indice n.165

La guerra contro l’Iran, perché
Palestina dentro e fuori le mura delle carceri
Dati sulle carceri
Una riflessione sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)
Lettera dal carcere di Barcellona Pozzo di Gozzo (ME)
Il 22 maggio è morto Massimo: vittima dello stato
Lettere da una struttura protetta di Torino
Raices y radicalidad
Milano: Il Bruzzi non si tocca
Atene: Sgombero della comunità di Prosfygika
Aggiornamenti dall lotte contro i campi di internamento
Il nuovo articolo 18 del Tulps
Lettera dal carcere di Uta (Ca)
Lettera dal carcere di Civitavecchia
riprendere le mobilitazioni contro il 41bis e il carcere
La parola ad Alfredo
Lettere dal carcere di Volterra (pi)
SULL'INDAGINE E RELATIVI ARRESTI DEL 16 GIUGNO
CONTRO LA GUERRA GLOBALE, RESISTENZA INTERNAZIONALE!
bologna. UNA DEGNA RABBIA, PER UNO SPREGEVOLE OMICIDIO


La guerra contro l’Iran, perché
Per capire la guerra in Iran bisogna tenere Gaza come sfondo, quello che è stato fatto a Gaza e che continua a essere
fatto è il modello, il laboratorio, la prova generale di quello che i potenti stati cosiddetti occidentali vorrebbero
fare nell’intera regione. La guerra statunitense-israeliana contro l’Iran è il risultato di una traiettoria storica
consolidata. Netanyahu cerca la sopravvivenza politica, la politica statunitense rimane profondamente influenzata dalla
linea filoisraeliana, ma la funzione strutturale risiede nel tentativo di imporre un nuovo ordine regionale. Per
“israele” l'Iran è la testa del serpente da schiacciare per uccidere tutto il serpente. Se non viene distrutto l'Iran,
“israele” non può dichiarare la vittoria completa e compiere il suo progetto: schiacciare i palestinesi e assumere
l'egemonia su tutta l'Asia Occidentale. Il serpente è l'Asse della Resistenza: Hamas, Hezbollah, le milizie iraqene,
Ansarallah. Per sopravvivere “israele” deve circondarsi di stati falliti (Siria, Libano, Libia, Sudan), a minaccia
continua di fallimento (Giordania, Egitto) o sotto stretto controllo Usa (Paesi arabi del Golfo). L'unico stato che
cerca di esercitare una politica indipendente e contraria a Usa e “israele” rimane l'Iran. Costringerlo a capitolare o
distruggerlo spianerebbe la strada al definitivo assoggettamento dei palestinesi e darebbe a “israele” la garanzia di
diventare la potenza egemone di tutta la regione, con risvolti anche sul piano dello sfruttamento economico delle
risorse e del valore espropriato al lavoro. Per l'imperialismo “israele” è, fin da quando è stato concepito, un
insediamento di una colonia di europei nel cuore della Palestina. Il sionismo è l'ideologia con la quale si sono
radunate le bande di europei colonizzatori. Il mondo arabo sarebbe stato diviso per sempre e per sempre dipendente e
sottomesso all'unico paese a cui sarebbe stato consentito lo sviluppo economico, finanziario, commerciale, militare:
“israele”. L'equilibrio dell'Asia Occidentale attorno al perno “israele” è sempre stato fondamentale. Gli Usa hanno
costruito intorno a esso il totale dominio sulle risorse petrolifere che hanno svolto un ruolo decisivo nella ripresa
dell'accumulazione capitalistica dopo la II GM. Ristabilire e consolidare l'ordine dell'Asia Occidentale con perno su
“israele” è vitale anche per l'imperialismo. La resistenza palestinese a Gaza e il più ampio consolidamento dell’Asse
della Resistenza suggeriscono che “israele” potrebbe non raggiungere i suoi obiettivi strategici. Per l’Asse della
Resistenza, la vittoria non richiede un trionfo militare decisivo. Richiede resistenza. E buone idee, come la chiusura
dello stretto di Hormuz, che ricordiamo prima del 28 febbraio 2026 era aperto. Non perdere, in questo contesto, è di per
sé una vittoria strategica. E così dall’Iran arrivano le condizioni per il trattato di pace: che per procedere impongono
la fine dei bombardamenti in Libano. Quello che sta accadendo in medioriente ridisegnerà il mondo in cui vivremo. Dal
1979 l’Iran non ha mai riconosciuto “israele”, ha detto no alle basi nordamericane e ha sempre sostenuto la resistenza
palestinese, nega la legittimità del progetto sionista ma non minaccia con attacchi, se non di risposta, l’esistenza di
“israele”. Le monarchie del Golfo sono troni creati dai britannici sul petrolio e sulla protezione in cambio da parte
degli Usa. Colpire l’Iran è quindi il prerequisito del Grande “israele” dal Nilo all’Eufrate come scritto nel patto tra
Dio e Abramo, a cui si rifà il messianismo sionista che usa la profezia come politica di stato. Da notare poi che, solo
per fare un esempio inquietante, l’Isis ha colpito Hezbollah, l’Iran, i curdi, i cristiani orientali, gli alawiti, gli
sciiti iracheni, chiunque potesse costituire un ostacolo, ma MAI “israele”. L’Asse della Resistenza rimane uno dei più
potenti strumenti di influenza non convenzionale mai costruiti nel Medio Oriente moderno. Esso ha permesso all’Iran di
sfidare apertamente “israele” e gli Stati Uniti, di sopravvivere a quarant’anni di isolamento. E ora resta l’unico
baluardo per la sopravvivenza dei Palestinesi. Se crolla, i Palestinesi verranno completamente sopraffatti. Il fine non
è quello di aderire o meno alla forma di potere che vige in Iran, ma quello di interrogarci sul perché le potenze, che
per 500 anni hanno dominato il mondo, odiano così fortemente l'Iran e cercano di inculcare lo stesso odio nelle masse
dei propri paesi. Il problema non è di stabilire se l'Iran corrisponda o meno a modelli preferiti, ma se si vuole
contrastare l'aggressione imperialista dei nostri stati. Molti che si considerano progressisti, contro la guerra,
liberali o anche di sinistra sembrano incapaci di assumere una chiara posizione morale sulle azioni statunitensi e
israeliane nel Sud del mondo senza inserire qualifiche e distinguo. Foreign Affairs pubblica un’analisi molto
significativa sulla guerra tra Stati Uniti, “israele” e Iran, sostenendo che il conflitto avrebbe ormai dimostrato il
fallimento dell’intero modello di sicurezza del Golfo costruito attorno alla presenza militare americana. Le monarchie
del Golfo si troverebbero oggi in una posizione paradossale: le basi statunitensi ospitate nei loro territori, che per
decenni avrebbero dovuto garantire protezione, sarebbero diventate il principale motivo per cui infrastrutture
energetiche, porti e città del Golfo sono entrati nel mirino iraniano. Foreign Affairs sostiene apertamente che i Paesi
del Golfo debbano iniziare a costruire una propria architettura di sicurezza regionale invece di continuare a delegarla
a Washington.

Milano, luglio 2026


Palestina dentro e fuori le mura delle carceri
Mentre a Gaza continua lo sterminio con le morti per malattie senza possibilità di cura, per la mancanza di riparo dalle
intemperie e dal caldo, per mancanza di acqua e cibo, per il ricorso come unica “risorsa” all’acqua putrida delle fogne
che scorrono all’aperto, per la ricerca di qualcosa da mangiare tra l’immondizia che si accumula in montagne purulente,
per le nocività provocate dai residui dei bombardamenti e dai corpi sepolti sotto le maceria, per i topi che
imperversano e attaccano adulti e bambini, per la mancanza di tutto, di ospedali, medicine, macchinari medici, cure per
bimbi neonati e madri stremate senza latte, insomma una situazione disperata che per il mondo non esiste. Si pensa che
ci sia il cessate il fuoco e che questo sia sufficiente per non pensarci più, ai Palestinesi. Ma dal giorno di inizio di
questo falso cessate il fuoco sono più di mille le vittime, e gli attacchi dei sionisti continuano. Mentre in
Cisgiordania gli attacchi dell’esercito e dei coloni inferociti e senza alcun limite morale sono continui, con
violentissime aggressioni su uomini donne e bambini a cui si aggiunge l’impedimento all’arrivo dei soccorsi, con arresti
quotidiani, irruzioni in abitazioni, scuole e luoghi sacri, demolizioni di case e di strade, usurpazione di terre, con
terreni bruciati, uccisione di bestiame, inquinamento della poca acqua a disposizione dei Palestinesi, con cacciata
dalle terre attraverso intimidazioni e avvisi di espropriazione. Le colonie avanzano inesorabili, i villaggi spariscono
uno dopo l’altro. Compiendo un’atrocità dopo l’altra “israele” sta stringendo i palestinesi in uno spazio sempre più
ristretto, nel silenzio accondiscendente del mondo in cui viviamo. Il Centro di informazione palestinese “Mu’ti” ha
segnalato 1.359 attacchi israeliani in Cisgiordania a giugno 2026 nel giro di una settimana. Mentre succede tutto
questo, nelle carceri le condizioni sono sempre più estreme. E non ci si può aspettare altro da dietro quelle mura visto
l’orrore con cui agiscono i sionisti fuori. Seguono alcune notizie tratte da InfoPal e Palestine Chronicle.

Il 10 maggio 2026, l’agenzia di stampa iraniana IRNA in una nota ufficiale condannava le condizioni di detenzione delle
donne palestinesi all’interno delle carceri israeliane. Secondo quanto riportato, sarebbero 87 le donne palestinesi
detenute, tra cui minori e persone in condizioni di salute precarie. La nota citava specificamente la prigione di Damon
come teatro di crescenti restrizioni e trattamenti definiti “sistematici” in violazione delle convenzioni
internazionali, con particolare riferimento alla Quarta Convenzione di Ginevra. Il comunicato faceva seguito a una
relazione del Palestinian Prisoners’ Affairs Media Office, secondo cui nel solo mese di aprile sarebbero state condotte
oltre dieci operazioni all’interno dei reparti femminili, comportando ispezioni straordinarie e trasferimenti forzati.
Veniva inoltre sottolineato l’aumento dei fermi legati alle attività e alle opinioni espresse sui social media,
definendo tali pratiche una pressione politica diretta sui civili.
In data 2 giugno 2026, l’Ufficio stampa dei detenuti palestinesi comunica che: l'amministrazione del carcere di Damon ha
intensificato la sua campagna di repressione contro le detenute attraverso ripetute irruzioni nelle loro celle sia di
giorno che di notte. Le detenute del carcere di Damon devono affrontare condizioni di vita difficili a causa della grave
carenza di prodotti per la pulizia e della riduzione al minimo della biancheria da letto. Sono in aumento le denunce
relative ad aggressioni e molestie verbali nei confronti delle detenute durante le operazioni di repressione e
perquisizione all'interno del carcere di Damon. La continua negligenza medica nei confronti delle detenute malate nel
carcere di Damon sta peggiorando le loro condizioni di salute e aggravando le loro sofferenze. Si chiede alle
organizzazioni internazionali per i diritti umani di intervenire immediatamente per porre fine alle crescenti
aggressioni contro le detenute e garantire il soddisfacimento dei loro bisogni primari e delle cure mediche necessarie.
Alle Nazioni Unite e al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) si chiede di documentare i fatti segnalati e di
esercitare pressioni per garantire l’assistenza medica e il rispetto dei diritti fondamentali delle detenute,
richiedendone il rilascio.
Su direttiva del ministro dell’Esercito israeliano Israel Katz, le autorità di occupazione hanno deciso di iniziare ad
applicare la legge sulla pena di morte promossa dal ministro ultranazionalista Itamar Ben-Gvir nella Cisgiordania
occupata, secondo quanto riportato dal Canale 14 israeliano. La pena di morte verrebbe adottata come pena principale per
qualsiasi palestinese condannato per aver compiuto attacchi che causano la morte di israeliani, qualora venisse
catturato vivo. Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, aveva dichiarato: “Hamas afferma che la pena di morte è
immorale. Io dico che abbiamo tolto tutto ai terroristi nelle prigioni, e ora vogliamo togliere loro la vita”.
Israele usa i cani per stuprare i prigionieri palestinesi. Ora lo ammette anche il New York Times. Le accuse più atroci
emerse dalle carceri israeliane parlano di cani usati nelle violenze sessuali contro prigionieri/ostaggi palestinesi. Il
quadro generale degli abusi è documentato da ONU, Reuters e B’Tselem: pestaggi, waterboarding, umiliazioni, torture e
detenzioni arbitrarie.
Il 27 giugno 2026, due palestinesi rilasciati dalla detenzione israeliana hanno descritto un sistema di torture, abusi e
trattamenti disumani all’interno delle prigioni e dei centri di detenzione israeliani, raccontando mesi di violenza
fisica, negligenza medica, umiliazione e abusi psicologici. Alla richiesta di cura un medico ha risposto: “Non sono
venuto a curarti. Sono venuto per torturarti”. Le loro testimonianze sono state rilasciate per celebrare la Giornata
internazionale a sostegno delle vittime della tortura e sono state pubblicate da Quds News Network. Gli ex detenuti
hanno detto che gli abusi non sono stati incidenti isolati, ma parte di una politica sistematica condotta attraverso le
strutture di detenzione israeliane che trasportano i palestinesi dalla Striscia di Gaza.
Nelle carceri 9.600 detenuti politici palestinesi rimangono rinchiusi nelle famigerate prigioni israeliane, con un
aumento dell’83% rispetto ai livelli precedenti alla guerra genocida nella Striscia di Gaza. Tra i detenuti ci sono 87
donne e più di 350 bambini; oltre 3.532 palestinesi sono detenuti senza accusa né processo in regime di detenzione
amministrativa, e 1.251 provengono da Gaza e sono incarcerati in base alla “Legge sui Combattenti Illegittimi”
israeliana. Non si contano i gazawi arrestati e spariti senza lasciare traccia.
Il 30 giugno 2026. L'Ufficio stampa dei detenuti palestinesi ha reso noto che la prigione israeliana del Negev ha
inasprito le misure punitive contro i detenuti palestinesi, costringendoli a restare nel cortile sotto il sole cocente
fino a sei ore. Secondo una nota, l'ora d'aria è stata ridotta a 30 minuti ogni due giorni, a cui si aggiungono
frequenti incursioni nelle sezioni del carcere. È stato inoltre riferito che sono state sequestrate copie del Corano e
che le razioni di cibo sono state ridotte e talvolta consegnate avariate; le visite, inoltre, sono sottoposte a rigida
censura e vengono interrotte anticipatamente qualora i detenuti facciano riferimento alla situazione esterna.
La polizia di occupazione israeliana ha arrestato il 9 luglio decine di lavoratori palestinesi provenienti dalla
Cisgiordania occupata, nella città di Lod, nella Palestina occupata nel 1948, per essersi recati lì per lavoro senza un
permesso d'ingresso rilasciato da Israele.

***
Il nuovo rapporto della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite raccoglie oltre due anni di indagini sui Territori
Palestinesi Occupati e documenta migliaia di violazioni contro i minori
C’è un documento di ottantanove pagine depositato davanti al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il 18
giugno 2026. Si chiama The essence of childhood has been destroyed. Lo ha redatto la Commissione Internazionale
Indipendente d’Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati.  È il risultato di oltre due anni di indagini, migliaia di
fonti aperte verificate forensicamente, interviste a medici, testimoni, sopravvissuti, analisi balistiche, immagini
satellitari, scansioni TC di bambini feriti. È, per dirla senza perifrasi, la più dettagliata documentazione di
sterminio metodico dell’infanzia mai prodotta da un organo delle Nazioni Unite nel XXI secolo. Almeno 20.179 bambini
uccisi tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025. Quarantaquattromila feriti. Cinquemilasessanta ancora sepolti sotto le
macerie. Diciassettemilacinquecento non accompagnati, senza famiglia, senza nome. Cinquantottomila che hanno perso uno o
entrambi i genitori. Questi non sono dati di Hamas, né del Ministero della Salute di Gaza: sono cifre verificate e
citate dalla stessa Commissione ONU incrociando UNICEF, OCHA e Save the Children. Il trenta per cento dei morti totali
del conflitto è composto da minori, una percentuale che supera quella di ogni precedente escalation israeliana su Gaza e
che la Commissione riconduce esplicitamente all’espansione dei criteri di targeting e all’uso sistematico di armi ad
area vasta in zone densamente popolate da civili. Il rapporto documenta qualcosa che le cancellerie occidentali si
rifiutano sistematicamente di nominare: un pattern deliberato. Bambini colpiti alla testa e al torace da cecchini a
distanza ravvicinata. Neonati di dieci giorni presi di mira da quadricotteri mentre venivano allattati in una tenda.
Fratelli di dieci e nove anni uccisi da un drone mentre raccoglievano legna per il padre sulla sedia a rotelle, nella
zona grigia della cosiddetta «linea gialla» istituita dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Medici internazionali
che descrivono agli investigatori ONU un pattern di ferite da arma da fuoco unica, di precisione, su bambini isolati,
spesso mentre gli adulti vicini restano illesi. Il rapporto è anche un catalogo di dichiarazioni pubbliche. Un membro
della Knesset che il 30 gennaio 2025 afferma: «Gaza è piena di terroristi e ogni bambino che vi nasce è già un
terrorista, dal momento della sua nascita». Un altro, durante una sessione plenaria del 9 maggio 2025: «Quello che è
stato fatto a Gaza è una vergogna che non sia andata peggio. Non ci sono innocenti». Un ex deputato del Likud, in
un’intervista televisiva israeliana del maggio 2025: «Ogni bambino a Gaza è il nemico. Non dobbiamo lasciare un solo
bambino gazawi là». Poi ci sono gli ospedali. Al-Nasr Pediatrico attaccato tre volte in una settimana del novembre 2023,
fino alla chiusura forzata, con quattro neonati trovati in decomposizione nelle incubatrici spente quando i giornalisti
poterono accedervi durante la prima tregua. Al-Rantisi, unico ospedale pediatrico specializzato rimasto operativo a
Gaza, colpito il 16 settembre 2025 con ottanta pazienti all’interno. Le unità di terapia intensiva neonatale ridotte da
178 incubatrici a 54, con tre o quattro neonati costretti a condividere la stessa macchina. Operazioni chirurgiche su
bambini eseguite senza anestesia, con materiale non sterile. Quindici neonati morti di ipotermia tra dicembre 2024 e
febbraio 2025 nelle tende degli sfollati, in condizioni che la stessa UNICEF ha definito «prevenibili». Il quarto ciclo
di vaccinazione antipolio per seicentomila bambini bloccato dal divieto israeliano di ingresso degli aiuti umanitari
nell’aprile 2025, in un territorio dove il poliovirus era ricomparso dopo venticinque anni di eradicazione. Il titolo
del rapporto è una citazione di un medico che lavora a Gaza, raccolta da un investigatore ONU. Ha detto che l’essenza
dell’infanzia è stata distrutta, non che i bambini sono morti, ma che l’infanzia come condizione umana, come spazio di
crescita e come proiezione di futuro è stata sistematicamente eliminata. Ottantanove pagine di documentazione forense
depositate agli atti di un organo delle Nazioni Unite rendono questa affermazione incontestabile. (Tratto da
Pressenza.com, 27 giugno 2026)

***
Intervento Giovani Palestinesi all'assemblea nazionale Si Cobas
Il 27 giugno si è tenuta a Milano una partecipata assemblea operaia del SI Cobas sul tema del tentativo di estendere la
legge antisciopero al settore della logistica considerandolo come settore essenziale e quindi soggetto alle procedure
limitanti disposte dalla legge. Molti interventi sono stati fatti dagli operai dei magazzini e da situazioni di
movimento fra i quali anche quello dei Giovani Paletinesi che di seguito riportiamo.

Come Giovani Palestinesi d’Italia partecipiamo con convinzione a questo momento assembleare. Portiamo qui la voce di chi
combatte da anni contro l’occupazione coloniale, il genocidio e il sistema imperialista che li permette e li sostiene.
Non prendiamo la parola da spettatori ma come parte di una lotta che si è intrecciata, concretamente e materialmente,
con quella dei lavoratori della logistica in questi anni difficili e decisivi.
La delibera della Commissione di Garanzia dell’11 marzo è un atto di guerra di classe. Applicare la legge 146 del 1990
alla logistica — dopo 36 anni dalla sua promulgazione — non è il frutto di un’interpretazione giuridica, ma una risposta
politica precisa a una mobilitazione che ha colpito e fatto male esattamente dove il sistema capitalista non vuole
essere colpito: sui flussi, sulle merci, sulle catene che tengono in piedi l’economia di guerra.
La logistica è l’arteria del sistema. Colpirla, anche parzialmente, produce effetti a catena che nessuna petizione,
nessun corteo, nessuna dichiarazione di solidarietà può produrre. Il sistema lo sa. E adesso risponde. 
Per questo la 146 del 1990 applicata alla logistica va letta esattamente per quello che è: un tentativo di recidere il
legame tra lotta operaia e lotta antimperialista. Un tentativo di costruire una separazione artificiale tra chi sciopera
per il salario e chi blocca un carico di armi. Classificare la logistica come servizio pubblico essenziale serve a
limitare il diritto di sciopero nel settore che si è rivelato il più difficile da neutralizzare. I licenziamenti contro
i portuali sono licenziamenti politici. I procedimenti disciplinari sono procedimenti politici. Chi li chiama altrimenti
sta già facendo il lavoro di propaganda del nemico.
La risposta che questa assemblea deve costruire deve essere all’altezza dell’attacco ricevuto. Un attacco politico
richiede una risposta politica. Non solo legale, non solo contrattuale, non solo difensiva. Richiede un allargamento
della coalizione, una chiarezza di analisi, e una capacità di portare questa battaglia fuori dai confini del settore,
dentro il movimento, dentro i luoghi di lavoro, nelle piazze.
Difendere il diritto di sciopero nella logistica significa difendere una delle forme di azione che hanno dimostrato di
poter interrompere davvero le infrastrutture della guerra e del genocidio. Significa difendere quella saldatura tra
conflitto operaio e lotta antimperialista che il sistema vuole spezzare.
Il popolo palestinese resiste sotto le bombe. I lavoratori della logistica resistono sotto i licenziamenti. Sono la
stessa resistenza, su fronti diversi, contro lo stesso sistema.


Dati sulle carceri
Tratto dal XXII Rapporto di Antigone presentato il 19 maggio 2026
Il rapporto si apre con uno sguardo ai numeri della detenzione, numeri che restituiscono un’immagine assolutamente
allarmante […] Al 30 aprile 2026 erano 64.436 le persone detenute nelle nostre carceri. 2.844 erano donne, il 4,4% dei
presenti, 20.307 erano stranieri, il 31,5% dei presenti. Nell’ultimo mese la crescita è stata particolarmente
significativa, 439 persone in più, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità. Quasi
2.000 persone in più in un anno. 1.148 nei 12 mesi precedenti. La crescita delle presenze riprende dunque ad accelerare…
Sono ormai 73 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, 8 quelli in cui ha
superato il 200%. Si tratta di Lucca (240%), Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%), Milano San Vittore (210%),
Brescia Canton Mombello (210%), Udine (210%), Latina (204%). Gli istituti che non hanno raggiunto il “tutto pieno” sono
ormai solo 22 in tutta Italia […] 
Tutto questo significa condizioni materiali di vita inumane, carenze croniche di ogni risorsa e di ogni servizio, dal
personale dell’amministrazione penitenziaria a quello delle ASL, e garantire i diritti essenziali e il rispetto della
legalità diventa un’utopia. Il sistema è allo sfascio […] Questa costante crescita delle presenze si registra peraltro
nonostante un calo ancora rilevante negli ingressi dalla libertà. Continua a calare anche la percentuale di quanti in
carcere sono in custodia cautelare. La costante crescita delle presenze in carcere non si spiega dunque né con un
aumento degli ingressi, né con un maggior ricorso alla custodia cautelare. Il dato appare però un po’ meno
incomprensibile se si guarda alla durata delle pene, ed in particolare alla durata delle pene inflitte alle persone
detenute. Alla fine del 2025 infatti la pena inflitta ai presenti in carcere era in media più lunga rispetto ad un anno
prima. Le condanne di chi è oggi in carcere si allungano e lo fanno lentamente, ma costantemente, dalla fine della
pandemia […] L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove
aggravanti, che intervengono sul Codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti
sanzionatori […] La platea di persone detenute con un residuo pena inferiore ai tre anni, oltre 24.000 persone alla fine
del 2025, è infatti quella a cui più spesso si guarda quando si pensa di combattere il sovraffollamento carcerario
favorendo l’accesso alle misure alternative. Già ad agosto del 2023, e poi di nuovo nel febbraio del 2024, il Ministro
Carlo Nordio aveva dichiarato di voler combattere il sovraffollamento destinando le caserme dismesse al trattamento
detentivo differenziato di chi non si è macchiato di gravi reati e ha residui di pena brevi. Si pensava allora appunto
ad una platea che poteva raggiungere le 20.000 unità. A luglio del 2025 lo stesso Ministro Nordio aveva invece
illustrato un piano per ridurre il numero dei detenuti destinato ad una platea di 10.105 detenuti definitivi, con pena
residua sotto i 24 mesi. E da allora molte dichiarazioni di questo tenore si sono ricorse, fino a quelle recentissime
sugli interventi per favorire l’accesso alle misure di comunità di tossicodipendenti e senza fissa dimora. Ma nel
frattempo, nel mondo reale, nulla è accaduto. Assolutamente nulla […] 
L’età media della popolazione detenuta avanza, questo sta avvenendo nonostante i giovanissimi, per quanto pochi, negli
ultimi anni abbiano fatto registrare crescita piuttosto significativa in termini percentuali. Ci sono 1300 detenuti over
70 e, ma non ci sono dati, alcuni anche over 80 […] Un’altra possibile spiegazione della crescita delle presenze, o
quanto meno un inquietante campanello d’allarme di quanto queste potrebbero ulteriormente crescere nel prossimo futuro,
è quanto accaduto nell’ultimo anno ai numeri delle misure alternative. Ci limitiamo qui a un accenno, segnalando due
dati allarmanti: le prese in carico degli UEPE per Affidamento in prova al servizio sociale, che nel 2024 erano state
26.151, nel 2025 sono state 24.627, il 5,8% in meno. E altrettanto sta accadendo con la Detenzione domiciliare, la
seconda misura alternativa alla detenzione per incidenza numerica. I nuovi casi presi in carico nel 2024 erano stati
14.247, mentre nel 2025 sono stati 13.519, il 5,1% in meno. Per la prima volta da molto tempo, forse per la prima volta
da quando esistono, le misure alternative alla detenzione sono in calo […] Tra i 63.499 detenuti presenti al 31 dicembre
2025 solo 25.921, il 40,8%, era alla prima carcerazione. Alla stessa data 29.127 detenuti, il 45,9% dei presenti, in
carcere c’era già stato tra le 1 e le 4 volte prima dell’attuale carcerazione. Se si va oltre, si scopre che 6.718
detenuti, il 10,6%, avevano già tra le 5 e le 9 carcerazioni alle spalle, e addirittura 1.724 persone, il 2,7% dei
presenti, in carcere c’era già stato più di 10 volte. Detto in altri termini, il 59,2% dei presenti era recidivo e in
alcuni casi, almeno il 13,3%, si trattava di esperienze di detenzioni plurime che si trascinano probabilmente per
decenni.

***
Consegnata con oltre un anno di ritardo, la relazione del Garante ignora il dramma di carceri sovraffollate, i suicidi e
le condizioni degradanti, trasformandosi in un esercizio burocratico  incapace di raccontare l’emergenza penitenziaria.
Doveva essere la relazione annuale al Parlamento sullo stato delle carceri italiane. È arrivata invece il 19 giugno
2026, con oltre un anno di ritardo e nel più totale silenzio. Nessuna conferenza stampa, nessuna presentazione pubblica,
nessun confronto con le istituzioni. Un epilogo inevitabile per un documento che fotografa una realtà ormai superata
dagli eventi e che appare già vecchio nel momento stesso in cui viene consegnato. L’ultima relazione risaliva al 2023,
ai tempi della presidenza di Mauro Palma. Poi il vuoto. Dopo la scomparsa improvvisa di Felice Maurizio D’Ettore,
nell’agosto 2024, e la successiva nomina di Turrini Vita e Irma Conti, della relazione annuale non si è saputo più
nulla. Fino ad oggi. Ma il problema non è soltanto il ritardo. È il contenuto. O meglio, l’assenza di contenuto. Come ha
denunciato Rita Bernardini di Nessuno Tocchi Caino, nelle 267 pagine del documento si trovano il numero delle visite
effettuate e perfino i chilometri percorsi dai garanti, ma non si trova quasi traccia di ciò che hanno visto nelle
carceri italiane e delle iniziative concrete adottate dopo quelle visite. Mancano le celle sovraffollate. Mancano le
condizioni degradanti. Mancano le storie di sofferenza quotidiana di detenuti e operatori. Manca qualsiasi seria
riflessione sul senso della pena e sullo stato di un sistema penitenziario che continua a peggiorare. Eppure i numeri
parlano da soli. Alla fine del 2024 i detenuti erano 61.861. Oggi sono oltre 64.700. Il sovraffollamento ha raggiunto
livelli record, mentre le morti in carcere continuano ad accumularsi in un’indifferenza istituzionale sempre più
difficile da giustificare. Sfogliando la relazione si ha l’impressione che il principale problema delle carceri italiane
sia la mancanza di spazi o la necessità di qualche intervento edilizio. Come se il dramma umano che si consuma ogni
giorno dietro le sbarre potesse essere ridotto a una questione di metri quadrati. Le relazioni di Mauro Palma cercavano
almeno di aprire una discussione pubblica sul carcere e sui diritti delle persone detenute. Questa appare invece come
una fredda raccolta di statistiche elaborate sui dati del Dap, priva di una visione, di una denuncia politica e perfino
di quella indignazione che la situazione richiederebbe. Nel frattempo al Garante arrivano centinaia di reclami per
problemi sanitari, condizioni detentive degradanti, difficoltà nei rapporti familiari, carenze trattamentali e
segnalazioni di maltrattamenti. Ma tutto questo sembra restare sullo sfondo. Mentre il sovraffollamento cresce e i
decessi dietro le sbarre continuano a susseguirsi, dal Garante nazionale abituato a finti proclami e molte passerelle,
arriva una relazione tardiva, burocratica e incapace di restituire la gravità dell’emergenza in corso. Chi dovrebbe
vigilare, denunciare e richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità sembra essersi limitato a contare visite,
chilometri e statistiche. (da osservatoriorepressione.info, 25 giugno 2026)


DI CARCERE NON SI DEVE MORIRE, DI CARCERE NON SI DEVE VIVERE
Una riflessione sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)
Diffondiamo una riflessione sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nato come Ospedale
Psichiatrico Giudiziario, noto per le lussuriose detenzioni concesse ai “grandi” di cosa nostra; oggi casa circondariale
con un reparto dedicato alla “tutela della salute mentale”. Una piccola introduzione per descrivere l’origine e la
trasformazione della struttura, seguita da alcune parole di Luigi dal carcere di Piazza Lanza, Catania. 
Il 14 febbraio del 1905 si stipulava il contratto tra l’Amministrazione Carceraria e il Comune di Barcellona Pozzo di
Gotto per l’acquisto di un terreno di 40.000 metri quadrati da servire per la costruzione del Manicomio Criminale.
Questo sarebbe diventato, come è stato nel 1925, il primo manicomio giudiziario maschile ad aprire in Italia ed anche
l’ultimo a chiudere, nella forma di Ospedale Psichiatrico Giudiziario, nel 2017. Da allora, a Barcellona Pozzo di Gotto
si trova la casa circondariale “Vittorio Madia” , dal nome dello psichiatra, allievo di Lombroso, che è stato direttore
della struttura fino al 1954. Questo il suo credo: “Studiare i detenuti per conoscerli. Conoscerli per governarli
razionalmente. Governarli razionalmente per bonificarli. Bonificarli per utilizzarli”. Nuove sfumature della predazione
coloniale, questa volta nei confronti di “pazzi criminali”. Entrare nelle menti etichettate come incivili e malate,
“sanificarle” con tutti gli strumenti più infami che la psichiatria può offrire, per poi sfruttarne la messa a lavoro
dei corpi.  
Ora la casa circondariale contiene, con le parole della ex direttrice, “una sezione di reclusione, un reparto
articolazione per la Tutela della Salute Mentale maschile e femminile” -il più grande d’Italia-, “una Casa di Lavoro,
nonché i soggetti sottoposti ad osservazione psichiatrica e i detenuti ai sensi dell’art. 148 cp”, ovvero lx condannatx
che iniziano a presentare un’Infermità psichica durante l’esecuzione di una pena detentiva. 
Al primo piano della “Casa di lavoro”, si trova anche una “colonia agricola”. L’art. 215 del codice penale prevede tra
le misure di sicurezza personali anche “l’assegnazione a una colonia agricola o ad una casa di lavoro” . Si tratta di un
periodo detentivo ulteriore a quello già scontato, di minimo un anno, per coloro che vengono dichiaratx “delinquenti
abituali, professionali, per tendenza” e nei confronti di cui viene dichiarata la pericolosità sociale. La ex direttrice
si vantava dell’esistenza anche di una sala karaoke dentro l’OPG. Invece, eccole le colonie penali. E i manicomi. 
E la soluzione non sono certo le REMS; in Sicilia ce ne sono ben tre, una a Naso (Me) e due a Caltagirone (Ct), per un
totale di 60 posti, che sono sopraggiunte dopo la chiusura degli OPG come strutture d’emergenza per chi ha crisi
psichiche acute. D’altronde sappiamo quanto queste residenze fungono da ruspe scavatrici di ogni humus vitale di corpi
svuotati a suon di “terapia” ed abbandono. 
Né sono una soluzione le messe a lavoro più “civilizzate”, spacciate per “consensuali”. Come quelle aperte dai vari
accordi tra stato e imprese, tra cui gli sgravi fiscali per le aziende che assumono detenuti che sono stati introdotti
dal Decreto sicurezza del 2025 -proprio quello contro cui han lottato alcunx compagnx che si trovano ora in detenzione
cautelare-. O gli accordi tra Webuild -azienda del ponte e della papabile ricostruzione di Gaza in chiave residence
trumpiano- e il Ministero di giustizia. 
Poi quali lezioni di civiltà e buone condotte possono venire da uno stato, che nella sua articolazione del DAP,
riproduce le discriminazioni riportate nella lettera che segue? Quei requisiti- riportati (nelle parole di) da Luigi-
non parlano di protezione, ma trasudano omofobia, binarismo di genere e fobia per la malattia mentale e per la
dipendenza da sostanze. Uno stato che per le sue ragioni di sicurezza, ovvero le sue paure di tenuta dell’istituzione
carceraria (perché l’incolumità dei detenutx, è chiaro che diventa un problema solo se è l’incolumità del carcere quella
in questione), acuisce la violenza sessista e psicologica di chi reclude. E produce costantemente morte. Nel 2025, nel
giro di sei mesi tre persone sono state suicidate a Barcellona Pozzo di Gotto. La prima persona a marzo. A maggio, un
ragazzo tunisino di 24 anni si è impiccato in una cella di isolamento, nella quale era stato condotto solo da alcune
ore. E ad agosto, una persona di quarantotto anni, nata in India, impiccatasi nelle docce. E poi Francesco, morto a
marzo del 2026 nel carcere di Augusta, ma che era stato “tradotto” da quello di Barcellona Pozzo di Gotto due mesi
prima. Lì il suo avvocato aveva presentato un’istanza urgente di scarcerazione per le condizioni di salute. Ma la
valutazione sanitaria della casa circondariale aveva riportato che “non si evince, in ragione delle patologie
psichiatriche, una condizione di incompatibilità con il regime carcerario”. 
“Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui
incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i
buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di
essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore
di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda,
ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella
istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva
solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese” (F. Basaglia)

7 luglio 2026, da brughiere.noblogs.org


Lettera dal carcere di Barcellona Pozzo di Gozzo (ME)
Di carcere non si deve morire, di carcere non si deve vivere. Imprimo queste parole su un foglio perché ho la fortuna,
il privilegio, la grazia (a me concessa) di poterlo fare. Mesi fa, unx compagnx mi scriveva preoccupatx. Mi diceva che
qualcunx a lxi caro era stato “tradotto” dal carcere di P.za Lanza a quello di Barcellona Pozzo di Gotto, carcere famoso
per le barbarie, perpetue, ai danni dellx reclusx. Negli anni questa struttura è stata il luogo dove “uomini di
rispetto” e detenuti eccellenti hanno trascorso una discreta e protetta vacanza in attesa del proscioglimento
giudiziario. Non a caso è famoso per essere stato il carcere di “don Liggio”.
Quello che segue è uno stralcio di ciò che succedeva lì negli anni 1970. Ma non c’è da stupirsi, e nemmeno da tirare un
qualche respiro di sollievo pensando che di tempo ne è trascorso: questo succede ancora.
“XXX mi ha raccontato di essere stato legato al letto anche per mesi. Quando eri legato ti dovevi fare tutto addosso,
non ti facevano certo andare al cesso […] A forza di pisciarti addosso ti incrostavi tutto. Come unica forma di igiene
personale c’era il lavaggio che, una volta al giorno, ti faceva lo scopino. Passava con una scopa ed un secchio d’acqua,
intingeva la scopa nel secchio d’acqua e te la passava addosso. Con l’acqua dello stesso secchio lavava tutti quelli
legati. Gran parte del tempo lo passavi inebetito perché ti bombardavano di scopolamina o vari mix di farmaci […] Il più
delle volte dovevi aggiungerci le iniziative autonome delle guardie che passavano il tempo a tormentarti. Tra i giochi
preferiti c’era quello di spegnare sigarette sui legati e fargli bere acqua salata. (… E le) scommesse che guardie e
detenuti di rispetto organizzavano. In cambio di qualche sigaretta, un po’ di caffè, cibo decente o la semplice doccia
col sapone, venivano organizzati dei combattimenti tra detenuti. Divertenti risultavano quelli tra detenuti imbottiti di
psicofarmaci. Il modo goffo e impacciato di muoversi, i riflessi non allenati e l’equilibrio precario dava al
combattimento un tono di comicità particolarmente apprezzato. In ogni caso il sangue doveva scorrere. Il combattimento
aveva fine quando uno dei due era realmente Ko”.
Questo quello che avveniva nelle carceri dove eran ristrettx detenutx che sono statx psichatrizzatx, ed ha valenza,
almeno per contestualizzare, sapere chi viveva quelle carceri, e chi le vive adesso.
Allora tantx prigionierx politicx, specie in seguito a rivolte o ripetute evasioni, venivano tradottx nelle carceri
psichiatriche. L’intento era chiaro come il sole: sedare, annientare ed annichilire dissidenti, ma anche detenutx -e
questo, come quello, succede ancora- che agiscono autolesionismo. A questx bisogna aggiungere quei detenuti che invece
miravano alla semi-infermità mentale, per lo più uomini rispettati che, così facendo, diventavano una minoranza
privilegiata che, grazie alla connivenza, vivevano come in un albergo. E’ il caso di Luciano Liggio a Barcellona Pozzo
di Gotto. Soldi, protezione, nessun trattamento sanitario, niente farmaci o manganelli. Nessuno li legava, nessuna
camicia di forza, nessuna doccia ghiacciata, nessuna violenza da parte delle guardie.
Ad oggi, di questa parte di popolazione detenuta non ho contezza. Ma a Barcellona Pozzo di Gotto continuano a
susseguirsi torture e annichilimento.
Racconto di A. che, con addosso già le sue problematiche che in carcere si erano acuite, da Piazza Lanza è stato
tradotto al carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma qui, al comune, aveva trovato amicx che gli volevano bene, lo
rispettavano ed aiutavano nella carcerazione. Poi, ad aprile viene tradotto. Il perché non si sa: non aveva fatto
casini, liti, autolesionismo. Si immagina che di questo spostamento sia complice l’area psico-sanitaria, che il dottor
psichiatra abbia deciso che A. non era più idoneo a stare qui. Dopo 2 mesi di tortura, ieri è tornato. Il suo avvocato
ha lottato per farlo tornare qui. Viene da dire che l’ha salvato, ma di questo non si è certx. Ora A. non sta più fermo,
ha un costante tremolio che prima non aveva. Non parla, non scherza, è pallido, smagrito. Con la voce roca racconta
l’atrocità di vivere in quel carcere orrendo. Celle da tre persone, minuscole, senza luce. Non vi è possibilità di
cucinare (hanno paura del fuoco i guardiani -il problema non è il fuoco, mai-). Lx reclusx non parlano tra di loro e non
si socializza, tanto che A. non si ricorda i nomi dex concellinx e compagnx di sezione. Trema, è rallentato, come se il
mondo corresse troppo veloce e lui avesse preso una di quelle sbornie che non passano mai, perché è stata voluta da chi
ha scelto per lui.
Qualche settimana fa, giusto in bacheca, c’era un annuncio che cercava lavorantx da trasferire nella struttura di
Barcellona. I requisiti, sempre gli stessi: pena non inferiore a due anni e non superiore ai cinque, non aver
collezionato rapporti e, la precisazione finale, “non essere omosessuale o transex”. Perché queste persone non
devono/possono lavorare. Spero che un giorno ci sia chiarezza da parte del DAP, che continua ad usare questa dicitura
come se nulla fosse. La ricopio in forma integrale, perché è vomitevole.
“Si avrà cura di escludere le richieste dei detenuti tossicodipenti, in trattamento sanitario, nonché appartenenti a
particolari tipologie (transex, omosessuali, ecc.) ed in genere tutti coloro che hanno problemi di incolumità e/o sono
ristretti in sezioni c.d. protette”. E’ agghiacciante, come è agghiacciante che lx reclusx psichiatrizzatx non possano
lavorare e, così, magari svagare, tenersi impegnatx, invece che -racconto di A.- passare 2/3 giorni a letto senza
nemmeno mangiare. Ma capisco che ricevere spiegazioni dal DAP non è una cosa semplice, anche perché, se così fosse, le
domande sarebbero innumerevoli. E le considerazioni da trarne le stesse : delle galere, solo macerie.
Nell’ultimo mese ho notato un notevole cambiamento della popolazione detenuta. E tutto, a mio parere, grava sull’area
sanitaria in combutta con la struttura. E’ entrato un ragazzo che non stava in piedi, tanta la droga che aveva in corpo.
Un altro, con un‘infezione legata all’uso di sostanze, che ha avuto sfogo di sangue e pus infetto dalle ginocchia. Oltre
che le innumerevoli persone che sono recluse, già considerate “inferme mentalmente”. Ed ancora un uomo andato in
ospedale post-intervento per un tumore alla prostata, lo si vedeva in sezione col catetere. Ed in fine un
settantatreenne con un cancro ai polmoni. Eppure, al primo ingresso, dovrebbe esserci una visita di idoneità. Ma
talvolta viene fatta dopo giorni, altre volte salta del tutto. Talvolta è fatta da medici che sembrano bendati, che poi
sanno rispondere “eh, il sovraffollamento!”, facendo finta di non esserne complici. Come appunto la somministrazione
delle terapia: basta lamentarsi di non dormire bene la notte per vedersi somministrato lo xanax vita natural durante. E
senza visita, senza esami, senza nessun controllo. E Massimo, detenuto morto a fine maggio, è l’apice di tutto questo.
Di fronte a tutto questo, c’è spesso solidarietà tra reclusx. Qui molti gli vogliono bene, gli fanno fare due passi, due
chiacchiere. Ma ovviamente noi non siamo qualificati come operatori sanitari, non abbiamo strumenti per gestire crisi
d’astinenza, patologie create ad hoc. Qui dentro, qualcunx nel vedere come A. è tornato ha anche pianto. Io lo capisco,
empatizzo, ed ascolto anche il concellino che mi dice “impazziremo anche noi qui dentro”. Già, perché su una cella da
sei, siamo solo due a non aver “patologie psichiche” comprovate (?!). Insomma la situazione qui resta critica, col caldo
poi si assiste ad un surriscaldamento del clima all’interno dei cervelli. Tuttx sembrano più incazzatx, rissosx,
arrabbiatx. Ed io ho paura, perché sanno fare bene il lavoro i guardiani.
Sanno annichilirti, annientarti ed anche portarti alla morte – vedi Massimo- nel silenzio più totale ed assordante,
riuscendo a dire: “non è colpa nostra, abbiamo fatto il possibile”. Io sogno l’impossibile invece, tendo le mani verso
la solidarietà, verso l’amore, affinché di una prigione non restino che macerie.
Concludo con le parole di chi mi somiglia, di chi s’è salvato. B. rapinatore anni ’70: “non è che fossimo più furbi di
questi, la nostra fortuna era quella di non sentirci mai isolati. Potevano mandarti dove volevano, ma non riuscivano a
farti diventare un sepolto vivo. Un esempio, da non sottovalutare, è la posta. Io ricevevo sempre una lettera e una
cartolina al giorno. C’era gente che non riceveva nemmeno un biglietto d’auguri di natale da dieci anni. Le guardie
queste cose le vedono”.
Carx compagnx, quindi grazie per salvarmi la vita coi vostri pensieri. Un saluto a tuttx – complice e solidale con lx
compagnx arrestatx a Roma-Valsusa-Forlì.
Eterna lucha y defiende la tierra – la tierra no se vende.

Carcere di Piazza Lanza, giugno 2026
Luigi Bertolani, Via Lanza n.1195123 Catania
Il 22 maggio è morto Massimo: vittima dello stato
Comunicato dal carcere di Catania
La storia di Massimo è la storia di un uomo morto per mano dello stato. Un uomo vittima di questo sistema infame.
E se è vero, come è vero, che non esiste il crimine giusto per non passare da criminali, occorre fare luce sul perché
Massimo era recluso insieme a noi.
Fuori, uno sbirro ha dato un calcio a sua moglie. E lui ha ricambiato il gesto allo sbirro. Fine della storia. A Massimo
viene data una condanna di un anno. La moglie e sua figlia vengono portate in una comunità di recupero. Per lo sbirro
nessuna pena o condanna. Dallo sbirro nessun risarcimento.
Massimo arriva a Piazza Lanza dolorante. Ha avuto a che fare con il crack. E ha un’ernia che gli fa male: si lamenta,
non sta in piedi, passa giornate a dire “sto male”. Non dorme, non mangia.
Viene portato in ospedale, dove viene liquidato così: “è tossico, in astinenza”. Torna a Piazza Lanza. Dove viene
imbottito di farmaci. Nessun Dio sa quali e quanti farmaci gli verranno somministrati in tre giorni.
L’ultima notte, Massimo la passa a chiamare i secondini dicendo “sto male, sto male”. Ma niente, l’abbiamo già detto: a
Massimo è stata data l’etichetta di “tossico”, per di più in galera. E’ solo un “tossico criminale”. L’indomani, la
mattina, entrerà in doccia e non uscirà più vivo.
Un uomo, Massimo, è morto tra le braccia dello stato, per mano dello stato.
Dal giudice che l’ha condannato, al carceriere che l’ha condotto in cella, ai medici, sia della struttura penitenziaria
che ospedaliera: sono tutti coinvolti. Tutti parte integrante di un meccanismo che annichilisce, tumula e uccide chi,
detenutx, si ritrova fragile.
Arresto cardiaco, a 51 anni. Loro dicono: “per astinenza”.
Ed anche volendo credere alla loro bizzarra narrazione, che rimane di violenza inaudita, del “tossico in astinenza”, ci
si chiede se è tutto vero, se non è un incubo. Hanno ucciso un uomo solo perché aveva sbatti con il crack? Non è
meritevole di cure chi ha fatto uso di stupefacenti?
Ma non c’è da chiedersi nulla. Massimo è morto, molto probabilmente per le gravissime complicazioni di un’ernia
strozzata non curata. Farmaci errati, diagnosi negate, luogo di cura errato. E’ tutto sbagliato.
In lotta contro la loro narrazione, vogliamo ricordare Massimo in lotta. Come quando sul frigo urlava “sto male, non
rientro”. Vogliamo ricordare Massimo che sorride fumando una sigaretta, gli sorridevano gli occhi. Vogliamo ricordare
chi non c’è più, ricordare perché non c’è più, ricordare chi è stato ad ucciderlo. Massimo ha agito contro la violenza
sbirresca e, per questo, gli è stata inflitta la galera, di morire di galera.
Massimo non era “un tossico”. Massimo era un nostro compagno. Massimo è un nostro compagno. Alla passerella della
direttrice, dei medici, degli infermieri e di ogni grado di secondino possibile ed immaginabile, rispondiamo che
sappiamo chi è stato. E chi stato non è. E non lo sarà mai.
Ricordiamo un uomo in lotta contro l’ingiustizia e la violenza dello stato, sia fuori che dentro la galera. Più forti
della morte.
Massimo vive, i morti siete voi! Che la terra ti sia lieve.

Alcunx reclusx di Piazza Lanza


Lettere da una struttura protetta di Torino
Ciao, come va la vita? Spero che tutto proceda per il meglio. Mi hanno cambiato di domicilio. Adesso abito in una nuova
“struttura”. Io sono internato all’ergastolo bianco da quattro anni e sei mesi. È una grossa fetta di vita; e non si
intravede ancora la liberazione. L’internamento mi ha profondamente cambiato. Quello che ho patito di più è stato
l’isolamento. Sono passato improvvisamente dall’avere una ricca vita sociale a trovarmi pressoché da solo e senza
rapporti sociali. Sto elaborando in questi ultimi mesi le strategie necessarie a sopravvivere in uno stato di
segregazione e di isolamento sociale, ma non è facile: gli esseri umani sono creature sociali; per poter sopravvivere
hanno bisogno di essere immerse nelle relazioni sociali, è un po’ quello che a me manca. Per lunghi anni la solitudine è
stata così intensa e profonda da causarmi l’equivalente di un dolore fisico; un dolore fisico che mi ha accompagnato per
quasi un lustro. Ora va un po’ meglio. Ho ripreso a studiare. L’Università che frequento è molto diversa da quella che
ho lasciato nel 2000. Gli studenti appartengono per lo più al ceto borghese, alla borghesia piccola e media. Il
proletariato tra gli studenti quasi non è rappresentato. I docenti erogano un servizio che è adeguato all’estrazione
sociale dei loro studenti. Piccolo borghesi gli studenti, piccolo borghesi i docenti. Tra gli studenti e i docenti
sembra esserci una intesa profonda e sembra assente qualsiasi conflittualità. Come potrebbe essere diversamente? Sono
espressione della stessa classe, degli stessi interessi economici, politici e sociali. I docenti più che insegnare a
ragionare, indottrinano. Ho l’impressione che questa facoltà di Scienze Politiche e Sociali, una facoltà che non ha
limitazioni di ingresso, una facoltà quindi di “massa”, non produca filosofi, pensatori e tantomeno scienziati:
piuttosto un profilo idoneo ad essere impiegato come dirigente esecutore nelle burocrazie che attraversano il paese.
Ho da poco iniziato a scrivere un mio secondo libro. Si intitolerà “L’ergastolo Bianco” e avrà sfondo autobiografico. La
mia speranza è disvelare i dispositivi propri della psichiatria forense attraverso il mio racconto. Spero di riuscire
nel mio intento. Ci lavorerò tutte le mattine prima di colazione. 
Mi sento un dinosauro. Non riconosco più né il mio paese, né i suoi abitanti. Ho molta nostalgia degli anni ’70 e dei
primi ’80. (Lettera del 14 marzo 2026)

***
Riprendo a scrivere dopo due mesi di silenzio. Me ne scuso.
Dopo avermi trasferito di “struttura” mi hanno tenuto un mese sotto “osservazione”. Per circa 30 giorni non sono potuto
uscire dall’appartamento in cui mi trovavo confinato. Di fatto sono rimasto 30 giorni recluso agli arresti domiciliari.
Finito il periodo di osservazione mi hanno concesso il permesso di uscire, previa l’autorizzazione, tutte le volte che
esco da “manicomietto” avvisano con una mail la questura del mio momentaneo spostamento. Le autorità vogliono sapere
dove sono, cosa faccio e dove trovarmi in ogni momento della giornata. È avvilente e oppressivo.
L’assistente sociale del Ministero di Giustizia il mese scorso mi ha anticipato che la mia “pericolosità sociale” mi
sarà rinnovata anche nel 2027. Dispero di poter tornare libero. Questo stato di privazione della libertà per un tempo
indefinito e senza un tetto massimo mi opprime e mi deprime. Attualmente, delle vecchie relazioni ne rimangono vitali
solo 3.
Ho avanzato sul web la proposta di creare una “Assemblea permanente dei Pazienti Psichiatrici” (APPP), una associazione
di pazienti psichiatrici indipendente dalle Aziende Sanitarie Locali e dalle fondazioni bancarie. Adesso si è aggregato
un piccolo gruppo di pazienti psichiatrici socialmente attivi sotto la sigla dell’APPP. L’APPP è diventata una piccola
comunità virtuale, molto attiva (appp.altervista.org). Partecipare all’attività dell’APPP mi permette di sentirmi meno
isolato e al contempo socialmente connesso.
A partire da gennaio 2026, terminato il periodo di “osservazione” ho potuto riprendere a frequentare i corsi di studio
universitario. Ho seguito i corsi di “Storia Moderna”, “Storia delle Istituzioni Politiche e Sociali”, “Storia del
Pensiero Politico”. I corsi sono terminati da 2-3 settimane, ho iniziato a studiare per sostenere gli esami. Sono molto
in ritardo con la preparazione degli esami e sono un po’ in ansia, per me è importante riuscire a superare 3 esami entro
settembre.
Da lunedì 04-05-2026 ho incominciato a seguire un corso di informatica per disoccupati. Oltre agli esami di Storia devo
quindi dedicarmi all’informatica. Sono passato da una vita molto vuota e quasi inattiva all’avere una vita molto attiva!
Ho bisogno di trovare lavoro. Sto valutando di studiare informatica per potermi dedicare alla “geo-informatica”. La
strada è in salita; è comunque una delle poche vie che posso seguire per trovare un lavoro qualificato, vedremo dove mi
porterà percorrere questa strada.
Ho ricevuto il piego di libri che mi avete inviato, contiene un numero di “OLGA” e una copia di “Scarceranda”. Grazie
dell’invio!!! Mi ha fatto molto piacere ricevere il materiale. Un abbraccio (Lettera del 9 maggio 2026)

Luigi Gallini, C/o “Coop il Margine Via Giordano Bruno, 195 - 10134 (Torino)


Raices y radicalidad
Nuova chiamata alla poesia, haiku senza haiku e versi liberi e scatenati, nata come continuazione del progetto "Haiku
senza haiku" del 2023. La nuova raccolta si chiamerà "Raices y radicalidad", lanciata dai compagni Juan Sorroche,
detenuto nel carcere di Terni (nel territorio chiamato Italia) e Miguel Peralta, che in qualche parte del mondo in
questo momento sfugge alla persecuzione dello "stato messicano". Raices y radicalidad aspira a creare uno spazio
d'incontro, convergenza ed espressione per le persone che "affrontano, resistono e lottano contro il potere ogni giorno"
in diverse latitudini. È una chiamata rivolta ai popoli in resistenza, ai/lle collettivi/e, alle individualità, alle
persone prigioniere, in fuga, in clandestinità, le persone migranti senza o con i documenti, alle dissidenze sessuali,
collettivo di sex workers, alle famiglie in ricerca dei/lle figli/e scomparsi, alle autonomie e autodifese, agli spazi
occupati, ai gruppi di sostegno per detenutx, a creatrici/ori e artistx dissidenti, a tutti coloro che quotidianamente
resistono e sfidano il potere. Raices y radicalidad, poiché le radici rappresentano l'origine, la memoria collettiva,
che si trasmette nel lungo cammino del tempo. La radicalidad è un profondo ritorno all'origine; è come una radice che
penetra la Terra in cerca d'acqua, scavando in profondità connettendosi con la memoria del territorio, vedendo con
trasparenza chi siamo e da dove veniamo. 
Vi invitiamo a contribuire con versi, pensieri, disegni, sentimenti, parole. In qualsiasi idioma. Gli scritti raccolti
saranno pubblicati in cartaceo attraverso delle autoproduzioni, verranno letti durante iniziative autogestite, diffusi
non solo tra tutte le persone interessate e "libere", seppur prigioniere nelle carceri, negli istituti psichiatrici, nei
centri di detenzione per migranti, ma anche a tutti coloro che sono reclusi nelle scuole, nelle fabbriche, nei
quartieri, nelle campagne, ma continuano a sentirsi liberi e non credono all'illusione che questa società ecocida possa
continuare.
Questa è una chiamata per non smettere di sognare, immaginare e realizzare infiniti mondi nuovi!
Invia i tuoi Haiku senza Haiku a: raicesyradicalidad@canaglie.net oppure
Spazio di documentazione Il Grimaldello via della Maddalena 81R - 16124 Genova - Italia


Milano: Il Bruzzi non si tocca
Milano: Avviso di sfratto allo Spazio Anarchico Bruzzi-Malatesta.
Con questo avviso di sfratto, il 10 settembre, il comune di Milano ci vuole rubare un altro pezzo di città, un altro
pezzo di storia e di memoria, togliendolo alla collettività per una questione di mero profitto.
Ci vogliono togliere uno spazio anarchico storico, uno dei pochi rimasti a Milano da 50 anni, lo spazio anarchico BRUZZI
MALATESTA:
Uno spazio che contiene una biblioteca e un archivio di testi e documenti anarchici, storici.
Si stanno prendendo tutto, buttando le persone in mezzo a una strada, chiudendo gli spazi di aggregazione, denunciando,
picchiando e abusando del loro “potere”, in nome di una superiorità che loro stessi si sono dati, legata al denaro, ma
il denaro è solo carta, e la carta davanti ai nostri ideali e ai nostri corpi può solo che bruciare!!
Noi siamo stufi di venire repressi sempre di più e di sentirci impotenti, è il momento di ribellarci tutti e tutte, a
questo governo fascista, alle giunte comunali corrotte e affariste, e ai bracci armati che li proteggono.
NON UNA CASA IN PIÙ AMM STOP SFRATTI STOP SGOMBERI
Ass. Teresa Galli, collettivo anarchico bandiera nera, G. A. Bruzzi Malatesta

***
NO SGOMBERO DI VIA CONTE ROSSO 20
Conte Rosso 20 - MilanoNel 1978 un collettivo di studenti di Architettura e di lavoratori ha dato vita a un progetto di
pratica territoriale a Lambrate, un quartiere in profonda e radicale trasformazione che vedeva la chiusura,
delocalizzazione e ridimensionamento delle grandi e medie fabbriche, la conseguente disponibilità di grandi aree che
aprivano le porte alla riconversione produttiva, a grandi piani di   “fattibilità" da parte di urbanisti e speculatori
di ogni ordine e grado.Abbiamo fatto inchiesta e occupato gli spazi vuoti, abbandonati, inutilizzati e distrutti dalla
lunga mano della speculazione, in attesa della grande abbuffata degli anni successivi. Abbiamo lottato insieme agli
operai delle fabbriche che si opponevano tenacemente alla delocalizzazione.
Nel 1979 siamo entrati in Conte Rosso 20. Lo spettacolo era devastante: una casa operaia di ringhiera costruita nel 1901
ancora abitata da 4 anziani soli, circondati da alloggi devastati al proprio interno, porte murate. La proprietà allora
era il Don Orione, opera di “beneficenza”. Da allora a oggi abbiamo sanato, ricostruito, reso abitabile un edificio che
attualmente consiste in 17  alloggi e uno spazio sociale, "Panetteria Occupata" che, oltre alle attività politiche e
culturali, contiene un importante archivio storico di documentazione.Il progetto iniziale di costruire un sistema di
abitare solidale diventa reale, siamo un mix abitativo di coppie alcune con bambini, figli dei nostri figli cresciuti
qui, di anziani, di persone con vari gradi di invalidità, alcune delle quali gravissime, di studenti e di lavoratori che
costituiscono un sistema abitativo solidale nel quale lo scambio intergenerazionale e culturale diviene concreto e
quotidiano.Dal 1990 la proprietà diventa di una serie di società, sempre riconducibili a un unico amministratore - il
sig. Trabattoni - con il quale gli abitanti di Conte Rosso 20 sono stati ingaggiati in una serie di scontri processuali
sia penali sia civili, TUTTI CON ESITO NON POSITIVO PER LA PROPRIETÀ.Nel 2002 gli abitanti si costituiscono in
Associazione Conte Rosso, che si occupa di gestire gli spazi, in particolare quelli comuni, per garantire decoro,
sicurezza, igiene, rapporti con il vicinato e di quanto necessita alla manutenzionedell’edificio.
Arriviamo con un “salto” di 36 anni alla FINGEST SERVIZI SRL, ultimo nome delle società amministrate dal sig. Trabattoni
che richiede e ottiene un provvedimento di sequestro preventivo di immobile contro IGNOTI.Il provvedimento esecutivo
significa che da domani potremmo essere messi sulla strada senza alcun preavviso, non possiamo opporci perché siamo
*IGNOTI”...NON SIAMO “IGNOTI” E NON SIAMO “IDIOTI” UTILI ALLA SPECULAZIONECI OPPONIAMO ALLO SGOMBERO CON TUTTI GLI
STRUMENTI NECESSARIUN'ALTRA CITTÀ È POSSIBILE


Atene: Sgombero della comunità di Prosfygika
sospeso lo sciopero della fame dopo 140 giorni
Una risoluzione per fermare i piani per sfrattare porzioni dell’occupazione della comunità di Prosfygika, ad Atene, è
stata accolta come vittoria da attivisti e attiviste e lo sciopero della fame dell’attivista Aristotelis Chantzis è
stato sospeso. Purtroppo le sue condizioni di salute, dopo 140 giorni, sono gravissime: pesa solo 35 chilogrammi, ha
perso il 44% del proprio peso corporeo, presenta un indice di massa corporea di 13,3, soffre di edemi agli arti
inferiori, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Lo sciopero della fame era iniziato il 5 febbraio
e alla sua lotta si era aggiunta anche Suzon Doppagne lo scorso primo maggio. La sospensione dello sciopero, il 24
giugno, è stata decisa dopo che il comune di Atene ha chiesto il congelamento del contratto programmatico della Regione
Attica per il progetto di riqualificazione della zona. Il progetto di riqualificazione significherebbe lo sgombero di
oltre 400 persone, prevalentemente rifugiati, migranti, famiglie a basso reddito, anziani, persone con patologie
croniche, donne e più di cinquanta bambini, tutte situazioni che non riescono a trovare una soluzione abitativa in una
Atene dominata dalle speculazioni e dagli affitti a breve termine per il turismo. “Diversi appartamenti di Prosfygika
vengono messi a disposizione di parenti dei malati oncologici del vicino ospedale“, racconta ai nostri microfoni Berni,
nostro collaboratore dalla Grecia.

da radiondadurto.org, 26 giugno 2026


Aggiornamenti dall lotte contro i campi di internamento
CPR di Via Corelli. La sera di sabato 20 giugno all'interno di una delle sezioni del cpr di via Corelli è stato
appiccato un fuoco.Due materassi in una cella vengono incendiati e il fumo si propaga per tutta la sezione e non solo.
Il rogo viene sedato in poco tempo e la celere entra ancora una volta tra le celle per reprimere e pacificare la
situazione. Due persone vengono portate in ospedale, probabilmente per grave intossicazione. 
Il giorno dopo, per la seconda notte di fila, l'esasperazione dei reclusi ha portato a una notte di proteste all'
interno del cpr. Se la notte scorsa la rabbia era divampata con  un fuoco, questa notte invece due persone recluse in
due diverse sezioni sono salite sul tetto per protestare, e ancora una volta la libertà è la contrattazione a patto di
scendere. Come in ogni situazione di questo tipo, la risposta è la repressione. La celere entra in sezione e manganella
le persone per fare tornare la calma e placare le espressioni di solidarietà a chi è sul tetto.
È evidente quanto la situazione sia esasperata all'interno di questa prigione. I mesi estivi sono in ogni galera quelli
più pesanti e il caldo spossante rende faticoso reagire ai sistematici abusi a cui i prigionieri sono sottoposti.
Sappiamo inoltre che i nuovi pacchetti sicurezza hanno reso sempre più difficile resistere in questi luoghi di tortura:
da una parte, infatti, le ripercussioni previste fanno da deterrente a qualunque tipo di azione di ribellione;
dall'altra, la repressione diretta messa in campo dalla polizia è sempre più dura. Nonostante tutto questo, il caldo, il
cibo scadente, gli psicofarmaci e le condizioni di vita inaccettabili portano ancora una volta i reclusi a puntare verso
uno spiraglio di libertà. La libertà con ogni mezzo necessario. Fuoco ai cpr FREEDOM, HURRIYA, LIBERTÀ

CPR di Torino. In questo inizio estate bollente, il CPR di corso Brunelleschi continua ad essere segnato da  violenze
contro chi è rinchiuso, così come da momenti di ribellione. E' in corso il tentativo di ampliare la capienza del centro
e, al tempo stesso, di mantenerlo saturo al fine di tenere alti i profitti dell'ente gestore. L'area verde (rimasta
inutilizzabile in seguito alle rivolte del 2023) è stata opportunamente riaperta per consentire di svolgere lavori
nell'area gialla. La verde è un'area fatiscente, con muri anneriti e nessun segno evidente dei lavori che avrebbero
dovuto fare per consentirne la riapertura. Sembra invece che i lavori nell'area rossa siano quasi conclusi; lo ha
suggerito la visita di alcune persone esterne nella suddetta area.
Ci sono persone a cui, nonostante esse ritengano di avere i requisiti legali per uscire, viene di volta in volta
prorogata la detenzione. I detenuti fanno notare, non sorprendentemente, le pessime condizioni materiali: sporco
diffuso, mancanza di asciugamani, lenzuola e vestiti leggeri compatibili con l'estremo caldo estivo e, soprattutto, il
razionamento dell'acqua: 1 litro al giorno, che con le temperature di questo periodo, mette a rischio la salute delle
persone recluse.
Fin qui risulta chiaro come il tentativo sia quello di tenere alto il profitto di Sanitalia. Ricordandoci che l'ente
gestore guadagna un importo fisso per persona reclusa ogni giorno, è facile tenere le fila di come si muova in tal
senso: ampliamento, anche spostando le persone in aree non "idonee"; allungamento dei tempi di detenzione; risparmio su
materiali e beni di prima necessità.
Sabato 20 giugno c'è stato un momento di forte rabbia e protesta: la mensa/saletta dell'area verde è stata incendiata e
resa non più utilizzabile. Quattro persone sono state portate in carcere. Atti di ribellione e/o protesta sono
all'ordine del giorno, portati avanti sia in forma individuale che collettiva. In molti sono portati ad assumere
psicofarmaci per reggere la situazione. Una persona è riuscita a evitare il rimpatrio verso la Tunisia convincendo il
pilota dell’aereo a non partire. Nel frattempo ci sono stati trasferimenti verso l’Albania e diversi rimpatri,
soprattutto con voli di linea verso la Tunisia.
Mentre il Ministero degli Interni progetta nuovi CPR e dichiara di voler mettere a disposizione oltre 8mila posti in
centri atti a smaltire le procedure accelerate di frontiera e velocizzare i rimpatri, in linea con l'entrata in vigore
del nuovo Patto europeo sull'asilo e l'immigrazione, ribadiamo che per ogni centro che apre, da qualche parte, ci sono
rivolte che ne danneggiano o ne bruciano un altro.

Protesta e incendio nel CPR di Macomer, Sardegna. Il 12 luglio un nuovo incendio ha danneggiato ulteriormente il lager
sardo, dopo quello avvenuto a febbraioscorso che aveva reso inutilizzabile un'intera sezione. La capienza è ora
inferiore ai 50 posti. In questi giorni nel CPR, sprovvisto di un impianto di ventilazione, le temperature superano
spesso i 40 gradi, e rendono se possibile ancora più invivibile questo campo di concentramento. (da urriya.info)

***
Braccianti in lotta
Duecento braccianti agricoli provenienti dal ghetto rurale di Torretta Antonacci hanno occupato, sabato 4 luglio, la
Basilica di San Nicola a Bari, per protestare contro le condizioni abitative dell’insediamento in cuivivono e chiedere
risposte immediate al presidente della Regione Puglia, Decaro, e al governo Meloni.Il ghetto, situato nell’agro di San
Severo, in provincia di Foggia, è uno dei più grandi insediamenti informali del Sud Italia e ospita migliaia di
braccianti migranti. Il PNRR prevedeva 30 milioni di euro per il suosuperamento e la realizzazione di alloggi stabili,
ma i fondi sono andati persi.I lavoratori, organizzati con USB Braccianti, hanno ottenuto un incontro con il presidente
Decaro, che ha promesso risposte e lo stanziamento di risorse per la costruzione di alloggi destinati alla fuoriuscita
deimigranti dal ghetto rurale. (da chronocol.com)


Il nuovo articolo 18 del Tulps
Multa fino a 12 mila euro per il corteo dei braccianti: nel mirino gli attivisti di AmendolaraLa Digos di Cosenza
contesta il nuovo articolo 18 del TULPS a diversi militanti per la manifestazione organizzata dopo la morte di quattro
lavoratori migranti bruciati vivi in un minivan. Il collettivo Addùnatidenuncia: «Si colpisce chi lotta contro
sfruttamento e razzismo».
La manifestazione di Amendolara era nata a pochi giorni dalla morte dei quattro braccianti. Una protesta che non si
limitava al cordoglio, ma puntava il dito contro un modello economico fondato sullo sfruttamento del lavoro migrante,
sul caporalato, sulla precarietà e sull’indifferenza istituzionale.
Il caso di Amendolara conferma una tendenza ormai evidente in tutto il Paese. Il nuovo articolo 18 del TULPS sta
diventando uno degli strumenti principali per colpire le mobilitazioni sociali attraverso il ricatto economico. Da un
lato ci sono quattro lavoratori morti in condizioni drammatiche, vittime di un sistema di sfruttamento che continua a
produrre profitti e impunità. Dall’altro ci sono attivisti e militanti che rischiano multe fino a dodicimila euro per
aver denunciato quelle stesse condizioni di sfruttamento e aver chiesto giustizia. A finire sotto accusa non sono i
meccanismi che producono precarietà e morte, ma chi si mobilita contro di essi. (da osservatoriorepressione.info, 11
luglio 2026)


Lettera dal carcere di Uta (CA)
Sardinia no est Italia. Saludi Kumpanjas e kumpanjus. Il caldo sta cominciando a farsi sentire, nelle galere della
colonia Sardegna, siamo stipati e ad ieri siamo in 736 su una capienza standard di 460/470 esseri umani. Ci sono anche
delle prigioniere, ma ci viene molto difficile conoscere il reale numero delle recluse, anche perché la loro sezione è
isolata da dove siamo noi, loro sono più vicine al nascente 41 bis. 41 bis che dovrebbe essere quasi pronto, le voci
parlano di ancora una serie di problemi, in special modo nella sua area sanitaria; chi ci racconta tutto questo sono i
lavoranti, che hanno cercato, con il loro sordido lavoro, di rendere accoglienti le celle, dove verranno seppelliti vivi
dei poveri cristi. Alle mie rimostranze, alle mie obiezioni i più ti guardano stupiti, nessuno a quanto sembra è stato
sincero con loro, se proprio devi, vuoi lavorare in galera, io sono nettamente contrario, fallo pure ma a favore dei
prigionieri, non a loro detrimento. Infatti vedi prigionieri saldare grate, aggiustare serratura, ripristinare
telecamere…  e si pensano/credono dei boss e quando a volte è capitato di parlare di queste cose, la loro risposta per
lo più è il silenzio. Discorsi del tipo "gente non si può fare i malandrini fuori, perché non si ha voglia di lavorare e
dopo entrati in galera vi date da fare per cercare lavoro, ma non è meglio lavorare fuori? Così i rischi della galera
sono minimi invece di pensare che in galera ci si può arricchire, io a queste condizioni preferirei la libertà”. Non c'è
risposta, silenzio tombale, poi li rivedi, dopo essere usciti, nuovamente dentro, rifacendo le stesse cose. Qua in
sezione, da un mese circa hanno portato un tipo con evidenti problemi psicofisici. Ha avuto un brutto incidente,
cercando di fermare un blindato, una quindicina di anni fa, fece almeno un mesetto di coma, con anche una serie di
fratture multiple, lui afferma di non sapere perché è qua dentro, di non aver visto un avvocato, lo hanno messo da solo
in cella, ma si capisce che questo posto è inadeguato per lui, semmai lo fosse per chiunque, non so come si può aiutare
per farlo uscire, anche i domiciliari… purtroppo per lui conta il pregresso. Sempri annantis.

3 maggio 2026
Paolo Todde, Carcere di Uta - Strada II Ovest - 09010 Uta (Cagliari)


Lettera dal carcere di Civitavecchia 
Ciao, rispondo alla tua lettera datata 12/4/2026. Come vedi anche io mi affretto nello scriverti. Sono a conoscenza
della perdita dei due compagni Sara e Sandro, nonostante non li abbia conosciuti, Credetemi nutro solo rabbia, perché
abbiamo di nuovo perso altri due compagni e quindi mi avvicino al dolore. Tant'è che nel mio dibattimento in video-
collegamento che c'è stato è anche espressa la mia vicinanza ai due compagni morti. Per quanto riguarda la mia
situazione essa continua a rimanere sempre la stessa, cioè ho il divieto di comprare i quotidiani, il divieto di avere
libri e la continuazione del blocco della posta censura. Sono otto anni che il DAP continua a rigettarmi l'istanza di
avvicinamento per i colloqui con la famiglia, per motivi di sicurezza e ordine delle carceri. In un certo senso è come
se stessi al 41 bis. E nonostante il potere tenti di mostrare la sua forza, faccio di tutto per non sentirmi rassegnato
e non abbassare la testa.

20 aprile 2026
Mauro Rossetti Busa, via Aurelia Nord Km 79.50 - 00053 Civitavecchia (Roma)


riprendere le mobilitazioni contro il 41bis e il carcere
Segue il testo del volantino dell’assemblea contro il carcere e la repressione di Milano redatto in occasione del
rinnovo del regime speciale ad Alfredo Cospito e distribuito ad un partecipato presidio davanti al carcere di Milano-
Opera domenica 22 marzo.
Il 21 giugno 2026, la stessa assemblea ha chiamato un nuovo presidio davanti alle mura del carcere a seguito delle
notizie che vengono riportate nel volantino successivo riportato.
Va detto inoltre che la sezione del 41bis di Opera, secondo le ultime disposizioni riguardanti la ristrutturazione delle
carceri con sezioni "esclusivamente destinate ai detenuti più pericolosi", verrà chiusa, resta da capire cosa ne sarà.
I 1.400 detenuti già presenti potrebbero occupare anche l'edificio che oggi ospita solo il 41bis. Un nuovo padiglione
punitivo e con spazi disumanizzanti andrebbe ad aggiungersi a un complesso carcerario che già da tempo riceve gravi
segnalazioni da parte dei familiari e degli avvocati difensori dei detenuti. A Opera si denunciano l'assenza di
riscaldamento e di acqua calda nelle sezioni, come pure del freddo e dell'umidità che bagnano i materassi delle celle
con conseguenze facilmente immaginabili sulla salute. A ciò si aggiungono l'assenza di assistenza sanitaria, con medici
che non salgono nemmeno in sezione, e le difficoltà di ottenere un certificato medico. Si ripetono errori nella
somministrazione delle terapie, con una generale incuria nei confronti dei detenuti che accrescere la sofferenza per la
perdita della libertà e per l’isolamento dal mondo esterno. La nuova direzione ha deciso di negare le visite alle "terze
persone", ovvero a tutti coloro che non sono familiari diretti del detenuto, con l’impossibilità anche di ricevere
pacchi se non si hanno colloqui. Chi non ha una rete affettiva esterna e un sostegno economico resta in balia del poco
che il carcere “offre”, con cibo scarso e scadente, senza possibilità di procurarsi il necessario per sopravvivere
decentemente. Anche il numero delle telefonate è stato limitato con l’utilizzo di una semplice circolare interna. 

Il 30 aprile 2026 è stata decisa la proroga di altri due anni in regime di 41bis per Alfredo Cospito e l' 1 luglio il
Tribunale di Sorveglianza di Roma ha respinto il reclamo presentato dalla difesa contro il rinnovo.
Durante lo sciopero della fame che portò avanti per sei mesi, da ottobre 2022 ad aprile 2023, le mobilitazioni nazionali
e internazionali furono innumerevoli e molto partecipate. I motivi dello sciopero della fame di Alfredo erano condivisi
da singoli individui e da organizzazioni sindacali, sociali, studentesche non restando quindi circoscritti alla sola
area anarchica, come sostenuto dai media e dalle autorità preposte a decidere sulla sua sorte. Alfredo, dalle poche
parole gravemente silenziate che ci arrivavano da lui, non chiedeva solo per sé di essere liberato dal regime di tortura
del 41bis, ma che venisse abolito. Prima del suo sciopero della fame non si poteva nemmeno nominare il 41bis, il
peggiore abomino del sistema penitenziario italiano fatto di isolamento pressoché totale, deprivazione sensoriale e che
ha come unico fine l’annullamento fisico e mentale della persona che lo subisce. Non era possibile metterlo in
discussione senza essere accusati di collusioni e di indebolire l’Antimafia. In quei mesi si ruppe il muro di silenzio
sulle forme più agghiaccianti del regime carcerario italiano e sul carcere tutto. Il governo, dopo un primo periodo di
assoluto silenzio, a seguito della risonanza mediatica conquistata con cortei, attacchi incendiari e le più disparate
iniziative, è stato costretto a costruire la sua propaganda sulla vicenda nel tentativo di indebolire e reprimere la
mobilitazione. E per quelle mobilitazioni tanti sono i processi in corso contro compagni e compagne, con condanne
pesanti già arrivate in primo grado. Il coraggio e la determinazione di Alfredo ci ha fornito allora lo slancio per
uscire dall’angolo in cui ci vorrebbe chiudere la repressione, ma il 41bis esiste ancora come prima e Alfredo, insieme a
più di 700 altri/e detenuti/e, vi è ancora rinchiuso. 
Le ultime dal governo parlano di una riorganizzazione in corso con la definizione di strutture carcerarie 
“esclusivamente destinate ai detenuti più pericolosi”. Secondo il progetto che viene chiamato "Kairos", ci saranno 7
carceri  destinate al regime di 41bis di cui ben 3 in Sardegna, a Sassari, Cagliari e Nuoro, e 4 nel continente, a
L’Aquila, Parma che già esistono e a Vigevano e Alessandria in cui verranno aperte. Il 28 giugno 2026 si è conclusa la
prima operazione, nominata "ARGUS", di trasferimento per 128 detenuti in regime di 41 bis dalle carceri di Novara,
Cuneo, Tolmezzo e Milano Opera con destinazione alla Casa di reclusione di Vigevano. La seconda fase prevede il
trasferimento nel carcere di Alessandra, a seguire in Sardegna.
Ora, dovremmo cercare di rompere questo nuovo silenzio caduto sul 41bis, sull’ergastolo ostativo e non, sulle gravissime
condizioni nelle carceri per assenza di cure, per cibo scadente, per mancanza d’acqua calda d’inverno e fredda in
estate, di riscaldamento, di quanto necessario alla sopravvivenza, dignitosa. Sta a noi rilanciare la mobilitazione,
“per non lasciare in sospeso un discorso ben avviato, per non lasciare un compagno solo, per non sprecare un’occasione
in cui in una singola battaglia si è mostrato come si può essere assieme ‘irrecuperabili’ e riconoscibili positivamente
fuori dalla ristretta area di movimento anarchico nei propri contenuti” dalle parole di Anna Beniamino, compagna
anarchica reclusa nel carcere di Rebibbia.

***
Il carcere di Opera modello di violenza e sopraffazione
Le prime lettere sono arrivate nell'ottobre dello scorso anno all'associazione “Quei bravi ragazzi family”, alla
Magistratura di Sorveglianza e al Garante dei detenuti e diffuse da fanpage.it. Non c'è acqua calda, ma c'è muffa ed
entra acqua dalle finestre, "mancano medici" e gli infermieri "sbagliano a darci i farmaci". Non si possono comprare
libri e le chiamate che vengono concesse sono quasi inesistenti. Mancanza di sedie e di tavoli nelle salette della
socialità. Difficoltà a sentire il proprio avvocato “se va bene una volta a settimana” ma a volte neanche questa perché
"salta". Le cabine telefoniche sarebbero rotte rendendo così impossibile fare "una telefonata decente" e lunghe liste di
attesa per i colloqui con i familiari. Il campanello per le chiamate di emergenza "viene disattivato" e se qualcuno sta
male "bisogna sbattere e urlare". Mancanza di medici e gli infermieri somministrerebbero i farmaci "senza confezione" e
"spesso sbagliando la terapia di uno o dell'altro". Queste sono soltanto alcune delle segnalazioni all'interno della
lettera firmata da 135 detenuti delle sezioni A, B e C del quarto piano del carcere di Opera, a Milano. Nonostante una
successiva interrogazione parlamentare, alcune visite istituzionali all'interno del carcere e una denuncia
dell'associazione la situazione non solo non è mutata ma è peggiorata. Successive lettere dello scorso dicembre
raccontano di una "spedizione punitiva" nei confronti di una quarantina di detenuti della sezione C del carcere che
sarebbero stati "colpiti con calci e pugni" e poi sarebbero stati costretti a spogliarsi, rimanendo "nudi al freddo"
senza potersi "neanche pulire dal sangue", ricevendo minacce di morte. All'inizio di aprile sempre la stessa
associazione riceve una lettera firmata da 30 detenuti: poco dopo mezzanotte "le celle vicino alla 23 cominciano a
gridare di fermarsi agli agenti della penitenziaria che stanno picchiando un ragazzo che pesa meno di 50 kg e con
problemi psichiatrici". La scena, per come viene descritta, è quella di un'aggressione collettiva che sarebbe stata
interrotta soltanto dalla protesta degli altri reclusi che hanno iniziato a "battere i cancelli e le porte" per
costringere gli agenti a fermarsi. È allora che la tensione sarebbe degenerata ulteriormente. Si dice anche che non si
tratta di un episodio isolato, i firmatari collegano quanto accaduto lo scorso 3 aprile ai fatti del 24 dicembre
aggiungendo che ci sarebbe anche un altro recluso della sezione 8 che avrebbe subito un pestaggio circa un mese prima,
senza avere il coraggio di parlarne fino a ora: "Lo abbiamo tranquillizzato che non è più solo", hanno
scritto. Respingendo ogni tentativo di ridurre le loro denunce a semplici lamentele, i detenuti  rivendicano di aver
seguito tutte le vie istituzionali per segnalare i fatti: reclami formali, segnalazioni ai magistrati di sorveglianza,
lettere ai garanti e ai giornali. "Abbiamo utilizzato la strada del dialogo per cosa? Per farci trattare come bestie?" A
fine aprile nuove testimonianze raccolte dall'associazione “bon’t worry iNGO” raccontano di una situazione tutt'altro
che cambiata fatta ancora di pestaggi, abusi e intimidazioni ma anche dell'inerzia delle istituzioni e soprattutto del
Garante dei detenuti che ha ridotto il quadro ai soliti problemi di sovraffollamento e carenza di personale aggiungendo
che per le aggressioni, gli abusi e le violazione dei diritti umani si dovrà "attendere l'esito delle verifiche
dell'autorità giudiziaria". Una posizione che, tra le mura di Opera, è suonata come un modo per prendere tempo, e i
detenuti lo hanno scritto senza filtri: "È venuto a verificare? Ha chiesto i video dei corridoi e delle celle di
isolamento? Sono stati ascoltati i detenuti? Quante visite ha fatto?". Secondo quanto riferito avvengono incursioni
della polizia penitenziaria nel cuore della notte: "agenti bardati, con il volto coperto, irrompono nelle celle,
svegliano i detenuti anche con colpi di manganello contro le sbarre". Un gesto che servirebbe a verificare eventuali
manomissioni, ma che nei fatti si tradurrebbe "in un'azione intimidatoria costante". Dopo essere stati svegliati, i
detenuti verrebbero portati via "in pigiama, a volte in mutande, senza la possibilità di coprirsi". Nel frattempo, "le
celle vengono messe a soqquadro" e al ritorno i detenuti "trovano tutto per terra, letti disfatti, oggetti personali
sparsi" evidenziando che dietro la giustificazione del controllo si pratichi in realtà una punizione. In diversi
episodi, sempre di notte, queste spedizioni avrebbero coinvolto anche l'AS3, l'area di alta sicurezza del carcere di
Opera. È qui che i detenuti sarebbero stati "portati in cortile, al freddo. Lasciati lì per ore, fino al mattino". A
giugno l'associazione “Quei Bravi Ragazzi Family” ha segnalato che, dopo le denunce degli ultimi mesi, un detenuto
avrebbe subito intimidazioni ed è stato trasferito dal magistrato per "forti criticità" presenti nel carcere milanese di
Opera.
Il silenzio e l'inerzia delle istituzioni coprono e avvallano la violenza dello Stato. Per non essere complici.


La parola ad Alfredo
Il 18 maggio al tribunale di Bologna si è svolta la seconda udienza contro 6 compagnx, imputatx per fatti specifici
inerenti la mobilitazione del 2022-23 al fianco di Alfredo contro il 41bis e l’ergastolo ostativo. In quest’udienza sono
stati sentiti diversi testimoni e, tra loro, ha potuto prendere parola anche lo stesso Alfredo, in videoconferenza dal
carcere di Bancali. La sue emozione, unita a quella della trentina di compagnx presenti in aula, è stata fin da subito
palpabile. Alfredo ha esordito con queste parole.

“In questo momento è emozionante stare qui, perché l’ultima volta che ho potuto vedere facce amiche è stata un anno e
mezzo fa e all’epoca c’erano Sara e Sandrone che ora sono morti e non ho potuto dare loro la mia solidarietà perché qua
dentro il mio isolamento è totale, ti proibiscono di esistere”.
Ha proseguito parlando delle motivazioni che nel 2022 , appena trasferito in 41 bis, l’hanno spinto ad intraprendere uno
sciopero ad oltranza. Motivazioni che, come lui stesso ha ricordato, hanno trovato ampia
diffusione nella mobilitazione internazionale che ha sostenuto la sua lotta. Ha evidenziato che, senza il sostegno
ricevuto da fuori, sarebbe stato condannato all’ergastolo ostativo e che la sua lotta è stata mossa
dalla necessità che la sua detenzione in 41 bis non creasse un precedente estendibile al movimento. A seguito di questo
Alfredo ha raccontato il suo attuale stato di isolamento. Ha ribadito di essere sottoposto ad un blocco pressoché totale
della posta che attualmente (a differenza del periodo antecedente la mobilitazione) vale anche per le notifiche della
posta trattenuta. Non riceve corrispondenza da mesi, gli è stata recapitata di recente una lettera di dicembre 2025. Ha
poi parlato dell’ormai risaputa impossibilità dell’accesso ai libri, sia tramite acquisto attraverso cataloghi che
tramite la biblioteca centrale del carcere. Ha raccontato il paradosso del suo isolamento, avendo avuto notizia di larga
parte delle mobilitazioni anarchiche degli ultimi anni attraverso il corposissimo fascicolo che motiva il suo rinnovo al
41 bis, definito dalle stesse guardie che gliel’hanno notificato “il più corposo della storia del 41bis”. Come ulteriore
elemento della sua carcerazione ha descritto un 41bis che va allargandosi sempre più a persone prima non colpite da
questo regime, in un progressivo abbassamento della soglia di accesso, citando l’esempio di un detenuto passato dall’ AS
al 41bis perché trovato in possesso di un telefono cellulare.
Quest’occasione ha consentito inoltre ad Alfredo di tratteggiare i passaggi della sua detenzione, dal carcere militare
per l’obiezione totale alla leva, alle sezioni comuni, dalle sezioni di Alta Sicurezza di Ferrara e Terni, fino
all’approdo in 41bis, definito luogo di isolamento totale. Sicuramente lo sguardo di Alfredo non si è fermato alla sua
personale esperienza e, anche questa volta, non ha perso occasione per condannare la brutalità del 41bis tutto,
ribadendo che per lui non c’è distinzione tra prigionieri all’interno di tale sistema di reclusione e annientamento. Ha
raccontato l’orrore del reparto ospedaliero di 41 bis di Opera, dove sono detenute perlopiù persone molto anziane,
parecchie affette da Alzheimer, in carrozzina o con diverse autonomie limitate, che non sanno manco più perché si
trovano lì. Non ha potuto esimersi dall’esprimere, infine, una valutazione sul senso di questo regime, voluto
originariamente per eliminare quei soggetti con cui lo Stato ha trattato e che ha dovuto mettere a tacere una volta
rivelatisi inutili ai suoi sporchi giochi. A seguito della sua testimonianza si sono levati in aula inevitabili e
calorosi saluti carichi di affetto che hanno fatto indispettire la giudice con il conseguente sgombero dell’aula. Anche
all’inizio dell’udienza lx compagnx presentx sono riuscitx a salutare Alfredo che ha ricambiato con affetto, riuscendo
così a rompere, seppur per una frazione di secondo, un isolamento tremendo. È stata un’emozione fortissima, condivisa da
entrambi i lati di quel maledetto schermo. Siamo certi che l’occasione di oggi sia stata molto preziosa per Alfredo, ma
ancor più per noi, che nelle sue parole e nella sua sempre presente ironia, abbiamo trovato ancora una volta una
determinazione enorme, un odio per gli oppressori e un fortissimo amore per i suoi compagni, a partire dalle sue prime
parole per Sara e Sandro. Ed è con il loro vivo ricordo che anche noi vogliamo concludere queste righe, per non
dimenticare chi ha dato la propria vita per lottare per un mondo diverso.
Con Sara e Sandro nel cuore. Affinchè di ogni prigione non restino che macerie. Forza Alfredo!
Alcunx compagnx di Bologna imputatx e solidali

***
Lettera di Sara Ardizzone alle colleghe
«Per cui, senza vittimismi, vi saluto. E se quando vi abbraccerò mi verrà da piangere, non sarà perché credo di aver
subito un’ingiustizia od un sopruso, ma perché mi mancherete».
Facendo archeologia nei depositi di una vita di battaglie, abbiamo ritrovato questa tenerissima lettera che Sara scrisse
alle colleghe di lavoro nel gennaio del 2018. La lettera nasce a seguito di un licenziamento per ragioni disciplinari,
un’insubordinazione a difesa della propria dignità che viene rivendicata a testa alta. Il testo era stato all’epoca
inoltrato anche ad alcuni compagni più stretti. È impressionante dopo tutti questi anni (ri)scoprire come non ci siano
differenze né in termini di stile, né soprattutto in termini di orgoglio, di tenacia, di primato assoluto dell’etica,
con altri documenti più recenti e “politici” come, un esempio su tutti, la dichiarazione che Sara ha tenuto nel
tribunale di Perugia il 15 gennaio 2025 durante l’udienza preliminare del processo Sibilla. A dimostrazione – se mai ce
ne fosse bisogno – che Sara era la stessa persona di fronte a tutti: di fronte ai colleghi, di fronte ai compagni, di
fronte agli inquisitori. E lo è stata negli anni. Altro che persona solitaria e dalla doppia vita, come hanno scritto
alcuni imbrattacarte sempre pronti a suonare la colonna sonora che più aggrada ai potenti.
Il suo anarchismo non ha mai avuto bisogno di ulteriori specificazioni o aggettivi. La sua è stata una personalità di
orgoglioso, indomabile individualismo, gelosa custode della sua libertà individuale, rivendicando in ogni occasione di
ragionare sempre e solo con la propria testa, senza prendere ordini da nessuno e senza darli a nessuno. Al contempo, e
senza linea di contraddizione, anzi con estrema naturalezza, la sua interpretazione universale degli eventi sociali è
sempre stata improntata nel segno di un’irriducibile concezione di classe, coerente coi principi anarchici. Una
“propaganda col fatto” che ha lasciato il segno su tantissime persone che hanno avuto la fortuna di conoscerla.
Oggi mi è stata data comunicazione della risoluzione del mio contratto d’apprendistato. Non possiamo negare che io ed i
valori Decathlon (purtroppo o per fortuna) andiamo in due direzioni diverse. Sarebbe ipocrita da parte mia domandarsi il
perché di una simile decisione da parte dell’azienda. Io, ragazzi, non sorrido. Io non sorrido perché è contro natura
(quello, davvero sì) sorridere a chi ci fischia per i corridoi come se fossimo cani. Perché io non sorrido quando una
cliente mi chiama in accoglienza urlando che siamo degli incompetenti perché la bici comprata, per sua stessa
ammissione, alle h 20 il GIORNO DOPO, ha una camera d’aria sgonfia. Io non rido quando la stessa signora mi dice che
siamo stati superficiali perché alle h 20e15 avevamo voglia di staccare, ricordandomi che, per legge, se lei si trova in
negozio, noi siamo tenuti a rimanere fino a quando l’ultimo cliente non ha VOGLIA di terminare i suoi acquisti. La legge
non la conosco, ma una cosa ho imparato… che non sempre legge vuol dire giustizia. E la mia giustizia è quella di
mandarla AFFANCULO. Perché nel ’43 era legge mandare gli ebrei nei campi di concentramento, ma la legge si è cambiata, e
si è cambiata con la forza. La stessa forza che i nostri colleghi hanno usato in un’Ipercoop dell’Emilia Romagna,
facendo i cordoni per non fare entrare i clienti a comprare lo scorso 25 aprile. Per cui, senza vittimismi, vi saluto. E
se quando vi abbraccerò mi verrà da piangere, non sarà perché credo di aver subito un’ingiustizia od un sopruso, ma
perché mi mancherete.
Sempre a pugno chiuso. PADRONI DI NIENTE, SERVI DI NESSUNO.
Un abbraccio. Sara


Lettere dal carcere di Volterra (pi)
Ciao a tutt* car* compagn* di Olga […] sconcerto, sconcerto assoluto, follia di massa?!? Si ricomincia con la guerra
imperialista, con gli interessi personali messi al primo posto a discapito dei popoli, oppressi dai regimi ed uccisi
dagli “esportatori di democrazia”. È un gioco, un film o chissà cos'altro nelle loro follie. Nel cercare di spalancare
porte su abissi sempre più profondi, stretti nella morsa dei tecnofascismi bellicosi/predatori gestiti da oligarchi che
pensano esclusivamente ai loro interessi distruttivi. Non è un bel vedere o un bel vivere, convivere con questa ansia
perenne che restringe anche l'orizzonte della speranza a un mero desiderio di pace e tranquillità, che si auspica sia il
minimo comune denominatore di una vita degna di essere vissuta. Ma ahinoi non è dato avere nemmeno questo minimo lusso,
boh francamente non che mi aspetti nulla, però questa assuefazione alla morte, allo sterminio, al genocidio per
allargare orizzonti economici di profitto personale dell’élite tecnocratiche è una nuova aberrazione capitalistica, che
richiederebbe non solo una presa di posizione ferma contro questo delirio di onnipotenza, ma anche l'azione decisa di
non volere prendere parte a questo scempio, bloccare tutto, fermare tutto…. Volete continuare così? Arrangiatevi, andate
voi a combattere ste cazzo di guerre insensate, strafogatetevi fino a morire dei vostri soldi maledetti e macchiati di
sangue e sofferenza. Sono abbastanza pacifico e poco incline alla violenza ma gente tipo Trump, Netanyahu, Meloni e
altri fascistoni dementi e psicopatici, li farei partecipare a un reality show alla Gerry Scotti, “chi vuole essere
dittatore”, ispirato al format di Kim Jong-un, tutti questi fascistoni lasciati liberi in un campo minato sorvolato da
jet da guerra armati pesantemente e circondato da carri armati, e riuscissero a sopravvivere, hanno vinto, altrimenti
addio finalmente alla politica e la società che ci opprime oramai in vari modi e forme da migliaia di anni. Bah
francamente, oltre ciò, non saprei che altro dirvi, come vedete l'attualità mi angoscia assai cerco di evitare di
fissarmi troppo anche se purtroppo le uniche cose che seguo in tv sono La 7 e qualche documentario, per il resto cerco
di leggere un po’ per distrarmi. Voi che mi raccontate? Come ve la state vivendo in questo periodo? Prospettive? Qui per
il resto procede tutto come al solito, questo mese non sono al lavoro, ma ho scuola, dalla quale cerco di scrivervi,
dato che poi una volta tornato in cella alle 18 ho giusto il tempo di mangiare, pulire la cella e farmi una doccia, e se
avanza del tempo dopo chiusura, per leggere un'oretta o due se non c'è qualche approfondimento da seguire in tv. Bene,
vi saluto per ora, così inizio anche a scrivere due righe anche per la cassa anti rep. Un forte abbraccio, a presto, con
affetto.
Valentino.

***
Un caloroso saluto a tutt* l* compagn*, è un piacere risentirti. […] Nella precedente lettera ti avevo scritto anche a
riguardo del mondo-guerra che continua ad arrogarsi diritti e pretese su nuove colonie, sempre a discapito dei “danni
collaterali”, le povere persone che soffrono per permettere a quei porci di ingrassare. Mi auguro solo che quei soldi
dovranno spenderli in medicinali per qualche male atroce e incurabile e che gli facciano sperimentare almeno un minimo
del male che stanno causando al genere umano. Ti chiedo di far pervenire la mia solidarietà e le mie scuse alla tua
amica iraniana per il male che stanno ricevendo i loro fratelli e sorelle a causa della cupidigia e smodata sete di
potere di quei cancri di Trump e l’altro porco sionista. Tutto solo per i loro interessi energivori e per coprire gli
scandali che li travolgono, sempre a causa della loro mancanza di umanità ed empatia e l’avidità criminale che li
contraddistingue. Di me che dirti, i libri alla fine me li ha dovuti autorizzare la direttrice, anche se ho dovuto
prendermi un rapporto disciplinare avendo insultato quel cane maledetto, che cerca di chiudere e regolare ogni minimo
aspetto della vita carceraria in senso restrittivo, più da 41 bis che media sicurezza, anzi custodia attenuata… molta
gente sta infatti richiedendo il trasferimento a causa delle sempre nuove restrizioni dovute a sta gentaglia che ha un
gendarme al posto del cuore e pensa solo a reprimere, chiudere, umiliare la gente facendo implorare a testa bassa per
ottenere qualche diritto. Per quanto riguarda il tuo libro, non mi è ancora arrivato ma sono curioso di leggerlo, per
ora sto finendo un bel libro di Catherine Malabou (La rivoluzione? Non c’è mai stata, ed. Elèuthera), in cui si
ripropone una rilettura di che cos’è la proprietà di Proudhon, davvero interessante… si analizza della continuità del
sistema feudale anche post rivoluzionaria, e il permanere dei suoi meccanismi di esclusione sociale ed economica verso
schiavi, e cittadini di diversa “condizione” sociale, il perpetrarsi di schemi di dominio e subordinazione sempre a
discapito della maggioranza e a favore delle vecchie élite dominanti. Principalmente leggo saggistica, di diverso tipo,
principalmente anarchica e/o libertaria, scienza e tecnologia, prospettive di lotta e di società diverse da quella
capitalista, antropologia, ecc… Ho interessi variegati e cerco di ampliare quanto più possibile i miei orizzonti
culturali, non potendo come ti dicevo, frequentare l’università, essendo obbligato a ripetere per la terza volta il
percorso delle superiori (pur avendo già due diplomi). Ahimè qua tutto viene fatto più per il tornaconto economico del
carcere che è più interessato alle proprie tasche gonfie che ad altro. C’è un percorso unico di rieducazione, che
comprende  l’obbligo di diplomarsi (anche più volte…) anche senza imparare nulla, solo per la presenza si viene passati,
partecipare a tutte le attività senza senso che ti vengono proposte e piegare ben bene la testa. In tal caso si è
rieducati, ma non importa perché tanto poi le sintesi portano sempre il parere sfavorevole del carcere (a meno di non
essere dei “buoni” 58 ter che leccano bene bene il culo alla sbirraglia e li aiutano ad ottenere medagliette e
collaborino per essere dei buoni cani da guardia e antidroga). Di solito poi è il magistrato che andando contro le
pessime sintesi del carcere ti permette di ottenere il beneficio: i permessi premio, dato che poi oltre, altri benefici
e misure alternative non vengono concesse, e si è costretti ad arrivare a fine pena come permessati, fino all’ultimo
minuto tranne i 58 ter ovvio che possono sperare in semilibertà o affidamento per la loro “preziosa” collaborazione
…). Ti raccontavo, mi sembra, di quell’infamone (un 58 ter che si vanta di essere tale per uscire tanto da mostrare con
orgoglio la sintesi in cui si specifica a grandi lettere la sua “preziosa collaborazione con la giustizia e la polizia
penitenziaria”) che d’estate va in giro con il mazzo delle chiavi del carcere peggio di una guardia. Un permessante mi
raccontava che al rientro dell’ultimo permesso, erano in 5 a rientrare, e sto merdone indicava col dito (come se non lo
vedessero…) all’ispettore chi perquisire, solo che sta volta gli han fatto uno scherzetto e gli hanno messo le cose non
consentite (qualche microSD e chiavetta) nelle sue tasche. Secondo te gli han fatto rapporto? Macché, gli han dato
l’art- 21. Piccoli sbirri crescono, ma ahimè spero di non incontrarlo fuori che lo gonfio di legnate a sta merda d’uomo.
[…]
Mi piace potermi confrontare con persone un po’ più elevate a livello culturale (rispetto al livello terra-terra di una
buona parte di detenuti che si limitano a dar sfogo ai loro istinti primari, mangiare, dormire, fare i prepotenti maschi
alpha ecc..). Che poi tanto per il resto non mi sono rimasti altri amici oltre voi compagni, la mia famiglia è sempre
stata un caos e quindi dipendo solo ed esclusivamente da me stesso. Ma ahimè questo è un problema alquanto comune quando
finisci in galera e non hai più nulla fuori ad attenderti. Ma vabbè saranno problemi da affrontare poi in seguito, fra
qualche anno quando uscirò, e mi ritroverò a fare il clochard anarchico, ehehe… dai per ora la chiudo qua, mandandovi un
fortissimo abbraccio, sperando di risentirvi presto… Con grande affetto. Valentino (21 marzo)

***
Ciao a tutti car* compagn*, sono Valentino, ho ricevuto qualche giorno fa la vostra missiva con l'opuscolo e i racconti
di Hemingway. Ahimé purtroppo la mente non mi sta accompagnando molto ultimamente, visto che sono riprese le crisi
depressive che mi accompagnano da ormai per una lunga parte della mia vita, forse troppo, direi, visto che già a nove
anni fu ricoverato per anoressia, e da lì in poi è stato un calvario tra periodi sopportabili insopportabili a livello
psichico. A volte penso che ciò sia dovuto alla dissonanza che intercorre tra il desiderio di appagamento di ideali
utopici e la merda che purtroppo ci tocca vivere, in genere, in questo stato di vuoto siderale, ma che nonostante tutto
non inibisce la voglia di lottare e combattere, per quanto ritengo di dover preservare la vita affinché essa sia degna
di essere vissuta e con uno scopo che vada oltre gli interessi personali, ma che comprenda un benessere quanto più
possibile collettivo che gioverebbe a chiunque. Mi ritrovo quindi molto d'accordo con quanto espresso da Anna sul fatto
che non si possa barattare libertà e pensiero critico per limitarsi meramente a sopravvivere guardando solo ed
esclusivamente al proprio tornaconto, totalmente indifferenti ai bisogni e alle sofferenze del prossimo, non riesco
proprio a farmi andare bene l’esasperazione del più totale individualismo che tenta di applicare il principio
dell'interesse personale ad ogni cosa. Se si rinuncia alla solidarietà, nessuno può salvarsi da solo o si è costretti a
demandare questa tensione di libertà e benessere (in maniera alquanto astratta e diseguale) ai “governanti”, come se
questi ultimi fossero esenti da vizi e interessi propri, si vede poi con quali risultati disastrosi. Condivido quindi
pienamente anche la conclusione di Anna sulla necessità di riconoscere la natura di questo conflitto di interessi
contrapposti. L'umanità dovrebbe essere un'unità compatta e coesa in merito al benessere collettivo, alla preservazione
della natura che ci sostenta, alla solidarietà che non ci lascia chiusi in noi stessi, ma ci permette di guardare anche
fuori da noi per essere più compassionevoli verso gli altri. Se così non fosse, ed effettivamente non è, ci ritroveremo
e ci siamo, alla guerra di tutti contro tutti, di hobbesiana memoria. Sarà forse il mio pensiero ad essere viziato, ma
io credo nel profondo che si tratti di semplice buon senso, se non si iniziano a fare distinzioni, incasellare in
categorie quel tutto unico che è l'umanità, ad ognuno dovrebbe essere concesso di godere delle stesse opportunità. Forse
sono io ad essere ingenuo, ma non sono disposto ad arretrare da questa posizione, anche se è inconciliabile con questo
modo di vivere in cui si valorizza esclusivamente il privilegio di pochi a discapito di tutto il resto. Per il resto che
altro dire, parliamo magari di carcere, ho letto con piacere gli interventi di Claudio e di Paolo. Innanzitutto vorrei
esprimere la mia solidarietà a Paolo per le indegne prepotenze perpetrate dalla sbirraglia infame nei suoi confronti e
per quelle contro i suoi compagni, sacrosanto che faccia uscire la sua voce per mettere in luce le nefandezze quotidiane
degne di un campo di concentramento. Purtroppo, essendo 15 anni che giro carceri, niente di nuovo, anche se sti
comportamenti mi fanno sempre girare il cazzo e mi fanno pensare che sta gentaglia sia seriamente frustrata e repressa o
totalmente imbevuta di potere, dominio da far schifo, Poi a casa loro di sicuro non comandano manco il cane. Concordo
anche quanto detto da Claudio in merito alla frammentazione nel pretendere un minimo di rispetto e dignità a causa dei
gingilli tecnologici e le sostanze (specialmente  quelle spacciate dallo Stato in maniera indiscriminata in dosaggi che
stordirebbero persino un cavallo),  che indeboliscono la coesione e la volontà di lottare per obiettivi che dovrebbero
essere comuni. Concordo anche sul fatto che molto spesso i veri "droni”  siano gli sbirri o anche a volte la collusione
tra detenuti e guardie, i giochetti di potere utili a perpetrare una sorta di gerarchia anche qui dentro. Ahimè, anche
su questo punto, molto spesso mi è capitato di vedere i sacrosanti momenti di ribellione allo status quo adoperati poi
per avanzare pretese personali anziché miglioramenti per tutti, e così poi si torna nuovamente ad essere divisi tra chi
ottiene e chi no. Purtroppo anche qui nulla di nuovo, dato che non si fa  altro che imitare pedissequamente quanto ci
viene imposto da una mentalità dominante che finisce sempre per esaltare l'individuo, l'egoismo e il proprio tornaconto
in maniera sempre più sfacciatamente opprimente, quasi senza alternative, quando non c'è dialogo e confronto tra
contrapposte visioni, l'unico sbocco è lo scontro. Ma è un fottuto circolo vizioso che si autoalimenta. Uscendo da
questo loop…  avete per caso notizie di Stecco?  Gli avevo scritto il mese scorso, spero tutto bene e che il cosiddetto
“sistema rieducativo”  non stia continuando a rompergli il cazzo con la repressione e il bavaglio della censura.
Comunque sia, mandategli i miei saluti, sperando di trovarlo in buona forma. Per ora concludo qui, visto che pensare e
scrivere mi costa un casino di fatica mentale vista la confusione suprema che ormai regna nel mio cervello. Colgo
l'occasione per mandarmi un fortissimo abbraccio, e a presto. 
Con affetto Valentino.

29 aprile 2026
Valentino Carelli, via Rampa di Castello, 4 - 56048 Volterra (Pisa)


SULL'INDAGINE E RELATIVI ARRESTI DEL 16 GIUGNO
Solidarietà dalla Romagna... e sono tante, troppe, le mattine così, per tanti, troppi, individui che vengono gettati nel
tritacarne del macabro e viscido teatro che lor signori chiamano Giustizia.Un'ennesia mattina di sveglia con le guardie
alla porta, con le loro pettorine da fiction TV, con le pistole alla cintola, i guantini, il puzzo di dopobarba e le
facce di chi sta facendo bene il proprio sordido mestiere: applicare la legge.Non sempre finisce con gli arresti,
stavolta sì, e con uno spazio storico sgomberato, spazio che per tantx di noi era casa, per altrx punto di riferimento,
scoglio anomalo nel mare di cemento e aperitivi della capitale: il Benci odia ancora!I fatti, per ora, per quello che ci
è dato sapere (visto che le indagini sono tutt'ora in corso) sono più o meno già ampiamente circolati sia in ambienti di
movimento, sia nel web-mondo, perciò ci siamo chiestx cosapotevamo dire che ne valesse davvero la pena, in un momento
del genere, un momento in cui nove sorelle e fratelli sono tra le grinfie dello stato, al caldo di queste sbarre
infami?! (e se ci siamo attardatx tanto per esprimerci pubblicamente, sappiamo che capirete: sono state ore febbrili, di
mille cose da pensare e da fare!)Se le parole hanno un senso in momenti come questo - secondo noi - è di cercare di
accostarsi alla pancia e al cuore, cercare di tradurre il magma di sensazioni che proviamo e che tutte non possono
esprimersi agesti: rabbia, rabbia, rabbia, fatica, stanchezza, amaro, impotenza, incredulità, ancora rabbia.Ma,
dall'altro lato della barricata interiore dei nostri spiriti inquieti, anche contentezza nel vedere la forza che
riusciamo ad esprimere nella solidarietà e la tenacia e la voglia di resistere un secondo in più degli oppressori che
mirano a rubarci/intristirici la vita e l'orgoglio di avere compagnx così fortx e dolci allo stessotempo, così
splendidamente imperfettx e incamminatx, a testa alta, verso il nostro sogno comune: la libertà.Questa è la parte
migliore di noi e quando riusciamo a farla emergere, già tocchiamo con mano un pò del mondo che vorremmo, e la
repressione - ragion di Stato assassina e vigliacca - ha se non altro questo merito, che ci spinge a tirarla fuori.Dopo
la convalida degli arresti di Toni e Pietro, dopo che anche a Giulia e Luna sono state applicate le misure cautelari
(domiciliari con braccialetto elettronico) mentre aspettiamo di sapere dove spedirannotuttx lx nostrx compagnx, che
dalle carceri attuali saranno trasferitx nelle sezioni di Alta Sicurezza, come compagnx della Cassa Antirepressione
Capitano ACAB vogliamo mandare i nostri abbracci di cuore a tuttx lx arrestatx, perquisitx, inquisitx per questa
ennesima operazione del 16 giugno e ci impegniamo a seguire tuttx lx compagnx prigionierx a partire dal nostro compagno,
amico, fratello, Pietro, arrestato (come Toni) in ossequio alla logica che vuole che dopo che ste carogne promulgano una
nuova legge, qualcunx debba cadervi preda (parliamo qui del 270quinques terzo) per far sorridere di soddisfazione gli
aguzzini in giacca e cravatta. Ci pare interessante e importante far cirocolare il nome degli opuscoli che sono valsi la
galera per Pietro, visto che hanno giustificato il suo arresto, si chiamano "Taglio e Cucito", "L'informatore anarchico"
e "Stop that train".In queste ore roventi (in tutti i sensi!!) ci stiamo dicendo di procedere per passaggi: al momento,
in attesa del Riesame che ci auguriamo dissolva o per lo meno ridimensioni il fumoso/fuffoso impianto accusatorio, è
seguire lx compagnx nei trasferimenti; è stare vicino agli affetti dellx arrestatx e inquisitx; raccimolare soldi per le
molte spese che verranno; farci forza l'un l'altrx, coltivando un sano odio sempre col sorriso, che non ci consumi
dentro ma che sappia esondare in faccia ai nostri nemici.Come sempre diciamo e scriviamo, la miglior solidarietà è
proseguir nelle lotte dex compagnx colpitx dalla repressione, e questo vogliamo tenerlo a mente.Non si tratta di
mitizzazione, di martirio per l'ideale, di eroismo o cose del genere, ma di una precisa scelta di campo che lx nostrx
compagnx, e noi con loro, abbiamo fatto, da tempo: scegliere il lato scomodo del mondo, per trovare un punto d'appoggio
dove far leva, e mandare questo putrido sistema sociale ed economico gambe all'aria.Scegliere il sogno, l'amore, il
conflitto, la solidarietà, l'immischiarsi, il fare la propria parte.Scegliere, ogni giorno, di non voler essere complici
dell'abominio capitalista-statale-patriarcale, ma sabotatorx della normalità, con il fiato sempre corto e il cuore che
va a mille. Scegliere di essere vivx,per l'anarchia.Micol, Ste, Nico, Pietro, Toni, Luna, Giu, Arnau, Bibbi liberx!Tuttx
Liberx! Con Sara e Sandro nel cuore.

***
Come Cassa di solidarietà La Lima, esprimiamo la nostra incondizionata vicinanza agli anarchici e alle anarchiche
arrestate il 16 giugno. Cinque persone in carcere con l'accusa del reato associativo con aggravante di terrorismo, due
ai domiciliari, due arrestati in seguito alla perquisizione accusat* di "terrorismo della parola" (reato introdotto
dall'ultimo decreto sicurezza), decine di perquisizioni in tutta Italia e lo sgombero di uno spazio occupato da 25 anni,
non devono passare sotto silenzio. Il fatto che arresti e repressione in questi anni non sembrano avere battute
d’arresto, non ci può far considerare questa come “la solita operazione contro gli anarchici” né come “l’ennesimo
inevitabile sgombero di uno spazio occupato”. C’è chi si è direttamente visto strappare la libertà, c'è chi ha visto la
polizia invadere i propri spazi, portare via i propri affetti e poi essere buttato fuori casa. Ma ci sono anche tutti e
tutte coloro che, seppure non direttamente coinvolt* il 16 giugno, in un modo o nell’altro ne subiranno le conseguenze.
Ci riferiamo a chiunque sia sces* in strada a fianco di Alfredo Cospito, a chiunque abbia animato la solidarietà alla
resistenza palestinese e contro le guerre imperialiste, a chiunque ribolle di rabbia per i compagni e le compagne
rinchiuse nelle carceri. Ma, in fondo, anche a coloro per cui l’esperienza della resistenza partigiana rappresenta una
pagina importante della storia di questo Paese. E sappiamo che queste sono solo alcune delle circostanze nelle quali
chiunque si potrebbe essere trovat* fisicamente afianco, o moralmente vicino alle persone arrestate. Ogni compagno e
compagna nelle mani dello Stato, ogni spazio perso lascia oggi un vuoto sempre più difficile da colmare. Ogni occasione
che lo Statoha di applicare e sperimentare i nuovi codici repressivi, rappresenta la chiusura dell’ennesimo margine di
libertà, senza il quale opporsi allo stato di cose presenti sarà più duro. Non sappiamo se alla fine di questa
operazione repressiva i giudici dichiareranno colpevoli o innocenti l* indagat*. Certo è che, se cidovessimo basare
sugli ultimi 20 anni di inchieste contro l* anarchic* o l* sovversiv* in generale, di “colpevoli” le procure ne hanno
trovati veramente pochi. In compenso in questi ultimi vent'anni per decenni, grazie alle misure preventive, le galere
hanno costretto tra le proprie mura centinaia di combattenti. Questo non toglie che consideriamo giusto e legittimo ciò
di cui sono accusat*, ovvero il ritrovarsi fianco a fianco nel lottare contro questo Sistema e l’aver interrotto per
qualche ora il traffico della linea ad alta velocità, per ricordare quanto le olimpiadi invernali di Cortina
rappresentino uno scempio e il trasporto su ferro un'infrastruttura utile alla logistica di guerra. Anche queste sono
scelte a disposizione di chi ha a cuore la trasformazione sociale. Crediamo sia molto importante supportare le
anarchiche e gli anarchicicolpiti. Crediamo sia importante rompere l’isolamento, l’indifferenza e la paura che la
repressione vorrebbe indurre.Per la libertà, per la solidarietà, per il ribaltamento di questo sistema. Invitiamo tutti
e tutte a supportare economicamente, politicamente e moralmente l* arrestat* e ad esprimere vicinanza a chi è stato
colpit* daquesta operazioneLibertà per Bibi, Arnau, Micol, Nico, Stefano, Toni, Pietro, Luna, Giulia. Libertà per tutte
e tutti

Cassa di solidarietà La Lima (Roma)

Aggiornamento: in seguito al Riesame del 6 luglio i compagni e le compagne arrestate per il reato associativo sono state
rilasciate. Pietro e Toni erano stati arrestati durante le perquisizioni. A seguito dell'udienza di riesame del 10
luglio, Toni è uscito dal carcere di Rossano Calabro, era arrestato con l’accusa di “terrorismo della parola” (270
quinquies comma terzo). Pietro, detenuto con la medesima accusa, resta in attesa dell'udienza di riesame.
Lo spazio anarchico romano del Bencivenga (via Bencivenga numero 15) è stato rioccupato, sabato notte 11 luglio 2026,
dopo lo sgombero avvenuto durante le perquisizioni per gli arresti del 16 giugno. Risgomberato il giorno dopo, ma il
gesto rimane.


CONTRO LA GUERRA GLOBALE, RESISTENZA INTERNAZIONALE!
Il 2 giugno 2026 a Lecco come “Assemblea permanente contro le guerre” abbiamo deciso di organizzare un corteo per
ribadire quanto sia per noi essenziale creare un movimento di lotta contro la guerra. Nel nostro territorio le fabbriche
che investono nella produzione di armi, munizioni o macchinari per produrre proiettili -e non solo- è in continuo
aumento. Fin dall’inizio del nostro percorso abbiamo detto chiaramente che fare qualcosa contro la guerra è possibile, e
fin da subito ci siamo dati come obiettivo quello di ostacolare chi sceglie di guadagnare vendendo prodotti che servono
ad uccidere nei vari fronti di guerra.
Il messaggio portato dalle oltre 200 persone in corteo sotto una pioggia incessante è stato molto chiaro: la guerra
parte da qui e noi tutti e tutte possiamo fare qualcosa per fermarla.

L’assemblea permanente contro le guerre è nata da un gruppo di individui provenienti da percorsi politici differenti che
hanno fin da subito condiviso la necessità di sviluppare un percorso di lotta che potesse contrastare la guerra globale
in divenire a partire dai propri territori. In questi due anni infatti il filo conduttore di incontri, cortei e lotte è
sempre stato il concetto che la guerra parte da qui. Oggi più che mai crediamo fondamentale ribadire che armi e
munizioni, strumenti e componentistica indispensabili per uccidere e reprimere gli oppressi e le oppresse nei vari
fronti di guerra, vengono progettati e prodotti nelle fabbriche intorno a noi. Fare in modo che smettano di farlo è
l’obiettivo che ci poniamo. Crediamo che solo una mobilitazione costante, determinata, sempre più allargata e
partecipata anche da chi lavora nelle linee per la produzione bellica, possa contribuire concretamente a bloccare il
riarmo in atto. Siamo consapevoli che prendere posizione, opporsi e organizzarsi all’interno del posto di lavoro abbia
dei costi, ma le scelte lavorative che si fanno hanno delle ricadute anche al di fuori della propria sfera personale. Il
ricatto occupazionale è sempre stata un’arma puntata contro i lavoratori e le lavoratrici per rendere prioritaria la
loro sopravvivenza, limitandone lo sguardo e di conseguenza le azioni. I padroni sanno bene che un rifiuto organizzato e
determinato da parte di operai e operaie a lavorare sulle linee di produzione bellica porterebbe a enormi perdite
economiche per loro e, di fatto, all’insostenibilità di investire in questo mercato che gronda sangue. Le lotte dentro
le fabbriche lo hanno dimostrato in passato, questi esempi ci sembrano quindi quelli da cui ripartire per rendere di
nuovo evidente che inceppare la macchina bellica è possibile!
Sostenere la resistenza palestinese, i disertori russi e ucraini, così come chi si oppone ai vari regimi nel mondo, non
può limitarsi infatti a mera testimonianza. Riteniamo indispensabile supportare concretamente quelle lotte per essere
parte della resistenza e non suoi sostenitori e sostenitrici. Questo è possibile solo mettendo in campo qui, dove
viviamo, un’opposizione che si esprima attraverso una molteplicità di pratiche: bloccare la logistica di guerra così
come intere città, disertare e sabotare ogni apparato e ingranaggio che alimenta e rende possibile la guerra. Un agire
che metta in campo una solidarietà pratica e immediata, senza delegare a governi ed istituzioni da sempre complici di
questo modello di mondo. 
Il diritto internazionale a cui da più parti si fa appello per la risoluzione di conflitti, di fatto non è mai esistito.
Lo dimostrano le scelte politiche guerrafondaie dei diversi stati, Italia compresa. Solo per fare alcuni esempi del
recente passato: i bombardamenti su Belgrado per decine di giorni, le guerre “preventive” contro Afghanistan e Iraq col
pretesto della lotta al terrorismo dopo l’undici settembre 2001. E’lo stesso diritto internazionale che permette
l’esistenza di CPR, carceri speciali, accordi con le milizie libiche per bloccare “l’emergenza migranti”. Tutte pratiche
supportate da stati e governi di tutti i colori politici col pretesto di far fronte a delle emergenze spesso e
volentieri causate da loro stessi se non addirittura inventate.
La strategia della falsa tregua in Palestina, orchestrata dai governanti con il solito paravento del diritto
internazionale e della collaborazione tra potenze per un presunto bene collettivo, ma di fatto basata su vantaggi
mercantili di pochi, ha in parte impedito che le mobilitazioni ed i blocchi delle strade, dei porti e delle ferrovie nei
mesi di settembre e ottobre 2025 potessero ampliarsi, sviluppando anche pratiche maggiormente conflittuali. Nonostante
un evidente allargamento dei conflitti (Libano, Venezuela, Iran, Cuba…) le mobilitazioni sono diminuite, ma c’è chi ha
ancora ben chiaro che solo una forza oppositiva dal basso può fermare la guerra. Basti pensare ai blocchi dei portuali,
alle azioni del gruppo Palestine Action in Inghilterra e del gruppo Heartquake Faction in Repubblica Ceca, alle
moltissime azioni di sabotaggio che gli individui stanno mettendo in atto in Germania, Francia, Usa e in buona parte del
mondo. Sappiamo bene quanto sia importante lottare con ogni mezzo necessario, dalle manifestazioni di protesta ai
blocchi, dai volantinaggi alle fabbriche ai sabotaggi, dalle serate di informazione ai picchetti di protesta: di giorno
e di notte.
In questa giornata, in cui lo stato italiano celebra e festeggia 80 anni di “sana democrazia repubblicana”, con parate
militari e frecce tricolore, è evidente la complicità statale in questo mondo di guerra. Siamo qui per ribadire che
l’unico modo per lottare concretamente contro tutto questo è stringere sempre più relazioni di complicità locali,
nazionali e internazionali. Unirsi dal basso, conoscersi, e confrontarsi su pratiche ed idee è l’unico modo per agire in
modo sempre più diretto ed efficace.
CONTRO SIONISMO, FASCISMO E OGNI IMPERIALISMO! PER UNA LOTTA INTERNAZIONALISTA SENZA FRONTIERE!
FUORI TUTTI E TUTTE DALLE GALERE! NON LASCIAMO IN PACE CHI VIVE DI GUERRA! PER LA DISERZIONE TOTALE DELLE GUERRE DEI
PADRONI!
Per informarsi sulle varie iniziative, confrontarsi, condividere informazioni sulle aziende di guerra nel lecchese,
invitiamo tutti e tutte a scriverci per riuscire a creare realmente una resistenza alla guerra!


bologna. UNA DEGNA RABBIA, PER UNO SPREGEVOLE OMICIDIO
Scoccano le 19.00 e su piazza del Nettuno il sole è ancora alto. Provare a quantificare il numero esatto delle migliaia
e migliaia di persone già presenti e in costante aumento, risulta del tutto inutile: fiume, marea, oceano, sono tante le
metafore acquatiche che solitamente si usano in casi del genere. E come tutti questi termini sottolineano in automatico,
piazza del Nettuno ieri era sì un agglomerato eterogeneo di vite, storie, ma accomunato dalla trasversale necessità di
scorrere. Certo, a voler far retorica si può sempre sostenere tutto e il contrario di tutto, ma per chiunque fosse
presente ieri era di lampante evidenza la necessità di urlare e camminare, a fronte dello spregevole omicidio di
Abderrahim Fakir. Ma d’altronde qual era la pretesa? Dieci minuti di piantino collettivo e poi tutti a casa a cenare? La
gente in piazza ieri era sconvolta, perché sconvolgenti sono le immagini di questo delitto, sconvolgenti quasi quanto la
caparbietà con cui immediatamente si è deciso tra palazzi del potere e redazioni giornalistiche di insabbiarlo. Perché
questo è il termine tecnico per descrive tutti i “eh ma”, “sì però”, “beh vediamo”: insabbiamento. Davanti a una vicenda
come quella di Abderrahim non esistono vie di mezzo, e scegliere l’ambiguità delle parole invece che indignarsi per
l’evidenza dei fatti, significa scegliere da che parte stare. Per opportunismo politico, pusillanimità, pochezza
interiore, non importa ma si finisce immediatamente a far parte dello stesso fetido girone dei suprematisti che in
queste ore sghignazzano e si eccitano al pensiero di “un ne*ro in meno” al mondo.
In piazza si è diffusa come un boato la voce di Youssra, nipote di Abderrahim, una giovane donna in lacrime e forte allo
stesso tempo. Non un personaggio televisivo, né una politica di professione: semplicemente una nipote a cui hanno
ammazzato lo zio, e che, mal grado la voce spezzata dal dolore, decide di parlare e pretendere giustizia. Oggi già
girano moniti filologici e dattilografie minuziose delle sue parole, inneggiando al massimo rigore nell’esegesi del
testo, “ipse dixit”. Sta di fatto che, durante i suoi minuti di intervento, piazza del Nettuno è stato un corpo unico,
uno stringersi corale con un reciproco ringraziamento dal microfono alla piazza e dalla piazza al microfono. Senza
entrare in dichiarazioni e commenti emersi oggi, qualsiasi tentativo di raffigurare una contrapposizione rispetto a ieri
tra lei e l’oceano lì presente per lei e la sua famiglia, sarebbe esilarante se non fosse deprecabile.
Perché di questo parliamo, del fatto che migliaia di persone si sono opposte alla possibilità potesse calare il
silenzio, al fatto che venisse calato il sipario su Abderrahim. Cori, urla, abbracci, lacrime, mani che si stringono,
occhi che si cercano, voci che si uniscono: questa è stata la partenza del “corteo dei facinorosi”, ovvero della gran
parte della gente presente in piazza. Non ci interessa attorcigliarci sui numeri, non abbiamo nulla da dover provare
dato che circolano foto e video con ritratte migliaia di persone per strada fino a tarda notte. Sta di fatto che quello
partito ieri pomeriggio non è stato un corteo organizzato, con promotori e sigle aderenti, ma una marcia popolare, una
marcia di dignità, spontanea e collettiva. Un moto viscerale che ha condotto migliaia di persone a pretendere giustizia
sotto la Prefettura, sì a gridare “assassini” alla polizia che blindava totalmente piazza Roosevelt già dalle prime ore
del pomeriggio. Un fiume in piena che non si è fatto intimorire dalle cariche, dal fitto lancio di lacrimogeni e dai
getti d’acqua degli idranti, pretendendo di rimanere lì, sotto la Prefettura, a gridare proprio “assassini”. Un fiume
composto da giovani, certo – e qual è il problema? – ma anche da facchini, famiglie, gente di qualsiasi tipo. Un fiume
determinato a non farsi cacciare via e attento alla propria difesa collettiva, indisponibile a continuare a subire in
silenzio la violenza di celerini ed agenti di polizia.
Noi quello che abbiamo visto lo chiamiamo dignità: un elemento ormai raro e sconosciuto a chi siede tronfiamente su
poltrone, vive comodamente dentro delle ville, senza il minimo pensiero su come riempire il frigo o pagare le bollette.
La stessa dignità che si è espressa per tutta la notte tra i magazzini vuoti dell’Interporto di Bologna, quando in
centinaia e centinaia di lavoratori hanno risposto alla chiamata di sciopero, pretendendo giustizia per Abderrahim e
bloccando totalmente il più grosso hub logistico di tutto il Nord Italia. Oggi non se ne parla molto sui giornali,
probabilmente perché fa paura questa risposta trasversale capace di connettere un tessuto metropolitano così ampio, dal
centro cittadino fino all’ingresso dell’Interporto. Fa paura questa risposta trasversale capace di unire studenti e
studentesse, giovani precari e precarie, facchini, famiglie, in una eterogeneità di persone, biografie e pulsioni. E
forse avete ragione ad avere paura, perché la dignità, l’umanità è giusto che spaventi chi ha scelto una vita mossa da
squallidi fini e misere passioni. Una vita in cui si legittima il sopruso, in cui si aderisce al suprematismo.
C’è tanto da inchiestare e discutere, ma, a caldo, la giornata di ieri nel suo complesso ha rappresentato un’irruzione
tellurica di quella “Palestina Globale” che ha scandito il tempo dell’ultimo autunno. Non vogliamo scrivere parole
posticce, né perderci nella mitopoiesi dei racconti, ma è evidente che il 2025 ha segnato per le vite di tutti e tutte
noi uno spartiacque: il momento in cui si è scelto da che parte stare, in cui si è scoperta la possibilità, anzi, la
necessità di alzare la testa ogni volta che questo inferno che chiamiamo presente ha deciso di infittirsi in infamia e
dolore. Non un movimento lineare, ma un processo di movimentazione a macchie di leopardo, di scosse che nel loro rombare
affermano il desiderio di un mondo nuovo, costi quel che costi. La giornata di ieri ha preso forma tramite
un’incredibile alchimia di soggetti, e certo anche di gruppi: sindacati, associazioni, collettivi, che si sono messi a
servizio di questo moto popolare. Giornate di questo tipo non sono mai lisce e senza contraddizioni, mai prive di
dissidi, di prospettive diverse. Giornate di questo tipo non sono di proprietà di nessuno, e appartengono a tutte
contemporaneamente. Nelle differenze, nelle affinità, nella difesa collettiva, imparando a resistere e a non
indietreggiare, imparando a farlo insieme; questa giornata traccia una parte. La sfida diventa imparare a farla durare e
dargli spazio.
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i
giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare
l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e
apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e
dargli spazio.
Italo Calvino, Le città invisibili.

luglio 2026, da actamedia.org