indice n.164
COMUNICATO CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA
Libano. Israele si prepara a occupare il paese
LETTERA Dal carcere di terni
Lettera dal carcere di Massama (OR)
Le reti di risposta rapida di Minneapolis
Notizie dai Centri di internamento per immigrati
lettere dal carcere di napoli-Secondigliano
da una lettera dal carcere di milano-opera
Contributo dal carcere di roma-rebibbia
Più forti della morte
Lettera dal carcere di uta (ca)
Lettere dal carcere di Volterra
Una voce da Regina Coeli
ATTENTATO AL DIRITTO DI SCIOPERO
COMUNICATO CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA
Da oggi, ogni parola su democrazia, libertà o diritti umani pronunciata dagli Stati Uniti o dall’Europa è solo il
rantolo di un Impero morente che cerca di nascondere il proprio volto di carnefice.
L’attacco congiunto statunitense e “israeliano” sferrato all’alba del 28 febbraio 2026 contro l’Iran è l’innesco di una
guerra totale nella regione, un messaggio di ferro e fuoco all’intera umanità. Mentre da settimane a Ginevra si tenevano
negoziati tra Teheran e Washington, e proprio mentre l’Iran cercava un possibile, seppur fragile, percorso diplomatico,
gli Stati Uniti insieme al loro braccio armato e figlio prediletto – “Israele” – e ai loro alleati decadenti in Europa,
hanno scelto la via della distruzione.
Hanno sputato in faccia all’opinione pubblica mondiale, e la macchina della propaganda in Italia e in tutto l’Occidente
è già partita a mille, tentando di vendere questa becera aggressione come un fantomatico “attacco preventivo”. Con
questa mossa, dichiarano di essere, ancora una volta, i padroni del mondo, rivendicando apertamente il diritto di
esercitare ogni forma di violenza per mantenere il proprio dominio globale.
A rendere ancora più esplicite le mire di questa aggressione sono le parole pronunciate pochi giorni fa dallo stesso
ambasciatore statunitense in “Israele”, Michael Huckabee, che in un’intervista ha dichiarato senza mezzi termini che
l’entità sionista avrebbe un “diritto biblico” a controllare le terre che si estendono dal Nilo all’Eufrate, aggiungendo
che “sarebbe giusto se prendessero tutto”. Dichiarazioni che sono conferma di un progetto chiaro: la creazione del
cosiddetto “Grande Israele”, l’egemonizzazione dell’intera regione attraverso la distruzione di ogni popolo o Stato che
si opponga a questo disegno.
Il sistema di sicurezza fondato sull’egemonia statunitense è ormai crollato, e la guerra si estende oltre i confini
dell’Iran colpendo le basi USA nella regione. Non si tratta di attacchi contro i popoli arabi, ma della risposta alle
infrastrutture militari da cui partono le aggressioni. I governi che hanno ospitato queste basi si ritrovano ora esposti
a un conflitto che hanno contribuito ad alimentare: nessun paese che sostiene la presenza militare statunitense è al
sicuro, e l’architettura di potere costruita da Washington nella regione mostra tutta la sua fragilità.
Le immagini della distruzione che giungono da tutta la regione – mentre le basi USA in Arabia Saudita, Bahrein, Qatar,
Emirati, Giordania, Iraq e Kuwait vengono colpite una dopo l’altra – indicano chiaramente che l’Impero ha varcato una
linea rossa; la guerra tornerà all’interno dei suoi confini, i mali inflitti torneranno a colpire chi li ha causati. Per
questo chi lotta all'interno dell'Impero ha oggi una responsabilità storica. I movimenti, le realtà antagoniste, ogni
forza realmente oppositiva, devono organizzarsi per fare fronte comune contro i criminali che ci governano: da “Israele”
agli Stati Uniti, passando per l’Italia. E qui è necessario registrare ciò che sta accadendo in queste ore a Roma, dove
le dichiarazioni dei ministri rivelano un'ipocrisia senza precedenti e una complicità vergognosa con l’aggressione in
corso.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha dichiarato: “L’idea è quella di costringere l’Iran a cambiare politica, a
sedersi a un tavolo negoziale e desistere dall'idea di dotarsi di un'arma nucleare”. Parole che suonano come una beffa
atroce: mentre i jet “israeliani” e statunitensi devastano obiettivi militari e civili, il governo italiano “spera” che
l’aggressione serva a riportare l’Iran al tavolo negoziale. Ma quale tavolo? Quello stesso tavolo a cui Teheran era
seduta da settimane a Ginevra, proprio mentre USA e entità sionista preparavano l’attacco? La menzogna è così
trasparente da offendere l’intelligenza di chiunque.
marzo 2026
API, GPI, UDAP
Libano. Israele si prepara a occupare il paese
Segue una dichiarazione dei gruppi di resistenza popolare e di azione comunitaria in Libano tratta dal profili FB del
Forum Palestina del 10 marzo 2026.
Ci stiamo avvicinando al trentesimo mese di guerra genocida in Libano e Palestina, condotta dall'entità sionista sotto
l'egida degli Stati Uniti e con il pieno sostegno di una comunità internazionale complice delle nostre uccisioni e del
nostro tentativo di annientamento.
In Palestina, Siria e Libano, stiamo assistendo, sotto gli occhi del mondo, all'espansione dell'occupazione in tutte le
sue forme, mentre le nazioni, compresi i nostri governi, colludono nel criminalizzare il diritto dei popoli a resistere
e a determinare il proprio destino, invece di unirsi per chiamare l'occupazione a rendere conto delle proprie azioni,
disarmarla e rovesciare e sradicare il suo sistema espansionistico e coloniale.
Queste pratiche non si limitano al solo Mashreq; costituiscono piuttosto un modello dispotico attraverso il quale
l'impero egemonico tenta di criminalizzare la resistenza e i movimenti di liberazione politica che si oppongono al
genocidio e difendono la terra.
Durante il periodo falsamente etichettato come "cessate il fuoco" – un accordo unilaterale che ha gettato le basi per
l'espansione dell'occupazione – l'entità sionista ha lanciato oltre 15.000 attacchi aerei, terrestri e navali contro di
noi in Libano, provocando 397 martiri e oltre 1.102 feriti.
Nel frattempo, sotto i dettami degli Stati Uniti, le priorità del governo libanese si sono concentrate sull'attacco alle
famiglie dei combattenti della resistenza, tentando di disarmarli, e cercando di imporre leggi che avrebbero privato la
popolazione delle proprie risorse, del patrimonio e dei dati personali, aprendo così la strada alle multinazionali, uno
strumento chiave dell'occupazione.
Prima dell'attuale escalation, gli attacchi avevano già causato il martirio di oltre 4.000 persone, tra cui 316 bambini
e 790 donne. Donne e bambini costituivano oltre un quarto delle vittime, il 51% delle quali erano giovani.
Questi attacchi hanno anche preso di mira direttamente 11 giornalisti, 222 operatori sanitari sono stati uccisi e 330
feriti, 158 ambulanze e 57 camion dei pompieri sono stati bombardati e circa 90.076 strutture sono state danneggiate,
23.489 delle quali sono state distrutte. Sono stati presi di mira postazioni dell'esercito libanese, edifici comunali e
ospedali (8 ospedali sono stati chiusi con la forza e altri 38 sono stati danneggiati).
Sono stati presi di mira la protezione civile e il personale dei comuni, in particolare presso il centro di protezione
civile di Baalbek (13 morti), oltre a dipendenti ed edifici comunali. Il numero di detenuti libanesi è stimato in 22 (11
dei quali sono stati arrestati durante l'invasione di terra del 2024). La scorsa settimana, all'inizio dell'attuale
escalation, Israele ha ucciso 268 martiri e causato ulteriori danni. Più di 500.000 persone sono state sfollate dal Sud,
dalla valle Bekaa e dalle periferie. Hanno urgente bisogno di riparo, cibo, acqua e altri servizi, data la riluttanza
dello Stato a spendere soldi per aiutare la popolazione.
Parallelamente allo sterminio di persone e alla distruzione dei loro mezzi di sussistenza, la sistematica distruzione
ambientale ha provocato l'incendio di circa 10.800 ettari (108 milioni di metri quadrati) a causa di proiettili al
fosforo e devastanti attacchi aerei. Inoltre, oltre 47.000 ulivi secolari sono stati distrutti, bruciati o rubati e 134
ettari di uliveti, 48 ettari di agrumeti e 44 ettari di bananeti sono stati danneggiati. Ventisei stazioni di pompaggio
pubbliche sono state distrutte e le stazioni idriche di Al-Wazzani e Maysat sono state messe fuori servizio, privando
150.000 persone di acqua. Le perdite nel settore idrico e irriguo sono stimate tra 171 e 356 milioni di dollari.
In quel periodo, il nemico ha distrutto 18 milioni di metri quadrati di foreste e boschi (querce, lecci, ecc.) e
contaminato il territorio con vari inquinanti tossici e mortali, irrorando erbicidi e altre sostanze chimiche e
biologiche sconosciute. Questi inquinanti hanno distrutto l'ecosistema e reso il suolo inadatto all'agricoltura per
molti anni.
Come di consueto, iniziative popolari e comunitarie hanno iniziato a mobilitarsi per fornire aiuti e dimostrare
solidarietà. Sebbene questo approccio umanitario sia di fondamentale importanza, in netto contrasto con il settarismo
che ha distorto la società libanese, è impossibile ignorare il fatto che la posizione dell'attuale governo non solo
allinea la sua retorica ai dettami delle potenze coloniali passate e presenti, ma li rispetta anche senza metterli in
discussione e senza prendere in considerazione l'interesse nazionale e il diritto dei cittadini libanesi a respingere
gli attacchi in corso. Fattore, quest’ultimo, essenziale per preservare le loro vite e la vita e la sicurezza dei loro
cari, e per sostenere il loro diritto a vivere senza timore di un nemico brutale che commette atrocità impunemente.
Ora, il nemico si prepara a occupare il Libano, a partire dal Sud, dalla Valle della Bekaa e dalla periferia sud di
Beirut, che sopportano il peso della distruzione e delle uccisioni quotidiane. Questa operazione si inserisce nel
contesto di una feroce guerra contro l'Iran e il suo popolo da parte del nemico sionista in alleanza con gli Stati
Uniti, la cui amministrazione fascista dichiara quotidianamente la sua intenzione di controllare il mondo e di usare
violenza eccessiva contro chiunque non ne accetti la leadership e la superiorità razziale, e ci annuncia il ritorno alle
peggiori epoche di colonialismo e oppressione.
Questa guerra si svolge parallelamente ai tentativi di ristrutturare l'economia politica del Paese, con modalità che
aggravano dipendenza e disuguaglianza. La crisi economica e la distruzione in corso vengono sfruttate per accelerare la
ristrutturazione neoliberista, la privatizzazione delle risorse pubbliche e il trasferimento di ricchezza nelle mani
delle élite nazionali e delle multinazionali.
Nel suo primo anno di mandato, il governo libanese, palesemente nominato da ambasciate ed emissari occidentali, ha
iniziato a proporre una serie di leggi che avrebbero saccheggiato le risorse del Paese, il patrimonio agricolo e
l'equilibrio ecologico a beneficio delle multinazionali responsabili del collasso dei sistemi alimentari in tutto il
mondo. Ha adottato una politica di punizione collettiva contro le popolazioni delle aree prese di mira dall'occupazione,
privandole delle risorse necessarie per la ripresa e la ricostruzione.
La sua sottomissione alle potenze coloniali, a quanto pare, potrebbe non esaurirsi con la recente decisione volta a
criminalizzare la resistenza; anzi, potrebbe spingersi a criminalizzare il diritto del popolo a difendersi di fronte al
mancato adempimento dei propri doveri da parte delle istituzioni statali, incluso l'esercito, per ordine ufficiale delle
autorità.
Questa criminalizzazione è accompagnata da una guerra mediatica organizzata che riecheggia la propaganda israelo-
statunitense contro il diritto all'autodifesa e all'autodeterminazione, impiegando un'inaccettabile retorica razzista,
settaria, classista, escludente e divisiva.
Come nei precedenti momenti di crisi, i lavoratori libanesi, i piccoli agricoltori, le comunità sfollate e i poveri
delle città sopportano i costi schiaccianti della guerra, degli sfollamenti e della ricostruzione, mentre le élite
politiche e gli attori finanziari cercano di riorganizzare l'economia in modo da preservare il loro potere o consegnarlo
all'occupazione.
In questo contesto, sulla base della nostra ferma convinzione nei diritti appartenenti ai popoli - tra cui il diritto
all'autodeterminazione e il diritto alla resistenza - e alla luce dei tentativi esterni e interni di costringere la
società ad arrendersi e ad accettare l'egemonia sionista sulla regione, noi, gruppi di resistenza popolare e di azione
popolare in Libano, affermiamo i seguenti principi:
- Il diritto dei popoli a resistere e difendere la propria terra e la propria sovranità, in quanto diritto umano
intrinseco e naturale, è sancito e garantito da patti e trattati internazionali, tra cui spiccano la Carta delle Nazioni
Unite e gli accordi relativi al diritto dei popoli all'autodeterminazione. L'esercizio di questo diritto è
l'incarnazione di questi principi giuridici, che non sono soggetti a interpretazione o abrogazione da parte di nessuno.
- Dichiariamo il nostro categorico rifiuto delle attuali politiche e pressioni esercitate dal regime, volte a limitare o
eludere questo legittimo diritto. La protezione della sovranità nazionale non si ottiene attraverso un ritiro, ma
piuttosto attraverso l'adesione ai diritti storici e legali.
Pertanto, lanciamo un grido collettivo e un appello urgente al popolo di questa terra, a tutti gli abitanti del Libano e
ai popoli amanti della libertà in tutto il mondo, affinché agiscano immediatamente a sostegno di questa posizione,
contrastando il progetto del governo, dell'impero e dell'occupazione. Dobbiamo documentare le violazioni e resistere al
blackout mediatico e alle campagne di disinformazione a cui il popolo di questa terra è sottoposto mentre defende sé
stesso e i propri legittimi diritti.
Mobilitiamoci in tutto il mondo per rifiutare la meccanizzazione dei sistemi genocidi, unendoci ovunque ci troviamo per
smantellare il sistema espansionistico e coloniale che cerca di dominare il nostro pianeta. Ciò può essere ottenuto
organizzando manifestazioni e sit-in davanti alle ambasciate della potenza occupante e degli stati complici per
amplificare la voce della resistenza popolare, lanciando ampie campagne di petizione per affermare il sostegno popolare
al diritto di difendere la terra, esprimendo solidarietà con i nostri sfollati e contrastando l'assalto imperialista con
ogni mezzo necessario.
Rifiutando qualsiasi compromesso sul nostro diritto all'autodeterminazione, affermiamo il nostro impegno a proseguire
questa lotta, contando sulla consapevolezza e sulla solidarietà dei popoli al fine di proteggere ciò che resta della
nostra sovranità e dignità nazionale. È tempo che i popoli siano liberati dall'impero e che la sovranità sia restituita
a tutti i popoli della Terra!
Beirut, 9 marzo 2026
Movimento agricolo in Libano, Collettivo di azione socioeconomica (SEAC), Rete araba per la sovranità alimentare,
Cartografia dell'Oscurità, Seed In A Box, Fronte per la Palestina libera, Tafkeek, Sikka Saida, Movimento per lo
sviluppo, Deyer Men Dar, Rete araba per la sovranità alimentare, Rete Siyada: per una sovranità popolare sui sistemi e
sulle risorse alimentari, Aatma, Comitato agricolo del comune di Bakhoum - Distretto Ala Minyeh Diniya, Bladi Khadra,
Club Culturale del Sud – AUB, Movimento del Popolo
LETTERA Dal carcere di terni
Segue una lettera di Mohammad Hannoun preseidente dell’Associazione Palestinesi d’Itaia (API).
Carissime e carissimi, fratelli e sorelle, compagne e compagni. Mi mancate tutte e tutti. Vi abbraccio tutte e tutti.
Vi scrivo per confermare tutte le nostre parole e intenti, chiari, evidenti e non equivocabili, sin dal primo giorno
delle nostre mobilitazioni. Abbiamo dichiarato pubblicamente che:
– sosteniamo la legittima Resistenza del Popolo Palestinese sino alla fine del colonialismo nazi-sionista.
– chiediamo un cessate il fuoco vero e non quello menzognero dichiarato dai corrotti venduti a Sharm El Sheikh.
– sosteniamo attraverso la raccolta di fondi pubblici e volontari progetti umanitari chiari e trasparenti, non come quei
complici e guerrafondai dei vari governi, compreso quello Meloni, che da oltre due anni in maniera svergognata
continuano il supporto economico e militare attraverso vari accordi con l’entità sionista criminale, ben sapendo che
quegli armamenti sarebbero stati usati per massacrare il popolo palestinese.
Invito tutte e tutti a continuare le mobilitazioni in tutti i modi possibili.
Il nostro arresto non ha a che fare con i falsi finanziamenti per Hamas o altri. I nostri “accusatori” sanno benissimo
che i nostri movimenti sono chiari e trasparenti come dimostrano i filmati e le ricevute varie. L’obiettivo è quello di
colpire il nostro movimento Pro-Pal e con questo tentare di censurare e criminalizzare ogni possibile mobilitazioni a
sostegno della causa palestinese. Dietro le varie accuse di antisemitismo e la loro sovrapposizione all’antisionismo c’è
il chiaro tentativo di silenziare ogni possibile critica all’entità criminale sionista. Per questi motivi dobbiamo
riprendere in mano la situazione chiamando all’unità tutte le realtà, le associazioni, i sindacati di base, i movimenti
studenteschi e tutti i cittadini liberi per non permettere le manovre di isolamento di questa nostra lotta e il suo
indebolimento.
Alla fine dal carcere di Terni dove mi trovo vi mando i miei saluti rivoluzionari.
Siamo forti, coraggiosi, e combattenti. Siamo fieri di voi.
A presto sempre per una Palestina Libera dal fiume fino al mare.
Hannoun Mohammad, via delle Campore, 32 - 05100 Terni
***
Dichiarazione in aula di Anan Yaeesh, 19 dicembre 2025
Giovedì 16 gennaio 2026, si è concluso a L’Aquila il primo grado del processo contro Anan Yaeesh, e i suoi due amici Ali
Irar e Mansour Dogmosh, tutti e tre accusati di terrorismo internazionale (articolo 270-bis c.p.). Anan è stato
condannato a 5 anni e 6 mesi – una vergogna! – mentre Ali e Mansour sono stato assolti – un atto dovuto. Impeccabile la
sintesi dell’avv. Flavio Rossi Albertini al termine dell’udienza, che ha visto la presenza di quasi duecento compagne/i
solidali con gli imputati: la “giustizia” italiana si è, alla fin fine, sostituita a quella israeliana. Non essendo
stata possibile l’estradizione di Anan, militante della seconda Intifada (già detenuto per anni nelle carceri sioniste),
per il fondato sospetto, più fondato di così si muore, di trattamenti disumani nelle carceri di Israele, lo stato
italiano ha ritenuto suo dovere istruire qui un processo per “terrorismo”, cioè per il “delitto”, imperdonabile per
tutte le entità colonialiste, di resistenza al colonialismo, resistenza agli occupanti.
L’entità israeliana è un’entità occupante e terrorista, che non rispetta e non ha mai rispettato, nella sua storia, le
leggi internazionali. Ha una storia colma di tradimenti. Hanno assassinato, nel corso degli anni, molti Palestinesi in
tutto il mondo: in Norvegia, Ungheria, Bulgaria, anche qui in Italia, in Malesia e in diversi paesi arabi. Essi non
riconoscono nessuna legge che non sia la loro, nessuna legittimità che non sia la loro, e guardano a tutti coloro che
non sono israeliani come loro subordinati. Oggi definiscono le organizzazioni delle Nazioni Unite come terroristiche,
come l’UNRWA, e l’ONU come un covo di antisemiti, e con tutta insolenza attaccano anche il Papa con la stessa accusa
infamante. Diventa un nemico da prendere di mira chiunque non si allinei con loro.
Noi Palestinesi siamo un popolo libero e non accetteremo mai di essere gli schiavi di nessuno.
In questi ultimi giorni, davanti agli occhi dell’intero mondo, l’esercito israeliano ha sfollato oltre 40 mila
palestinesi dalle proprie case a Tulkarem, bruciando abitazioni, devastando strade, ospedali, uccidendo donne e bambini;
lo stesso accade anche a Jenin. Continuano a occupare anche ora, mentre mi trovo in quest’aula, commettendo i peggiori
massacri contro i civili inermi, mentre voi tacciate il nostro difenderci di terrorismo; su quanto accade siete divenuti
ciechi e sordi, perché non vi esprimete?
Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947, e non dal 7 ottobre. Ma il mondo è
rimasto immobile e in silenzio, e il dolore lo prova solo chi riceve la ferita. Ci troviamo ad affrontare una violenza
squadrista, nazi-fascista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La
differenza tra noi e voi, però, è che dopo più o meno 20 anni, voi siete riusciti a liberarvi, mentre noi, dopo 75 anni,
ci ritroviamo ancora a resistere.
Signor Giudice, se la resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito e
riconosce legittimità, oggi la considerate terrorismo, allora, stando allo stesso principio, anche la resistenza
italiana contro Mussolini, il fascismo e la Germania nazista dovrebbe essere definita terrorismo.
Signor Giudice, nel corso della sua storia l’occupazione israeliana non ha rispettato né le Risoluzioni del Consiglio di
Sicurezza né le decisioni della Corte Internazionale, potete dirmi che fine hanno fatto gli Accordi di Oslo e Camp
David, e che fine hanno fatto le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 242 e 338?
Riuscite a censire i Palestinesi uccisi nel corso dell’aggressione israeliana a partire dal 1947 fino al giorno d’oggi?
Oppure il numero di profughi cacciati? Come si esprime su questo il vostro diritto e la vostra legge?
Signor Giudice, la madre palestinese è come tutte le madri di questa terra. Immaginate con me di svegliarvi ogni
mattina, mandare vostro figlio a scuola, preparargli da mangiare e, al momento di riaccoglierlo a casa al suo ritorno,
vederlo tornare avvolto in un telo bianco, ucciso da un soldato israeliano, e doverlo stringere per l’ultima volta.
Immaginate, a Gaza, un padre con sua moglie e nove figli che si trovano senza cibo. Il padre esce per cercare qualcosa
da mangiare; al suo ritorno ritrova tutta la famiglia morta sotto le macerie, uccisa da un bombardamento sionista.
Qualcuno di voi può alzarsi e dire che Israele è uno Stato occupante, oppressore e terrorista? Questa verità la sapete
tutti in cuor vostro, ma nessuno di voi può dirla ad alta voce, perché vi ritrovereste accusati di antisemitismo,
perdereste il vostro lavoro o potreste trovarvi a dividere con me il tavolo a pranzo in carcere, con un’accusa di
terrorismo. Per questo dico e ripeto che forse i palestinesi sono i soli liberi in questo mondo di schiavi.
Viva la Palestina libera e araba. Viva Gerusalemme, sua eterna capitale. Pace all’anima dei martiri e dei bambini di
Palestina. Saremo sempre la prima linea di difesa fino alla liberazione.
Anan Yaeesh, via Lecce - 85025 Melfi (Potenza)
***
Gli Stati Uniti deportano segretamente i palestinesi in Cisgiordania in coordinamento con Israele.
Un’indagine rivela che i palestinesi arrestati dall’ICE vengono trasportati, legati e incatenati, su un aereo privato di
proprietà di un magnate israeliano-americano vicino a Trump. I palestinesi arrestati dal Dipartimento Immigrazione e
Dogane (ICE) vengono deportati verso la Cisgiordania Occupata a bordo di un aereo privato, con due voli di questo tipo
effettuati in coordinamento con le autorità israeliane dall’inizio di quest’anno, nell’ambito di un’operazione segreta e
politicamente delicata rivelata da un’indagine congiunta di +972 Magazine e The Guardian. Otto uomini palestinesi,
ammanettati per polsi e caviglie per l’intero viaggio, sono stati fatti deportare da un centro dell’ICE a Phoenix, in
Arizona, il 20 gennaio e sono arrivati a Tel Aviv la mattina seguente dopo aver fatto rifornimento in New Jersey,
Irlanda e Bulgaria. Dopo l’arrivo all’aeroporto Ben Gurion, gli uomini sono stati caricati su un veicolo con un agente
di polizia israeliano armato e rilasciati a un posto di blocco militare fuori dalla città palestinese di Ni’lin, in
Cisgiordania. Lo stesso aereo privato, di proprietà di un magnate immobiliare israeliano-americano, amico e socio in
affari di lunga data del Presidente Donald Trump, ha effettuato un viaggio quasi identico lunedì 9 febbraio, ma il
numero di passeggeri a bordo e la maggior parte delle loro identità rimangono poco chiari. (Tratto da Invicta Palestina,
12 febbraio 2026)
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“Israele” organizza tour “safari” nelle prigioni per i coloni
Alla fine di febbraio 2026, coloni “israeliani” sono stati invitati a partecipare a tour “safari” nella prigione di
Ofer, per assistere mentre le guardie carcerarie brutalizzavano i prigionieri politici palestinesi. Guidati dal ministro
della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e dal capo del Servizio penitenziario israeliano (IPS) Kobi Yaakob, questi
tour “safari” nelle prigioni rappresentano un ulteriore esempio della disumanizzazione e del tentativo di umiliazione
dei prigionieri politici palestinesi da parte di “Israele”, nel tentativo di spezzarne la resistenza fisicamente e
psicologicamente. (Da instagram Giovani Palestinesi)
***
Palestine Action, aggiornamenti
Nello scorso numero dell'opuscolo avevamo informato dello sciopero della fame dei militanti di Palestine Action che era
in corso dal 2 novembre 2025 nelle carceri della Gran Bretagna, iniziato dopo la messa al bando per "terrorismo"
dell'organizzazione. Lo sciopero a rotazione era stato indetto contro il genocidio in Palestina e per il silenzio del
governo sulle condizioni di carcerazione ed è terminato il 28 gennaio 2026.
Il 4 febbraio sei militanti di Palestine Action sono stati assolti dall'accusa di furto aggravato da un tribunale di
Londra e non sono stati ritenuti colpevoli di alcun reato, 18 mesi dopo essere stati incarcerati per aver intrapreso
un'azione diretta contro Elbit Systems nell'agosto 2024. Questa vittoria arriva poche settimane dopo la perdita di un
enorme contratto da parte di Elbit Systems ed è legata al contesto dello sciopero della fame durato mesi e condotto da
altri prigionieri politici di Palestine Action. La mobilitazione continua dal momento che la procura della corona
britannica, sotto la pressione di politici e organizzazioni sioniste, ha minacciato un nuovo processo che per
l'ordinamento attuale potrà riguardare solo accuse per le quali i giudici non si sono ancora espressi.
Il 13 febbraio 2026, l'Alta Corte del Regno Unito dichiara illegale la messa al bando per "terrorismo" di Palestine
Action. La Corte ha ordinato l'annullamento del bando, giudicandolo sproporzionato rispetto alla libertà di espressione
e ritenendo che il ministro dell'Interno avesse violato la propria politica.
Lettera dal carcere di Massama (OR)
Cari compagni e compagne, spero di trovarvi in ottima forma, in modo che possiate far sentire la vostra voce più forte
che potete contro il genocidio in Palestina perpetrato dal nuovo nazismo che sta ripetendo il ghetto di Varsavia, le
vittime di ieri sono i carnefici di oggi, hanno imparato così bene che oggi competono con i nazisti di ieri a chi è più
crudele e disumano. Hanno fondato un paese sul sionismo che essendo un movimento Coloniale è razzista per natura. Questo
colonialismo è il peggiore della storia perché si basa non solo sulla pulizia etnica, ma anche sullo sterminio di un
popolo. Il genocidio in corso è possibile perché c'è la complicità dei paesi occidentali, di conseguenza sono più
colpevoli degli ebrei. Israele si decanta come democrazia e poi applica una feroce apartheid. Tutto il mondo riteneva il
Sudafrica un abominio con l'apartheid che usava contro i sudafricani neri? Perché ora lo permettiamo, lo giustifichiamo
in alcuni casi lo legittimiamo anche? I paesi che non hanno riconosciuto lo stato di Palestina, come l'Italia, saranno
condannati dalla storia e non ci sarà giustificazione per il loro cinismo barbaro. La stragrande maggioranza degli ebrei
che vive fuori da Israele, appoggia lo sterminio, pertanto non sono meno colpevoli di Netanyahu. La legge italiana
perseguita e condanna chi va a combattere con i curdi, i russi, gli ucraini etc…, mentre gli ebrei italiani che vanno a
commettere crimini di guerra a Gaza e in Palestina non hanno nessun fastidio, perché questa discriminazione? Il futuro
ci sta rappresentando un mondo di ingiustizie, come sanarle? Risposta ardua.
Oristano 2 dicembre 2025
Pasquale De Feo, Località su Pedriaxiu - 09170 Massama (Oristano)
Le reti di risposta rapida di Minneapolis
Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello aggiornato. Tratto da “Effimera” del 4
febbraio, articolo uscito in precedenza sui siti CrimethInc e Lundimatin che illustra le forme di “autodifesa popolare”
messe in atto a Minneapolis contro l’ICE, e la loro evoluzione alle tattiche di intervento della brutale polizia anti-
immigrati. Autodifesa fino ad un certo punto, perché prevedevano anche (limitate) azioni di attacco ai thugs mascherati
dell’ICE.
L’onda. Nei mesi che hanno preceduto il grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni
locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze
dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore,
tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i
coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze.
Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un
caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi.
In seguito, intorno al 1° dicembre 2025, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno
avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la
finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti. I membri della comunità che desideravano qualcosa di più
conflittuale rispetto all’esistente sistema “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un
sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente.
Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque
poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa
chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro
che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE. Inizialmente, i partecipanti hanno
utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo
dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le
proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di
agenti e costringerli alla ritirata.
Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni
sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di
monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni
nelle vicinanze.
Contro-sorveglianza. Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la
sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e
Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie
federali. Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare
e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi
d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione
per i nativi Dakota. Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al
piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante
l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto.
L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile
monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita
attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che
trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e
registrano meticolosamente le targhe dei veicoli. Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle
squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale.
L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di
controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare.
Whipple Watch persegue tre obiettivi principali: Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme
preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli. La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di
immatricolazione dei veicoli. Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio. Whipple
Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile.
Come funziona. Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli
orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal.
Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio
delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe. Questa distribuzione delle
pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita
l’assistenza durante gli scontri. Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del
pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per
unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli.
Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche
istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero. Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per
mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a
1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo
sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi.
Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di
risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo
gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE
sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre.
“I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e
si sono precipitati verso l’uscita.”
Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di
consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge
da punto di raccolta per i volontari in arrivo. Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato
del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai
gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi.
Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come
persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite
messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di
concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi
agente ICE.
Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li
distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp. Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come
un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle
comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in
realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato.
Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori
adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni
in modo chiaro e organizzato. I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi
seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità. Questo sistema è in continua evoluzione,
molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta
superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente.
“Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui”. La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono
stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che
molti di loro avevano già marcato visita. Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli
osservatori. I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il
che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e
minacciare arresti. Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i
finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono
state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della
strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno
fatte scappare lungo la strada. Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte
cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare
visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira.
Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in
autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino
a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma
di intimidazione. Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si
sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li
hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento. L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata
una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane.
Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara. Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo
intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione,
la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza.
Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento
degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area
metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la
planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da
precedenti movimenti e rivolte. Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua
amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di
condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza
locale.
I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in
continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il
modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere. Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue
operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a
investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo. Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni
rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La
popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento. L’ICE
ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore –
fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità
numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati.
Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e
inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione.
Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale. È facile criticare le reti di risposta
rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto
il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro
membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto. Gli istruttori spesso
enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci
oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si
tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico
che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile.
La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano
le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi
agisce.
Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare
gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti
lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori
anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma. Assistono a
rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE
ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e
nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi.
Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una
valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città
probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier
generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al
meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare,
pianificare, a connettervi e a sperimentare ora.
Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la
decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio
contagioso.
Questo resoconto è stato scritto da visitatori delle Twin Cities che hanno avuto il piacere di essere accolti nella rete
per alcuni giorni. Grazie a tutti coloro che ci hanno mostrato la loro città, spiegato come funzionano i loro sistemi e
ci hanno portati in pattuglia. Amore e rabbia.
Notizie dai Centri di internamento per immigrati
La mattina dell’ 11 febbraio, il corpo senza vita di una giovanissima persona, di circa 25 anni, è stato ritrovato nel
CPR di Bari Palese. La questura di Bari ha comunicato solo le solite giustificazioni dell'ennesimo omicidio nei CPR: sul
corpo rinvenuto non ci sarebbero segni di violenza, il decesso sarebbe avvenuto per "cause naturali", la morte per
"arresto cardiaco". E invece la violenza c'è eccome, è quella strutturale delle leggi razziste e dei lager di stato,
violenza che continua anche dopo le morti. È violenza anche non aver comunicato il nome della vittima, come avviene
sempre nei primi giorni dopo episodi simili: le persone imprigionate non devono avere un nome e un volto, non devono
uscire fuori le loro storie, le loro vite vanno spersonalizzate, le loro morti dimenticate in fretta. (Da Hurria, 12
febbraio 2026)
CPR di Torino. Il pomeriggio di Lunedì 2 Febbraio, a seguito di una rissa nell’area rossa, una stanza del CPR di corso
Brunelleschi di Torino è stata data alle fiamme ed è ora completamente inagibile e chiusa. La celere in antisommossa è
intervenuta con un violento pestaggio a seguito del quale almeno due persone sono state portate via in ambulanza.
Sappiamo anche che tre persone sono state portate via in manette dalla polizia verso il carcere delle Vallette. A due di
queste è stato convalidato l’arresto con le accuse di incendio, lesioni aggravate e resistenza aggravata. [...]
Oggi il cpr di Corso Brunelleschi di Torino, continua a funzionare seppur a capienza ridotta: le aree aperte sono tre.
La quotidianità è come sempre scandita da soprusi, a partire dal momento della colazione, con latte in polvere o tè
conditi di psicofarmaci. Le deportazioni non si sono arrestate: in particolare quelle – individuali su voli di linea –
verso la Tunisia che pare stiano assumendo cadenza pressoché regolare con almeno una persona prelevata a settimana e
trasferita con l’utilizzo della forza e di inganni fuori dal centro. Anche verso l’Albania ci sono stati alcuni
trasferimenti, e nuovi reclusi sono stati portati nel centro a riempire i posti rimasti vuoti e assicurare così lauti
guadagni a chi fa del business della reclusione il proprio mestiere. La violenza razzista dello stato dentro i CPR, che
si manifesta ogni giorno sulle persone recluse, non può e non deve essere normalizzata. Una violenza su più livelli,
ciascuno con un ruolo nel mantenere in funzione la macchina razzista delle espulsioni: dalle ASL che operano sul
territorio e che convalidano l’idoneità per queste prigioni, dall’ente gestore Sanitalia che accresce i suoi guadagni
sulla pelle delle persone razzializzate, fino alla violenza della polizia che, tramite retate e pestaggi, riempie i
centri di detenzione. Ma se chi opera dentro e intorno a questo centro di tortura non cessa di farlo con brutalità, chi
vive la quotidianità della reclusione spesso risponde con atti di insubordinazione e rabbia. Complici e solidali con chi
lotta e resiste dentro i CPR (Da nocprtorino.noblogs)
CPR di Corelli a Milano. Dopo le battiture, il rifiuto del carrello e le proteste di lunedì 02/02, come rappresaglia per
i disordini, la sera stessa carabinieri e finanzieri in assetto antisommossa sono entrati e hanno picchiato una persona,
mentre la mattina seguente ci sono state perquisizioni a tappeto con metaldetector in cerca di armi e lamette. In questo
clima di tensione e sofferenza, due persone sono state rilasciate a piede libero con un ordine di espulsione di 7
giorni, dopo essersi infortunate per diversi motivi: un recluso si è fatto la corda, mentre l’altro si è rotto un piede
dopo un salto dal tetto. La notizia di questi rilasci ha scatenato poi, nei giorni seguenti, una serie di atti di
resistenza passiva dagli altri reclusi: ogni giorno escono notizie di persone che si rompono i piedi o altri arti dopo
essere saltati dal tetto, o di altri prigionieri che si fanno la corda, tutto per rincorrere uno dei pochi barlumi di
speranza per una via d’uscita da questo lager. Nella medesima ottica, un recluso è in sciopero della fame da svariati
giorni, mentre altri rifiutano il carrello; notizia di martedì 03/02 è la liberazione di una persona dopo 20 giorni di
sciopero della fame. Tra l’altro, sembra che gli sbirri si “accorgano” di uno sciopero della fame solo dopo che i
reclusi rifiutano il carrello almeno 5 volte. L'autolesionismo e gli scioperi della fame sono purtroppo i pochi modi per
cui "l'idoneità alla permanenza" in CPR viene revocata e molte persone arrivano a gesti estremi per venire liberate. Le
ultime notizie invece riguardano una deportazione di egiziani avvenuta nella notte di lunedì 09/02, proprio poco dopo
dei disordini scoppiati in una sezione, per cui delle persone si sono fatte la corda e hanno appiccato un fuoco in una
sezione, spento dopo l’ingresso di finanzieri in tenuta antisommossa.
Sempre solidalx con le persone che lottano per la libertà. Fuoco ai CPR
Al Presidio sotto il Cpr di via Corelli di sabato 28 febbraio, molti sono stati gli interventi e il lancio di fuochi
d'artificio per far sentire la presenza ai reclusi. (da Assemblea milanese)
lettere dal carcere di napoli-Secondigliano
Un saluto a tuttx le/i compagnx e i solidali di Olga, vi mando un piccolo aggiornamento dal Carcere di Secondigliano. Da
circa due mesi si è insediato il nuovo direttore che ha sostituito la vecchia direttrice, trasferita a dirigere la Casa
Circondariale di Poggioreale. Rimanendo sempre lineari sulla questione che le carceri andrebbero chiuse definitivamente,
dobbiamo rimanere anche realisti sul fatto che ciò non avverrà nell'immediato e quindi, dal nostro punto di vista la
tutela dei/lle compagnx detenutx deve essere immarcescibile certezza. È vero che cambiano le epoche e cambiano i
governi, ma lasciatemelo dire siamo proprio in un momento storico di merda, anche per le carceri. Il ritorno delle
destre estreme ci sta lentamente trascinando in dinamiche guerrafondaie e repressive, spesso ci chiediamo se ciò non ci
trascinerà verso un nuovo assolutismo. Questo governo di ultra destra manda ogni giorno segnali chiari e inconfondibili,
"chi non la pensa come noi, chi non si conforma al pensiero vigente verrà perseguitato e cacciato via". Un esempio
emblematico lo ritroviamo nello sgombero in atto dei centri sociali, in ultimo quello di Torino, che ha visto centinaia
di poliziotti manganellare a destra e a manca ragazzi giovani e solidali al centro, che, a quanto pare, non solo è ben
visto ed inglobato nel quartiere del capoluogo piemontese, ma da anni si spendeva in politiche di inclusione verso
tuttx, forse questo è uno dei punti che avrà infastidito gli estremisti, casapaundisti, meloniani, e ultra-nazionalisti
dell'ultima ora, tuttx riesumatx e prontx ad alzare la testa grazie all'appoggio istituzionale. Detto ciò, e spero di
non ritrovarmi in catene, vista la sempre più flebile "libertà di espressione" che viene a dir poco centellinata in
questo paese, passiamo a noi. Anche qui il nuovo direttore sembra essere della stessa visione, poco avanguardista. Non
appena insediato ha ridotto subito l'orario di accensione dei termosifoni, l'orario di chiusura dei secondi bl
indati, gli alimenti che si possono ricevere tramite i colloqui; quelli che vengono forniti dall'amministrazione, la cui
qualità è spesso scadente. Gira voce di ulteriori restrizioni in merito ai colloqui telefonici con gli avvocati,
colloqui che in altri istituti vengono effettuati liberamente tutti i giorni (la telefonata al proprio legale
rappresenta la pietra d'angolo del diritto alla difesa) ed in merito a molto altro, ma per il momento questo basta a far
capire che aria tira. Il Ministro Nordio è venuto a Secondigliano in visita, in realtà è rimasto all'esterno e ben si è
guardato dall'entrare dentro a visitare i Padiglioni, non che ci interessasse ma volevamo chiedergli cosa ne pensava
della liberazione anticipata virtuale truffa che il governo ha venduto ai media come una svuota carceri volta a
sopperire il problema del sovraffollamento, ma che di fatto non serve a nulla se non ad allungare i tempi e ad
aumentare, più che a ridurre il tempo di detenzione. Lo so, moltx benpensanti oggi dicono che i detenuti devono vivere
sottoterra, senza aria, senza acqua e magari frustati (questo è il pensiero attuale), il "mito dell'uomo forte" fa
sempre breccia tra gli ignoranti, ma ricordiamo a tuttx che le carceri sono la base e poi, tuttx pronti a scagliare la
prima pietra.... cavolo, quanta gente casta e pura c'è in circolazione!! Cambiando discorso, volevo ringraziarvi del
testo "Non è più il carcere di una volta, di Marco N." che mi avete inviato. Tra l'altro mi farebbe piacere scambiare
qualche riga con l'autore dato che la ricerca prende vita anche a seguito degli scambi epistolari con i detenuti. Il
libro, che ripeto, apre una buona finestra sull'ambiente carcerario, è sì carente in alcune dinamiche ma, come scritto
anche da Marco lui stesso ha dovuto fare una scelta di ricerca selezionando e tracciando il percorso che voleva seguire.
Ampliare avrebbe richiesto molto più tempo e materiale ed il lavoro sarebbe divenuto infinito. Almeno avrà spazio per
altri testi interessanti. Se posso dire la mia, il percorso seguito è un buon percorso: parte da una apertura sulle
carceri italiane, entra nella natura punitiva delle Istituzioni totali, nel dispotismo istituzionale carcerario; parla,
come logico che sia, del potere che è sempre ogni presente e ovunque come direbbe Foucault e che ben lo si vede
all'interno delle carceri; i rapporti tra potere e resistenza, la logica premiale quale nuova arma e fonte di
disgregazione detentiva.
Bisognerebbe capire anche il perché esiste una cosa chiamata Ordinamento Penitenziario, tra l'altro vetusto come pochi,
scritto nel 1975 e improntato sulla cultura dell'epoca che però, non viene comunque mai applicato e dico mai. Le varie
carceri, dal canto mio posso parlare solo per quelle che ho girato, applicano ognuna il loro Ordinamento, quale? Quello
del "faccio come cavolo mi pare", insomma, ogni chiesa è ministero e, come spesso mi sono sentito dire: "qui
l'ordinamento lo facciamo noi", quindi, a che serve sprecare carta per dare una parvenza di garanzie al detenuto se poi
le stesse non vengono rispettate? Mai vista in 17 anni una perquisizione ad una cella in cui abbiano lasciato un
componente della stanza all'interno, sia come forma di garanzia contro eventuali "cattiverie" e sia come previsto
dall'ordinamento. Se lo chiedi va da se che ti rompono il possibile in stanza, giusto per farti capire che non devi
avanzare richieste simili. Poi, bisognerebbe scavare a fondo nell'aspetto economico del sistema penitenziario. Batto
sempre su questo punto poiché, a detta di qualcuno, i soldi mettono la vista ai ciechi, questo per dire che dove vi sono
grandi mobilitazioni di denaro vi è anche un sistema invisibile che gira ed avvolge il tutto per rendere incomprensibile
il flusso economico che si disperde. Le carceri muovono circa 3,5 miliardi di euro l'anno, le carceri servono a far
cassa e i detenuti sono fonte di profitto e merce per la propaganda politica. Adesso vi saluto, un abbraccio a tuttx
i/le compagnx reclusi, tra cui il nostro amico Stecco a cui hanno messo il bavaglio attraverso la censura, solo per aver
raccontato di come nel Carcere di Sanremo si siano svolti dei pestaggi. Un abbraccio ad Olga. Un abbraccio solidale da
tutti noi che siamo qui anche ad Anan, richiuso nel carcere di Melfi senza aver fatto nulla ma solo per un mero piacere
al Governo israeliano da parte del nostro Governo, e un abbraccio solidale a x compagnx reclusi nelle carceri inglesi ed
attualmente in sciopero della fame, per ed in sostegno alla causa palestinese.
20 dicembre 2025
Claudio Cipriani, via Roma verso Scampia, 350 - 80144 Napoli-Secondigliano
***
[...] Innanzi tutto volevo inviare tutta la mia solidarietà a tuttx coloro che in questo momento storico non solo si
stanno battendo per la difesa di quegli spazi che per anni hanno rappresentato un punto di riferimento per le nostre
città. Mi riferisco ai centri sociali che da tempo sono divenuti motivo di propaganda per l'attuale Governo e sono
entrati a pieno titolo nel mirino dei luoghi da colpire, come se fossero un luogo di ritrovo di chissà quali menti
diaboliche e altamente sovversive.
Chissà come mai questa "attenzione" è rivolta solo ed esclusivamente ai centri di sinistra o come definito dai media, di
estrema sinistra, mentre invece si tutelano e si proteggono i luoghi di ritrovo dei new-unworthy, intesi come i
nostalgici del regime che però nulla sanno del clima, degli abomini, delle nefandezze e degli accadimenti del ventennio.
Nostalgici di un qualcosa che non si conosce. Di un idea o di un utopia che esalta l'ideologia dell'uomo forte", che poi
altro non è che l'ideale dei prepotenti e quindi dei vigliacchi!!!
La nostra solidarietà va anche a chi continua a spendersi in favore del popolo palestinese e contro il Genocidio (perché
di Genocidio si tratta) perpetrato in Palestina ed in mezzo a tutto questo marasma in molti trovano sempre il tempo per
mostrare la loro solidarietà verso noi reclusx. Ma noi reclusx, carceratx o prigionierx, scegliete la definizione che
più vi piace che tanto il contenuto non cambia, in tutto questo, noi che stiamo facendo. Una critica va fatta. Come si
suol dire, un po' di sana autocritica non fa mai male.
Partendo da me medesimo, da ciò che spesso mi dico, cerco spesso di mettermi in discussione e sollevare una critica
almeno per quanto concerne i nostri circuiti che negli ultimi anni sono degenerati in una maniera inverosimile.
La solidarietà carceraria sta andando a farsi benedire. Ad oggi ognuno pensa sempre di più a se stesso o al proprio
orticello, pronti a scavalcare qualsiasi compagno per un posto di lavoro o per un piccolo beneficio. Sempre più spesso
si ci si sente dire che i tempi sono cambiati, ma cambiati di che? Come?
È solo la solita scusante per legittimare le brutte azioni che si vedono di giorno in giorno. Quello che non si è capito
e che questo fa gioco forza per la Penitenziaria che molto astutamente ne approfitta per legittimare azioni repressive.
Ciò che sto per dire non è una novità né una rivelazione, basti leggere o sfogliare le cronache locali delle varie città
per rendersi conto che sequestri ingenti di cellulari e droga sono all'ordine del giorno nelle carceri.
Niente di strano direbbe qualcuno. Cosa aspettarsi da detenuti all'interno delle carceri? Nulla di strano se non ché,
personalmente, ci vedo molto altro dietro.
Ad esempio, vedo una soglia di tolleranza applicata dall'Istituzione stessa. Cosa intendo dire? Dico che se tutti
passano il tempo al telefono o a fumare nessuno più si lamenta. Dico che se il mangiare del carrello fa schifo, se
restringono gli orari o i corsi, se non funzionano i servizi o altro poco importa. Meglio non protestare altrimenti ci
si ritrova circondati dalle guardie che con perquisizioni continue rompono la quiete delle sezioni. Quindi, niente
mancati rientri, niente scioperi del carrello o della fame e niente azioni collettive. Oltre al rischio di condanne per
rivolta, una delle ultime novità di questo governo, adesso anche tra detenutx si rema l'unx contro l'altrx perché chi si
lamenta, chi vuole far valere le proprie idee viene vistx come un qualcunx che dà fastidio e che deve essere isolatx.
Ecco, che questa soglia di tolleranza serve a garantire il quieto vivere, l'auto isolamento dex detenutx ed il silenzio
da parte di noi tuttx.
Ecco che ancora una volta, come per i benefici, chi è in carcere è pronto a mettersi a 90°, nel senso che protx a
subire, pur di continuare con i suoi piccoli privilegi. Certo, non vale per tuttx, non si fa di tutta l'erba un fascio
ma chi è carceratx e questa volta intendo carceratx vero, sa a cosa mi riferisco.
La coesione dov’è? La coesione per le cose importanti che fine ha fatto?
Qui non ci si lamenta per gli orari ridotti, che poi, chiusura delle celle, chiusura dei blindi anticipata, restrizioni
sul mangiare sui colloqui ecc.ecc. sono tutte legittimate attraverso e a seguito dell'allarme sociale interno creato ad
hoc.
Quando su di un giornale si legge "sequestrati 2 kg di hashish" non bevetevi la cazzata dei droni....che ogni tanto si
sono utilizzati, ma quando sequestrano 10-20 o 30 telefoni smart e chili di droga il drone è uno solo, quello con le
gambe, il quale prima ti rifornisce, poi ti fa divertire, poi ti sequestra tutto e poi te lo mette in quel posto
applicandoti tutte le restrizioni del caso che comodamente gli sono state fornite su di un vassoio d'argento. Se dico
qualche cavolata qualcuno potrà smentirmi ma dovrà essere onesto, molto onesto.
Noi siamo tuttx ligi ai nostri principi, tuttx persone impeccabili e tuttx estranee a codeste dinamiche, ma ho detto
cavolate?
Potrei andare oltre e tirare fuori tutte le schifezze attraverso le quali ci auto-flagelliamo quotidianamente, perché se
ad oggi ci siamo indeboliti e non siamo più coesi la colpa è solo la nostra. Non si protesta per le condizioni, per
l'abolizione dell'ergastolo o per motivi seri, diversamente ci si lamenta perché hanno ridotto gli orari della palestra
o del campetto.
Questa critica, questo sputarsi da solo, vuol essere solo un punto di partenza per delle riflessioni più ampie che
portino noi tuttx verso un ragionamento ed una messa in discussione collettiva. Quindi invito chiunque voglia
continuare, ampliare o mettere in discussione quanto appena detto a scrivere sull'opuscolo per un dibattito collettivo.
Un saluto a tuttx da Claudio e da tutto il Sindef.
Quasi dimenticavo, ringrazio Ampi Orizzonti ed Olga per la Presentazione del libro che si terrà successivamente a Milano
e spero che questo piccolo contributo aggiuntivo possa servire a riaprire molte riflessioni. Nuovamente un abbraccio.
13 febbraio 2026
Claudio Cipriani, via Roma verso Scampia, 350 - 80144 Napoli-Secondigliano
da una lettera dal carcere di milano-opera
[...] Ora che è scappato quel ragazzo da qui (41 anni evaso dal carcere milanese di Opera tra il 6 e il 7 dicembre) è
diventato un grosso problema. Per qualsiasi cosa devi fare la domandina. L'unica cosa buona che è rimasta è che quando
ti arriva il vaglia non devi più presentare nessun documento, te lo fanno firmare il venerdì, perché arriva solo di
venerdì. Firmi e te lo inseriscono automaticamente sul conto. L'unica cosa buona rimasta è quella, per qualsiasi altra
cosa devi fare la domandina ed essere autorizzato. Addirittura, anche per far entrare scarpe e lenzuola da colloquio
visivo, ci vuole la domandina. Stanno impazzendo tutti.
1 febbraio 2026
Fabio Londero, via Camporgnago, 40 - 20090 Milano-Opera
***
Secondo il rapporto Antigone sulle carceri minorili negli istituti penali per minorenni (IPM), per la prima volta si
registra un grave sovraffollamento. 9 istituti su 17 soffrono di sovraffollamento. Tra i più critici il Beccaria di
Milano e Quartucciu (Cagliari), e istituti come Treviso e Firenze che superano ampiamente le capacità di detenzione.
Questo aumento di popolazione carceraria minorile è il frutto dei tagli ai servizi sociali e all’accoglienza. Dei 17.000
minori non accompagnati arrivati in Italia nel lasso di tempo analizzato, ben 11.000 non hanno ricevuto alcuna forma di
accoglienza. Si è visto in modo chiaro che minori risorse sull’accoglienza minorile corrispondono a un maggior aumento
dei reati e a un conseguente aumento dei procedimenti penali e della popolazione carceraria. Con uno spreco in termini
economici nettamente superiore. Allo stesso tempo il cosiddetto decreto Caivano ha ridotto in modo drastico le pene
alternative al carcere e irrigidito le misure cautelari anche per reati di minore gravità. Il risultato è che alla fine
del 2022 i detenuti negli IPM erano 381, mentre alla fine del 2025 il numero è salito a 572. Tra le persone negli IPM
solo una minoranza ha compiuto reati davvero gravi (omicidi, violenze, reati a sfondo sessuale), molti altri sono in
carcere per una serie di atti che in passato venivano puniti con pene alternative. Mentre il sovraffollamento delle
carceri minorili provoca problemi fisici e psicologici ai giovani detenuti, mentre aumentano i casi di autolesionismo,
suicidi e abuso di farmaci psicotropi, diminuisce la possibilità di percorsi alternativi al carcere e di reinserimento
nella società. L’obiettivo, però, è esattamente questo. Da un lato diffondere l’idea che ci sia un'emergenza criminale
legata alle nuove generazioni, dall’altro creare i presupposti affinché aumentino gli ingressi nel circuito penale e le
recidive. La conseguenza è la diffusione di quell’insicurezza che è di fatto il primo motore del consenso elettorale in
Italia. Motivo per cui chi millanta di voler risolvere - col sempre citato “pugno duro” - certi fenomeni, sa benissimo
che andrà solo ad amplificarli. Ma questo, come detto, è il vero obiettivo di tali politiche. (Da @cronacheribelli, 27
febbraio 2026)
Contributo dal carcere di roma-rebibbia
Segue un contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 del carcere femminile di Rebibbia (Roma) per le iniziative
“Sabotiamo la guerra e la repressione” del 7 e 8 febbraio a Viterbo.
Innanzitutto vi ringrazio per la richiesta di un contributo al convegno su Guerra e Repressione, ci provo, partendo
dalla prospettiva, mio malgrado più chiara qui, la repressione ed i riflessi “locali”, in ambito carcerario, di
politiche di guerra, austerità economica e militarizzazione della società, globali.
Nella consapevolezza che non esistono ricette teoriche e analisi articolate e risolutive, ma una banale e solida
certezza, che qualsiasi lotta effettiva, non virtuale, implica reazione, repressione.
Il problema è “solo” metterla in conto, esser pronti e non farsi paralizzare dal timore di questa, costruire solidarietà
e consapevolezza dei propri mezzi e fini, con continuità e tenacia. Soprattutto in questi tempi in cui il lavoro
repressivo preventivo si sta dislocando su più livelli, sottotraccia e palesi.
A partire dal 2022 quando Alfredo è stato trasferito in 41 bis, m’è capitato di scrivere più volte di circuiti e regimi
differenziati oltre che, da molto prima, fuori e dentro la galera, di lotte e repressione, in chiave ordinaria e
“straordinaria”; a tutto questo e agli appunti, ultimi, per l’assemblea romana contro il 41 bis mi ricollego.
Essenzialmente credo che il discorso sia da riprendere… perché non è mai finito, né sono caduti i presupposti etici che
lo sostenevano, per non lasciare in sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non sprecare
un’occasione in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può essere assieme “irrecuperabili” e riconoscibili
positivamente fuori dalla ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti, per non lasciare soli i compagni e
le compagne che si trovano adesso a fronteggiare i vari processi connessi alla mobilitazione, perché la credibilità si
costruisce anche con la continuità e la costanza, perché si è tolta la maschera ad uno dei pilastri della retorica
bipartisan su “mafia e terrorismo”, perché ormai la “lotta al terrorismo” è uno specchietto per le allodole di
dimensioni globali e l’attuale contesto di capitalismo militarizzato e neocolonialismo sfacciati nell’approvvigionamento
delle fonti e apertura delle rotte commerciali, si prestano bene a far recepire un messaggio antiautoritario,
antimilitarista e di solidarietà tra gli oppressi.
Ed il 41 bis è una gestione militarizzata del carcere, che stanno cercando di mantenere, non è residuale (contenitore di
compostaggio per la manovalanza mafiosa in uso negli anni ’80) ma in fase di ristrutturazione, fondamentale e fondante,
espressione nitida del controllo tecnologico dell’animale umano, della riduzione del corpo a macchina e dell’individuo
recluso a simulacro corporeo da mantenere in vita (non sempre!) con parametri vitali accettabili, meglio se in stato
vegetativo.
I dati sui vari gironi danteschi delle carceri del Bel Paese sono cosa nota ormai anche sul mainstream (ed anche grazie
alla mobilitazione passata), solo qualche piccola nota aggiuntiva…
Il 41 bis non pare in fase di dismissione, piuttosto di ristrutturazione e centralizzazione, con un prevedibile aumento
di capienza – con 7 carceri dedicati di cui 3 in Sardegna e 4 nel continente. Da quel che emerge dai media locali negli
ultimi mesi, sia ad Alessandria che in Sardegna comune e regione sono stati colti da sindrome NIMBY-amministrativa, non
vogliono una tipologia di carcere, così malfamato, nei loro territori o più prosaicamente la concezione è quella di
nascondere la polvere sotto il tappeto (del vicino). Si può ipotizzare che da parte dell’amministrazione penitenziaria
centralizzare nello stesso carcere solo 41 bis (come al momento solo a L’Aquila) significhi ridurre i costi e
militarizzare ulteriormente il regime.
Parallelamente dal post Pandemia stanno irrigidendo i circuiti di AS, stabilizzati a regime chiuso, con graduali
riduzioni di agibilità, sempre nell’ottica, con lo spauracchio della “sicurezza” sbandierata ogni dove, di semplificare
il controllo ed economizzare nella sua gestione. Facendo due conti spiccioli, che il sistema penitenziario sia in
cronica e crescente crisi gestionale/economica (come d’altra parte tutta la baracca statale fuori) è palese, per cui i
primi a farne le spese sono i lumpenproletariat accatastati nelle sezioni comuni, dove l’autodistruzione e
l’intossicazione di droghe e psicofarmaci sono funzionali al controllo (se non gestionali nel controllo), di situazioni
al limite della sopravvivenza. Dulcis in fundo le carceri minorili sono in sovraffollamento come non mai, a plastica
dimostrazione di quello che è il lavoro preventivo della repressione.
Nel mentre lo Stato italiano si appresta a raggiungere il primato europeo sulle carcerazioni di prigionieri politici di
più lunga data, dalla stagione di lotte degli anni ’70-’80 del secolo scorso, ancora in AS, e quello nell’uso di quella
tipicità nostrana del 41 bis, dell’emergenzialità elevata a sistema, che si muove costantemente sul margine del
“diritto”, adattabile a seconda del target.
Per quanto il dato tecnico-giurisprudenziale si presti a lettura di diritto negato e proprio questo credo sia uno dei
punti critici controversi e mal interpretabili se mal gestiti/spiegati, in chiave di vittimismo e di ripristino del
diritto, non credo si perda di incisività se si sottolineano nella realtà dei fatti contraddizioni formali, forzature
giuridiche e processuali anche per sottolineare la tracotanza del potere, per combattere la normalizzazione della
repressione, gli standard doppi o multipli a seconda del nemico (eh sì quel “diritto penale del nemico” di cui si
discute) e l’ampliarsi dell’“offerta” repressiva e della platea dei papabili.
Prima qualcuno diceva, per fare un esempio terra terra, “ah, ma il reato associativo, il 270 bis è impossibile per degli
anarchici, è un residuo della strategia repressiva degli anni ’80” – poi ci siamo trovati con condanne e procedimenti a
raffica per 270 bis e i suoi fratelli, ter, quater, quinquies, ecc., ecc., che vengono modellati e usati in base agli
equilibri politici nazionali e internazionali. Dal target interno comunista a quello anarchico, a quello islamista, per
attestarsi adesso sulla resistenza palestinese.
Non è un laboratorio, come era d’uso dire un po’ di tempo fa, è la realtà attuale, non sono esperimenti da studiare è la
prassi da combattere, l’utilizzo “multitasking” dei reati di terrorismo, malleabili su ogni oppositore politico.
Per quanto il panorama globale di guerra & “Board of peace”, di genocidio & “Gaza beach” rendano ormai palese anche al
cittadino occidentale più lobotomizzato da media e merce la reale natura dei regimi democratici e l’uso militare del
progresso tecno-scientifico, per quanto le sirene di guerra siano sempre più vicine al cortile di casa, ho l’impressione
(da qui, dall’acquario di una galera, quindi con tutti i limiti di visione che questo comporta) che da queste parti la
repressione stia investendo molto a livello preventivo, goffa e tracotante come l’attuale gentaglia al potere, con il
piglio marziale d’apparenza e la genuflessione effettiva alle linee guida del capitale globale. Ma comunque in grado di
snocciolare impunemente nuove fattispecie di reato, lacci e lacciuoli che sezionano preventivamente semplificando il
lavoro.
Nei momenti di “stanca” delle lotte la platea dei papabili della repressone si amplia, quasi uno stress test del punto
di tolleranza, andando a comprendere anche quelle frange di movimento e di opposizione sociale in senso lato che
normalmente, nei regimi democratici occidentali si percepiscono più tutelate (o meglio si autoconvincono di esserlo,
avendo barattato scampoli di libertà e pensiero critico con qualche nicchia di sopravvivenza).
Si modella una legislazione di emergenza senza che un’emergenza ci sia, ancora. Potrebbe parere contradditorio, la
logica vorrebbe maggiore azione, maggiore repressione ma qui siamo essenzialmente al punto della sterilizzazione
preventiva. Recidere i germogli prima che diventino un ginepraio, quando è più facile farlo, dilettandosi a manipolare
quello che inizia a palesarsi, non come movimento rivoluzionario ma d’opinione, indignazione e denuncia.
Quando è più semplice da contenere a suon di manganelli e lacrimogeni, multe e compravendita delle componenti più
recuperabili, bastone e carota, pistolettate e social media, alla bisogna, a ciascuno il suo, con qualche licenza in
più.
Quanti del controllo fanno studio e mestiere sanno bene che da svariati anni nelle piazze occidentali a prevalere sono
gli aspetti simbolico, rituale, informativo, controinformativo delle proteste. Dai black bloc di Seattle che
privilegiavano le vetrine come obbiettivo ai Fridays for Future che privilegiavano i cartelli da brandire a favore di
telecamera, dalla retorica del “non credere nei media, diventalo” all’utilizzo compulsivo dei social media in un
rapporto di odio-amore non risolto.
Gli attuali moti di Minneapolis contro l’ICE lo mostrano, con esiti tragici: “eversivi”, “insurrezionalisti”
manifestanti high tech, portatori di cellulari per filmare le malefatte di queste “forze speciali” che effettuano
rastrellamenti di adulti e bambini… la polizia (dopo aver tracciato tecnologicamente migranti e manifestanti) è più old
style dei suoi oppositori, spara ora come sparava in testa, ad un manifestante inginocchiato, 100 anni fa.
È un cortocircuito della repressione del dissenso democratico somministrata in purezza, il campanello d’allarme di un
cambio di scenario od il segno che il passaggio è già avvenuto?
Nel Bel Paese, attraverso l’imbuto della pandemia si è passati dai lustrini e dobloni berlusconiani alle mostrine
meloniane. Per quanto i gerarchi nazionali siano alquanto improbabili per aplomb marziale, di fatto stanno promuovendo
politiche guerrafondaie, trafficano in armi ed aspirerebbero ad affari di ricostruzione post-bellica (a seconda
dell’osso che gli lasciano rosicchiare sotto il tavolo) rispolverando l’armamentario retorico d’antan, Dio-Patria-
Famiglia, difesa dei confini, ecc., ecc.., facendolo occhieggiare però dallo schermo di uno smartphone, la capillare
forma di “educazione” politica attuale, nel collasso del sistema partitico-elettorale (se si fanno altri due conti
spiccioli su quella che è la percentuale dei votanti nazionali e nei vari stati europei). “Educazione” non retorica ma
necessaria alla ricerca di nuova carne da cannone per i nuovi conflitti interni e internazionali: al momento siamo nel
bel mezzo di fiction e spot pubblicitari atti a vendere la carriera militare come appetibile, con suggestioni estetiche
ondivaghe tra top gun e soldatini/soldatine che aiutano bambini ed anziani a trovar la strada di casa… a breve
rilanceranno la leva obbligatoria come “formativa” e “performativa”, carne da cannone “smart”…
Esiste però una contro-retorica ai veleni della propaganda bellica e militarista, anch’essa d’epoca, quella fatta dai
distillati delle correnti rivoluzionarie, dai refrattari capaci di contrapporvi ateismo e anticlericalismo,
internazionalismo e antimilitarismo. Quanto mai attuali visto che, alzando un attimo lo sguardo e distogliendosi dalle
rappresentazioni più confortevoli di questi lidi, oltre che di guerra si è ripreso a parlare di diserzione da entrambi i
fronti, russo e ucraino; visto che le piazze del mondo a volte si muovono per moto proprio ed il passaggio
dall’indignazione per un sistema corrotto alla rottura non recuperabile avviene proprio in quelle generazioni nate e
cresciute su web e social, dal Nepal all’Indonesia.
Si tratta di rovesciare la prospettiva e assumere la consapevolezze anche qui del proprio ruolo, limiti, mancanze e
responsabilità di liberarsi da melasse postmoderne e vaghezze interclassiste, riconoscere le differenze tra
rappresentazioni mimetiche del conflitto e conflitti reali, scegliere se esercitare solidarietà tra gli oppressi od
essere incapaci di riconoscere gli oppressori, nel gioco di specchi della comunicazione attuale che a volte usa la
sovraesposizione, lo scorrimento veloce e la decostruzione di significato come armi preventive. Ed anche i refrattari
tendono a farsi distrarre, abbagliare.
Sapersi riconoscere e riconoscere la natura del conflitto in atto sarebbe un piccolo punto di partenza, non un approdo.
gennaio 2026
Anna Beniamino, via Bartolo Longo, 92 - 00156 Roma
***
Bologna. inizio del processo per la mobilitazione contro il 41-bis
Lo scorso mercoledì 18 marzo, presso il Tribunale di Bologna, si è tenuta la prima udienza del processo a carico di 6
compagni e compagne per tre fatti avvenuti durante la mobilitazione a fianco di Alfredo Cospito contro 41-bis e
ergastolo ostativo. Le imputazioni riguardano il danneggiamento di un cantiere durante l’occupazione di una gru,
l’incendio di due ripetitori e l’interruzione di una messa. Riceviamo e diffondiamo la dichiarazione letta in aula da
imputate e imputati.
I fatti per cui oggi veniamo portati al banco degli imputati riguardano la campagna di solidarietà che si attivò su
scala internazionale a cavallo tra il 2022 e il 2023 in sostegno ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico rinchiuso nel
regime di 41bis dal maggio 2022 che intraprese uno sciopero della fame di 6 mesi contro questo istituto detentivo e
l'ergastolo ostativo.
Condannato a 23 anni, insieme ad Anna Beniamino condannata a 18 anni, per strage politica -il reato più grave previsto
dall'ordinamento italiano- pur in assenza di morti e feriti. Diversamente da quanto accaduto per piazza Fontana (17
morti), per la stazione di Bologna (85 morti), per piazza della Loggia (9 morti e 102 feriti), per gli innumerevoli
attacchi razzisti (ricordiamo in particolare quello di Castelvolturno del 2008, 8 morti): in nessuno di questi casi la
strage politica è comparsa tra i capi di imputazione. Né è mai stato scomodato questo reato per le migliaia di morti
sulle coste mediterranee o per le centinaia che ogni anno si verificano sul posto di lavoro -queste sì, vere e proprie
stragi prodotte da decisioni politiche deliberate e omicide.
E perché? Non certo perché i fatti non si accordassero al codice. È semmai questa la conferma di una verità ben nota,
che il codice è strumentale, proprio come le stragi, quelle vere e indiscriminate. Entrambi strumenti, a intensità
diversa, con cui uno Stato ipocrita colpisce chi lotta o spaventa la popolazione, riducendola a chinare la testa, a non
partire, a lavorare in silenzio, ad accettare le strette autoritarie.
La contemporaneità bellica e le conseguenti strette repressive di cui siamo testimoni ce lo rendono sempre più evidente,
ecco perché per noi continuare a lottare è più che mai necessario. E lo facciamo prendendo parola in quest'aula, perché
vogliamo dare ancora voce a chi lo Stato vorrebbe mettere a tacere attraverso un regime carcerario di tortura, la cui
natura è stata resa evidente al mondo intero grazie alla lotta di Alfredo.
In quei mesi tanti prigionieri e prigioniere aderirono allo sciopero della fame di Alfredo, altri mostrarono la loro
solidarietà rinunciando a benefici o come era loro possibile. Questa coraggiosa lotta ha fatto emergere un ampio e
determinato movimento di solidarietà anche fuori dalle carceri. Raramente, negli ultimi decenni, il sistema carcerario,
i suoi dispositivi punitivi, la sistemica violenza di cui è permeato e l’arbitrarietà delle sue regole sono stati
analizzati, criticati e contestati anche fuori dai contesti militanti. Questa mobilitazione, invece, ha coinvolto un
ampio settore di società: la mobilitazione studentesca, come la presa di parola e la partecipazione attiva di
organizzazioni, associazioni e soprattutto di migliaia di individui hanno rappresentato un’assunzione di consapevolezza
con pochi precedenti. L'obiettivo, da parte di questa molteplicità di voci, non era fare pressioni per spingere a
riformulare le basi giuridiche di un istituto detentivo, bensì sancirne la fine.
L'eterogeneità di pratiche con cui questo corpo in mobilitazione si è speso è evidente, non serve un tribunale per
stabilirlo. Il dato che conta -e che non si può cancellare- è che ha fatto vacillare chi si era così zelantemente
prodigato nel rendere giuridicamente possibile l’applicazione del 41bis ad Alfredo. Come scrivemmo in un volantino in
quei mesi, "Da una cella di 41bis un anarchico fa tremare lo Stato". Niente di più vero e nessuna risposta diversa da
ciò che ci si poteva aspettare: lo Stato ha mostrato i muscoli e ha azionato la ghigliottina.
Se in tutta Italia è stata attivata la macchina repressiva contro moltissime voci e azioni che hanno accompagnato la
lotta di Alfredo Cospito, è perché i motivi di quella lotta sono particolarmente scottanti per lo Stato italiano.
L’Istituto dell'antimafia fa parte dei miti fondativi della seconda Repubblica e le sue declinazioni pratiche vengono
raramente messe in discussione, nonostante l’evidente fallimento nel contrastare un sistema che resta profondamente
intrecciato a quello dello Stato. Sistema sia di potere che economico, al Nord come al Sud.
All’interno dei dispositivi di ingiustizia, arbitrarietà e violenza di cui è dotato il sistema punitivo della giustizia
italiana, il 41 bis e l'ergastolo ostativo sono due strumenti di tortura.
E non si tratta di un artificio retorico, ma di un'analisi sostanziale dell'utilizzo di questi istituti, partendo
proprio dal significato letterale del termine, che – citando la Treccani – si riferisce a “varie forme di coercizione
fisica applicate a un imputato […] allo scopo di estorcere una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento
di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio”.
L'esempio principe del mafioso che scioglie il bambino dell'acido, fonte di giustificazione populistica di infinite
nefandezze, ci parla chiaro: il responsabile, condannato anche per altri omicidi, restò in regime di 41 bis per 4 anni
per poi essere liberato. Perché fu liberato? Perché scelse di collaborare con lo Stato.
Tuttora – e dai primi anni novanta ad oggi – diverse centinaia di detenutx sono in 41 bis, sottoposti all'isolamento
quotidiano e affettivo, allo stigma sociale che ricade anche sui loro affetti, alla deprivazione sensoriale e molti di
loro al fine pena mai. Una condizione cinicamente e scientificamente pensata e realizzata al fine di annichilire la
persona.
L’origine geografica di coloro a cui viene prevalentemente applicato il 41 bis, inoltre, ci dice chiaramente cosa
significhi, oltre le statistiche, il mai estinto approccio coloniale nei confronti del Sud Italia: un ragazzo di 20 anni
arrestato per spaccio nel nord Italia difficilmente entrerà in questo regime carcerario, al quale invece verrà quasi
sicuramente sottoposto un suo coetaneo del sud, già dalla fase di arresto cautelare.
Ma sarebbe ingenuo limitarsi alla condanna di tale approccio coloniale senza evidenziare il profondo, inscindibile
legame esistente tra gli apparati dello Stato che si servono di questa gente, dal pesce piccolo al pesce grosso, e il
Sistema di cui essi fanno parte. Il 41 bis nasce come discarica in cui lo Stato getta tutti i pesci che deve fare fuori
dopo essersene servito, la tomba per vivi in cui rinchiude chi non deve più poter parlare e da cui si può uscire solo
sancendo un patto di collaborazione con il proprio aguzzino. La natura intrinsecamente violenta di questo regime
carcerario squisitamente democratico, trova poi la sua estensione nella possibilità di essere applicato al nemico
interno, ossia ai "prigionieri politici", siano essi comunisti (come Lioce, Morandi e Mezzasalma, in 41 bis dai primi
anni 2000) o anarchici (come Alfredo Cospito). Per loro, ricordiamolo, l'unica via d'uscita da questo regime di tortura,
è l'abiura delle proprie idee, cioè dei propri percorsi di lotta e di vita, sostanzialmente di se stessi. A tanto arriva
la democratica violenza dello Stato: deprivare il fisico e la psiche del prigioniero per minare le sue convinzioni
qualora esse non siano allineate con il pensiero unico o, ancor peggio, dichiaratamente sue nemiche.
Con la stessa facilità con cui il genocidio del popolo palestinese è passato dall'essere un evento mainstream a un
rimosso collettivo, anche la violenza del 41bis, seppur in scala 1:100 a confronto, è velocemente tornata sotto il velo
di silenzio in cui giaceva prima della mobilitazione a cui abbiamo fieramente preso parte. Sintomo dei tempi?
Fa paura, a fronte dello stato di guerra e di polizia in cui stiamo precipitando, pensare alla possibile ulteriore
estensione di questo istituto detentivo. Non serve essere antagonisti, anarchici o chicchessia per prenderne coscienza.
Sarebbe molto spiacevole dover affermare un giorno "l'avevamo detto": proprio per questo non siamo disposti a chiedere
scusa per aver lottato al fianco di Alfredo e affermiamo con decisione la nostra simpatia, complicità e solidarietà
verso qualunque azione fatta nel mondo in quei mesi di sciopero della fame a fianco di Alfredo Cospito e degli altri
prigionieri e prigioniere per contrastare il 41bis e la nostra solidarietà verso il popolo palestinese che con estrema
tenacia, resiste e trova nella resistenza la sua ragion d'essere.
Imputate e Imputati
24 marzo 2026, da ilrovescio.info
Più forti della morte
Inviamo un testo scritto il 21 marzo e pubbicato sul sito internet del Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”, in
ricordo dei compagni anarchici Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano.
C’è un’enorme differenza fra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori: la prima segue un’etica, la seconda
nessuna.
(Sara Ardizzone)
La nostra capacità di dire e comunicare non consente di avventurarsi sui sentieri inesplorati della responsabilità per i
rischi assunti in prima persona. Ogni discorso in questa direzione resta inevitabilmente provvisorio, insufficiente.
Ricercare concretamente la libertà – nella sua forma autentica e integrale, non nelle contraffazioni elargite e imposte
dallo Stato – significa entrare nella dimensione del rischio connaturato alla ricerca stessa. In questo luogo le nostre
scelte, spesse volte selvagge e solitarie, marcano il solco di una strada senza ritorno. La libertà è una qualità che si
sperimenta mettendosi a rischio.
Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma,
Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni. I
pennivendoli prezzolati, dalla cui carta straccia abbiamo appreso il fatto, scrivono a più riprese dello scoppio di un
ordigno. Le preoccupate prese di distanza, volte sempre a garantire un’incolumità vergognosa, non ci appartengono. Siamo
abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un
barlume di verità circa le informazioni “trapelate” non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro
sono morti in azione, sono morti combattendo. La guerra sociale non è una recita, uno stile di vita o una sottocultura.
È anzitutto una guerra. Sara e Sandro sono un esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che
ispira l’anarchismo, dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte.
Sara e Sandro sono e saranno per sempre un pezzo del nostro cuore, un cuore che non può che rifiutarsi di provvedere a
scrivere un necrologio. Le odierne farneticazioni dei signori dell’inquisizione e della repressione vanno a braccetto
con quelle dei padroni della guerra e dello sfruttamento. Gli stragisti, i massacratori, i produttori di morte gridano
allo scandalo per le bombe degli anarchici.
Con Sara e Sandro abbiamo condiviso l’inestinguibile passione per il pensiero e l’azione anarchici. Con loro alcuni di
noi hanno vissuto, condividendo l’intensità febbrile di momenti che nessun orologio potrà mai scandire. Con loro, quando
siamo stati inquisiti dalla macchina della repressione di Stato, abbiamo mantenuto la nostra dignità e consolidato la
tenacia delle nostre scelte. Ne siamo certi: quelle nostre giornate infinite non diverranno mai un ricordo sbiadito.
Momenti che non si basavano sulle chiacchiere ideologiche, ma sulla convinzione dei nostri percorsi, sui sentimenti,
sulla fiducia reciproca, sulla gioia della vita. Tutti noi che li abbiamo conosciuti profondamente sappiamo che non
esisteranno mai delle parole adeguate a descriverne la modestia, la dolcezza, la dignità.
Ecco perché la volontà rivoluzionaria di Sara e Sandro ha la forza di andare oltre il tempo, vincendo la sofferenza e il
dolore. La loro passione per la vita sarà più forte della morte. La loro integrità sarà sempre un monito contro ogni
oppressore.
21 marzo 2026
Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi” (Carrara), Circolo Anarchico “La Faglia” (Foligno), Danilo Cremonese e
Valentina Speziale, Circolo Anarchico “G. Bertoli” (Assemini), Nucleo Anarchico “É. Henry” (Cagliari), Biblioteca
Anarchica Sabot (Roma), Natascia Savio, Luigi di Faenza
Lettera dal carcere di uta (ca)
Mi chiamo Paolo Todde ed il 16/12/2025 ho presenziato ad un’udienza del tribunale della libertà/riesame a Cagliari,
concernente la mia richiesta di mutare la mia detenzione carceraria, in quella meno afflittiva dei domiciliari con
braccialetto elettronico.
In quell’udienza avrei voluto parlare di carcere, non ci sono riuscito, perché in parte mi è stato impedito dal
presidente, ed anche dal mio stato d’animo molto nervoso ed ansioso. Ho un tarlo che mi rode, mi sta consumando piano
piano, perché devo riuscire a parlare di carcere in maniera esaustiva, senza peli sulla lingua e con poche paure dietro,
questo tra l’altro lo devo ai morti, ai disperati di questo lager.
Mi sono sempre occupato di carcere nella mia vita, ed una volta che ci sono finito dentro, ho potuto sperimentare,
documentare la vigliaccheria, il sadismo dei “Lei non sa chi sono io”, ed è stato quindi per me molto facile parlare con
l’esterno, su come si vive in un carcere dello stato italico. Questo mio documentare con l’esterno è stato visto dalla
componente securitaria, come la rottura di un tabù. Di carcere, fuori meno se ne sa meglio è, tra l’altro quando gli
organi di informazione, quando parlano di carcere, fanno i velinari dei sindacati dei secondini, che in quanto a
lamentele sono esperti, ma nessuno si degna di ascoltare/sentire i prigionieri, di noi/loro si parla se in “negativo” di
aggressioni ai secondini (senza però chiedersene le ragioni, se in “positivo” quando fanno croci per il giubileo,
scrivono poesie e balle varie.
La galera è altro, è sofferenza, è lontananza dagli affetti, è anche stare nelle mani di loschi figuri in divisa, che il
più delle volte non hanno nessuna idea di come ci si comporti con la controparte (siamo noi prigionieri), oppure
scaricano frustrazioni esterne sul disgraziato di turno che hanno davanti, e meno male che non sono tutti così miseri.
Io di questo parlavo, e parlerò, però come dicevo prima i tabù non bisogna sfiorarli, perché poi in breve tempo sono
iniziate le manovre dilatorie, provocazioni di bassa lega nei miei confronti. La prima che ricordo è stata quando io,
comprando in carcere l’”Unione Sarda”, lo ricevevo alle 8 di sera se non anche il giorno dopo. A quel punto dopo varie
settimane passate in questa maniera, decidemmo io e L. (una compagna), che lei mi spedisse i quotidiani (una volta la
settimana) tramite piego libri (le vecchie stampe).
Anche qui il diavolo (in divisa) si mise a fare i dispetti. Per ritirare i giornali dovevo (supinamente) che questi
invii figurassero come pacchi postali, ovviamente io rifiutavo tutto ciò, ed i giornali si accumulavano nel casellario
del carcere, tutto questo era fatto per impedire alle persone che venivano in carcere a farmi colloquio, di portarmi dei
pacchi con roba da mangiare, vestiario e altre cose permesse. In un mese ogni prigioniero non può ricevere più di 4
pacchi, per un max di 20 kg al mese, al conto non si possono mettere giornali, riviste, libri perché hanno un’altra
procedura.
“Maestri” di questa viltà erano Pinto e Nonnis (due secondini), uno coordinatore del piano (il 2º in questo caso)
l’altro al casellario, alla fine un brigadiere della sorveglianza ha risolto il tutto, facendomi avere giornali (una
cinquantina), riviste e libri, non so come abbia saputo di questo stupido giochetto.
Sono diversi mesi che io cerco di poter fare una visita odontoiatrica con una dentista che viene da fuori, non ci sono
mai riuscito perché o manca la mia richiesta (falso visto che io le facevo), oppure Chiara (la dentista) veniva cacciata
perché fuori tempo massimo, quindi io saltavo la visita, anche perché malgrado fossi messo in una lunga lista di
pazienti, io finivo sempre ultimo.
Poiché io ho già subito una condanna sono finito nelle grinfie di Borruto (direttore del carcere), e secondo la prassi
dovrei fare la domanda a lui, per potere fare questa dannata visita odontoiatrica, tutte le domandine che ho fatto nel
tempo non valgono più, comunque mi rifiuto di fare domanda a Borruto, m’apoderu su dollori ‘e kasciali.
Anche di questa situazione c’è di mezzo un secondino, ne parlerò più avanti.
Ho scoperto di soffrire di claustrofobia, quando un giorno andando in tribunale, sono stato portato con un furgone
blindato, dove le cellette con meno di un metro quadro di spazio, completamente buie se non con i led rossi della
telecamera interna, a dir poco spettrale la situazione, in verità ci sarebbe anche una lampada sul soffitto della
celletta, ma malgrado le mie urla fu tenuta spenta dolosamente.
Nella sezione in cui siamo chiusi (Arborea C, al 2º piano), le celle sono chiuse 24 ore al giorno, l’unica possibilità
di libertà sono le ore d’aria, che dovrebbero essere 4 ore al dì, questo in teoria perché, se va bene riusciamo a farne
2 e/o 3 ore al giorno, certo c’è la saletta, ma sempre chiuso sei.
Nelle celle ci sono 4 brande, e con questo dovrebbero starci (secondo loro) 4 persone che su meno di 10 metri quadri
calpestabili, per 22/24 ore al giorno sono una tortura al supplizio.
Di notte la situazione peggiora ulteriormente, perché chi soffre di claustrofobia si trova sopra di sé un ostacolo
(materasso per incominciare), quindi per evitare problemi mettevo il materasso in terra per potere dormire.
Ho provato a parlare con una psicologa del carcere spiegandogli la situazione, l’unica cosa che voleva fare per me era
darmi degli psicofarmaci, per risolvere, secondo lei, i miei problemi.
Ovvio che io ho sdegnosamente rifiutato il tutto, però non avevo fatto i conti con Sarno (ispettore del piano), che nel
mese di novembre dell’anno scorso, con un bliz ha cercato di infilare una quarta persona in cella, io gli ho spiegato i
miei problemi, ha fatto finta di niente, e mentre comandava ad un suo sottoposto di aprire la cella, io ho dato un
cazzotto allo schermo della tv distruggendola, al che si sono bloccati e sono andati via. Scampato pericolo!
Un dieci/quindici giorni dopo nuovo bliz, hanno fatto entrare un quarto in cella, ma sono riuscito ad uscire dalla
cella, e mi sono procurato una scopa e uno spazzolone e con quelle ho distrutto numerose lampade del corridoio della
sezione; anche allora scampato pericolo, però con due denunce sul groppone perché a nessuno importa delle mie
sofferenze.
Per quanto ancora dovrò combattere, dovrò prendere denunce per evitare di stare male, sono più di 14 mesi rinchiuso in
una sezione con celle chiuse!
In tutti questi mesi non mi sono fatto mancare niente, ho fatto 44 giorni di sciopero della fame per protestare contro
l’inquinamento di coliformi fecali dell’acqua che sgorga dai rubinetti delle celle, per una migliore fruizione della
biblioteca, del campo di calcio del carcere. Ora biblioteca blindata, campo di calcio chiuso. Sono stato sconfitto,
diciamo vinto ma non convinto. Mi sono scontrato con un’infermiera (penso sia la responsabile, ma non ho certezza di
ciò) che faceva dei giochetti quando di tanto in tanto mi pesavano, tanto che una volta è intervenuto il secondino
(penso responsabile) dell’infermeria centrale: Tiziano Portas che si è rivolto a me dicendo – avresti bisogno di
schiaffi -, in quel momento gli ho risposto – perché non lo fai tu se hai il coraggio?
Ho fatto subito dopo lo sciopero delle medicine, sempre per gli stessi motivi (acqua, biblioteca…) dello sciopero della
fame. Dal 25/12 ri-rifiuto le medicine.
Ho salvato la vita a due compagni di cella, che impiccandosi cercavano la morte, per sfuggire alle loro sofferenze
(questo con l’aiuto di un altro compagno di cella), in due situazioni temporali distanti.
Sono recidivo di situazioni “scabrose” in carcere, nel 2020/21 ho avuto a che fare con un ispettore (Sanna, ora sta a
Buoncammino) che, come mi vedeva, mi faceva il saluto fascista e/o cantava “Faccetta nera”.
Ho raccolto e fatto uscire storie di disperazione come quella di Osvaldo Olla residente a Sinnai, che era finito sotto
le grinfie di un secondino di Guasila (oggi presta servizio a Massama), che con prepotenza gliene faceva di tutti i
colori, di fatto per impedirgli di utilizzare apparati sanitari (sedia a rotelle, grucce) per aiutarlo nei movimenti in
quanto fratturato ad un piede. Dopo un po’ di tempo il tipo si sarebbe sgozzato di notte (sarà vero?).
Che dire di Angelo Frigeri di Tempio, trasferito da Bad’e Carros, perché accusato di avere aiutato Raduano ad evadere
dal carcere nuorese.
In quel carcere Frigeri era stato interrogato da un ufficiale proveniente da Uta (Angelucci), ed al tipo, l’ufficiale,
disse che avrebbe fatto di tutto affinché fosse trasferito proprio al carcere di Uta, e lì gli avrebbe fatto passare le
pene dell’inferno. Detto e fatto, tanto che il tipo di Tempio dopo un po’ di tempo si è ucciso strozzandosi nel letto.
Ne ho tante altre di storie così, più o meno funeste, sicuramente tristi, ed io imperterrito continuerò a documentarle e
a farle uscire dal carcere.
So benissimo anche che, se avessi seguito il consiglio di un amico – est mellusu fai is scimprus po no pagai datziu -,
ma io sono un inguaribile idealista, ed è più forte di me: alla prepotenza e alla vigliaccheria non so fare come lo
struzzo, è più forte di me devo dire la mia, non riesco a voltarmi con nonchalance, e questo mio modo di fare lo pago
sempre. So long Paullheddu
Paolo Todde, Strada II Ovest - 09010 Uta (Cagliari)
da Sardegna Anarchica
Lettera dal carcere di Volterra (pi)
Ciao a tutt* car* comapagn*, sono Valentino (non Valerio… ma fa nulla, è solo per precisare e far sì che qualche povero
Cristo non passi i guai per le idee e i pensieri da me espressi…). È un piacere risentirvi dopo questo periodo di
convalescenza forzosa che mi è toccato passare, piegato dai soliti problemi di salute. Qua più o meno le cose procedono
come al solito, tra alti e bassi, ma solitamente tendente più verso il basso. Scorsa settimana infatti mi sono preso con
quel testa di legno del vice commissario in quanto non mi aveva fatto passare dei libri che mi erano stati
regalati/inviati dalla famiglia, perché considerati (a causa del prezzo…) merce di scambio per la droga (da quand'è che
i pusher sono diventati intellettuali?). Fatto sta che ho sbroccato e l'ho mandato in culo in malo modo, sia per
l'insinuazione che la mia famiglia sia in qualche modo edotta e consapevole di contribuire in qualsivoglia modo a
condotte illecite, sia per l'assurdità dell'accusa. Sono uno dei pochi che legge qua e che spende quel poco che guadagna
per cercare di elevarsi un minimo dall'ignoranza, cercando di fare tesoro di ogni piccolo insegnamento che riesco a
trarre dalle lettere e dal dialogo interiore con l'autore di un testo. Molti dei libri che ho amato sono per me
reliquie, tesori, che non scambierei per nulla al mondo (al massimo potrei regalarne un'altra copia a chi credo
apprezzerebbe…). Ma da ciò si vede anche l'ambivalenza nei confronti della cultura, per come viene intesa da questo
carcere. Faccio un esempio, anch’esso recente: c'è stato un corso sulla sicurezza sul lavoro, rischio medio, della
durata di 12 ore. L'ultimo giorno di corso si fa il test, come di norma, alcuni sbagliano più della metà delle risposte
e vengono bocciati. Arriva l'educatrice, a cui la cosa non piace neanche un po’, e dice, ma no dobbiamo passarli tutti,
facciamogli rifare il test... e non da capo, ma con il foglio del test precedentemente corretto a fianco…. Grazie ar
cazzo che poi in Italia si continua a morire sul lavoro. Per non parlare del rispetto nei confronti di chi ha
frequentato con un po’ di impegno per superare il test. Ma qua, come dici te, non si guarda manco alla “performance”, ma
solo alla buona volontà di sottostare a quanto ti viene detto senza lamentarti o esporre critiche, l'importante è
partecipare, il fatto che tu poi non acquisisca nulla a livello di contenuti non conta. Anzi, meglio così, che tu non
sviluppi un pensiero critico, a farti domande significative o a fare domande scomode va tutto a loro vantaggio… ma poi a
te cosa diavolo resta? Un pezzo di carta che certifica competenze che non hai acquisito e che invece ti sarebbero state
utili… a te, alla tua persona. Solo apparenza, inutile apparenza che nasconde un vuoto incolmabile, se il fine della
cosiddetta “rieducazione” consiste solo nel collezionare i certificati privi di qualsivoglia valutazione “oggettiva” su
competenze e contenuti che in qualche modo hai assimilato e che certificano un reale interesse per quanto ti viene
trasmesso e che ti aiuterebbe a crescere e a vivere in maniera più consapevole per quanto ti circonda.
Capita spesso di vedere nuovi professori che arrivano qua motivati e con voglia di fare per cercare di lasciarti con
qualche conoscenza in più e che subito dopo aver capito l'andazzo cadono nell'apatia e si limitano a far conversazioni
durante le ore di lezione. Tanto è una scuola serale per adulti, con programmi già ridotti all'osso, conta solo la
presenza forzosa visto che poi il 6 politico non si nega a nessuno e tutti devono essere promossi ma ciò va a scapito
del detenuto (in special modo di quelli un po’ volenterosi di apprendere) a cui non viene dato modo di formarsi
adeguatamente e che anzi impara solo a sottomettersi ad un percorso prestabilito per ottenere benefici che dovrebbero
spettarti a prescindere dal tuo sottometterti a questo status quo. La concessione di benefici, secondo la loro legge,
dipende dal comportamento tenuto e dall’adoperarsi nelle mansioni che ti vengono assegnate con costanza, a seconda poi
dell'inclinazione e delle capacità del singolo, non perché ti sottometti a quello che ti dicono per farli guadagnare e
fargli fare bella figura con la società civile. Così è una truffa! Io, ad esempio, ho già due diplomi di scuola
superiore, eppure son costretto a doverne prendere un terzo invece di poter proseguire con l'università e approfondire
argomenti di mio interesse, mi ritrovo a dover ripetere gli stessi argomenti da oltre 13 anni, cazzo è una tortura!
Visto che poi in un modo o in un altro non ottengo nulla lo stesso, vuoi per “insubordinazione”, vuoi per il pensiero
critico (non gliele mando a dire...) o per i rapporti disciplinari (non sono uno che rompe il cazzo per le minchiate,
chiedo solo un trattamento giusto ed equo per quello che mi spetta, sempre pronto ad assicurarmi le mie responsabilità
se colto in flagranza di comportamenti per loro scorretti… […] metti poi l'attitudine alla relazione da parte degli
sbirri senza divisa (gli infamoni) per ottenere credito e considerazione da parte dei colleghi nonostante molti ipocriti
che sono i primi a fare intrallazzi per poi cantarsi tutto quanto. C'è uno che è ancora qua che scriveva domandine
anonime per indicare agli sbirri dove trovare tutto nelle perquisizioni “ultra-mirate”. Capisci che poi non c'è
solidarietà o unione…. Ma un continuo sospetto, finisci per frequentare poca gente fidata stando attento a non lasciarti
sfuggire mezza parola o comportamenti equivoci che potrebbero portare attenzioni indesiderate. C'è di positivo solo la
cella singola e la possibilità di poter uscire all'aria a piacimento visto che poi per il resto permane una disparità di
trattamento che tra chi può e chi non può fare o avere determinate cose, tra chi ottiene benefici pur non essendo nei
termini di legge e chi invece qui dentro ci marcisce. Se hai altre domande più specifiche non esitare a chiedere, e per
come posso, secondo le mie informazioni cercherò di risponderti nella maniera più puntuale possibile, dato che non vivo
molto la vita in comune (le persone con cui parlo e mangio si contano sulle dita delle mani, avanza qualche dito…). Per
ciò che concerne le mobilitazioni per la Palestina in carcere, in special modo per quello che mi è dato di vedere qui,
inizio col fare due precisazioni. Primo: viste le problematiche rimanenti dovute alle mancanze del carcere, alle
disparità di trattamento e di accesso ai benefici, nonché la mancanza di tempo dovuta alle attività che ti vengono
imposte non c'è molto tempo per confrontarsi… si vive alla giornata cercando di districarsi tra i mille problemi e
difficoltà per ottenere, o almeno cercare di ottenere quello che ti spetta tra mille difficoltà e ciò non ti lascia più
molta energia o voglia di capire/analizzare la situazione geopolitica… ti limiti a sopravvivere. Secondo: nonostante
l'elevato tasso di “scolarizzazione” forzata, che come ho detto non ti lascia nulla, non ti insegna nulla, in molti non
hanno i mezzi o le conoscenze (non gli interessa manco averle… ma questo è un altro paio di maniche) necessarie a
capire/comprendere come si è giunti a questa situazione beh c'è aria di guerra totale e si parla/si sentenzia per
sentito dire, per razzismo/ideologia, senza conoscere i fatti, la storia, gli squilibri di potere o quant'altro c'è
dietro. Figuriamoci poi la voglia di approfondire o conoscere basandosi su testimonianze, ipotesi, contrari al partito
preso eccetera... Come dicevo prima, le persone che frequento si contano sulle dita delle mani… quelle con cui si può
dibattere in merito ad argomenti che vadano oltre i problemi quotidiani (benefici, storture carcerarie e altre
quisquiglie…) si contano sulle dita di una mano (sempre con il disavanzo di un paio di dita...). Altrimenti ci sono i
partititi presi…i fascisti che ne approfittano per elogiare la shoah e Hitler (es… vedi che aveva ragione a sterminarli
tutti, lui sapeva…era un genio e altre amenità simili…) o razzismo anti-arabo dal lato dei trumpiani (puttana di Eva
siamo pieni pure di fascisti e razzisti qua…porco cazzo…). La maggioranza relativa esprime una solidarietà tiepida
davanti alla mediatizzazione di un genocidio e alle vicende della flottilla con relative mobilitazioni di piazza. Io,
come anarchico, sono il bastian contrario rispetto a questi due estremi. Non generalizzo, mai, in special modo sulla
questione ebraica, oggi l'antisemitismo, altra forma odiosa di razzismo, riconoscendo che non tutto il popolo ebraico si
identifica con le nefandezze di Netanyahu, Smotrich, Ben Gurion e ha un'altra idea di Israele. Riconosco altresì però
che alcuni idioti invece si siano lasciati prendere la mano dal razzismo e dal nazionalismo spinto da queste destre
neonaziste, che li ha portati ad essere carnefici assai peggiori delle SS e della gestapo che un tempo li
perseguitavano. I crimini di Gaza e Cisgiordania non dovranno rimanere impuniti non si deve permettere che la violenza e
il potere diventino qualcosa qui man mano diventiamo assuefatti senza farci nemmeno più caso. Fossi stato in Hamas avrei
rinunciato all'immunità e all'esilio per essere processato in correità con Israele dalla CPI per crimini contro
l'umanità e genocidio. Avrei voluto vedere chi ne sarebbe uscito peggio, anche se conoscendo purtroppo il potere credo
di sapere che purtroppo è l'oppresso a dover pagare anche per l'oppressore.
Nel frattempo augurandomi di non averti tediato troppo ti/vi mando un grande saluto e nel qual caso non dovessimo
risentirci prima colgo l'occasione per augurarvi un buono e sereno Natale un forte abbraccio…
30 novembre 2025 [ricevuta a febbraio 2026]
Valentino Carelli, via Rampa di Castello, 4 - 56048 Volterra (Pisa)
Una voce da Regina Coeli
Intervento durante il presidio al carcere di Rebibbia del 31/12/25
Siamo quasi a 1.900 suicidi accertati e oltre 5.000 morti per malattie, senza contare gli oltre 300 decessi mai chiariti
sui quali l'amministrazione penitenziaria ha calato un velo di omertà. Solo nel 2025, che è ormai finito, abbiamo
raggiunto 80 suicidi, uno ogni quattro giorni e mezzo. L'ultimo ieri ad Assito, un uomo di 38 anni, si è impiccato
subito dopo un ingresso in carcere, appena 48 ore prima. A queste morti si aggiungono quelle di chi non ha ricevuto cura
in tempo, chi è stato abbandonato in quei pollai che chiamano stanze di pernottamento per addolcire la parola cella.
Ricordo chi non c'è più per l'incuria di un sistema sordo e cieco, chi è morto nel 2025 per una banale polmonite
trascurata, chi ha atteso un anno per iniziare una chemioterapia a troppo tempo per arrestare un tumore aggressivo, chi
la chemio la fa a singhiozzo perché mancano le scorte che garantiscono l'accompagno in ospedale. Sono morti di stato,
sono omicidi, sono il frutto di un sistema ipocrita che ricamano una narrazione fatta di espiazione, di rieducazione, di
revisione critica del reato. Bisogna aver visto per capire e bisogna dire le cose come stanno, denunciare quella che è
la realtà delle nostre carceri: le pigioni di un sedicente Stato di diritto che crea zone franche dove i diritti si
perdono, dove lo Stato rinuncia alla sua stessa legge dimostrandosi criminale. La realtà è fatta di celle sovraffollate
con poco più di un metro quadro calpestabile a testa, letti a tre piani che se ti dice male finisci all'ultimo e dormi a
due metri e mezzo d'altezza con la faccia sul soffitto, come è capitato a Paolo, diabetico, 68 anni, precipitato dalla
branda, da sei mesi su una sedia a rotelle dopo la frattura di tre vertebre del bacino. Dopo la circolare rispolverata
dal Dap al marzo scorso, quasi tutti i penitenziari sono in regime di chiusura, ovvero si vive in quel metro quadrato
giorno e notte:la cella diventa il luogo dove si vive, si dorme, si cucina, ci si lava. Nonostante il sovraffollamento
abbia raggiunto il 190% a Regina Coeli e il 180% a Rebibbia, la direttiva è rinchiudere di più. Molte carceri come
Regina Coeli hanno sezioni senza acqua calda d'inverno o senza acqua d'estate, si passa dal frigorifero al forno a
seconda delle stagioni, umiliando le carni di centinaia di persone stipate in condizioni disumane. La metà delle aule
scolastiche e delle salette socializzazioni sono state trasformate in celle, così la scuola salta, i docenti arrivano e
si trovano senza aula, con sei brande piazzate dentro, come è accaduto nelle sezioni 1, 3 e 4 di Regina Coeli. Salette
che spesso non hanno nemmeno il bagno, come nella sezione settima, quindi tocca tenersela per uscire a orario quando la
guardia decide di salire e aprire la cella. E la notte c'è il secchio, no? Le attività trattamentali, quelle che
dovrebbero rieducare, non si sa bene a cosa, sono un miraggio, spesso lasciate all'iniziativa di associazione di
volontariato. Questo magari può premiare istituti come questo qua, grande, al centro, ma taglia fuori quelli periferici
come Cassino, Civita Vecchia, Velletri, Rieti, dove non c'è nulla, dove le giornate passano e la gente impazzisce dentro
quelle gabbie. Così arrivano gli infermieri, i paceri del carcere, che somministrano psicofarmaci e tranquillanti come
fossero caramelle. A Regina Coeli, secondo il rapporto Antigone, nel 2024 il 75% dei detenuti assumono psicofarmaci per
resistere a quell'inferno. Vegetano sulle brande giorno e notte, questo dimostra la vera crisi di un sistema vecchio e
inumano. Un
sistema fuori controllo che viene mostrato sempre in emergenza, ma l'emergenza, si sa, è un elemento straordinario; qui
invece la crisi è strutturale, permanente, è un'istituzione totale ma al tempo stesso fuori controllo e quindi l'unico
modo che hanno è quello di annientare le persone. Il detenuto ideale per chi amministra nelle galere è quello che non
senti e non vedi. In queste prigioni il sogno dei detenuti è conservare i corpi inermi, carne umana che resta buttata in
quelle gabbie e non crea alcun problema: non chiede, non parla, non disturba. Questa è l'ipocrisia del sistema
carcerario, ma questa è anche la realtà. Dietro alla retorica del carcere c'è la narrazione della società divisa tra
buoni e cattivi, l'illusione che dentro quelle mure si possa contenere tutto il male, il brutto, il disagio. I
benpensanti si auto-assolvono immaginando che un individuo possa uscire migliore, guarito dal male. Beh, non è proprio
così. Chi pensa che possa uscire migliore dopo essere privato dei propri affetti, isolato, chiuso 23 ore in una gabbia,
sporca, insana, sovraffollata, umiliato, privato della dignità e marchiato, sottoposto ad ogni forma di tortura fisica e
psicologica, non è solo ipocrita, è un complice. L'Italia è uno dei paesi del cosiddetto occidente con il tasso più alto
di recidive. Se prendiamo i dati dei penitenziari delle grandi città, il tasso di recidiva sfiora il 70%. Per chi è
sottoposto a misure alternative al carcere, la recidiva scende sotto il 5%. Solo questo
dato dovrebbe far riflettere chi si fa scudo dietro il concetto di sicurezza. Non è un caso se proprio ora, dopo 15 anni
di calo, assistiamo a un aumento dei reati proporzionato all'aumento della popolazione detenuta. Non esiste un solo
studio di criminologia al mondo che ha dimostrato l'efficacia del carcere cellulare. Nemmeno uno. E poi si continua a
invocare più galere, viene più severe. Si leggono e si sentono le solite frasi: “se l’è cercato, chiudetelo, buttate la
chiave!”. Si risponde sempre di più con approcci carcerocentrici che ormai investono chiunque. C'è persino chi invoca la
galera contro i ragazzi che occupano le scuole, contro chi blocca una strada per portare all'attenzione pubblica il
cambiamento climatico. La galera come soluzione a tutti i problemi. Io l'ho vista di persona questa soluzione. Ho visto
con i miei occhi il loro rimedio. Ho visto Alessandro, 30 anni, che si è impiccato il 10 marzo. Dennis, morto
dissanguato dopo essersi tagliato la gola il 13 giugno. Riccardo, 21 anni, un ragazzo fragile, finito a dormire per la
strada per una lita con i genitori, che era dentro per una maledetta collanina d'oro da pochi giorni, stava male,
chiedeva di parlare con qualcuno, ha urlato tutta la notte perché non aveva manco un lenzuolo.
Mangiava con le mani perché persino la fornitura delle scodelle era finita, non ha retto dentro quella cella liscia.
Chiuso 24 ore su 24 si è impiccato di sera, poco dopo aver chiesto un foglio e una penna per lasciare il suo messaggio
d'odio verso tutto questo. Ho conosciuto Emanuele, di soli 19 anni, un ragazzo bipolare che non doveva e non poteva
stare in carcere. Si è suicidato lasciando un vuoto atroce nei suoi genitori, annientati da questa tragedia. E poi
Giovanni, un ragazzo distrutto dalla droga che stava cercando di ricrearsi una vita dopo aver trascorso troppi anni
dentro al carcere minorile prima e a Regina Coeli dopo. L'ennesimo diniego per andare in comunità per potersi curare e
ci ha lasciato senza nessun preavviso. È morto quest'agosto, poco più di 30 anni nella sua cella. Il carcere è la tomba
dei più fragili, di chi è solo, di chi non riesce a vedere una luce. È il buco nero che inghiotte ogni legame e ogni
piccola cosa che ha un senso e importanza nella vita di un essere umano, che ti strappa via dalla società e ti trasforma
in un rifiuto.
Questa è la rieducazione, questo è l'impatto che il sistema penitenziario ha sui più giovani, sui più fragili, su chi
già non ha strumenti per cavarsela là fuori, figuriamoci lì dentro. Il carcere è una discarica sociale, un luogo osceno.
Osceno perché inumano, ma è anche osceno perché è fuori dalla scena, invisibile, impenetrabile. Allora dobbiamo rompere
queste narrazioni tossiche, dobbiamo rendere trasparenti questi muri, dobbiamo assumerci la responsabilità di ciò che
avviene lì dentro e lottare per chiudere per sempre questi pollai. La verità è sotto gli occhi di tutti e tutte, il
carcere è criminale, criminoso e criminogeno.
ATTENTATO AL DIRITTO DI SCIOPERO
La delibera 26/88 dell’11 marzo 2026 della Commissione di Garanzia non è un passaggio tecnico né un intervento neutrale.
È una scelta politica precisa: restringere ancora il diritto di sciopero proprio in uno dei settori in cui, negli ultimi
anni, le lotte operaie hanno inciso davvero sui rapporti di forza.
La Commissione sostiene che, quando si parla di approvvigionamento di energie, prodotti energetici, risorse naturali e
beni di prima necessità, non conta solo il trasporto in senso stretto, ma l’intera filiera logistica: ricezione,
deposito, custodia, trasferimento, spedizione e distribuzione. In un successivo chiarimento precisa che il riferimento
riguarda le attività connesse ai beni di prima necessità. Ma si tratta di una formulazione ambigua, elastica e
politicamente pericolosa, soprattutto dentro un’economia capitalistica privata fondata sulla libera circolazione di ogni
tipo di merce.
Il punto, infatti, è chiaro: allargare il perimetro dei vincoli e delle limitazioni sugli scioperi nella logistica. In
pratica, basta che un’azienda tratti anche beni classificabili come essenziali perché lo sciopero debba sottostare alla
legge 146/1990, con preavviso obbligatorio, procedure di raffreddamento e tutti gli strumenti utili ai padroni per
riorganizzare i flussi, deviare le merci e depotenziare la forza della mobilitazione.
È una forzatura evidente. Pensiamo alla logistica alimentare di un grande player che movimenta diversi marchi di pasta,
riso, pelati e migliaia di altri prodotti in decine di magazzini distribuiti in tutta Italia. Davvero si può sostenere
che l’intera movimentazione di questa enorme massa di merci debba essere considerata, senza distinzione, essenziale per
la collettività? Davvero la sopravvivenza delle persone dipenderebbe dalla possibilità di avere sempre scaffali pieni di
infiniti prodotti equivalenti, di marche diverse e provenienti da paesi diversi?
La verità è un’altra. Gli scioperi nella logistica non mettono in discussione, in via generale, l’accesso della
popolazione ai beni essenziali. Colpiscono piuttosto la continuità operativa delle grandi piattaforme, degli hub
distributivi, dei committenti e delle multinazionali che organizzano la circolazione delle merci su scala globale. In un
settore dominato dalla libera concorrenza, dalla saturazione dei magazzini, dall’intensificazione dei ritmi e dalla
circolazione continua delle merci, ciò che si vuole proteggere non sono anzitutto i diritti fondamentali delle persone,
ma i profitti privati.
Questa è la contraddizione politica di fondo. La logistica non viene considerata essenziale quando i lavoratori
rivendicano salari più alti, stabilità, sicurezza, fine degli appalti e dei subappalti, diritti sindacali e dignità.
Diventa improvvisamente essenziale quando lo sciopero può interrompere la valorizzazione del capitale e inceppare la
circolazione delle merci. Non siamo quindi di fronte a una tutela imparziale dell’interesse collettivo, ma alla
trasformazione degli interessi economici dei grandi gruppi della logistica, della distribuzione e dei trasporti in un
presunto interesse pubblico.
Per questo siamo di fronte a un provvedimento gravissimo, che rischia di diventare uno dei peggiori precedenti di
repressione antioperaia degli ultimi decenni. Non arriva per caso. Si inserisce in un quadro più ampio di stretta
repressiva, di riduzione degli spazi di agibilità del conflitto, di contenimento sistematico di ogni forma di protesta e
di dissenso. Nelle piazze come nei luoghi di lavoro, il messaggio è lo stesso: impedire che la protesta produca effetti
reali.
Nella logistica questo significa colpire il punto in cui i lavoratori possono ancora esercitare una forza concreta: la
continuità dei flussi, la catena delle consegne, la circolazione delle merci. È qui che il conflitto può ancora mettere
in difficoltà il sistema. Ed è proprio questo che si vuole disinnescare.
Dentro questo quadro, parlare di economia di guerra non è uno slogan. È la descrizione di una tendenza materiale fatta
di attacco ai diritti collettivi, subordinazione della vita, della salute e della sicurezza sul lavoro alle esigenze
della produzione e della continuità dei flussi. In questo contesto la logistica diventa uno snodo strategico da mettere
al riparo dal conflitto sociale.
Non è un caso che questo orientamento arrivi mentre crescono il carovita, la competizione tra potenze capitaliste e gli
effetti sociali della guerra, e mentre negli ultimi mesi la combattività operaia ha colpito anche la logistica bellica,
bloccando snodi portuali e intermodali attraversati da un flusso crescente di armi, come negli scioperi contro il
genocidio in Palestina. Anche da questo punto di vista, il tentativo di ingabbiare ulteriormente il diritto di sciopero
risponde all’esigenza di impedire che la classe lavoratrice possa ostacolare concretamente i meccanismi economici e
logistici della guerra.
Le lotte operaie nella logistica hanno avuto in poco più di un decennio un merito enorme: rompere il muro di
invisibilità che copriva evasione fiscale, appalti e subappalti, ricatti, ritmi insostenibili, precarietà e
supersfruttamento sistematico di una forza lavoro spesso migrante. Hanno mostrato che dietro la retorica dell’efficienza
si regge in realtà un modello fondato sul ricatto permanente e sulla compressione dei diritti.
Ed è proprio per questo che oggi si tenta di riportare tutto indietro. Colpire lo sciopero significa colpire il
significato politico di quelle lotte e provare a rendere di nuovo normale ciò che i lavoratori hanno avuto il merito di
rendere visibile e di contrastare. Sono state lotte che hanno strappato aumenti salariali, scatti di livello, indennità,
ticket mensa, diritti per i lavoratori interinali, e che hanno imposto un argine al caporalato, alle discriminazioni
razziali, al ricatto del permesso di soggiorno, al lavoro a cottimo e al lavoro senza garanzie. Lotte dure, pagate a
caro prezzo, ma capaci di restituire dignità e forza collettiva.
Per questo la delibera 26/88 non è un semplice atto amministrativo. È un tassello di una più ampia offensiva contro chi,
attraverso lo sciopero, può ancora inceppare la macchina degli extraprofitti. E non è secondario che, proprio mentre si
tenta questa stretta, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali abbia messo in discussione l’impianto della legge 146/1990
e la sua natura fortemente restrittiva nei confronti del diritto di sciopero.
Non sarà la Commissione di Garanzia a fermare la lotta operaia. Valuteremo tutte le iniziative legali necessarie per
contrastare questa misura repressiva gravissima e illegittima. Ma soprattutto è urgente unire le lotte della classe
lavoratrice e rilanciare una mobilitazione permanente contro la repressione crescente e contro l’economia di guerra, che
già oggi peggiora salari, condizioni di lavoro, sicurezza, stabilità e possibilità di organizzazione per milioni di
lavoratrici e lavoratori. Il diritto di sciopero non si tocca. Lo difenderemo con la lotta.
19 marzo 2026
da FB Si Cobas Lavoratori Autorganizzati