdì successivo ho avuto un colloquio in videochiamata, e il mio interlocutore mi ha visto
distrutto, mi ha fotografato i lividi e ha subito mandato le foto al mio legale che immediatamente a sua volta le ha
girate via mail a tutti i Garanti dei detenuti e al sindaco di Perugia, e sapete chi ha risposto alla mail? Nessuno.
E mi sono ritrovato qui, in questa sezione di merda, chiuso al Circondariale. La settimana scorsa ho parlato con la
Direttrice e lei ha preso le parti delle guardie dicendomi che i lividi me li sarei procurati da solo... complice anche
lei.
Poco tempo fa si è presentato qui il Garante di Perugia e mi ha detto: "Ho letto la sua cartella, so che è un detenuto
modello: ora ci penso io ed in breve tempo sistemo tutto me l'ha detto perché mi ero cucito le labbra e avevo iniziato
lo sciopero della fame. Lui mi ha detto: "scuciti le labbra, smetti lo sciopero e ci penso io".
Bé, io non ho visto nessun cambiamento perché secondo me anche lui è colluso con il carcere. Che schifo. Questa volta
non mi faccio convincere, vado fino in fondo anche se dovessi andare in ospedale... che devo fare?...".

Vito Calabrese - Strada Pievaiola, 252 - 06132 Perugia


Como: AL BASSONE FA UN CALDO FOTTUTO
Oggi, 14 luglio, si svolge la terza udienza del processo a unx compagnx per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e
manifestazione non autorizzata. Le accuse risalgono al 9 febbraio, giorno in cui si è voluto fare un saluto al carcere
del Bassone a Como. Cogliamo l'occasione per riparlare di quella giornata e formulare alcune delle tesi che ci hanno
portatx ad essere lì.
Il saluto è stato breve ma rumoroso, comunicativo, un momento di rottura con la quiete apparente dell'oasi del Bassone,
dove è situato il carcere. Oasi naturale in cui si trovano boschi, prati e paludi e centinaia di specie animali diverse,
a formare un ecosistema particolarmente raro. Abitanti della zona portano i cani a spasso in questa località, così come
gruppi di amici e famiglie la domenica scelgono di allontanarsi un po' dalla frenesia della città per trovarvi un po' di
silenzio e camminare nella natura.
Si deve portare con sè una buona dose di indifferenza per non accorgersi della struttura detentiva che fa parte del
paesaggio, per non domandarsi mai, mentre si assaggia la libertà che la natura suggerisce, del perchè di quelle alte
mura e della solida recinzione di metallo che si riescono sempre a vedere con la coda dell'occhio. A chi gira la testa e
si ferma a guardare, che pensieri vengono in mente? Le centinaia di esseri umani recluse tra quelle mura sono
invisibili, già nascoste alla città per la posizione così strategicamente periferica, e nascoste così anche all'occhio
di chi ci passa a fianco. L'architettura carceraria trova la sua giustificazione in ragioni di sicurezza, ma cerca anche
in ogni modo di risultare indifferente alla società esterna. Allontanare il carcere dalla città, nasconderlo, apre la
strada al suo essere dimenticato. Ma ad essere dimenticate là dentro sono le persone stesse, qualunque sia il motivo
della loro prigionia. Non sono le loro vite ad essere importanti, ma fare in modo che non si generi mai il dubbio che
rinchiudere delle persone, privarle della possibilità di dare senso al tempo che passa, punirle, dimenticarle, possa non
essere la soluzione.
La necessità del carcere è data per scontata dalla grande maggioranza delle persone, sia che lo subiscano sia che se ne
avvalgano per i propri interessi. Una soluzione facile, immediata, che non chiede ragionamenti ulteriori, non chiede
sforzi ma solo una grande delega della violenza punitiva all'istituzione carceraria e a chi ci lavora dentro. Sebbene le
riforme carcerarie abbiano cercato di porre come obiettivo secondario alla punizione anche la rieducazione – affinchè il
carcere non potesse più essere definito e attaccato come un'insensata istituzione il cui fine era solamente la vendetta
dello stato sull'umanità deviante – queste sono intrinsecamente violente e punitive a loro volta, quasi a dire:
"non ti sei volutx adattare a come funziona la società ora? hai provato a trovare i tuoi mezzi per cavartela invece di
sottometterti, invece di accettare la dominazione, la disuguaglianza, l'assenza di libertà? impara a farti opprimere, è
l'unico modo in cui puoi condurre una vita al di fuori di queste mura."
Finchè non avranno imparato ad accettare che la società non può fare a meno di essere divisa tra dominanti e dominati, e
che questo secondo posto si deve occupare in silenzio e con rispetto, possono essere dimenticatx dal mondo. E al mondo,
alla gente, a noi, si vuol far credere che tutto questo non si possa cambiare, e che a meno che deleghiamo la
risoluzione dei problemi a qualcun altro non ci possa essere vita comune. Come vogliamo veramente che le comunità di cui
facciamo parte si costruiscano, quali obiettivi vorremmo avere per esse passa in ultimo piano. Siamo privatx degli
strumenti per cambiare le nostre vite, per gestire diversamente i problemi che si generano nei rapporti interpersonali,
per immaginare scambi economici che non prevedano lo sfruttamento di chi non ha il potere o la volontà di prevalere
sull'altrx. Il carcere e la società che ha bisogno della sua esistenza si riproducono a vicenda da più di due secoli.
Non da sempre quindi. E a dispetto di chi lo vuole far credere, non siamo nell'età dell'oro del progresso umano, e il
carcere oggi non si può considerare la soluzione più intelligente ed efficace che la civiltà umana potesse trovare per
risolvere i conflitti e mantenersi integra.
Esistono svariate modalità di riunirsi in società, ma qui si è scelta la società della disuguaglianza; bisogna smettere
di considerare questa tendenza come qualcosa di insito nell'essere umano e non come il frutto di secoli di
sopraffazioni. E non sarà di certo un pezzo di carta che sancisce i diritti umani e cerca di limitare i danni di questo
sistema ad assicurare equità tra le persone, ma la trasformazione radicale dei rapporti sociali e la distruzione delle
istituzioni di potere che costantemente la negano. Tra queste spicca per importanza il carcere, che, lo ripetiamo, non
potrebbe esistere senza una cornice all'interno di cui riprodursi e senza un sistema che ne generi costantemente il
bisogno. L'alleanza tra carcere e diritto penale, con cui ammettiamo che i nostri valori e le nostre comunità vengano
"tutelati", è uno strumento tecnocratico messo in campo per dividere, escludere, incapacitare e neutralizzare la massa
che il popolo forma. Una massa che ha finito per assoggettarsi al potere, che ha sacrificato la propria libertà e il
proprio pensiero critico in cambio di una pace e un benessere apparenti, concessi. Come non accorgersi che il carcere è
solamente lo specchio estremizzato della società esterna, l'apice delle regole che noi tuttx accettiamo ci vengano
imposte? Come non vedere che la prima di queste regole è l'accettazione di un mondo in cui domina lo sfruttamento di un
essere umano sull'altro?
Il lavoro salariato è una forma edulcorata di schiavitù e chiunque può fare qualsiasi cosa senta necessaria per sfuggire
a questo destino. Ma, se con mezzi più o meno semplici si tenta di scardinare le regole che mantengono la struttura
sociale così com'è, ecco che interviene la logica carceraria a mantenere la divisione tra dominanti e dominatx. Se non
si risulta utili al progresso di un mondo che amplia sempre di più il divario tra ricchi e poverx, non si contribuisce
alla ricerca di potere e ricchezza dei primi a scapito dex secondx, o non si accetta di adottare una mentalità
imprenditoriale e di sopraffazione entrando a far parte dei primi, ecco che si viene esclusx, allontanatx o direttamente
toltx di mezzo. Che cosa i governi neoliberali possano arrivare a fare lo stiamo vedendo in maniera eclatante con il
genocidio di israele contro i palestinesi, scomodi per le mire espansionistiche del capitalismo israeliano e globale,
come testimoniano il silenzio e l'immobilità dei governi, complici.
La capacità di affrontare i problemi in cui normalmente può incorrere una comunità è un punto di forza, ed ecco invece
che intervengono polizia, carcerieri, giudici, psichiatri, assistenti sociali, esperti di questo e di quell'altro
problema sociale per neutralizzare quella forza comunitaria che potrebbe far emergere nuove forme organizzative
sfuggenti al controllo statale. Se queste fossero lasciate esistere e fossero fondate sugli obiettivi di mutuo appoggio
e solidarietà, su un rifiuto delle gerarchie di potere e sulla democrazia diretta, le "masse" potrebbero accorgersi che
questo non è l'unico sistema possibile: sarebbe inaccettabile per gli stati e le aziende. Non c'è da stupirsi nel vedere
come e quanto anche la solidarietà stessa, in quanto punto di forza di una comunità e concreto attacco alle logiche di
dominio, venga criminalizzata.
Nel salutare le persone detenute, nell'abbattimento simbolico delle mura e delle sbarre per qualche minuto per chiedere
"come state?", per lanciare un messaggio di supporto, per ricevere qualche notizia, si prova a dar forma all'istinto di
solidarietà che ci è proprio. Non saranno report o inchieste spersonalizzanti ad avvicinarci alle voci e azioni di
resistenza che ogni giorno vengono messe in atto dalle persone dentro, che si trovano a dover sopravvivere senza libertà
alcuna. La struttura carceraria e la logica che le dà forma sono costruite appositamente per far sì che le voci da
dentro, qualsiasi cosa vogliano esprimere, non si sentano all'esterno. L'impossibilità comunicativa è palese. Attraverso
il saluto proviamo a metterci in ascolto e ci arriva tutta la rabbia, il dolore, l'impotenza di vite private del loro
senso e obbligate a sopravvivere in un ambiente deumanizzante. Del carcere del Bassone sappiamo che non può vantare
nemmeno condizioni materiali decenti per lx detenutx. Il cibo è di scarsa qualità, se non scaduto, e comprarlo con lo
spesino risulta molto costoso, per cui spesso sono i familiari a doversi occupare di portarlo allx detenutx. L'igiene
nelle celle e negli spazi comuni è pessima e facilita il diffondersi di malattie come la scabbia. "D'estate al Bassone
fa un caldo fottuto". Il clima è sempre più teso e invivibile anche a causa del sovraffollamento, che riduce di molto
l'accessibilità delle attività "rieducative". Di fronte alle criticità, nulla cambia. Che senso ha dunque aspettarsi che
sia l'istituzione carceraria stessa a far fronte a questi problemi se la vediamo preoccuparsi solo quando a subire gli
effetti del marciume di questo sistema è un agente della penitenziaria?
Il carcere fa parte della società in cui noi tuttx viviamo e gran parte di noi accetta la sua esistenza perchè sembra
assicurare una pace – che è però solamente illusoria. C'è però chi non crede che perchè una comunità rimanga integra ci
sia bisogno di un luogo dove rinchiudere menti e corpi ritenuti problematici, ignorando e silenziando i motivi per cui
quei problemi si generano. Per chi spera in un cambiamento di questo ordine sociale le risposte sembrano essere chiare:
censura, repressione, allontanamento. E' ovvio che quest'ordine e queste risposte esistano a protezione di qualcuno che
ha la forza per imporle: lo stato e i suoi interessi. E gli interessi dello stato non sono quelli delle comunità ma
quelli di un sistema economico fondato sulla prevaricazione.
Lunedì 14 luglio è a processo una persona che ha provato ad opporsi a tutto ciò tramite l'espressione della solidarietà.
Chi lx accusa ha dalla sua parte il monopolio della violenza e del potere e lo utilizza per spegnere sul nascere
qualsiasi forma di dissenso e divergenza. Fuori e dentro si rispecchiano, nel controllo e nella sorveglianza sulle
nostre azioni e sui nostri pensieri, sui nostri bisogni e i modi attraverso cui li esplicitiamo. Chi vi sfugge viene
zittitx. La solidarietà diventa reato. Una scritta su un muro per denunciare un genocidio in corso diventa teppismo. Un
saluto a un carcere è una minaccia; la comunicazione tra il dentro e il fuori fa vacillare questo sistema coercitivo di
dominazione e non può restare impunita. Crimini e reati vengono continuamente costruiti in base ai bisogni della classe
dominante, a sua volta costruita sull'illusione che il denaro governi questo mondo.
Per questo riteniamo necessaria la distruzione di ognuna di queste strutture, fino a che di una sola galera non rimarrà
una sola pietra. Per questo continueremo ad andare ad ascoltare le voci dex detenutx e a far sentire loro le nostre. Per
questo non smetteremo di cercare di rompere gli isolamenti a cui questo sistema ci sottopone. FUOCO ALLE GALERE

alcun3 anarchich3 di zona
14 luglio 2025, da sottobosko.noblogs


Lettere dal carcere di Milano-Opera
Ciao a tutti i lettori ed un grande grazie ai fondatori di questo opuscolo che dà la possibilità di esprimere i nostri
sentimenti ed esternare le nostre difficoltà. Io purtroppo mi trovo al repartino del San Paolo che per chi non lo sa è
una sezione penitenziaria all'interno dell'ospedale San Paolo di Milano zona Famagosta/Barona. Qui vengono ricoverati i
detenuti più o meno con patologie gravi, compresi quelli con associazioni e 41 bis. Io purtroppo sono qui per la terza
volta dal 22/09/2025 per un tumore maligno purtroppo in stato avanzato, quindi a breve dovrò fare l'intervento. Siamo
arrivati a questa urgenza anche perché la burocrazia italiana e soprattutto il carcere di Opera, per quanto riguarda la
sanità è a dir poco scadente. Infatti un detenuto prima di fare una richiesta di visita specialistica si perde dietro
vari rimbalzi di responsabilità, poi quando la patologia diventa più grave, pur di farsi curare, si è disposti a
prendersi un rapporto. Ma cosa dire quando c'è qualcuno che sta male durante le ore serali e la notte? Ci sono alcuni
secondini che addirittura spengono il citofono della chiamata notturna, il quale uso dovrebbe essere necessario per le
chiamate di urgenza e invece viene disattivato per non essere disturbati. Cosa dire riguardo alle varie discriminazioni
nei confronti di detenuti che non sono autonomi, a cui viene negato il piantone con il pretesto che c'è il CDT?
Mantengono persone per mesi senza le adeguate cure, uomini senza braccia, su sedia a rotelle, ultrasettantenni e tutti
danno la solita risposta: la competenza è della Sanità. La sanità, quando c'è e se c'è, fa mancare i farmaci. I farmaci,
seppure arrivano, prevedono un’attesa minimo di tre quattro settimane e in alcune occasioni se chiedi spiegazioni ti
senti rispondere: chi ti ha detto di andare a delinquere? Questo da persone graduate che dovrebbero essere di esempio.
Io per avere la cartella clinica ho fatto quattro cinque richieste, ma nemmeno la direttrice si è degnata di 
chiamarmi all'udienza. Ed ecco che il detenuto per attirare l'attenzione commette delle irregolarità, autolesionismo,
etc. Alcuni indegni disumani della polizia penitenziaria cacciano fuori il vero disumano che c'è nel proprio essere,
sono la feccia dell'umanità. Al CDT, cioè il centro clinico, ci sono sette otto decessi all'anno, ma per le altre
autorità di Opera sono tutte morti naturali, ma si sa che non è così. Qui le persone che non sono autosufficienti non
vengono pulite dei loro bisogni, le celle vengono spazzate alla buona due volte a settimana. Se non è questa la
disumanità, allora qualcuno mi dovrebbe spiegare cos'è che non capiamo. La Meloni e Nordio si dovrebbero vergognare a
far credere all'opinione pubblica che nelle carceri italiane vada tutto bene. No non va per niente tutto bene, c'è
bisogno di una vera informazione su quello che accade nelle carceri italiane. Sta a noi far sentire la nostra voce,
denunciando tutte le irregolarità, dalla più banale a quella  sanitaria, dalla richiesta di documenti burocratici ai
tanti altri abusi psicologici e fisici, fino alla mancanza di personale che dovrebbe occuparsi delle relazioni per le
alternative alle detenzioni. Io so che se ognuno di noi fa la sua piccola parte, qualcosa cambierà. Cari compagni un'ora
fa mi hanno comunicato che domani mattina farò l'intervento che durerà 8 ore. Non è un semplice ricovero. Dovrò poi
stare 10-15 giorni in terapia intensiva dove sarò intubato. Non vi nascondo che ho tanta paura, ma so che andrà tutto
bene e quando tutto questo sarà finito verrò a ringraziarvi tutti uno per uno. (9 ottobre 2025)

***
In questo periodo sono molto giù di morale, non che adesso mi sia passato, ma è da un mese a qualche giorno che ho fatto
l'intervento più grande della mia vita. Sembra che quasi tutto sia cambiato. Non so se i campanelli d'allarme da Opera
siano partiti in ritardo, ma io credo di sì. Ma adesso non andiamo avanti con i se, forze, e i ma, che non ci portano da
nessuna parte. Di certo Opera non è un carcere come vogliono far apparire nonostante dei cambiamenti. Il direttore Di
Gregorio è stato trasferito, c'è una nuova direttrice, ma non ho ben capito dove si trovi, e il comandante del primo
reparto non si sa dove sia finito, ma il primo reparto è sempre peggio. Parliamo del terzo e quarto piano, gli operatori
vengono una volta ogni luna piena, i dottori anche. Prima di essere ricoverato sapevo che il dottore del terzo piano
stava cambiando. Lo so che sono ripetitivo, ma basta con questa scusa che a Opera c'è il centro clinico. Ma allora
perché nelle sezioni comuni ci sono persone che hanno patologie che non riescono a pulirsi, a lavarsi, insomma non sono
autosufficienti? È che non vengono considerati. C'è chi si rassegna, ma chi non ci sta ti fa il casino. Queste sono le
giornate qui a Opera. Io nel frattempo sono qui all'ospedale San Paolo dalla mattina alla sera sul letto perché faccio
flebo e vengo nutrito tramite sondino che entra dal naso. Questo è il mio pranzo da un mese. Ma non importa se non avrò
più la mia voce, l'importante è che ne sia valsa la pena. Il mio intervento è durato otto ore. Hanno dovuto asportarmi
trachea, stoma, corde vocali e parte della spalla sinistra. In totale tra petto e collo 65 punti. Adesso sto iniziando a
capire cosa vuol dire avere un tumore indipendentemente da quale e dove ce l'hai. Beh regazzi in mezzo a tutta questa
catastrofe è anche arrivato il differimento pena, nonostante mi manchino ancora otto anni, ma devo stare ben saldo con i
piedi per terra facendo sentire sempre la nostra voce ed insieme al collettivo. Non può essere altrimenti. Ragazzi ci
tengo a precisare che è da un anno che facevo Opera/San Paolo. Ne ho viste e sentite di tutti i colori. Persone che a
Opera hanno sofferto due anni per farsi togliere un’infezione al tendine, persone che vengono ricoverate quando è
arrivato il peggio. Ti tengono al repartino quando vedono che non c'è quasi più niente da fare, ti dimettono con la
scarcerazione per malattia e ce ne sono diversi sia in centro clinico a Opera che in tutto il carcere, 41 bis compreso.

25 novembre 2025
Antonio Girardi, Via Camporgnago 40 - 20141 Milano-Opera

***
Vi voglio raccontare una nuova storia dalla cella 24, la mia cella ovviamente, sezione A Terzo piano, primo reparto. Io
sono in questa sezione da due anni e mezzo, praticamente è la sezione che si chiama “pre vela” ed è anche una sezione di
osservazione. In due anni e passa ho visto un sacco di detenuti andare al secondo reparto, è un reparto avanzato
diciamo. E purtroppo per i vari rapporti stupidi che fanno loro, sono ancora qui, Ma a me sinceramente non interessa
primo reparto o secondo reparto, sempre galera è, e non cambia niente, cambia solo che hai un tesserino che ti permette
di girare il carcere da solo, timbri l'uscita e poi timbri l'entrata, l'unica cosa buona è questa. Perché qui al primo
reparto dove sono io ti chiamano al microfono per andare dall'avvocato o magari a fare una visita al centro clinico,
Perciò devi scendere giù, questo alle 9:30 del mattino.  Aspettare l'assistente del centro clinico che venga a prenderti
vuol dire che sto mezz'ora come uno scemo davanti al cancello. Poi arriva l'assistente e magari è capace che siamo in
sei o sette persone. Praticamente alle 14:00 del pomeriggio torno, un'ora e c'è chiusura. Pensa come passo le giornate
io. Praticamente tre settimane fa ho incominciato a rifrequentare il centro diurno il mercoledì e il venerdì, dalle 9:00
alle 12:30. Salgo al centro diurno dove ci sono le educatrici e psicologa. facciamo due chiacchiere, ascoltiamo musica,
caffè, biscotti, di tutto e praticamente il mercoledì facciamo lavori con disegni, immagini, scritte, colori, c'è tutto
e magari quel giorno dobbiamo raccontare il nostro umore tramite colore, scritte, disegni, qualsiasi cosa. E’
divertente. Comunque un paio di giorni fa ho cambiato cella perché non ce la facevo più a stare con un sessantenne
bipolare/ borderline dichiarato, prende pure la pensione, Pensa in che situazione mi trovavo. 

4 dicembre 2025
Fabio Londero, via Camporgnago, 40 - 20141 Milano-Opera


Un segno dei tempi che vale la pena raccontare
Espulsione da Amburgo 14 novembre 2025
Seppure la notizia che segue possa apparire di lieve entità, ci sembra importante riportarla, poiché potrebbe essere un
sintomo non del tutto indifferente dell’aria che tira. Il 14 novembre alcuni compagni e alcune compagne (cinque per la
precisione) hanno preso un aereo dall’Italia per recarsi ad Amburgo, in Germania, dove si è svolta una tre giorni di
discussione antimilitarista. Arrivati all’aeroporto della suddetta città, si sono ritrovati circondati da una ventina di
poliziotti e poi condotti separatamente ad una stazione di polizia. Una volta lì, sono stati portati in diversi uffici e
sottoposti a particolari interrogatori. Le domande erano più o meno di questo tenore: “Sei a conoscenza del fatto che
durante questo fine-settimana ci sarà una manifestazione anarchica in questa città?”, “Fai parte di qualche gruppo
anarchico o di estrema sinistra?”, “Hai mai violato la legge in Germania?” etc. Finita la farsa, ed attestata la “non
collaborazione” dei compagni e delle compagne, questi ultimi sono stati tenuti in custodia per l’intera la notte
all’interno della stazione. Sono stati messi poi al corrente del fatto che non sarebbero stati i benvenuti nello Stato e
sarebbero stati espulsi (a quanto pare sulla base anche di indicazioni da parte del governo italiano). All’alba i
compagni sono stati scortati, sempre separatamente, nuovamente all’aeroporto, per poi essere portati fino all’interno di
un aereo con un biglietto già pronto verso l’Italia. Qui, sempre all’interno dell’aereo, sono stati prelevati dalla
polizia italiana e poi rilasciati (ironico il fatto che quest’ultima si chiedesse quale spiegazione avrebbe dovuto dare
alla Farnesina). Al di là del fatto che tale "operazione" (così definita dalla polizia tedesca) possa essere legalmente
valida o meno, il dato che ci sembra rilevante è che ai fermati non è stata data alcuna motivazione giuridica se non il
fatto di essere “una minaccia per lo Stato”. Un segno dei tempi?

***
Piccola cronaca di un respingimento forzato dalla Francia 
"Appena scesa dall’aereo, trovo tre agenti della Police nationale (la polizia francese) ad aspettarmi. Mi fermano e mi
comunicano che io non posso mettere piede in Francia, che loro non sanno esattamente perché, ma risulta una segnalazione
del Ministero degli Interni relativa alla pericolosità della mia persona[...] Mi dicono che devo risalire subito
sull’aereo e tornare a Milano: hanno l’ordine di rimpatriarmi e se mi rifiuto “sarà peggio per me”, che saranno
costretti ad arrestarmi e, plausibilmente, a trasferirmi in un CRA (Centro di Detenzione Amministrativa per migranti)
[...] Sull’aereo mi viene consegnato una sorta di verbale di rimpatrio in cui si specifica che non sono potuta entrare
in Francia in quanto costituirei “una grave minaccia per l’ordine pubblico francese” e di conseguenza pende su di me una
“misura di interdizione all’ingresso. Mi preme sottolineare la gravità dell’accaduto: se da una parte penso sia ormai
sotto gli occhi di tutti la deriva autoritaria e repressiva degli stati europei contro attivisti e militanti politici,
dall’altra registro un sempre crescente arbitrio delle polizie, che possono senza spiegazioni decidere di rimandarti a
casa solo perché “sgradita”, generando un sistema di controllo e sorveglianza basato non sui fatti, ma sulle opinioni e
le frequentazioni delle persone”. (Tratto da Radio Onda D'Urto 24 novembre 2025)


Resistere all'ICE a Chicago
Riflessioni sulle Proteste presso la Struttura ICE di Broadview
Da settembre 2025, gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti sono stati dispiegati a
Chicago, Illinois, per rapire immigrati e terrorizzare la popolazione. Il loro obiettivo immediato è catturare
abbastanza persone per raggiungere i numeri di deportazione stabiliti da Donald Trump; oltre a ciò, mirano a proiettare
forza, mostrando di poter seminare il caos con impunità. Si potrebbe sostenere che l'idea sia normalizzare l'uso di
forze federali contro la popolazione civile per erodere la nostra capacità di solidarietà collettiva, spianando la
strada all'autocrazia. In questo articolo ci concentriamo su una delle strategie che le persone hanno impiegato per
resistere loro.
Abbiamo visto emergere a Chicago almeno tre diverse strategie complementari in risposta agli attacchi dell'ICE. Alcuni
si sono riuniti presso la struttura di detenzione dell'ICE a Broadview, un sobborgo a dodici miglia a ovest del centro
di Chicago, tentando di bloccare la struttura. Altri hanno creato reti di risposta rapida per mobilitare le comunità in
tutta l'area di Chicago in risposta ad avvistamenti e retate dell'ICE. Altri ancora hanno istituito hub comunitari
presso i Home Depot e in altre location, condividendo informazioni con persone di gruppi demografici presi di mira e
cercando di costruire legami all'interno e tra le comunità, su basi più profonde di quelle possibili tramite semplici
chat di Signal.
Diversi compagni che hanno partecipato alle proteste in corso presso la struttura di Broadview [Centro di detenzione
federale dell’ICE] hanno composto le seguenti riflessioni a beneficio di coloro che stanno ora rispondendo agli assalti
dell'ICE nella Carolina del Nord e altrove.
Ad oggi, rimane difficile valutare il successo delle proteste di Broadview, delle reti di risposta rapida o delle
occupazioni ai Home Depot. L'ICE e l'United States Customs and Border Protection (CBP) sono riuscite ad arrestare e
deportare oltre 3000 persone, circa lo 0,5% delle quasi 500.000 persone senza documenti che vivono in Illinois. Misurato
rispetto ai loro obiettivi dichiarati, questo rappresenta un fallimento. Persone di un'ampia gamma di quartieri hanno
messo in atto una resistenza di principio, suonando fischietti, seguendo i veicoli ICE, segnalando ogni avvistamento di
elicotteri e veicoli sospetti, e facendo tutto il possibile per impedire agli agenti ICE di rapire i loro amici e
vicini. Tutta questa attività è stimolante. Qualsiasi cosa i nostri nemici possano dire, le persone in questa città
hanno corso enormi rischi per proteggere i loro vicini dall'arresto arbitrario per la semplice ragione che si
identificano con coloro che l'attuale amministrazione sta cercando di dipingere come estranei e pericolosi.
Tuttavia, una persona ogni 200 senza documenti è stata rapita e fatta sparire da un governo apertamente fascista, e
l'ICE intende rimanere a Chicago per continuare questa campagna di pulizia etnica. Secondo quanto riferito, l'ICE ha
acquistato un edificio molto più grande immediatamente adiacente alla struttura di Broadview e probabilmente impiegherà
più risorse per trasformare Chicago da "città santuario" in un terreno di caccia per chiunque sembri "una persona senza
documenti". Offriamo le seguenti riflessioni sulla nostra esperienza in attesa di una cronologia e un'analisi più
lunghe.

Il centro di trattamento di Broadview trattiene circa 150 prigionieri; funge da hub per l'attività dell'ICE in tutto il
Midwest. I centri di detenzione dell'ICE di capacità più elevata sono illegali in Illinois, rendendo questa location un
collo di bottiglia logistico nel trasporto dei prigionieri. Poiché le risorse federali per questo centro sono lievitate
per soddisfare il desiderio dei politici di estrema destra di violenza xenofoba, la sede di Broadview è diventata sempre
più importante come elemento critico dell'infrastruttura.
Quando l'attività di protesta a Broadview è iniziata, piccoli gruppi inizialmente tendevano ad atti di auto-sacrificio,
anche spettacolari, sedendosi di fronte ai furgoni dell'ICE in uscita dal centro di trattamento, per poi essere
trascinati via dal Dipartimento di Polizia di Broadview. Man mano che i resoconti e i filmati di ogni azione si
diffondevano e la fiducia nell'efficacia della resistenza nonviolenta diminuiva, le mobilitazioni cambiarono forma:
l'obiettivo primario dell'azione si spostò dal sacrificio alla resistenza. L'ICE iniziò a brutalizzare e detenere i
manifestanti a proprio piacimento, e i tentativi di bloccare i furgoni fallirono; in risposta, le folle del primo
mattino sostituirono le mascherine N-95 con indumenti da black bloc e optarono per seguire gli agenti invece di
semplicemente sedersi.
Poiché l'ICE può scegliere il momento e il luogo dei propri attacchi, saremo quasi sempre un passo indietro se ci
concentriamo solo sul reagire a loro, non importa quanto dense siano le nostre reti. Una soluzione a questo problema
sarebbe identificare tattiche che possiamo mettere in atto in modo proattivo dopo che l'ICE ha colpito,
indipendentemente dal fatto che le reti di risposta rapida reagiscano in tempo. Ciò richiederebbe di identificare
bersagli secondari fissi, o almeno, di riunirsi dopo il fatto nel luogo dei rapimenti, usando il modello dimostrato dal
movimento contro la violenza della polizia razzista. Un0’altra opzione è identificare luoghi strategici da cui l'ICE
dipende continuamente ed esercitare pressione lì.
La nostra scommessa era che, agendo al punto di produzione, le strutture di detenzione e gli hotel da cui dipendono gli
agenti ICE, potessimo massimizzare l'efficacia dei nostri numeri. Quando gli agenti ICE incontrano resistenza per le
strade, possono semplicemente andare altrove, e spesso lo fanno. Ma le loro strutture di detenzione rappresentano ciò
che i dirigenti aziendali chiamano "attività fisse", investimenti che non possono essere facilmente trasferiti, quindi
ostruirli può creare un collo di bottiglia. Anche se non abbiamo dati precisi, gli osservatori hanno riferito che le
proteste a Broadview hanno effettivamente diminuito l'attività dell'ICE nei quartieri. Più i federali hanno da
affrontare nella loro base, meno possono fare in giro per la città.
La struttura di Broadview dista circa 45 minuti in auto dal centro di Chicago; ci vuole più di un'ora per raggiungerla
in treno. Ciò significa che la prima sfida da risolvere è logistica: come si fa a portare le persone fuori dalla città e
alla struttura? Questo rimane un ostacolo enorme ancora oggi.
Tra ICE e Democratici. I nostri primi scontri con l'ICE sono stati terrificanti. Non si comportano come le normali forze
dell'ordine, ma come soldati. Indossano complete uniformi da combattimento, non hanno problemi a lanciare gas
lacrimogeni e proiettili di pepe contro chiunque li sfidi, non fanno praticamente distinzione tra manifestanti
"violenti" e "nonviolenti" e generalmente non modulano la loro aggressività in base alle circostanze. Eppure, come
divenne chiaro in seguito, il loro controllo delle strade era fragile, almeno fino a quando i politici democratici non
li hanno rinforzati con la polizia statale e locale. Per quanto possiamo capire, non ci sono mai stati più di 300 agenti
ICE in Illinois, se fossero stati costretti a difendere la struttura di Broadview da soli, senza assistenza, avrebbero
probabilmente agito in modo tale da intensificare la rabbia locale, potenzialmente portando a un'esplosione di
resistenza del tipo che abbiamo visto nel 2020.
Ci fu una finestra di opportunità all'inizio delle operazioni dell'ICE a Chicago, quando non erano ancora ben orientati
nel terreno fisico e politico, prima che la polizia locale e statale li rafforzasse. Se avessimo agito in modo più
audace e ambizioso presso la struttura di Broadview in quel periodo, avremmo potuto innescare una situazione molto più
interessante.
Dopo una manifestazione particolarmente turbolenta il 26 settembre, divenne chiaro che l'ICE non poteva mantenere il
perimetro attorno alla struttura di Broadview senza lanciare costantemente gas lacrimogeni sui manifestanti, una tattica
che infastidiva i vicini e i membri della comunità locale e generalmente creava l'impressione che i politici locali
avessero perso il controllo del loro territorio. In risposta, il governatore dell'Illinois Jay Robert "JB" Pritzker e il
sindaco di Broadview Katrina Thompson inviarono la polizia statale e locale per proteggere l'area.
Poniamo così tanta enfasi in questa analisi sui Democratici e sulla Polizia di Stato dell'Illinois perché il loro arrivo
a Broadview era chiaramente inteso a contrastare il pericolo rappresentato dall'intelligenza in evoluzione delle folle. 
La Polizia di Stato dell'Illinois in particolare ha svolto un ruolo brutale nella repressione delle proteste attorno
alla struttura ICE di Broadview, picchiando e ferendo gravemente un numero di manifestanti del tutto non violenti e
diversi membri del clero con regolarità per settimane. Il giorno prima che Pritzker si alzasse di fronte a 300.000
dimostranti di No Kings per tuonare contro la brutalità e l'illegittimità della presenza dell'ICE a Chicago, la sua
polizia di stato picchiò e arrestò 11 persone per difendere la struttura di Broadview; gli attacchi della polizia alla
struttura ripresero poche ore dopo il suo discorso. È essenziale non lasciare che i Democratici se la cavino con
posizioni così contraddittorie, per forzarli a mostrare le loro carte ovunque la loro retorica diverga dalla realtà.
Come possono i gruppi autonomi esercitare una leva sulla politica del Partito Democratico senza legittimare o rafforzare
il Partito Democratico stesso? Come possiamo sfruttare le linee di faglia tra Democratici e Repubblicani, che minacciano
in qualsiasi momento di dare origine a una crisi di governance più ampia, per dividere la classe politica e indebolire
la loro capacità di coordinare la repressione? Una strategia potrebbe essere costruire relazioni con organizzazioni
della sinistra istituzionale, come sindacati o altri gruppi di advocacy che hanno già sviluppato le risorse, le
relazioni e le infrastrutture necessarie per fare pressione sui politici democratici.
Come risultato degli sforzi dei Repubblicani per invertire la "lunga marcia attraverso le istituzioni", molte delle ONG
e istituzioni di sinistra da cui il Partito Democratico dipende sono in crisi. Mentre il Dipartimento di Giustizia di
Trump attacca la loro capacità di raccogliere fondi legalmente, i volontari più giovani e i radicali che cercano di
reclutare o impiegare si stanno rivolgendo a ambienti e tattiche più autonomi. Molte persone all'interno di queste
istituzioni ne sono consapevoli e hanno iniziato a cercare input o a costruire relazioni con movimenti sociali autonomi,
specialmente dopo aver assistito al coraggio e al successo degli sforzi militanti durante la rivolta di George Floyd e
il movimento Stop Cop City. Questo potrebbe presentare un'apertura cruciale per gli anarchici per lavorare con i membri
di base di questi gruppi, almeno per ora, allontanandoli dal sostenere politici come Pritzker verso sforzi più autonomi
come l'azione diretta che affronta l'ICE.
Costruire Legami. Le due forze organizzative preesistenti che hanno avuto il maggiore impatto nelle proteste di
Broadview sono state, in primo luogo, le reti dei gruppi autonomi, poiché praticamente tutti sono ricaduti sulle
strutture orizzontali e senza leader diventate popolari attraverso le lotte tra il 2010 e il 2020, e, in secondo luogo,
il clero. Il noto filmato del Pastore David Black colpito in faccia dopo aver pregato di fronte alla struttura ICE è
diventato virale e ha portato a diverse interviste sui media corporativi. Dimostrazioni guidate dal clero e altre
proteste si sono svolte con costanza presso la struttura di Broadview ogni venerdì mattina.
Storicamente parlando, è stato difficile per queste due tendenze lavorare insieme, poiché le loro sensibilità tattiche e
le strategie per resistere alla repressione differiscono considerevolmente. I gruppi autonomi generalmente operano con
opacità e mantengono la loro capacità di intervento evitando di essere individuati, mentre il clero richiede
riconoscimento. Quando l'ICE ha sparato al Pastore Black in testa con proiettili non letali, questo ha creato una
potenziale apertura per l'attività dei gruppi autonomi, a condizione che si rivolgessero al di là di queste differenze
tattiche e politiche per stabilire relazioni reali di fiducia e familiarità. Questo non è sempre facile, ma è spesso
necessario.
Abbiamo intravisto come potrebbe essere realizzare questo potenziale il 1° novembre, quando una dimostrazione giocosa è
riuscita a prendere le strade e avanzare verso le linee di polizia usando striscioni rinforzati. Sebbene la polizia
abbia rapidamente sequestrato gli striscioni, la tattica è stata efficace: ha causato molte meno ferite rispetto agli
sforzi precedenti e solo un arresto, e la polizia ha dovuto chiamare parecchi rinforzi per proteggere la loro posizione.
Questa è stata la prima volta che molti dei manifestanti hanno mai usato uno striscione rinforzato. Ha convinto il clero
ad addestrarsi due settimane dopo su come resistere a una linea di polizia, cosa che era inimmaginabile solo un mese
prima.
Altre Vie da Seguire. Per affrontare le sfide poste dalla distanza della struttura di Broadview dal centro di Chicago,
avremmo potuto intraprendere uno sforzo più concertato per mobilitare le reti di risposta rapida per organizzare
navette. Anche costruire immediatamente relazioni più strette con i sindacati e altri gruppi della sinistra
istituzionalizzata avrebbe potuto aiutare.
Sebbene praticamente tutti i manifestanti a Broadview fossero anche attivi in varie reti di risposta rapida, queste
relazioni sono comunque sembrate sottosviluppate negli ultimi mesi. È importante costruire relazioni attraverso lo
spazio tanto quanto attraverso le differenze politiche. Idealmente, i partecipanti alle reti di risposta rapida e alle
varie proteste e occupazioni delle strutture dovrebbero comprendersi reciprocamente come partecipanti a un unico sforzo
più ampio e strategico di conseguenza. Se l'avessimo fatto, avremmo forse dimostrato di essere più efficaci su tutti i
fronti.
Secondo quanto riferito, l'ICE sta già passando dalla Carolina del Nord a New Orleans e altri obiettivi. Ciò ribadisce
che quando ci impegniamo in attività frenetiche in risposta a una crisi, non dovremmo dimenticare che la cosa più
importante è costruire connessioni a lungo termine e uno slancio che rimarrà dopo che l'urgenza del momento sarà
passata. Se ogni volta che l'ICE colpisce, lascia ogni comunità più mobilitata, interconnessa e radicalizzata di prima,
possiamo usare i loro stessi sforzi per diventare alla fine capaci di sconfiggerli.

20 Novembre 2025, liberamente tratto da it.crimethinc.com